Pongo (Fiver #26.2017)

kevin-morby_header3

Kevin Morby

Ci guardavamo un po’ intorno l’altra sera al Festival Arti Vive a Soliera, prima e dopo gli eccellenti concerti di Kevin Morby e His Clancyness. Si ragionava sul fatto che la logica che regolamenta l’ affluenza ai concerti che ci interessano si può riassumere in una regola. Una regola rigorosa. Una regola non scritta ma che ci accompagna da sempre.
La regola della pallina di pongo.
Giá, come le palline gommose che aveva mia figlia, che potevi tirare fino a farle diventare una specie di frittata o comprimerle fino a ridursi a poco di più di una noce.
E non c’è niente da fare, puoi fare il concerto più bello nel posto più affascinante, di venerdì sera, in una sera di estate con ottimi artisti, farlo gratis, ma alla fine, al netto di quelli che passano con i passeggini, dei curiosi col gelato in mano o la piadina, di quelli che sí, sono venuti, ma parlano col loro vicino rumorosamente (magari di Vasco), quelli che restano sono sempre gli stessi. Li potremmo numerare, tipo squadra di calcio con i nomi stampati ad arco sul dorso delle magliette.

Kevin Morby – City Music

Siamo sempre gli stessi, ci conosciamo bene, siamo quelli che si fanno 1200 km per venire a suonare in un festival davanti a facce amiche, siamo quelli che lasciano la famiglia al mare, nonostante 40°, e si fanno centinaia di chilometri raccogliendo amici per strada per esserci e poi rifare la stessa strada al contrario. Siamo quelli che alla fine di un concerto si riuniscono in piccoli gruppetti che, visti dall’alto, probabilmente figurerebbero anche come perfettamente geometrici. Scompattandosi e ricompattandosi come quelle palline di mercurio che le dividi ma poi si rincorrono si cercano e si riuniscono.

His Clancyness- Isolation Culture

Quelli che tra una birra e l’altra si informano ansiosamente, come se fosse un’informazione da cui dipenda la loro stessa esistenza, su quale fosse la cover suonata da Morby a fine concerto.

Velvet Underground – Rock And Roll

Quelli accalcati al banchetto dei vinili e delle magliette, quelli che “hai sentito i Rips, che cazzo di disco…” o che parlano di quel cretino di Morrissey che si fa in contromano via del Corso al grido di “non sa chi sono io” argomentando sull’ eterna diferenza tra grande artista e piccolo uomo.

Rips – Malibu Entropy

Quelli che vanno affamati a novembre a Milano di lunedi sera per vedere i Parquet Courts e ancora, con una lucidità da sballati, si stupiscono di trovare un pubblico delle dimensioni della pallina di cui sopra.

Parquet Courts – Stoned And Starving

Non mancano le eccezioni, le mode, le fortunate congiunzioni astrali.
La pallina che diventa frittata.
“Ma come, a vedere gli Sleaford Mods poche settimane fa eravamo centinaia.. ” “e ai Black Mountain?”
Tutto vero ma, provando a fare un passo indietro per poter comprendere meglio il quadro generale, ed i suoi contorni, emerge un insieme facilmente decifrabile.
Quelli come noi, che hanno partecipato a concerti da una quantitá di tempo troppo imbarazzante per essere riferita guidati da un’esigenza vitale, sono solo una pallina.
E a molti che abbiamo conosciuto o incontrato lungo il percorso di quello che per noi è vitale non frega niente.
A molti piace, per un momento fuggevole, sentirsi parte di qualcosa per poi prendere altre strade.
Lasciando tutto indietro. E molto probabilmente la ragione è dalla loro parte.
Resta poco. Giusto una pallina difficile da distruggere di resistente, sbiadito, ostinato, pongo.

MASSIMILIANO BUCCHIERI

Hang The DJ (Fiver #24.2017)

thesmiths-3.18.2013

The Smiths

L’indiano all’inizio di Portobello Road è stato per anni il mio ristorante preferito. Non mi ricordo se si mangiasse davvero bene oppure fosse solo una questione di fascino esotico, di sapori, spezie, colori che a casa mia non esistevano. Forse era solo la soddisfazione e l’eccitazione di essere ancora una volta in quel posto, il quartiere giamaicano di Londra, Nothing Hill. A poche centinaia di metri dal mio luogo di culto preferito all’epoca: il negozio di Rough Trade in Talbot Road.
Erano strade sulle quali mi fiondavo appena potevo, una volta all’anno come minimo ma se capitava l’occasione anche più spesso. Le mie vacanze estive sono state così per un bel po’ di anni consecutivi: Bologna-Londra andata e ritorno. Incurante dei racconti degli amici ventenni dell’epoca che, reduci da Ibiza o da qualche isola greca, non si capacitavano che qualcuno potesse consapevolmente rinunciare a tutto il pacchetto fatto di quelle cose legate alla tarda adolescenza.

Quando da ragazzo li ascoltai per la prima volta (i Velvet) fu per me come una chiamata alle armi, si trattava esattamente del genere di musica che avrei voluto suonare
(Thurston Moore)

Per me era invece tutta una questione di senso di appartenenza, di sentirsi rappresentati in una tribù. Avevo scelto quel mondo in maniera inconsapevole e, sia chiaro, non rimpiango neppure un momento quello che il destino mi ha portato in dote e se potessi scegliere, oggi come allora, ad un club di Ibiza preferisco mille volte il carnevale giamaicano londinese o qualche concertino in un garage di periferia. Il ragionamento era semplice: i ragazzi di Rough Trade hanno aperto a Nothing Hill. Quindi Nothing Hill è figo. Il carnevale giamaicano è a Nothing Hill, quindi è figo di conseguenza. Anche i Clash amavano il dub. Avere mezzo catalogo dell On-U Sound in casa è la diretta conseguenza di quei giorni, insomma. Questo gioco dell’appartenenza, fatto a colpi d’accetta e senza troppo filosofeggiare mi ha fatto finire in luoghi e conoscere persone che sono diventate semplicemente la mia vita.

IMG_4336

SG Posse…..Londra primissimi novanta…..

Scegliere che musica ascoltare era una scelta di campo. La nostra era presunzione allo stato puro, in fondo ma non potevamo saperlo. Pensavamo che fosse l’arte contro il mercato, figuriamoci. Ma era bello crederci e sì, ci sentivamo rappresentati davvero. Bisognava avere anche fortuna, però. Ogni tanto mi chiedo come sarebbe stato se invece che incontrare nel percorso alcuni di quelli che sono diventati e che sono tuttora  i miei migliori amici avessi incrociato subito le teste di cazzo che mi è capitato di ritrovarmi tra i piedi più tardi. I peggiori in assoluto, gente che nonostante avesse il repertorio completo della Stax in casa serbava un rancore e una mancanza di umanità davvero sorprendenti.
Del resto ognuno si sceglie la musica che vuole e, ho imparato nel tempo, per le ragioni più diverse. Indossare la maglietta degli Smiths non rende automaticamente persone migliori, anche se mi pare ancora adesso incredibile che non sia così.
Mi diverte ogni tanto curiosare nel dashboard di Sniffin’ Glucose, vedere il numero di accessi (sempre in crescendo, grazie) e spulciare tra i termini di ricerca che utilizzate per arrivare fino a noi. Questa è la parte più esilarante. Al di là delle in qualche modo scontate ricerche a sfondo musicale (“figli hope sandoval”, “vita rowland s howard”, “perfume genius frasi”) si alternano cose fantastiche (“mi fa male la testa e mi bruciano i capelli la testa e mi fa male e dove stanno andando via i capelli mi cascano diventano bianchi”, “compriamo cose di cui non abbiamo bisogno di soldi che non abbiamo”) ma anche altre che sono particolarmente indicative. Una recentissima ricerca recitava “canzoni morrissey per mandare affanculo”. Ecco, spulciare tra il repertorio degli Smiths per trovare l’ispirazione e mandare a quel paese qualcuno è una pratica decisamente sottovalutata. Talvolta cantare hang the dj, hang the dj, hang the dj…. a squarciagola 141fe55e090ec314b0c57092684ef534.500x150x1rivitalizza anche l’umore più nero e aiuta a mettere tutto nella giusta prospettiva. Perché la musica rimane a discapito di tutti gli hater che ci complicano l’esistenza giorno dopo giorno, perché se siamo ancora qui significa che non abbiamo nessuna intenzione di farci rovinare le giornate e che se abbiamo bisogno di un posto dove andare a rifugiarci cerchiamo canzoni come questa, adesso più che mai.

THE SMITHS – Panic

 
FILTHY FRIENDS – The Arrival

Corin Tucker spacca più di tutti, piú di me e voi messi insieme, più di qualsiasi gruppo con una chitarra a tracolla di questi tempi. Corin Tucker tira fendenti che arrivano alla bocca dello stomaco. Talmente risoluta che, sembra impossibile, Peter Buck viene relegato al ruolo di comparsa. Filthy Friends è una sigla che raccoglie un manipolo di grandi musicisti, tutti con un passato importante alle spalle. Ma Corin Tucker monopolizza la scena, 240 secondi di rock coniugato come se fosse punk con la dose d’energia e il piglio di una grande, grandissima canzone.

THE DREAM SYNDICATE – How Did I Find Myself Here

Steve Wynn non è mai andato via, in fondo. Di conseguenza sembra impossibile che l’ultimo album uscito come Dream Syndicate sia una faccenda di 29 anni fa! Tra incursioni soliste o con altre formazioni ha continuato a scrivere canzoni e solcare palcoscenici. Ma il ritorno dei Dream Syndicate è faccenda capace di smuovere anche il più smaliziato dei nostalgici. La canzone che anticipa il nuovo album ha il solo difetto di sembrare costruita a tavolino proprio per risvegliare vecchi entusiasmi ma non aggiunge nulla di nuovo alla formula. I fan del gruppo non lo considereranno certamente un difetto, del resto. Nemmeno io di conseguenza.

KEVIN MORBY – Come To Me Now

Questa canzone apre il nuovo album di Morby. Velluto, un organo splendido, classe che straborda in tutte le direzioni. Lo ammetto: non pensavo che potesse arrivare a tanto. Morby mi è sempre piaciuto, l’ho seguito fin dai tempi della prima formazione (The Babies) e anche nelle prime fasi della carriera da solista. Veniva liquidato sempre come il bassista dei Woods che si è messo in testa di fare il cantante. Aveva ragione lui. Avevamo torto noi. Perché al di lá della canzone tutto l’album si muove a livelli di pura eccellenza e sembra destinato a diventare uno dei migliori dischi dell’intera annata, senza troppi dubbi.

RIPS – LOSING II

Debutto con i fiocchi, da Brooklyn, prodotto da uno dei tizi di Parquet Courts. Non servirebbe aggiungere nulla, a questo punto, perché sarà sufficientemente chiaro il quadro: chitarre, spigoli e melodie accennate. Television, Feelies, Felt, Parquet Courts. Bellissimo, insomma.

CESARE LORENZI

Sola andata (Fiver #18.2016)

Wire

Wire

Dovessi tracciare un sommario bilancio dei miei ascolti in questi 35 anni – mese più mese meno – di passione per la musica, farei estremamente fatica a individuare una classifica dei miei gruppi preferiti. Potrei citare tre/quattro nomi che per un motivo o per l’altro hanno segnato più di altri il mio percorso, così come una manciata di band che hanno accompagnato in maniera più o meno significativa un arco temporale specifico e circoscritto, finendo poi per sbiadire nell’oblio del lungo termine. In ogni caso non credo troverei grandi certezze cui aggrapparmi, caso mai ne avessi bisogno. Penso che il motivo principale risieda innanzitutto nella volatilità del mio gusto personale che, pur confinato tra coordinate in linea di massima inamovibili, ha ciclicamente portato in evidenza determinati gruppi anziché altri. In secondo luogo sarei propenso a scommettere sulla mia naturale avversione a cucire addosso a chiunque l’abito di mito, evitando santificazioni dogmatiche. Nel magma fluido di migliaia di nomi che hanno accompagnato questi lunghissimi anni ho però sempre individuato due punti fissi. Due porti sicuri cui tornare che per quanto fondamentali e costanti nella loro presenza, curiosamente non potrei fare rientrare nelle due categorie di cui sopra: certezze assolute e pietre angolari a scadenza temporale. Se facessi una statistica questi due nomi, Fall e Wire, penso li troverei infilati come parametro di riferimento per “nuovi gruppi che mi piacciono” in un buon 70% delle recensioni che negli anni mi sono preso la briga di scrivere. Da Pavement a Protomartyr passando per Elastica e Futureheads , LCD Soundsystem e R.E.M. tanto per fare qualche nome a caso.
Decollando dalle medesime premesse, il rock dell’immediato dopo punk, il percorso di Wire e Fall è differente per quanto ugualmente impressionante. I Fall attraverso innumerevoli cambi di organico gravitanti attorno al perno fisso Mark E. Smith hanno posto il proprio inconfondibile marchio di fabbrica praticamente su ogni stagione trascorsa dall’anno di uscita di Live at the Witch Trials (1979) ad oggi, all’incredibile ritmo medio di un album l’anno. I Wire invece, pur partendo con un paio di anni d’anticipo, hanno messo a referto meno della metà dei dischi semplicemente per il fatto che un paio di volte (tra il ’79 e l’87 prima e tra il ’91 e il 2003 poi) hanno pensato fosse una buona idea dedicarsi ad altro.
Una cosa che mi piace dei Wire è che in quest’epoca di retromania totale hanno deciso che vivere di ricordi e nei ricordi non fosse faccenda adatta loro: ad ogni nuova riunione nuovi dischi, peraltro sempre centratissimi nella loro attualità. “Fondamentalmente penso che non essendo ancora stata inventata la macchina per viaggiare nel tempo, per sentire suonare dal vivo le canzoni dei Wire di fine anni ’70 come i Wire le suonavano a fine anni ’70 l’unica possibilità per farlo sia quella di essere stati a un loro concerto in quegli anni. Non ci interessa oggi essere una cover band di noi stessi, posso capire che ci siano ragazzi che amano quelle canzoni e a cui piacerebbe ascoltarle suonate dal vivo, ma andare ad un concerto non è come sedersi al ristorante e ordinare quello per cui si pagherà il conto alla fine” (Colin Newman, 2016).
Anziché rannicchiarsi accoccolati sui tre dischi che ancora oggi accumulano citazioni ovunque (Pink Flag, Chairs Missing e 154) i Wire si sono rimessi in pista ogni volta alla ricerca di nuovi stimoli, nella concezione piuttosto condivisibile che la musica sia un viaggio di sola andata e il guardarsi indietro debba servire unicamente come cemento per le certezze del futuro.
Superata la soglia dei 60 anni (a parte il solo Matthew Simms, sostituto di Bruce Gilbert, unico pezzo mancante rispetto la formazione originale) sono usciti con un nuovo album, un mini a dir la verità, che si intitola Nocturnal Koreans. Una bella botta che in parte azzera le persuasioni pop registrate nel disco dello scorso anno. Otto canzoni in tutto e non ce n’è una che sia meno che bella. Poche settimane prima è uscito un altro mini album, Wise Ol’Man, l’ennesimo nuovo disco dei Fall. Mi piace pensare che il saggio vecchio del titolo possa essere Mark E. Smith o un tipo come Colin Newman. Personaggi che secondo i parametri comuni, quelli del buon padre di famiglia, difficilmente potrebbero essere definiti saggi. Ma che secondo i miei di criteri, lo sono eccome. In realtà dal testo tra i biascicamenti di Mark E. Smith come sempre non si capisce quasi nulla, quindi vai un po’ a sapere.
In ogni caso è il 2016, già da un po’ ho girato la boa del mezzo secolo e dopo 35 anni ho ancora sullo stereo due nuovi dischi di Wire e Fall.
Tanto basta per sentirmi un po’ meno vecchio.
E anche un po’ più saggio, a modo mio.

Wire “Still

Loose Tooth “Sherry

I Loose Tooth arrivano da Melbourne e il loro primo album si chiama Saturn Returns. Sono in tre, due ragazze su batteria e chitarra e un loro amico al basso, tutti si alternano alla voce. La loro miscela di indie pop piazzata con noncuranza a cavallo tra anni ’80 e ’90 è piuttosto elementare, ma funziona.

Kevin Morby “Dorothy

Quando in una delle nostre torrenziali conversazioni triangolari i miei due soci hanno liquidato in due battute semi serie il nuovo disco di Kevin Morby secondo me non erano arrivati ad ascoltare questa canzone. Gliela piazzo qui così la recuperano, poi ne riparliamo.

A Giant Dog “Sex & Drugs

Tra i tanti meriti che le si possono ascrivere, la Merge ha anche quello di impegnarsi a scovare e valorizzare artisti che sono già usciti con qualche disco ma che non hanno ancora ricevuto l’attenzione che meriterebbero. Come gli A Giant Dog, texani di Houston, che all’etichetta di Mac McCoughan sbarcano per pubblicare il proprio terzo disco. Un piccolo gioiello forgiato sui riff di T-Rex e Slade attorno alla voce di Sabrina Ellis, novella Joan Jett, che a tratti decolla con una dinamica che riporta dritti sulle assi del vecchio CBGB’s, con tanto di sibilo degli amplificatori a far da sottofondo.

The Fall “Wise Ol’Man

Arturo Compagnoni

I’ll meet you there (Fiver # 02.12)

Photo: ©Andrew Stuart 2014
Ho un viziaccio. Da sempre do un peso esagerato alle parole, una sorta di discepolo fondamentalista del Michele Apicella di Palombella Rossa.
E’ ormai passato quasi un anno da quando Sniffin’ Glucose ha incontrato His Clancyness per una piacevole chiacchierata in un piovoso pomeriggio di inizio inverno.
Ad un certo punto della discussione, che aveva preso una piega incentrata sulle difficoltà, decisioni e riscontri per chi cerca di fare musica nel nostro paese, ma non solo, Clancy quasi sommessamente ma con sguardo risoluto ha mormorato “in definitiva .. io cerco di fare Arte”.
Da allora c’è questa frase che mi ronza in testa e che, pur nella sua apparente ovvietà, a mio parere, è centrale per ogni discorso riguardi la musica che amo.
Ci fu un nome suggerito da Clancy nel corso di quell’incontro che ben si attaglia a questo discorso, quello dei Viet Cong. Formazione di Calgary, Canada di cui è in circolazione in questi giorni il primo album.
Il primo commento che ho dato agli amici è stato né più né meno: ”una bella mattonata”.
Dopo ripetuti ascolti, sempre meno “faticosi”, ora posso riconoscere l’eccellenza del loro album. Gente che se ne frega di giocare “sicuro”.
Dunque, semplificando, l’Arte richiede fatica.
Da una parte il bisogno di esprimere un’urgenza creativa, dall’altra lo sforzo, in un’epoca che mira al disimpegno più totale, per affrancarsi dalle terribili difficoltà “reali” quotidiane.
Bevi, balla, ascolta solo quello che le playlists ti confezionano; compra, se li compri, solo i dischi che Amazon decide che sono i “tuoi” risparmiandoti la fatica di andarteli a cercare. E se vado ad un concerto scelgo una bella reunion, mica voglio essere spiazzato…
Tutto qui? Non proprio.
In realtà il discorso è un po’ più complesso di così, perchè un mondo di soli artisti è un utopia e forse, alla fine, anche un mondo mortalmente noioso. Ci vogliono gli artigiani per tenere tutto in piedi.
Dave Grohl è un ottimo artigiano.
Dagli un pezzo di legno e lui ti tira fuori un tavolo e quattro sedie che verranno vendute in un batter d’occhio, ma non gli chiedere niente di più complicato, o che richieda uno sforzo d’immaginazione. A suo modo un arte (con la a volutamente minuscola) anche questa.
Dove il discorso trova la sua “quadra” (un termine orribile ma che volevo provare, così, per pura fascinazione pornografica) è quando Dave Grohl dà indietro un po’ di quello che ha ricevuto.
Come nell’operazione “Sonic Highways”.
Probabilmente stare seduto dietro ad una batteria guardando le spalle di un Artista ha avuto un’importanza decisiva ma riconosco al soggetto in questione qualità genuine non indifferenti.
Otto città americane studiate, rivissute, raccontate con un occhio acuto e con grandissimo rispetto. Le parole di Ian MacKaye o Dr Know, per fare un esempio, ascoltate con attenzione ed in religioso silenzio.
Il rispetto dovuto all’Arte.
Dave Grohl è un miliardario? Chissenefrega. Se più persone avranno la curiosità di sapere chi sono i Bad Brains o i Fugazi per me ne è valsa la pena.
Dove porta questo discorso? Probabilmente da nessuna parte.
Mi piace solo pensare che talvolta chi fa qualcosa con passione e genio e pochi riscontri percorra una strada che a un certo punto si incrocia con quella di chi, magari con meno genio ma con passione, ha avuto molto (se non tutto) per poi sedersi insieme ad un tavolo, nel reciproco rispetto, a condividerne un piccolo pezzo.

Viet Cong – Pointless Experience

Tempi dispari, una batteria impossibile, aperture melodiche inaspettate ed insospettabli. Gli ex Women raccolgono l’eredità dei Wolf Parade e spostano tutto un po’ più avanti. Mi allungo faticosamente per cercare di afferrarli ma quando, finalmente, ci riesco, la ricompensa è grande.

Kevin Morby – The Ballad Of Arlo Jones

26 anni. Un curriculum con dentro Woods, Babies e due album solisti. Non male. Still Life a volte scivola nel classic rock ma altrove, come in The Ballad of Arlo Jones, mischia le carte e ne pesca una dove c’è scritto a chiare lettere Camper-Van-Beethoven. Kevin se la tiene stretta e rilancia con un testo fantastico da dedicare all’amico che tutti noi abbiamo avuto, ingiustificabile ma “tuo amico” e tanto basta.

He was drunk, he wasn’t fun, he was my friend
He was wild, he was wild
He was wild, he was wild
He was

One, he was my friend
Two, took a bullet to the head
Three, he was my friend!
Four, oh, where is Arlo now?
Five, he was my friend
Six, he got high and ran his mouth
Seven, he was my friend!
Eight, now he cannot move around
Nine, he was my friend
Oh, ten, ten, ten

Mourn – Dark Issues

Nel febbraio del ’92 mi trovai a Londra in concomitanza con la prima data londinese di Pj Harvey alla ULU e l’uscita di Dry. Ricordo ancora la faccia stupita del ragazzo di Rough Trade a Neil’s Yard quando mi presentai alla cassa con sette copie, per amici e conoscenti, dell’album in tiratura limitata con le versioni acustiche di tutti i brani… Rough Trade a Neil’s Yard non c’è più e anche Pj Harvey percorre, rispettabilmente, tutt’altre strade, ma quando parte Dark Issues chiudo gli occhi e rivedo la giovane ma determinatissima Pj aggrappata alla sua chitarra scomparire nel giubbotto di pelle in quella fredda serata prima di spaccarci il cuore con la sua classe immensa per la prima di innumerevoli volte.

The Soft Moon – Black

Traccia ad elevata tossicità che fa a pugni con tante (troppe) recenti “carinerie” targate Captured Tracks. La band di San Francisco accantona ogni prudenza, prende per mano i Fuck Buttons e gli fa intravedere cosa c’è “veramente” oltre quel muro (del suono). Sviluppo interessante che crea aspettative da soddisfare.

Ceremony – Birds

Come ampiamente sproloquiato in precedenza da queste parti i Nothing sono probabilmente il disco dell’anno. Non solo. Il tasto follow dei social in questo caso riservava altre soddisfazioni. Difficilmente, altrimenti, sarei venuto a conoscenza dei Ceremony da Rohnert Park California che hanno ospitato il gruppo di Dominic Palermo come supporter prima di inchinarsi alla loro crescita esponenziale ed invertire l’ordine di apparizione sui palchi americani. Tre album all’attivo e questo nuovo Ep uscito quest’anno prodotto dal tipo degli A Place To Bury Strangers che ci spedisce in un mondo parallelo dove, tra cascate di feedback e melodia, i Jesus And Mary Chain hanno appena pubblicato Psychocandy e io litigo con la mia fidanzata per chi si deve portare a casa un singolo degli Swervedriver.

Massimiliano Bucchieri