North Star Deserter

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Appunti su Kim Gordon – Girl in a band (2015) e Kristin Hersh – Don’t Suck, Don’t Die: Giving Up Vic Chesnutt (2015)

15 album di studio, quasi altrettanti EP, questa in sintesi la carriera di Kim Gordon all’interno della band che ha contribuito a creare nel 1981, i Sonic Youth.
Girl in a band è insieme storia personale –domina la sua relazione con l’ex-marito Thurston Moore- e raccolta di aneddoti su ciascun disco prodotto in carriera dal gruppo. Si comincia dalla fine (piccolo espediente letterario, a mio parere): l’ultimo concerto dei SY a San Paolo del Brasile nel 2011; nessuno sapeva che sarebbe stato tale, ma la frattura tra i 2 coniugi era divenuta insanabile, al punto da non permettere, secondo l’autrice, altre vie di uscita. Poi, a ritroso, gli anni giovanili della Gordon, la sua crescita con un fratello con problemi mentali, l’apprendistato nelle arti figurative, l’incontro con una serie di figure del mondo dell’arte e poi della musica, l’amicizia con uno sterminato numero di personalità della New York creativa dagli anni ’80, a seguire fino ai giorni nostri. Una lista di conoscenze da far impallidire l’appassionato medio di arte, musica e cinema degli ultimi 30 anni. Qualche esempio: Larry Gagosian, Kurt Cobain e signora (alla quale, pur avendo co-prodotto il disco d’esordio come Hole, non dedica esattamente parole tenere), J Mascis, Sofia Coppola, Chloe Sevigny, Gus van Sant, ecc. Indubbiamente KG è sempre stata nel posto giusto al momento giusto!
La scrittura è asciutta: frasi brevi, inglese standard, nessuna o quasi inflessione gergale. In un’intervista ha dichiarato di avere lottato un po’ con il word count!
Uno degli episodi più interessanti, ma allo stesso tempo vagamente irritanti, è quello della conoscenza con Cobain: tra i 2 scatta un’intesa immediata -e questa è la parte bella del discorso-; per ammissione dell’autrice, però il capitolo è stato richiesto dalla casa editrice del libro. Non se ne doveva parlare a tutti i costi, a parer mio; evidentemente l’articolo Kurt vende ancora bene sugli scaffali!

Per iniziare il discorso sul secondo libro, un piccolo aneddoto personale: nel 2008 al Bronson di Marina di Ravenna vado a vedere Chesnutt con gli Elf Power. Prima del concerto Vic inizia ad aggirarsi in platea; ne sono a tal punto intimorita che non riesco ad avvicinarmi, tanto meno a proferire verbo. Scatto solo una foto accennando con il capo alla mia richiesta; per fortuna non mi chino, pena un’occhiataccia, che forse ho ricevuto lo stesso, ma pazienza (scopro adesso che odiava chi si abbassava alla sua altezza per parlargli).
Il racconto di Hersh dall’inizio risulta meno lineare e con una scansione temporale meno pronunciata. All’autrice interessa di più tratteggiare con pennellate rapide la figura del suo amico Vic, farla emergere per quello che era veramente (non farne un altro santino, per intenderci). La frequentazione dei 2 artisti è durata circa 10 anni, durante i quali hanno condiviso palchi, camerini e bagni non sempre in ordine (è un eufemismo), negli USA e altrove. Protagonisti della narrazione, oltre a Vic e Kristin, i rispettivi compagni di vita: la moglie di Vic, Tina e il marito di Kristin, Billy. Entrambe le vicende sentimentali sono naufragate più o meno contemporaneamente, nella seconda metà degli anni ‘00. Chesnutt emerge come un irregolare, un poeta (spesso lo troviamo a giocare con parole assonanti), dai modi un po’ bruschi, che non vuole assolutamente passare inosservato. Un aneddoto mi è rimasto particolarmente impresso: post-concerto a Parigi, Vic rinviene in camerino del metadone (lasciato chissà da quale altro musicista in transito), decide di assumerlo poco prima del rientro in aereo per gli USA; morale: alla partenza in aeroporto è sballato, il capo ciondolante, con moglie e amici che si preoccupano e lui noncurante.
Kristin racconta anche di sé naturalmente: la sua è una figura decisamente più schiva, ma similmente poco adatta alla pragmaticità che la vita del musicista richiede (almeno, questo è il messaggio che emerge con forza). Qui le espressioni gergali sono ben presenti -cosa che non mi capitava di trovare da tempo nella carta stampata- e rafforzano l’idea di immediatezza del racconto.
Possiamo sintetizzare in questa maniera: se Gordon ha dipinto un quadro concettuale -di quelli che ha effettivamente ripreso a produrre dalla fine del suo gruppo (oggi è rappresentata in questa veste da una galleria newyorkese)-, Hersh ha fatto più un ritratto ad acquerello, maggiormente impressionistico, ma ugualmente personale ed umano.
Il volume di Gordon è stato tradotto in italiano; per quello di Hersh, le probabilità sembrano abbastanza ridotte.

Paola Bianco

Restart (Fiver #02.2015)

Kristin Hersh e Michael Stipe

Kristin Hersh e Michael Stipe

Un altro anno. Consciamente o inconsciamente me lo ritrovo sbattuto in faccia.
Ieri sera ero in macchina. Stavo andando ad espletare una di quelle funzioni che toccano ai padri, ovvero ritirare la torta di compleanno di mia figlia. Avendo la casa invasa da giovani fruitrici di musica che esultavano a ogni pezzo di Fedez o “della canzone di Frozen” rimandata dai loro telefonini non posso dire che questa incombenza mi fosse particolarmente sgradita. Alla mia richiesta su come scegliessero i loro ascolti la risposta mi aveva fatto sentire decrepito..“noi le canzoni che ci piacciono le troviamo su You Tube, basta che ne mettiamo una e le altre ce le consiglia You Tube!” esclamavano festanti. (Giustamente festanti come delle tredicenni possono e devono essere).
La radio sottolineava il breve tragitto con delle note familiari.
Ci ho messo poco a riconoscere “Your Ghost”, una vecchia canzone dall’album solista di Kristin Hersh con l’accompagnamento vocale di Michael Stipe.
Quel Michael Stipe riemerso negli ultimi giorni dopo diverso tempo per delle fugaci ed impreviste esibizioni dal vivo: giacca, cravatta e un viso così invecchiato…
IMG_3120 (2)Mi succede ogni volta. Quando incrocio il viso appassito di qualche artista o, peggio, calciatore della mia adolescenza sulle tv IMG_3121locali, mi assale lo sconforto per come deve sembrare il MIO di viso che ho seguito da semplice spettatore le parabole artistiche o sportive di questi personaggi e che ricordo lungocriniti (Michael Stipe) o a scavallare sulla fascia.
La canzone in questione però non è una canzone qualsiasi per il sottoscritto in quanto appariva in questa che è stata la mia prima recensione in assoluto per della stampa “importante”.
Febbraio 1994. 21 anni fa.
Ho evitato di guardare la mia immagine riflessa nell’ immenso specchio posto nella gelateria per paura di vedermi con una lunga barba bianca e il viso tempestato da rughe.
Sono corso a casa e ho tirato fuori questa foto che mi fa sempre sentire meglio.
Buon compleanno ragazza tredicenne concepita poche ore prima di un concerto dei Giardini di Mirò al Covo. Uno dei luoghi dove, ancora adesso, attorniato dalla mia mia musica e dai miei amici, gli specchi mi restituiscono un’immagine ancora accettabile.

The Districts – 4th and Roebling

Band of outsiders da Lititz, Pennsylvania.
Un album in uscita a febbraio, un attitudine Diy e una gran voglia di spaccare il mondo con le armi che gli Strokes non sanno più usare.
Ascolto questo pezzo in tangenziale, stringo i pugni e ho voglia di abbracciare il camionista che mi taglia la strada per la terza volta urlando a squarciagola “I ain’t the same anymore, I ain’t the same from before”!

Bully – Brainfreeze

Un nome improbabile come Alicia Bognanno e un lavoro da “intern” nello studio di registrazione per il più scostante dei datori di lavoro: Steve Albini. I fogli tornano nel calendario e segnano un anno a piacere tra 1992 e 1994. Belly, Breeders, Juliana Hatfield. In quegli anni sembrava che la nazione del pop ce la saremmo annessa come in un assurda partita di Risiko. Non è andata poi così ma una melodia come questa riporta a quel periodo nel quale Evan Dando era sulle copertine dei giornali per teenagers e Kurt was God.

Benjamin Booker – Violent Shiver

Venticinque anni da New Orleans. Una faccia da star annunciata. Cita classici del blues e Gun Club tra le sue influenze. Arriva a pochi millimetri da una classicità troppo pronunciata per i miei gusti e so già che il prossimo album non mi piacerà ma finché i risultati sono questi è un bel viaggiare.

H Hawkline – Ghouls

Best kept secret secondo schiere di fan. Un album in uscita prodotto da Cate Le Bon e, pare, un carattere da inaffidabile cronico. Sembrano tutte carte in regola per sentirne parlare parecchio compresa questa stramba slackness che pervade Ghouls. Vedremo.

Trust Fund – Cut Me Out

Già giustamente incensati in un precedente fiver per lo split con i Joanna Gruesome. L’album in uscita si chiama “No One’s Coming For Us”. Amici dei Los Campesinos e Cut Me Out non atterra molto lontano da lì. Impossibile volergli male. Uno stupido video pieno di cani e facce buffe con tanto di credits finali (anche dei cani..). Sarebbe stato bello partecipare a Bristol al party di lancio improbabilmente battezzato “Ravioli Me Away”..ma rimedierò ascoltando l’album con dei ravioli nostrani nel piatto. Da quel punto di vista non credo di perdermi poi tanto.

Massimiliano Bucchieri