We Don’t Play Guitars (Fiver #35.2017)

Rough Trade East Store, ottobre 2017

Ho perso il conto di quante volte nel corso degli anni ho assistito al funerale delle chitarre. Solo avessi collezionato tutte le dichiarazioni che ho letto e registrato i dibattiti che ho ascoltato in questo ultimo quarto di secolo ne verrebbe fuori un interessante spaccato delle dinamiche che muovono e governano l’umore di chi ascolta musica. Che poi all’ascoltatore medio in effetti di queste faccende non interessa nulla, anzi spesso lui manco se ne accorge se una canzone è suonata con una chitarra, un basso e una batteria piuttosto che eseguita con il ricorso a un qualunque aggeggio elettronico.

Siamo noi –  quelli che dalla musica si fanno coinvolgere più che da qualunque altra cosa – che ci poniamo il problema, dividendoci in tribù e sostenendo tesi che in realtà non avrebbero bisogno di alcun paladino, né lo richiedono. Del resto dalle nostre parti siamo stati abituati a considerare il campanilismo come faccenda buona e giusta, irrimediabilmente radicata nella nostra natura di abitanti del Paese dei mille rioni, piuttosto che una pericolosa fondamenta su cui si costruiscono faziosità di opinione e iniquità di giudizio.
Personalmente non ho alcuna difficoltà ad ammettere di essere assolutamente di parte: mi piacciono da sempre le canzoni costruite con chitarra, basso, batteria e con una voce che possibilmente ci canti qualcosa sopra. Uno dei miei molti limiti di cui mi rendo perfettamente conto, anche se in qualche occasione ho provato a mescolare il mazzo di carte che mi è stato dato in mano tanti anni fa.
Ricordo ad esempio un tentativo di auto coinvolgimento nell’hip hop nel periodo in cui uscivano i dischi di De La Soul, A Tribe Called Quest e Dream Warriors e una infatuazione per la musica da club britannica che durante un breve soggiorno londinese di inizio 90’s mi convinse a trascurare un locale dove si sarebbe tenuto un doppio live di Lemonheads e Gumball per fiondarmi in una discoteca di quelle al momento imprescindibili a ballare gli ultimi hit electro di 808 State e Shamen come un twentyfour hour party people qualunque.
Del resto quelli erano gli anni di Paul Oakenfold, Terry Farley e Andrew Weatherall e proprio non si poteva restarne fuori.

Pur essendo fazioso, come ho appena dichiarato, odio con tutto me stesso il campanilismo (contraddizione in termini? Può darsi) e non mi sognerei mai di sostenere la superiorità di genere dei miei ascolti rispetto a quelli di chiunque altro. Eppure certi dischi che vanno per la maggiore oggi io proprio non li capisco. O meglio mi sfugge il processo che dovrebbe consentire a quei dischi di attirare l’entusiasmo di coloro i quali sono forniti – almeno in apparenza – di un bagaglio “culturale” che in un modo o nell’altro possa definirsi “alternativo” (lo so, sono una persona d’altri tempi e in quanto tale faccio fatica ad abbandonare aggettivi d’altri tempi, per questo li virgoletto).
Mettiamola così: non ho evidentemente i mezzi per avviare le sinapsi e stabilire i collegamenti causa effetto. Non è solo una questione di chitarre, anzi a ben vedere le chitarre c’entrano poco o nulla. E’ solo che è tutto troppo pop, ma proprio troppo. E non è che a me il pop faccia schifo, anzi.
I Cure di Close to Me e Friday I’m in Love lo sono senz’altro così come gli MGMT di Time to Pretend e Kids  per dire, e dio solo sa quante volte ho ascoltato  quelle canzoni, come tante altre cose del genere.

Comunque, pur faticando a comprendere certe infatuazioni,  ribadisco che non ho proprio nulla da  eccepire a chi ha gusti diversi dai miei. Solo mi piacerebbe che l’addetto ai lavori medio (vale a dire qualunque mio conoscente che scrive di musica pubblicando un post al giorno su un social) prima di esprimersi pubblicamente riuscisse a scindere il proprio gusto personale, l’altrettanto personale attitudine a farsi coinvolgere nelle mode del momento e il giudizio tranchant e definitivo riguardo quali siano le musiche “vive” e quali quelle “morte” al giorno d’oggi.
Capisco che sia difficile e in ogni caso del tutto utopico pensarlo, anche se non posso fare a meno di sperarlo.
Ma in fondo tutto questo affannarsi dietro al nulla fa sorridere e teorizzarci sopra mi pare eccessivo quindi spengo il computer e vado ad ascoltarmi un disco privo di chitarre che mi sta piacendo un bel po’, tanto alla fine le canzoni è sempre meglio ascoltarle che non parlarci sopra.

Anche perché poi quello che volevi dire tu puoi star sicuro che qualcuno lo ha già detto prima di te, esprimendo tra l’altro il pensiero in modo più chiaro e senz’altro autoritario. In questo caso lo ha fatto qualche tempo fa James Murphy, uno che oltre ad aver mischiato bene le carte pur non inventando nulla di nuovo è anche riuscito a fare entrare in una sola e leggendaria canzone praticamente tutti i concetti che ciclicamente mi trovo a ripetere su queste pagine:

I hear you’re buying a synthesizer and an arpeggiator and are throwing your computer out the window because you want to make something real
I hear that you and your band have sold your guitars and bought turntables, I hear that you and your band have sold your turntables and bought guitars

I hear everybody that you know is more relevant than everybody that I know
You don’t know what you really want.

Arturo Compagnoni

I did my best (Fiver # 17.2017)


Tra pochi giorni si terrà la terza edizione del No Glucose Festival.
Un evento che parte dal basso, possibile solo per l’entusiasmo di un pugno di ragazzi accomunati da entusiasmo e cose da dire. Da dire forte, da dire ora.
Suoneranno tanti gruppi, i formidabili danesi Yung, per fare un nome, ma anche molti altri. Tutti imperdibili. Una piccola/grande cosa che racchiude al suo interno un mondo. L’unico possibile oggi. Una bussola per il sottoscritto che con i festival ha avuto trascorsi connotati dai tipici stati d’animo di una lunga storia: amore, entusiasmo, indifferenza, incomprensione.
In un periodo della mia vita, ora abbastanza lontano, ho amato molto andare ai Festival. Ricordo in modo abbastanza preciso un momento. Il primo giorno del Reading Festival 1991. Ero in attesa di assistere a concerti di Nirvana, Teenage Fanclub, Sonic Youth, Dinosaur Jr, Fall. Erba verde scintillante, cielo grigio plumbeo e odore di pesce fritto d’ordinanza. L’eccitazione e la felicità erano difficilmente contenibili.
La percezione di essere nel centro del mondo. Il tuo mondo, ok. Ma la sensazione comunque inebriante di essere nel posto a cui ti sentivi di appartenere. Come a smorzare questo entusiasmo un ragazzo additò la mia maglietta di Shift-Work e mi chiese, corrugando la fronte dopo aver intuito la mia condizione di forestiero: “How can you possibly understand The Fall?” La mia risposta fu un disarmante e disarmato “I do my best, mate”.
Con il passare degli anni andare ai grandi festival è diventato sempre meno entusiasmante e più faticoso e ho cominciato a scegliere situazioni più comode e consone, monitorando la situazione da lontano, ma capendone sempre di meno i mutamenti come mi succede con molti altri aspetti della vita in generale.
Il Coachella Festival, per esempio, è diventato con gli anni un evento con il quale, giusto o sbagliato, bisogna fare i conti. Quest’ anno se ne è parlato molto, troppo. Polemiche che hanno coinvolto Kate Bush, Radiohead, Ezra Furman, Downtown Boys. Questi ultimi, senza mezzi termini, hanno accusato Philip Anschutz, l’organizzatore del festival, di essere un sessista che ha effettuato grosse donazioni a favore di organizzazioni che combattono le associazioni lesbo/omossessuali negli States.
Ovviamente il recinto dei social ha ridotto tutto al solito, stomachevole minimo comun denominatore…“Si vabbè comunque ci hanno suonato a quegli eventi”… “però i soldi li hanno presi” …
Premesso che i Downtown Boys hanno dichiarato di voler donare gran parte del loro ingaggio alle stesse associazioni osteggiate da Anschutz, è dai tempi del passaggio alla Cbs dei Clash che si dibatte se sia più efficace combattere il mercato dall’interno o dall’esterno. Anche se il mercato come lo conoscevamo non esiste più.
Domande senza risposta ovviamente ma, soprattutto, se vuoi combattere (chi, noi?.. risata fragorosa) dall’interno, o dall’esterno, il nemico devi prima cercare di conoscerlo. Così ho provato, grazie allo streaming dei tre palchi e seguendo i commenti in tempo reale, di organizzarmi e vivere una mia personalissima e scalcinata Coachella Experience.
La prima sensazione netta è che il pubblico sembra formato quasi interamente da comparse fuoriuscite dal set di Zoolander.
You tube è letteralmente intasato di video di ragazzi che si preparano per andare al Coachella. Giovani, carini e.. molto attenti al numero dei followers. La seconda è che un terzo dei gruppi in cartellone non li ho mai sentiti nominare. I gruppi che più conosco ed apprezzo (gente come Preoccupations, Pond, Mitski, Car Seat Headrest) sono confinati tutti in orari antimeridiani sotto tende, immagino afose, davanti a poche decine (letteralmente) di spettatori.
In qualche momento dobbiamo aver combattuto una guerra ed evidentemente l’abbiamo persa rovinosamente…
Con il calare della sera arrivano i nomi grossi. Lasciando perdere la grande componente dance/elettronica ormai digerita e le star pop, come in un test psichiatrico vengo messo di fronte alle mie paure più profonde. Kendrick Lamarr prende la scena. Da solo. Davanti ad una platea oceanica. Declamando versi su basi che mandano in visibilio i presenti. Ed il giorno dopo molti critici.
Il mio caso, psichiatricamente parlando, credo si possa etichettare semplicisticamente come il “paradosso Ikea”. Dove il mobile Ikea sono gli artisti Urban/Hip Hop o come diavolo vogliamo chiamarli, e io sono lì intento a montarli. A decifrarli.
Le istruzioni le avrei anche. Ma sono in svedese.
Mi trovo di fronte a qualcosa di incomprensibile. Osservo da un angolo folle di appassionati andare in visibilio. Evidentemente munite di istruzioni nella loro lingua.
La sensazione che mi resta è quella che il mio mondo non esiste più. Rimpiazzato da attori, linguaggi e spettatori completamente diversi.
How can you possibly understand it?
Non mi sento più al centro. Non mi sento neanche in periferia. Mi sento come dietro ad un vetro e dentro tutti gli altri si divertono dandosi grandi pacche sulle spalle. E, onestamente, non credo neanche di avere tutta questa voglia di entrare.
Sprofondo nella poltrona, stacco lo streaming e ricontrollo le date del No Glucose.

Yung – Nostalgia

Lcd Soundsystem – Call The Police

Pochi giorni fa c’è stato un terribile incidente davanti casa mia. Le autorità hanno coperto i poveri resti della vittima. Sono stati fermati i mezzi pubblici. La gente si è riversata per strada. Un ragazzo poco distante da me si è fatto un selfie. Con la scena dell’incidente. Siamo talmente abituati a non vivere più la nostra realtà ma a farcela raccontare da uno schermo che quando un evento reale ci accade “addosso” non sappiamo più come affrontarlo. Chi ti ha ridotto cosi miserabileimbecillechetiscattiunselfiedavantiauncadavere? Chi ci ha ridotto cosi? L’unica soluzione possibile è chiudersi la porta di casa dietro le spalle e buttarsi in mezzo ad un gruppo di amici per guardarsi in faccia. Riprendere contatto con la realtà. James Murphy non è un mio amico ma quando ci regala questi pezzi epici che ti fanno illudere di essere destinato a vivere grandi momenti, con una chitarra rubata a Heroes e il solito testo da chiamata alle armi generazionale è come se lo fosse.

Palm – Walkie Talkie

Arturo una volta sentenziò una cosa che mi fece molto ridere. “La musica che ascoltiamo noi è impossibile da canticchiare mentre ti fai la barba. A meno che non ti voglia ridurre la faccia ad una maschera di sangue.” Mi è tornata in mente mentre ascoltavo gli incastri impossibili di Walkie Talkie. Palm, freaky art rockers da Philadelphia. Strutture escheriane che rimbalzano impazzite contro pareti melodiche. Non vuol dire un cazzo? Poco importa. Questo è un pezzo pazzesco, da farci girare con la faccia insanguinata per un bel po’.

Ulrika Spacek – Full Of Men

È lecito aspettarsi belle cose da Modern English Decoration, l’imminente  nuovo album della band inglese intitolata ad Ulrika Meinhof e Sissy Spacek. Non so se è un’impressione strettamente personale ma l’atmosfera di malinconia sospesa di Full Of Men con tanto di magnetica coda melodica mi rimanda ogni volta istintivamente a quelle di Isolation Culture, eccellente album dei “nostri” His Clancyness. Un grosso complimento, cari US.

The Vacant Lots – Pleasure & Pain

Alla fine è sempre la solita fottuta canzone. Dalle dissonanze dei Jesus And Mary Chain ai vortici degli Spiritualized, alla chitarra strappata dei Wedding Present. Jared Artaud è un intrattabile bastardo con tutte le amicizie giuste, Anton Newcombe, Alan Vega… Endless Night è il nuovo album e contiene l’ultima collaborazione di Vega oltre ad altri ipnotismi irresistibili. Drowned in sound gli ha dato 1. Ottimo. Sì, è sempre la solita fottuta canzone. È che proprio non possiamo farne a meno.

Massimiliano Bucchieri

PS16 day 1 – sospesi (Fiver # 24.2016)

nemmeno troppo caldo, ma il sorriso di Elena, chi l’avrebbe mai dimenticato? Era il sorriso timido, quasi commosso di una ragazzina al primo concerto davanti a quindici amici. Invece lo vedeva proiettato sui megaschermi del Palco Heineken, il main stage del Primavera Sound dove i Daughter facevano cantare migliaia di persone.
Se fossi un uomo, pensava, mi innamorerei di quel sorriso e di quegli occhi fino a farne una malattia.
Giulia era arrivata a Barcellona appena in tempo per appoggiare la borsa sul pavimento in parquet della grande casa che aveva prenotato mesi prima con tutta la compagnia.
In fretta, che è il primo giorno ed è già pomeriggio: ci sarà un fiume umano che corre verso i braccialetti all’ingresso del Forum.
Le ragazze non ne volevano sapere di darsi una mossa: Maria, stravaccata sul divano, messaggiava col gruppo PS16 e il suo smartphone, già quasi scarico, si riempiva di notifiche rompipalle:
«Dai Mary, cheppalle!»
«Sei la solita scopa in culo Giuly…»
e le altre erano disperse per i tre appartamenti nello stesso palazzo che avevano preso tutte assieme.
Urla da quindicenni su e giù per le scale: roba da matti pensare di farsi il Primavera in venti, ma sembrava che tutta Milano si stesse trasferendo a Barcellona quel weekend. I numeri nella chat erano lievitati in pochi giorni e, così, eccole tutte assieme dentro e fuori per quelle stanze.

Da brava indiesnob aveva detto, come tutti, che sarebbe stata una gran palla vedere anche lì, al Forum, lontano da casa, le stesse facce di tutte le sere al Magnolia o agli aperitivi in Santeria. Ma tra decine di migliaia forse si può nemmeno incrociarsi.
Poi c’era Marco. Lui si era preso una casa con due amici, tre stanze comode. Giulia non aveva pensato che Marco stava spendendo una fortuna a due settimane dall’inizio del festival per avere una camera tutta sua. Tutta loro, in realtà.
Marco era sempre così dolce. Si erano conosciuti qualche mese prima e a lei lui piaceva. Tanto. Lui per lei aveva perso la testa.
Prendeva crema solare e cappello di paglia dal borsone che lasciava sul pavimento di una casa in cui, già lo sapeva, non avrebbe mai dormito.

Giulio era da un pezzo al forum, in piedi sotto al sole per vedere Car Seat Headrest, palco Pitchfork, ovviamente. La testa ancora un po’ scivolosa per le birre all’Apolo coi Suuns che avevano sfondato i timpani e lui che aveva ballato con quella ragazza bellissima e mai vista prima. Tutta colpa dei due scozzesi incontrati mentre saltava coi Goat e che erano diventati amici di sempre mentre suonavano i Suede.
Serata di preview: due concerti al Forum, un giro per capire palchi e distanze, poi un’ora di bus coi fratelli di Glasgow per arrivare al club.
Era lì, col suo braccio coloratissimo, pieno di fenici che disegnavano una voglia di rinascere che poi lei aveva voluto raccontargli la mattina dopo, sotto le stesse lenzuola, baciandosi come se fossero amanti da sempre.

Il sole era altissimo e faceva caldo, ma l’aria del mare rendeva vivibile anche il palco già forse troppo piccolo per quella chitarra. Parterre di giovanissimi, ragazzine con abiti leggeri e scarpe allacciate da uomo, triangoli tatuati ovunque e clubmaster vintage di ogni colore.
Will Toledo, classe 1992, teneva lo stage come se ci fosse nato: la sua timidezza che diventava esplosione lo-fi mentre in centinaia cantavano a squarciagola le sue canzoni.
Scaletta tirata: un pezzo dietro l’altro dritto a far saltare i mille del Pitchfork col sole che scaldava birre in plastica e ragazzini che sorridevano e ballavano tenendosi per mano.
Questo Primavera non poteva partire meglio.

Che palle sto momento fattanza: gli Air, grande atmosfera ma non si possono guardare, Nicolas più incartapecorito del solito e Jean più prof di matematica del solito. Più tardi torno qui per Tame Impala e mi sentirò Explosions In The Sky che suonano sul palco opposto. Mi dispiace per John Carpenter che suonerà al Primavera ma sono due anni che aspetto di vedere Kevin Parker e soci.
Scappo a vedermi Floating Points al Ray-Ban e l’atmosfera è da party: occhiali da sole in faccia anche se è già buio e bottigliette d’acqua in mano. Sorrisi occhi negli occhi su un altro pianeta mentre mani sconosciute sfiorano corpi che diventeranno complici.

Mancherà almeno mezzora alla fine del live ma devo scappare per tornare all’H&M. C’è un sacco di gente, più di quanta ne abbia mai vista qui e poi Giulia mi ha scritto che mi raggiunge sotto al palco e non voglio rischiare di non trovarla. Sono passati solo due giorni da quando se n’è uscita l’ultima volta dal mio letto, ma ho una voglia di vederla che non ci sto più.
Telefono che vibra: ultimo bar di dx verso il palco. Voglio abbracciarla. Mi muovo.

Primo Primavera. Prima volta a Barcellona. Un sacco di prime sto giro.
Ma guarda, c’è anche Giulia la milanese, ha appena messo su Instagram una foto di Elena dei Daughter. Pensa te, eravamo sotto lo stesso palco. Non mi ricordo dove ci siamo conosciuti, forse al Magnolia, o era venuta lei l’estate scorsa al Beaches Brew o da me al Covo, chissà…
Così sexy lei, ma mi sa che si vede con un tipo, troppe foto con lui su fb. Però un ciao glielo mando lo stesso, che magari fra un concerto e l’altro ci beviamo una birra.

Tame Impala li vedo da lontano, che se non sei strafatto di md dopo la prima mezzora sono una discreta palla. E poi fra poco devo scappare sotto l’Heineken per il concerto della serata.
Telefono che vibra in tasca. Messanger: Ciao, anche tu qui? Ci beviamo una birra assieme domani? Ti scrivo
Benissimo. Domani vediamo. Intanto è ora di andare a prendere una birra con Fenice, che ho deciso che si chiama così per i suoi tatuaggi e perché non so pronunciare il suo nome islandese. Lei storpia il mio in un quasi “Giuilioo” che mi fa morire.
É bellissima. Bianca come un’alba al mare. E sorride come non ho mai visto sorridere.

Attraversare la bolgia era la scusa perfetta per prendere Giulia per mano e non mollarla più. Mi fa andare giù di testa. Un momento c’è e poi sembra sfuggire da tutte le parti e quel cazzo di telefono sempre in mano che chissà a chi scrive. Mi guarda, sorride. La guardo, voglio baciarla.

Marco è proprio bello e dolce e si vede che è preso ma, cavoli, sarà venti minuti che non mi molla la mano manco fossimo alle medie, cheppalle! E poi io voglio godermi gli LCD Soundsystem che sono venuta a Barcellona praticamente per loro.
Un Messaggio: Giulio. Che tipo. Proprio quello da cui è bene stare lontani. Però mi fa morir dal ridere e poi… E poi Marco con la faccia da cucciolo abbandonato che vuole un bel bacio rassicurante, ma alla fine l’importante è essere qui con quella mirroball gigantesca che scende sulla testa di James Murphy e in migliaia esplodono solo di gioia e gioia e gioia. Chissà se riusciremo a vedere anche Thee Oh Sees e Battles dopo, che Marco so che ci tiene ma a me sta scoppiando il cuore adesso e di quello che succederà dopo non me ne importa nulla

Attacca quel piano sincopato e il boato di non so quante migliaia di persone tutte intorno mi fa venire un brivido che mi scuote: pelle d’oca da un’ora e mezza e non ci credo che stiano veramente chiudendo così e non ho mai visto così tanta gente sorridere per così tanto tempo mentre Fenice mi abbraccia e saltiamo assieme cantando e riempiendoci di baci che quello che conta è questo momento perfetto. Né un minuto fa, né fra un minuto. Con James che si dà come fosse l’ultimo concerto della vita e tutti qui, come me, si riempiono di quella magia che esce dalle casse mentre il palco illumina la notte di Barcellona e That’s how it staaaaaaarts è un unico urlo a squarciagola e cantiamo tutti con tutto il fiato e sembra nulla possa rompere questa bolla di gioia e mancano i polmoni ma saltiamo, saltiamo ed io e Fenice ci guardiamo negli occhi e ci urliamo in faccia Where are your friends tonight? e sappiamo che la risposta è solamente “qui”. E va tutto bene così, mentre lei mi sorride e mi dice che

Fabio Rodda

I was there, and I’ve never been wrong (Fiver #02.2016)

James Murphy (LCD Soundsystem)

James Murphy (LCD Soundsystem)

In principio Sniffin’ Glucose era il blog di Arturo. Lo ospitava blogspot. Ad un certo punto è diventato un sito ma è rimasto un blog nella sostanza. E’ diventato il blog di Arturo, Massimiliano e Cesare.
Non ci abbiamo ragionato sopra chissà quanto sinceramente, ma ci sembrava una buona idea poter scrivere di musica (soprattutto) e farlo in uno spazio creato e gestito in completa autonomia. La musica alla fine è diventata un pretesto per scrivere un po’ di noi. Si sono aggiunti tanti contributi in questi due anni e mezzo di vita. Abbiamo incontrato gente che non avremmo mai pensato di poter ospitare, alcuni sono diventati amici, altri li abbiamo persi per strada. Alcune cose che abbiamo scritto sono circolate, altre le hanno lette in pochi ma non è questo il punto.
Il punto è che uscirà un nuovo disco di LCD Soundsystem quest’anno. Ormai è vicenda nota: suoneranno a Coachella (a proposito di I was there) e nel corso dei prossimi mesi pubblicheranno delle nuove canzoni (una, natalizia, è già uscita). La cosa che ci ha legato fin dall’inizio a me, Arturo e Massimiliano, non è stato solo l’amore per la musica, per una band o una determinata scena ma un’attitudine nel rapportare le nostre vite alle vicende musicali. Su questo c’è stata sempre sintonia. Neanche fosse una sorta di filosofia da seguire, di cui nessuno conosceva davvero i precetti ma che alla fine ci ha sempre fatti ritrovare, nonostante qualche momento complicato che ad ognuno la vita ha portato inevitabilmente in sorte.
Il mio momento complicato è stato l’inizio degli anni 2000. Diciamo 2002. Avevo 35 anni allora, James Murphy 32. Gli ultimi 15 li avevo passati in redazione a Rumore oppure in radio. E’ stato il momento in cui ho detto basta. Ho continuato ad ascoltare musica ma sentivo il bisogno di farlo solo per me stesso. Senza che gli impegni lavorativi condizionassero l’andamento dei miei ascolti. Losing My Edge, il primo singolo degli LCD Soundsystem, usciva nel 2002 e sembrava scritto apposta per me. Era la mia canzone, in quel momento e lo è a maggior ragione ancora adesso. Terminava ripetendo 15 volte la frase: You don’t know what you really want. Allo stesso tempo, con un carico d’ironia da 90 (I was there in 1974 at the first Suicide practices in a loft in New York City), sottolineava quanto fosse importante esserci stati, al posto giusto, nel momento giusto. E noi ci siamo stati: al concerto degli Smiths del 1985 a Roma, in Piazza Maggiore quando suonarono i Clash, a vedere Pavement, Nirvana e Gang Starr nel ’91, i Jesus and Mary Chain nel 1986. C’eravamo quando dovevamo esserci e abbiamo continuato a farlo. Poi, allo stesso tempo, abbiamo anche perso qualcosa per strada, come è inevitabile. Ma quella canzone ci ha insegnato che non sarebbe diventato un problema, in fondo. Tornano gli LCD Soundsystem e sapranno farlo nel modo migliore, ne sono certo. James Murphy è nato vecchio, lo ha scritto lui stesso nella lettera che ha accompagnato questo ritorno. Di conseguenza sarà meno faticoso che per altri. Saprà tornare alla stessa maniera delle Sleater Kinney, insomma. Con la consapevolezza che alla fin fine anche i kids coming up from behind non sono nient’altro che bravi ragazzi. Come lui e come noi, del resto.
Cesare Lorenzi

La volta che mi chiesero a bruciapelo di fare un nome e uno solo per fotografare i miei anni zero, feci quello degli LCD Soundsystem. Non voglio fare analisi ne’ stilare graduatorie, magari di gruppi più importanti ne ho anche incontrati in questo millennio, in ogni caso rileggendo ora le cose che all’epoca scrissi al riguardo, mi accorgo che non sposterei una virgola. Rendermi conto che il mio entusiasmo è immutato oggi rispetto ad allora mi basta.
Bentornati.

LCD Soundsystem – Sound of Silver (EMI)
In una sola canzone, la prima del nuovo disco dei suoi LCD Soundsystem, James Murphy riesce a citare se stesso (il battito d’apertura è lo stesso che accompagnava Losing My Edge), i Kraftwerk (Trans Europe Express e The Robots in un sol colpo) ed infine la disco di fine anni settanta, sintetica e glamour come non mai. Sette minuti e undici secondi e la partita è già finita.
A volte capita di leggere un libro e ad ogni pagina ci si stupisce di come l’autore sia riuscito ad esprimere i medesimi concetti che da sempre giacevano assopiti nel nostro subconscio ma che mai da soli avevamo avuto la voglia o la capacità di estrarre. Ecco, James Murphy riesce a trasmettere quella stessa sensazione attraverso la musica. Partendo da riferimenti culturali cari a molti, quelli esplicitati qualche tempo fa in quel vero e proprio manifesto d’intenti che fu il singolo di debutto, il suo soundsystem newyorkese taglia e cuce finendo per rivestire a nuovo l’intero corpo della moderna pop music. Dentro ci sta tutto: Heaven 17 (Someone Great e la title track), Talking Heads un po’ ovunque, tra tormentoni per ammazzare il dance floor e canzoni che stanno incastrate tra il secondo e il terzo disco dei New Order, come quella All My Friends che cresce piano sino a tramutarsi in una versione di Born Slippy adatta pure al difficile gusto di un Mark E. Smith qualunque. Infine il nostro chiude indossando le vesti del crooner con un omaggio incarta cuore alla città di New York: pianoforte, ritmo a spazzola e voce. Il momento di sedersi, riprendere il fiato e rendersi conto del capolavoro che abbiamo appena terminato di ascoltare.
recensione per Rumore scritta il 04/02/2007

In the Beginning, There Was Rhythm – Rolling Stone Milano 22 marzo 2007
Il concerto degli LCD Soundsystem di ieri sera a Milano è stato strepitoso per i seguenti motivi:
1) perché sul palco non c’era nemmeno un computer, e se c’era io non l’ho visto, però c’erano una batteria (in certi momenti anche tre batterie), un basso, una chitarra e delle tastiere;
2) per la maglietta di James Murphy, una t-shirt stazzonata e con un buco in mezzo con su scritto “Tusco Sky Valley, New Mexico”, una roba che io non metterei nemmeno in casa il giorno in cui mi deciderò a fare le pulizie di Pasqua;
3) per il fisico di James Murphy: un bel rotolone attorno alla pancia, capello sanamente spettinato e un centimetro di barba;
4) per l’aspetto del batterista, Patrick Mahoney, uno che sembra prelevato di peso dal bordo della piscina di un motel a mezza stella della sperduta provincia americana;
5) perché nonostante i tre punti di cui sopra gli LCD Soundsystem sono incredibilmente fighi e James Murphy è un idolo delle ragazzine (ergo un giorno potrei diventarlo pure io);
6) perché il chitarrista che si sono scelti per questo tour, Al Doyle, non saprà come dire ai suoi amici Hot Chip che assieme a James Murphy si diverte molto di più;
7) per la versione live di Daft Punk Is Playing at My House, che per il contesto in cui è stata suonata e per come è stata suonata è stata la roba più punk che mi sia capitato di vedere negli ultimi cinque anni;
8) perché i 16 minuti di Yeah – cronometrati dal mio socio Alberto con cui ho condiviso una estenuante, faticosissima e divertente transenna in prima fila proprio di fronte a Murphy – sono stati l’unica vera esperienza di trance psichedelica provata in questi ultimi anni (per la cronaca in mezzo la canzone si è trasformata in una cover di Carl Craig che naturalmente io non avrei mai riconosciuto non fosse stato per Alberto);
9) per la cover di No Love Lost dei Joy Division che ad un certo punto hanno suonato;
10) per quella caramella che James Murphy ha scartato, si è infilato in bocca e ha cominciato a masticare mentre cantava New York, I Love You but You’re Bringing Me Down;
11) infine perché gli LCD Soundsystem hanno dimostrato in maniera ASSOLUTA e DEFINITIVA che anche un gruppo che suona musica da ballo è in grado di sfornare dischi capolavoro e spaccare il culo dal vivo. Punto.
scritto per Sniffin’ Glucose 1.0 il 23/03/2007

LCD Soundsystem + !!! – Piazza Castello, Ferrara 24 giugno 2010
Nessuno dovrebbe essere costretto a salire su un palco poche ore dopo che la nazionale del Paese in cui si trova a suonare è stata estromessa al primo turno dei mondiali di calcio, né cominciare il proprio set mentre la luce del sole illumina ancora a giorno una piazza semi deserta. Ma uno scenario del genere non offusca i pensieri del triplo punto esclamativo. Nic Offer si immola al pubblico e scatena il putiferio con mosse da disco dancer di altri tempi, la chitarra costruisce il suono e il basso ricama, costantemente sintonizzato sulla linea utilizzata dagli Stone Roses per Fool’s Gold. Poi cala la notte, l’enorme mirror ball piazzata in alto comincia a ruotare e James Murphy sale sul palco addobbato più o meno come capita a noi mortali prima di infilarci a letto: t-shirt bianca stropicciata su braghe scure e informi, come un ex studente di college cresciuto a football, birra e hamburger. L’inizio è lento e penalizzato da un suono impastato da volumi troppo bassi, poi tutto prende inesorabilmente quota sull’abbrivio di canzoni che nell’arco di tre soli album sono state capaci di riassumere il trentennio precedente erigendo un monumento al passato costruito con attrezzi e materia prima pescati dal futuro. Neu! e Suicide, Human League e Daft Punk sparati dritti in faccia ad una piazza ondeggiante, con il proscenio che sbanda come fosse ad un concerto dei Black Flag. Se Murphy deciderà di non regalare un domani alla sua creatura a questo punto non importa, anzi probabilmente sarà meglio così, impossibile fare di più. E’ stato tutto perfetto e, utilizzando il refrain dell’unico vero inno mai scritto per la generazione dei pochi forty something ancora in pista, alla fine potremo affermare convinti: noi c’eravamo.
reportage live per Rumore scritto il 25/6/2010

That’s how it starts
We go back to your house
We check the charts
And start to figure it out

And if it’s crowded, all the better
Because we know we’re gonna be up late
But if you’re worried about the weather
Then you picked the wrong place to stay
That’s how it starts.
Arturo Compagnoni