Cosa resterà di questi anni dieci? (Fiver #26.2018)

La teoria del disimpegno part.2

Il decennio degli anni zero è cominciato col botto. E che botto: era un martedì mattina sui cieli di NY. Primo pomeriggio qui da noi. Si dice che quando capitano eventi epocali ci si ricorda di dove si era o cosa si stava facendo e con chi. Io mi ricordo dov’ero quando cadde il muro di Berlino, quando Bush senior iniziò a bombardare l’Iraq che sembrava di vedere, nel buio del tg notturno, le lucine di un videogame per l’Amiga 500.
E ricordo benissimo quel primo pomeriggio di settembre. Ero a casa mia: un appartamentino che io e Cristina avevamo rimesso a posto all’inizio di via Marconi e quel giorno mia sorella, quella grande, arrivava a Bologna per cominciare l’università.
Suonò il campanello che da poco il Boeing della United si era infilato in diretta mondiale nella torre sud del World Trade Center. Il sabato dopo lavoravo come barista (il barman o bartender con misurino annesso al tempo non esisteva) in discoteca e, malgrado il mio storico antiamericanismo, ricordo di aver apprezzato la quantità di stelle e strisce sulle striminzitissime canotte e minigonne e shorts delle bariste e clienti del Kinki.
Facebook non esisteva. Instagram meno che meno ma già da tempo si parlava di “società dell’immagine”. Gli anni novanta erano finiti da un secolo (il 5 aprile 1994) e le camicione a quadri, i jeans rotti e la musica cattiva avevano lasciato il posto a una seconda ondata di cocaina, dance music e a una nuova generazione edonista in stile anni ottanta piuttosto confusa che avrebbe riempito le strade dei quartieri ex popolari delle città, spostandone le comunità autoctone o adottive ai margini.
Nemmeno Air b&b esisteva e non si faceva couch surfing né si viaggiava con Blablacar. Abitare a Berlino e Barcellona costava meno che a Bologna e la società liquida di Bauman si stava per surriscaldare fino a evaporare nella società gassosa o frammentata o spezzettata o nella nessunasocietà della fine dei nostri anni ’10. Ognun per sé e dio per tutti. E sticazzi.

Disorientato. Così ricordo l’inizio del millennio. Nell’aria c’era la fine di qualcosa e l’inizio di un totalmente altro che, potevamo intuire, non avremmo mai compreso appieno. Né ne avremmo fatto pienamente parte. Lo annusavamo già da un decennio: i novanta, almeno i primi novanta con quella frittata di cyberpunk, grunge, party e il nascente pop ignorante ma acchiappone, da cori allo stadio, che arrivava dall’Inghilterra erano la coda di qualcosa; la fine di un periodo storico. Di un secolo forse, quello breve. Di un’era sociologica. Del Crash di Cronenberg e della macchina che diventava corpo, o del corpo che si fa macchina. Degli incubi di Giger. Della pillola rossa o blu e segui il coniglio bianco. Del postminimalismo americano ucciso dalle mille pagine di Infinite Jest. Da Le Correzioni di Franzen e da Murakami.
La fine di Trainspotting (libro e film), della Yoshimoto e qui da noi di Fluo, che per l’Italia mainstream le pagine della Santacroce sono state uno schiaffone in faccia. Del Castelvecchi editore fighissimo e poi Fazi di Ingannevole è il cuore più di ogni cosa. Di Minimum Fax e la Milano rabbiosa di Genna.
Di un filone che era nato coi Beatles e si chiudeva con gli Oasis, o era nato coi Led Zeppelin e si chiudeva con gli Alice in Chains, per spararla a gradi linee.
Di lì in poi, si sentiva, stava per accadere qualcosa che non potevamo prevedere.
Nella vita e nella musica. Che poi, è buona parte della nostra vita.

Le note del 2000 per me sono quelle di Turn On The Bright Light. La voce di Paul Banks che sussurra il suo “NY cares” mi fa ancora venire i brividi. Nulla di più adatto a una città, ma quella città è un mondo, che voleva rialzarsi dal cumulo di macerie cui la Storia l’aveva gettata.
E proprio in quella città nacque l’ultimo grande “movimento”. Ovvero qualcosa che identifica soprattutto giovani per look, attitudine, uso di determinate sostanze e non altre, musica ascoltata, artisti idolatrati, programmi tv cult. Ecco l’indie. Ecco che la musica alternativa diventava un genere. Qualcosa che usciva dalla nicchia: un fenomeno.
Com’era successo dieci anni prima al grunge di Nevermind, accadde di nuovo con il rock di Paul & Co., poco importa fosse derivativo, non seminale, già sentito nei club da 100 persone. Ora arrivava a tutti, esattamente come l’ondata di Seattle. Se avevi una camicia a quadri (ma piccolini, da nerd, magari col taschino e la indossavi dentro i jeans) e la barba, se venivi da NY, se suonavi lo-fi, se cantavi rigorosamente in inglese con suoni che richiamavano la new wave senza rifarla da manierista. Se idolatravi le serie tv anni novanta ormai vintage alla Friends, se mettevi magliette bianche coi jeans skinny neri e il chiodo. Se avevi il berrettino di lana. Se facevi fotografie con la Canon fine ottanta di papà e mettevi la camicetta bianca e il rossetto rosso alla Mia Wallace, se leggevi l’altro Wallace con prima il Foster. Se ti piaceva la musica folk, qualunque cosa avesse a che fare con una chitarra, se vivevi a Williamsburg o Brick Lane (Shoreditch era ancora avanguardia) o Prenzlauer Berg (Neukolln era ancora off limits se eri un vero duro). Se ti piacevano i tatuaggi old school e gli occhiali con la montatura grossa. Qualche anno dopo, quando già il fenomeno si storicizzava, sfilacciava e dissolveva, li avremmo chiamati Hipster: un mischione di caratteristiche anche lontane tra loro ma che indicavano una e una sola cosa. Che aveva molto a che fare con la musica e con le chitarre.
E da noi? In Italia con i soliti anni di ritardo, lo stesso: dopo il pop di madonna e le ragazze vestite da cavallerizza, dopo l’implosione del rock con i Radiohead che pubblicano in fila KidA e Amnesiac, dopo un momento di smarrimento in cui sembrava che nessuno avrebbe più suonato se non con “le macchine”, ecco arrivare Is This It e Whatever People Say I Am, That’s What I’m not e i locali storici punkrock mettono un “Club” dopo il nome e boom: fila all’ingresso e invece che i soliti quattro nerd fissati con la musica lo-fi ecco schiere di rossetti e capelli pettinate, camicette e jeans selezionatissimi. Anche qui l’indie diventa moda e per un po’ quasi mainstream. Piace a tutti, soprattutto a tutte. Festa grande.

E poi, questi anni dieci? Che è successo? Che anni saranno nei nostri ricordi? Gli anni dei muri tirati su pochi decenni dopo averne abbattuti altri? Della politica che si suicida eleggendo i più stupidi e meno istruiti possibili? Della democrazia che arrivando alla sua assoluta compiutezza – il popolo oggi è veramente al potere in molte repubbliche, sicuramente da noi e in America c’è popolo nella sua accezione più popolare, quello della faciloneria, dell’ignoranza e della diffidenza, dell’amore per la paura e per il far west – si suicida portandoci a nuove forme di governo che si studieranno nei libri di scuola del terzo millennio?
Chissà. Per ora, per noi che li viviamo, sembrano solo un po’ tempi bui: una spruzzata di medioevo culturale (terrapiattisti, rettiliani, antiabortisti prolife, furttariani novax e rincoglioniti di ogni specie ci assediano), un po’ di noia sul fronte artistico/letterario con le solite (per fortuna) stupefacenti eccezioni che rendono la vita degna di andare avanti.
Il tempo ha subito una strana, brusca, decelerazione. Dopo il decennio del turbo – la rete che da email inviate in diversi minuti divenuta partner inseparabile e in real time delle nostre vite e così il concetto di sharing. I social, Spotify e un nuovo modo di ascoltare, vivere, consumare la musica – ci siamo trovati in uno stagno. Le grosse rivoluzioni, soprattutto tecnologiche, le sentiamo come qualcosa che appartiene al decennio scorso. La crisi economica è ormai pane quotidiano da Goldman Sachs. Gli attentati jihadisti non fanno nemmeno più così paura. La sensazione di smarrimento è relegata al privato: ognun per sé ma dio ha fatto le valige e se n’è andato in vacanza. E sticazzi di nuovo.
E la musica? La nostra, non quella da stadio né da televisione, che storia ha vissuto? Le chitarre che dovevano morire sono morte? Il pop che doveva invaderci ci ha invaso? Il rap che doveva soppiantare il rock l’ha ucciso?

L’indie è morto, o forse è solo tornato nicchia. È tornato “alternativo” a qualcosa. Ma non soltanto a San Remo e XFactor, ma anche alla riscoperta della musica italiana. All’It Pop, così lo chiamano.
Al Covo il venerdì sera non ci sono più le file di gnocche da disco e non si ballano i pezzoni folk alla Edward Sharpe. Loro, le gnocche da disco, sono diventate grandi e le sorelline minori sono tornate a sculettare proprio nelle disco. A ballare rap, trap. Nei club che frequento io – ormai poco, l’anagrafe ha le sue pretese – magari passa ancora il pezzone che fu della pubblicità Vodafone come passano i Los Campesinos!: qualcosa di bellissimo che abbiamo amato. Qualcosa che fa parte del passato. Che fa andar giù di testa chi ha la patente da almeno quindici anni. Così come le tracce riempipista di MGMT, The Naked and Famous, Clap Your Hands Say Yeah. Gli anni zero sono stati, abbiam detto, gli anni delle chitarre. Dei “bei tempi” per chi amava l’alternativo, il lo-fi, il rock che non andava nei palazzetti e poi, all’improvviso, riempiva le arene.
E in Italia? Qualche giorno fa Mainstream di Calcutta ha compiuto tre anni. Inutile negarlo: quel disco – quello e il mondo che gli gravita attorno, ma quel disco come simbolo, riassunto di un’attitudine – ha ribaltato gli schemi. It pop. Dieci anni fa se non cantavi in inglese qui da noi non facevi date. A meno che non fossi da “Amici” o “X Factor”. Oggi se non canti in italiano nei club indie non suoni. Qualcosa dev’essere successo.

It pop. Un po’ di Luca Carboni, Tozzi, tastierine anni ottanta, pezzi semplici e ritornelli che dopo il primo ascolto si piazzano in testa. Felpe anni novanta comprate in Montagnola. Il berretto, che se lo metteva Bon Iver lo mettiamo anche noi che fa citazionismo del decennio passato, dei fratelli maggiori.
Piaccia o no, la scena è cambiata. E, piaccia o no, tre anni fa tutte voi avete postato su Instagram una foto di una pizzetta con il commento “mangio la pizza e sono il solo sveglioooooo”.
Quindi, onore al merito. Ma la mia domanda è: e adesso? Citando il Raf scopiazzato da Paradiso and friends, “cosa resterà di questi anni” Dieci? C’è chi dice da un po’ che dovevano essere gli anni della fine delle chitarre. Ma Courtney Barnett, Kurt Vile e Ty Segal? Mac DeMarco e Angel Olsen? Quel ragazzino di King Krule che mi ha lasciato a bocca aperta con un live pazzesco questo aprile a NY? Oltre l’It pop c’è vita?
Chiedo aiuto ai maestri.
Arturo, già ti vedo scuotere la testa col tuo piglio da “non mi gaso più veramente per un nuovo disco dai tempi della battaglia di Waterloo”, però, aiutaci tu: cosa resteraaaaaaaaaa, di questi anniii dieciiiiii?
Fabietto, sindaco del Pigneto e cugino di Mac (si dice anche marito di Angel Olsen ma c’è chi vocifera sia solo gossip), almeno tu che stai sul pezzo, che di musica e vini nessuno ne sa più di te, dimmi qualcosa. Anzi, dicci di più con Merola, che mi illumina su Kalporz.
Fabio Nirta, che di mash-up e tendenze ne sai a pacchi più di me, indicami la via.
Palla e Mazz, voi che della musica fate il vostro pane quotidiano, ditemi voi.
Damir, che lo so che sotto sotto ridacchi e godi perché il clubbing ha ormai soppiantato i concerti e pure il rap gode di nuova giovinezza mentre noi rocker ormai non sappiamo più contare le rughe, dimmi qualcosa tu.
Cosa ricorderemo di questi anni dieci? Soprattutto di quello che ci circonda, della nostra musica nelle nostre città.
Vero, l’Italia non è il mondo e forse questo momento dei figliastri del buon Edoardo che fanno soldout nei club che noi amavamo, pardon, amiamo; dei quasi rapper deroma che fanno doppio soldout all’Estragon (e non cominciamo a snocciolare i nomi di chi non riempie neanche il Freakout che mi metto a piangere) forse è solo una fase. Qualcosa che passerà e qualcuno tirerà un sospiro di sollievo e gli altri, semplicemente, dimenticheranno.
Ma qualcosa è successo anche lì fuori. O no?
Non lo so. Spesso noi italiani tendiamo a italianizzare il mondo e pensare che davvero tutti abbiano un DiMaio al tg e un Canova soldout. Però non lo. Ho una certa età e poi, si scrivono pezzi così un po’ per provocare, un po’ per divertirsi che comunque è musica e non fa male a nessuno: quella brutta basta non ascoltarla.
Ma adesso sono davvero curioso e quindi, dopo tutto ‘sto pippone sugli ultimi vent’anni, giovani, voi che siete più sul pezzo di me, che avete ancora le orecchie fresche e sicuramente più piene di me di attitudine pop, rnb e magari sopportate la trap eccetera eccetera, ditemi.
Cosa resterà di questi anni dieci?

Fabio Rodda

Soul Food (Fiver #39.2017)


Quand’ero piccolo non avevo un rapporto particolare col cibo.
Mangiavo quello che mi serviva, punto.
Negli anni successivi l’argomento mi ha interessato un po’ di più.
Non so cucinare, credo che la cucina sia quella stanza dove c’è del fuoco e alla quale l’ingresso mi è precluso per manifesta inettitudine, ma ammiro chi ne è capace.
Il cibo. Se ne parla tanto. Se ne scrive tanto. Una questione culturale viene detto da molte parti.
Non mi permetto di dissentire, anche se talvolta è un tema che mi comincia ad annoiare.
Se parlare di musica è danzare d’architettura, discettare di cibo è recitare di scultura?
Bologna in questi giorni è stata nominata (si è autonominata?) capitale del cibo.
Un’operazione commerciale audace. Immoralmente commerciale si sussurra da più parti.
Ci sono stato. Non mi sono sentito molto Fico in realtà.
Un’incredibile, immensa cattedrale nel vuoto squallore della zona artigianale.
Un’operazione, per noi che abitiamo questa città, ai limiti dell’assurdo.
E che probabilmente sarà un successo.
Perché, dopotutto, che ne sappiamo noi di logiche commerciali? Noi poveri sfigati che ci litighiamo pezzi di plastica rotondi e affolliamo piccoli locali scalcinati per omaggiare altri sfigati come noi?
Tutto apparentemente assurdo dicevamo.
Un po’ come “Milano”, un progetto estemporaneo che rende omaggio all’edonismo anni ottanta della capitale lombarda con citazioni di Antonioni, Alda Merini e mobili d’autore confezionato dallo strambo sodalizio messo in piedi da Daniele Luppi e dai “nostri” Parquet Courts ed al quale, inizialmente, avrebbe dovuto partecipare anche Mark Mothersbaugh dei Devo.
Un produttore, arrangiatore, compositore, cesellatore di suoni dalle esperienze più disparate (Danger Mouse/Norah Jones/Mike Patton/ Gnarls Barkley..) ed i degni eredi dei fasti newyorchesi, degni abitanti di una casella nella grande scacchiera che parte dai Velvet Underground e attraverso Ramones e Sonic Youth, per citare solo alcuni tra centinaia di nomi, arriva fino a loro.
Un giovane amico romano osservava argutamente che al loro meglio, dissonante e melodico, i PC “te fanno salì la rivolta”.
E anche gli strilli di Karen O (bentornata, cazzo!) te la fanno salí. Di brutto.
Un gigantesco pentolone dove gli ingredienti sono le solite robuste dosi Lou Reediane, l’usuale gusto melodico sghembo pavementiano e imprevedibili sapori cinematici, il tutto amalgamato dalle sapienti doti produttive di Luppi.
Il risultato è un disco breve, intenso, strambo e divertente.
Con un buon sapore.

DANIELE LUPPI & PARQUET COURTS – Soul & Cigarette

A SAVAGE – Indian Style

A Savage è uno dei due cantanti dei Parquet Courts e sta emergendo come figura di prima grandezza nell’odierna scena musicale. Ha una faccia da professore universitario e una grande passione per i Crass. Il suo primo disco solista è un affare per anime disincantate ma con un sorriso amaro che affiora alle labbra. Il nome che sovviene più spesso è quello di Bill “Smog” Callahan.
Indian Summer ha un incedere classico ed è calda e dolce come lo zabaione di tua madre dopo la partita di calcio al campetto.

KING KRULE – Dum Surfer

Quante volte usiamo a sproposito il termine genio? Nel caso del ventitrenne Archy Marshall di certo non è sprecato.
Tra Joe Strummer e Chet Baker the OOZ è un viaggio notturno diperato, rabbioso che ti accarezza, ti scuote e ti entra dentro. Ti costringe a pensare e ti fa male. Don’t suffer sembra sussurrare Archy lungo questo blues da terzomillennio ma non puoi fare a meno di farti male ancora ed ancora, così come ingolli l’ennesimo Moscow Mule.

SHAME – One Rizla

Considerato quanto si mangia male in Inghilterra viene da pensare che il tempo risparmiato senza cucinare sia da sempre investito in sala prove.
Gli Shame arriveranno a maggio dalle nostre parti ed è un nome su cui molti scommettono.
Più malinconici del classico gruppo britpop. Infinitamente più catchy del classico gruppo di loser shoegaze.
Una felice anomalia da cui attendersi belle cose.

KINDLING – Destroy Yrself

Perchè nel suo cervello c’è tutto il giorno il suono di una chitarra distorta soffocata da una melodia dolce e disperata.
Perchè nei suoi occhi ci sono solo giorni di poggia sottile e insistente su vasti prati verdi scintillanti.
Perchè Lush per lui non sarà mai un negozio di saponi.
Perchè lui sui biglietti di auguri non scrive mai TVB ma MBV.

Massimiliano Bucchieri