All we ever wanted was everything (Fiver #38.2017)


E poi correva. Correva. Chilometri su chilometri, ma gli sembrava di non coprire nessuna distanza.
Questa non era una cosa risolvibile con una app, o su cui chiedere consigli in una community.
Avvenimenti terribili gli capitavano addosso. E si trovava terribilmente impreparato alla collisione con la vita vera che dettava i suoi tempi.
Ma non era stato sempre così.
Una Tuborg, patatine e Wafer a cubetti. La cena racimolata al supermercato sul primo binario della stazione Termini. Decine di facce che sfilano sul sedile di fronte come in uno speed date accelerato o rallentato, a seconda dei punti di vista.
L’ultima, una faccia da professore universitario newyorchese che gli chiede, dopo aver concordato sull’importanza storico culturale dei Fugazi, se Bolonia valesse la pena di una sosta.
E se era mai stato a New York.
Si, c’era stato.

FUGAZI – Repeater

Nel 1985 un dollaro valeva circa 2.000 lire e per arrivare a New York senza spendere una fortuna la soluzione che trovò fu tanto audace quanto originale. Roma – Belgrado – New York con la Jugoslavian Airlines. La Jat. Una compagnia evidentemente gestita secondo standard che nell’odierno mercato le avrebbero consentito di durare un paio di settimane al massimo. Non durò molto, in effetti. E non era così sicuro che tutta la responsabilità fosse da imputare alla caduta della cortina di ferro.
Notte di transito in albergo cinque stelle a Belgrado più cena e open bar sull’aereo.
Next time Pakistan Airlines aveva biascicato il poliziotto newyorkese sbronzo di Jack Daniel’s seduto accanto a lui.

LOU REED – Dirty Blvd

Altri tempi. La sensazione netta che tutto avvenisse fuori dalle nostre case: in strada, nei locali, nei negozi di dischi.
Era fuori tempo massimo per la blank generation ma felice di immergersi nelle cataste di vinile da Tower Records sulla Broadway, o nel delizioso negozietto in St. Mark’s Place dove fare incetta di 12” degli Smiths incassando le avance di altri fan (difficile possa accadere mentre apri pagine a caso su Amazon.it).

THE SMITHS – Nowhere Fast

I fermenti newyorchesi di quegli anni li avrebbe scoperti in seguito, per il momento gli bastava avere i Duran Duran che giravano un video sotto casa e ritrovarsi accanto a Helena Christensen (chi? Ok, anni ’80 abbiamo detto) a occhieggiare il set o i Cure che autografavano la sua copia di The Head On The Door su Broadway, troppo timido per dire alcunché anche quando se li ritrovò al tavolo accanto da Arturo’s ad ingozzarsi di pizza with meatballs.
La maglietta dei Nirvana che gli costava un rimprovero nell’Upper East Side come The Most Disgusting Thing I’ve Ever Seen In My Life dalla signora vestita come la Pamela di Dallas.

NIRVANA – You know you’re right

Altro che comunità digitale. Mondi separati che collidono, ognuno ignaro dell’esistenza dell’altro.
L’amara convinzione che all’epoca a Pamela avrebbe saputo cosa rispondere al volo, mentre ora il comportamento più comune sarebbe stato quello di tornare a casa, trovarla sui social e creare un topic per infamarla senza sporcarsi le mani.
Ritrovarsi nuovamente sul binario ragionando sul fatto che forse il punto era veramente tutto qua.
La consapevolezza che quando la vita bussa alla porta, anzi diciamo pure che la sfonda, non puoi salvarla su disco e andartene a letto per poi rileggertela dopo.
E che, ormai, era dannatamente fuori allenamento per queste cose.
O semplicemente vecchio.

BAUHAUS – All We Ever Wanted Was Everything

Massimiliano Bucchieri

Di carne e di sangue (Fiver #22.2015)

Sonic Youth - The Diamond Sea

Sonic Youth – The Diamond Sea EP

Non sono un critico musicale. Non sono un musicista. Sono un ascoltatore fanatico. Uno che non esce di casa senza le cuffie in tasca, si sa mai che arrivi il bisogno improvviso di ascoltare i Black Lips quando un chiodo nella testa non vuole smettere di bruciare, o Florence & The Machine perchè sta cominciando a piovere.
Ho sempre ascoltato musica. Non ho mai pensato di farne perchè il mio ego, già difficile da gestire, sarebbe probabilmente esploso sopra un palco con dei fans davanti. Gli unici fans che ho sono nel cassetto del bagno e li prendo dopo una sbronza esagerata quando il cervello sembra voler schizzare fuori dal cranio.
Non ho mai suonato niente se non il piffero alle elementari, dicevamo. Ma, ovviamente, pieno di turbe e ansie come tutti i figli del punk cresciuti a birre e chitarre acide anni ’90, non potevo non cercare disperatamente un modo di raccontare a tutti i cazzi miei, solo per sentirmi un po’ meno pesante quando diventano anche vostri.
Quindi, scrivo.
Scrivo da sempre, il primo romanzo lo iniziai sul sedile posteriore della macchina di mio padre. Ricordo la pioggia che bagnava il lunotto ed io che pensavo che quell’immagine che mi faceva arrotolare lo stomaco l’avrei dovuta raccontare a qualcuno. Anzi, a tutti. Avevo sette, otto anni e amavo la pioggia che bagnava i tetti di Sesto San Giovanni, dove andavo a trovare i nonni. Amavo la città perchè i tetti non finivano mai. E amavo i prati su cui correvo con la bici andando a fumare dietro i capanni degli attrezzi e le dolomiti che chiudevano l’orizzonte da tutti i lati di dove sono nato e cresciuto.
Scrivevo racconti, romanzi. Poi l’adolescenza e la poesia. E giù migliaia di versi per il dolore, l’amore, la fame di vita. Convinto di esser l’unico a comprendere Rimbaud perchè suo erede d’arte, ho rovesciato fiumi d’inchiostro ovunque. Tovagliolini, scontrini, pezzi di cartone. La maggior parte li ho ancora, si sa mai che la mia convinzione adolescenziale fosse azzeccata. Comunque, come il Poeta, a poco più di vent’anni già non scrivevo più versi. Vivevo a Bologna, scoprivo un mondo, ne lasciavo altri. Ascoltavo i Clash, il rock, elettronica, metal e, ovviamente, grunge e scrivevo sognando Naked Lunch e il divino Ellis di Less Than Zero immaginando fotogrammi alla Cronenberg e il ritmo era cyberpunk. Jeans stretti e magliette adidas taglia zerozero. Anfibi ai piedi. Sempre. E un trench alla Capitan Harlock. Per fortuna la mia generazione non aveva smartphone e quindi foto pochepochissime e sempre in posa.
Scrivevo storie. Rubavo le vite degli altri e le mischiavo con la mia.
Scrivevo, e ancora scrivo, nudo. Senza filtri, senza barriere. Raccontando quello che non ti direi mai guardandoti negli occhi, ammettendo quello che negherei fino alla morte davanti ad una birra.
L’angolo dei segreti ribaltato, occhi chiusi così nessuno mi vede gridando la verità. A tutti.
Una volta pensavo di scrivere così perchè era l’unico modo che conoscevo, non ero capace di fare altro. Adesso che ho pubblicato, che non ho più ansie a riguardo, che non ho più bisogno di sentirmi riconosciuto, ho scoperto che non è vero. Scrivo così per rispetto: rispetto l’arte che amo meno solo della musica. La letteratura. E se rispetti qualcosa non puoi mentire. Non ti puoi nascondere. Scrivere nudi è, per me, l’unico modo di scrivere. Chi produce carta stampata e scrive come un geometra disegna un bar non fa nulla di male. Ma non fa letteratura, me lo si conceda.
E allora essere nudi, scrivere pensieri di carne e di sangue come diceva il più sincero tra i grandi del ‘900 i cui pensieri ho tatuati sulla pelle, diventa necessità, metro di giudizio unico per chi, come me, non è in grado di usarne altri. Di dare forma a pensieri sulla tecnica, sulla metrica.
Io sento il sangue, ne posso annusare l’odore, oppure sento la sua assenza. Qui da noi, il più grande sanguinatore e unico amore mio folle in patria fu il povero Piervittorio, ora di gran moda nelle aule universitarie, tutti a cercare di cogliere la grandezza di un linguaggio padano che guardava a Ginsberg, che ascoltava il suono delle parole e non le vedeva solo come simboli stampati. Certo, grandissimo. Ma non per questo, che è la parte meno splendente della sua opera. Che puzza di carne e di sangue in ogni pagina. Questa la sua meraviglia: tutto quello che leggi dalla sua penna è verità. È vissuto, è cuore.
Questa è letteratura.
Ma qui si parla di musica, che poi non è che la forma d’arte suprema, quella in grado di far suonare un pensiero, che dona alle parole il ritmo e la melodia.
E, allora, come posso io, che non sono critico, parlar di musica qui? Beh, applicando lo stesso metro che uso per i libri: dove c’è sangue c’è musica, dove no, c’è divertissement, intrattenimento. Nulla di male, anzi: è vitale anche questo. Solo che è un’altra cosa.
E, allora, ecco le prime cinque canzoni che mi vengono in mente annusando il disco che gira sul piatto. Solo cinque di migliaia e sicuramente non le più importanti, ma le cinque che arrivano prima stasera, mentre fuori ha appena smesso di piovere e mi godo il fresco che entra dal terrazzo.

JEFF BUCKLEY – Hallelujah

E no, non nella versione del suo papà, ma, bestemmia, nella cover che ne fece il compianto Jeff Buckley. E come mettere in classifica una cover? Come può sanguinare se non l’ha nemmeno scritta? Fate silenzio. Appoggiate la testina sul bordo del vinile e ascoltate. Solo il sospiro che apre la sua versione fa saltare giro al cuore, Heart Skipped A Bit. Poi quella voce su una chitarrina che quasi non vuole farsi sentire. Ed è magia.
Quando si fa arte si può sanguinare anche solo interpretando. Un artista deve sanguinare, un grandissimo artista sa far sentire il sangue anche quando quello che scorre non è il suo. Ma lo diventa. E si mischia col suo.

LUIGI TENCO – Vedrai Vedrai

Nemmeno i violini e l’arrangiamento sanremese da prima serata RAI riesce a spegnere la sua voce. Nemmeno l’impostazione da bel canto italiota riesce ad incerottare in tempo le ferite che lui, povero lui, aveva così in fondo dentro al cuore.
E se è vero, come è vero, che quando tu senti un bagliore di dolore in una canzone, in una frase, chi l’ha scritta ci ha dovuto versare un’intera anima straziata per far passare qualcosa da una voce ad un orecchio, lui ha sanguinato come nessuno, come nemmeno la voce ferita di Lucio. No, non quello di Bologna, per favore.

LOU REED – Vicious

Ricordo un pezzetto di carta, scritto di suo pugno, che diceva solamente: “I think it’s important that people don’t feel alone.”
Nient’altro da dire. Semplice come la potenza di un tuono, la perfezione di un tramonto. Perchè lì dentro c’è tutto quello che fa veramente paura. E ammettere le proprie paure è la più grande tra le verità. Lou sta per Iggy e David. Gli altri due eroi su cui non spendo parole. Sarebbero tutte inutili. Ma adesso mi metto su Heroes, dopo, The Passenger.
E continuiamo a saltare di palo in frasca, di anni o di continenti, ma tanto qui non si sta parlando veramente di musica, ma di sangue.

NIRVANA – Heart-Shaped Box

E allora Heart-Shaped Box. Nirvana. Kurt non aveva ventisei anni quando ha scritto quel pezzo. Ricordo ancora la mattina in cui, andando da Lloret de mar (dove la notte prima volevo camminare sulle acque fino a raggiungere l’Africa, in quegli anni certe droghe erano molto diffuse) a Barcellona in autobus ho ascoltato tutto In Utero con la faccia appoggiata al finestrone battuto dalla pioggia e ho capito, ho sentito, tutto quello che quel ragazzo, poco più grande di me anche se allora mi sembrava lontanissimo, aveva nella testa e nel cuore.

E son già quattro quindi la quinta si fa difficilissima, ma in realtà l’ho già scelta. Anzi l’ha scelta Sofia, che non conoscete perchè è una ragazza un po’ pazza che vive in un mio racconto.
SONIC YOUTH – The Diamond Sea

L’altra sponda dell’oscurità anni novanta, quella meno invadente, più raffinata, meno potente, forse ancora più malata e dolorante. L’ha scelta lei e poi dirà perchè, io la confermo perchè dire “I wonder how it came to be my friend – that someone just like you has come again – you’ll never, never know how close you came” con quella cantilena un po’ scazzata un po’ sopra le righe e poi piazzarci quei dieci minuti di chitarre che sembrano lamette che tagliano sempre più in profondità, beh, vuol dire avere delle belle cicatrici.
Sofia, invece, l’ha voluta perchè io, prima, ho messo su i Nirvana che lei ama e che invece il suo ragazzo detesta. E, una sera, lei, prendendo in mano il vinile di Whashing Machine, dopo che lui si era sfogato su quanto uncool e volgare fosse la scena di Seattle, gli aveva sbraitato: “sei proprio un nerd, se la musica è sesso, i Nirvana sono una colossale scopata, i Sonic Youth le pippe che ti fai sotto la doccia”. Non è detto che la prima sia sempre meglio delle seconde. E poi è solo il parere di Sofia.

FABIO RODDA

Last Great American Whale

Fatemi il nome di qualcuno che riuscirebbe a togliersi da quel ginepraio che era Berlin per fare Sally Can’t Dance – un disco di facili costumi, che ha svicolato dai gusti dei fan di vecchia data per fare tutte le concessioni possibili al genere commerciale, scendendo al livello più basso di porcheria tollerabile – e saprebbe far arrivare quel disco di merda tra i primi dieci in classifica.
Lester Bangs

I Velvet Underground sono uno dei miei gruppi preferiti di sempre.
Mi piace tutta la loro discografia.
E apprezzo praticamente ogni cosa che i componenti di quel gruppo hanno messo fuori dopo lo scioglimento della band.
L’unico che ho perso di vista è stato Sterling Morrison, per il resto mi piacciono da morire Chelsea Girl e Desertshore di Nico; ho consumato Vintage Violence e Fear di John Cale; I Spent a Week There the Other Night di Maureen Tucker mi fa uscire di testa.
E naturalmente amo qualunque cosa abbia pubblicato Lou Reed.
Persino Growin’ Up in Public.
Ecco, lascio da parte giusto Metal Machine Music che per i miei gusti indie snob è un pelo indigesto e Lulu perché i Metallica proprio non li sfango.

Detto questo, ricordo la prima volta che parlai con Frabbo.
Era la sera in cui gli Oh Sees suonarono al Covo qualche anno fa.
Stavo intrattenendo qualcuno con la mia passione – già allora evidente – per John Dwyer (argomento che mi è capitato di rinfrescare anche su questo blog qualche settimana fa), raccontando con enfasi di quanto mi piacessero i Coachwhips quando Frabbo, che ancora non conoscevo personalmente se non per il suo ruolo “pubblico” di cantante dei The Tunas, sibilò li di fianco a me un secco: a me i Coachwhips fanno cagare.
Non gliel’ho mai detto ma ho apprezzato la sua franchezza quella sera.
Mi interessano opinioni diverse dalla mia quando ad esprimerle sono persone che reputo interessanti.
Per il resto ho una tale età per cui posso permettermi di ignorare le opinioni di tutti gli altri.
Mi possono infastidire certo, a volte anche fare arrabbiare, ma sono tranquillamente in grado di ignorarle.
Per questo – colgo l’occasione di scriverlo qui a futura memoria – non sono solito rispondere a chi cerca di attacar briga.
Non so se questa introduzione può servire a spiegare in qualche modo il motivo per cui ho chiesto a Frabbo di intervenire in questa sede o aggiunge qualcosa a quello che lo stesso Frabbo ha scritto qui di seguito.
In ogni caso mi pareva il caso di scriverla.
Arturo Compagnoni

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Ascolto i Velvet Underground da una vita.
Li ho scoperti 17 anni fa, quando trovai tra le cose di mio padre una cassettina su cui erano stati registrati i loro primi due lp. Avevo 14 anni, frequentavo il primo anno all’Istituto D’Arte ed ero molto più sfigato di adesso.
Ricordo che c’era l’occupazione.
E la neve.
Chi mi conosce e sa del mio profondo amore per quei due album prima o poi arriva a pormi una domanda: ma te che piacciono tanto i Velvet Underground non sei anche quello cui fa cagare Lou Reed? .Lou-Reed-2
Eccomi qui, presente!

Alcune settimane fa Arturo mi ha incontrato mentre suonavo qualche disco ad una mostra fotografica dedicata alla NY di Lou Reed.
Lui è un fan dichiarato dell’uomo e chiacchierando della cosa si è incuriosito: non è che se a uno piacciono i Velvet necessariamente debba apprezzare anche colui il quale ne fu il cantante, ma il fatto di disprezzare Lou Reed e contemporaneamente amare profondamente i VU è una faccenda che un minimo di corto circuito può crearlo.
E capisco possa incuriosire.
Ergo mi ha detto – non in questi termini ma mi piace pensare che il significato intrinseco fosse questo – spiegami perchè i Velvet si e Reed no, magari scrivilo e dillo ai quattro venti, se hai le palle!
Ho accettato.
E ora provo ad andare con ordine, partendo dal principio.
La mia diffidenza nei confronti di Lou Reed comincia praticamente nel momento in cui mio padre cercò di introdurmi alla musica che ascoltava da giovane.
Superati senza problemi gli ascolti di Led Zeppelin, Cat Stevens, Deep Purple (periodo Machine Head, una vera tortura) – ostacoli davanti ai quali oggi peraltro scapperei a gambe levate – mi arenai una volta arrivato a Bowie che, per la cronaca, in seguito ho imparato ad apprezzare molto.

Nella situazione di stallo post Bowie, confidando nel sangue rollingstoniano che scorre nelle vene di famiglia, mio padre provò ad indirizzare la mia attenzione su Lou Reed, partendo da Transformer.
Quel disco riscosse immediatamente il mio interesse, non fosse altro per il fatto che il titolo pareva un richiamo agli amati (e profondamente desiderati) Transformers.
Fui effettivamente rapito dall’attacco di Vicious: che figata!
Poi però arrivò il resto e il dramma si sviluppò rapidamente.
Non che capissi chissà cosa al tempo, d’altra parte avrò avuto più o meno 9 anni, ma l’atmosfera decadente che permeava quei solchi mi parve qualcosa di estremamente artificioso.
Mi viene in mente quando qualche tempo dopo mi regalarono una copia di Loaded.
Avevo 15 anni.
Mamma mia che noia, che beatlesata da strapazzo.
Quel disco l’ho venduto dopo un anno per comprarmi Superfuzz Bigmuff dei Mudhoney.
Ora la mia morosa lo mette sempre su, ed io sopporto in (quasi) silenzio.
E ricordo anche quando ascoltai per la prima volta il terzo album dei VU, che a 19 anni mi feci prestare con la speranza di trovare tra i suoi solchi una risposta. Il tassello mancante in grado di svelarmi il mistero e farmi finalmente sentire parte del genere umano e non della solita imprecisata razza aliena.
Non arrivai a metà del disco: una rottura di palle così non l’avevo mai sentita.
E dire che ero uno che ascoltava Nick Drake, perciò ero avvezzo alla smaronata.
No, neanche stavolta ce la feci.
Ma sto divagando, torniamo al punto: perché allora, alla luce di tutto ciò, ho abboccato come uno stronzo ai primi due lp dei Velvet?
Bè, qui si apre un discorso che sarà difficile sintetizzare, ma ci proverò. Schematizzando, andando per punti ma soprattutto cercando di non essere troppo analitico, giacché questo articolo nasce come chiacchierata da bar, e come conversazione da bar deve morire:
1) Apprezzo l’essenzialità, la semplicità e tutte quelle belle cose che fanno “punk”. Ma la sperimentazione è sacra. I Velvet non sperimentavano: facevano il macello.
Chitarre quasi free jazz, rumore, beat monotoni, voci femminili solenni, r&b, influenze dylaniane ma, soprattutto, il disastro.
Annotate la cosa e ricordatela quando tra poche righe arriverete al punto 3).
2) L’orrendo clima artistoide attorno al quale gravitavano. Sarà un caso eh, ma la carica creativa più deflagrante di Lou Reed e dei VU si è consumata tutta nel periodo in cui bivaccavano alla corte di Warhol.
Mi verrebbe quasi da dire che Lou Reed sia una delle migliori creazioni di Warhol.
131027155626-11-lou-reed-restricted-horizontal-gallery Purtroppo, una volta scappatogli di mano (esattamente come la pop art), si è trasformato in quello che si è trasformato.
Ed infatti, come vediamo i quadri di Schifano fatti coi maccheroni venduti al Telemarket, ascoltiamo partire Perfect Day nei programmi della fascia oraria tardo pomeridiana che trattano di storie d’amore tra perfetti sconosciuti, quasi sempre al limite del subumano.
3) John Cale: lui era il vero supereroe dei VU.
Ok, Lou Reed scriveva la maggior parte delle canzoni, belle finché vuoi, ma senza John Cale dove vuoi andare?!?
Cosa ti salta in mente di mandar via uno così?!?
Sono convinto che la canzone bella sia tutto, ma a volte il vestitino che le metti fa la differenza.
20012660 Ad esempio, io sono sicuro al 100% che John Cale non avrebbe mai piazzato quel sax da pornazzo su Billy (da Sally Can’t Dance).
Infatti i dischi di John Cale da solo, in genere, non mi dispiacciono.
4) Nico. In White light/White heat non c’è ok, e quello è effettivamente il mio disco preferito dei VU.
Ma non importa.
Mi interessa quando canta, quasi declamando, la tragedia di All Tomorrow’s Parties o quando sussurra I’ll Be Your Mirror, con il suo accento teutonico e la violenta freddezza di un ghiacciolo infilato dove non batte il sole.
Sì insomma, non è male ascoltare ogni tanto qualcuno che non biascica dietro al microfono.
E infatti, come sopra, i dischi solisti di Nico, in genere, non mi dispiacciono.

Con Lou ce l’ho messa tutta ma non ha proprio funzionato.
Ho provato con Berlin, ho provato con Sally Can’t Dance, con Rock’n’Roll Animal, persino con New York e col blasonatissimo Street Hassle, e la mia personale conclusione è questa: il disco con i Metallica è la cosa più interessante e coraggiosa che abbia mai fatto dai tempi di Metal Machine Music.
Poi, che faccia oggettivamente vomitare, è un altro discorso.
Inoltre, non vorrei scadere nel radical-chic ad ogni costo, ma se dico che Metal Machine Music è l’unico suo disco che non mi tortura la borsa è, ahimè, tragicamente vero: non tanto per l’inutile rumorazzo che serpeggia fra i suoi solchi, ma per il concetto che sta dietro.
Sì, lo so anche io che col concetto e basta – per fortuna – non si fa musica, ma (e questo non lo dico io ma le sue interviste ed i suoi biografi) quando uno, la cui discografia è basata sull’inerzia e sulla poca convinzione nei confronti di quasi ogni suo disco, decide di andare totalmente a culo col mondo pubblicando un album del genere, bè per quanto mi riguarda è lì che vince.
Certo, qualche canzone che riesco ad ascoltare senza sbroccare l’ha certamente azzeccata, ma il solo fatto che non ne ricordi una (a parte la succitata Vicious) direi che è abbastanza sintomatico.
Poco tempo fa è capitato che le mie orecchie si imbattessero casualmente in Walk On The Wild Side, e sono stato colto da un’irritazione atroce, pari a quella che provo quando ascolto Battiato per radio o nel momento in cui qualcuno mi fissa.
Ero con un amico che in quell’istante ha condiviso il mio malumore mettendomi così una pulce nell’orecchio, e una domanda ha iniziato a rimbalzarmi in testa: ma davvero tutti pensano che sia questa colossale figata??
Seriamente, se dischi del genere li avesse fatti che so, Amedeo Minghi, e quando dico dischi del genere intendo proprio Street Hassle e roba così, davvero sareste tutti così convinti?
Boh, non so.
Il dubbio mi rimane.
In ogni caso, perdonatemi.
Davvero ci ho provato, ma non lo affronto.
Riccardo Frabetti

You hit me with a flower*

« Strada di schiavi e di puttane. Di protettori e ladri di polli. Di mangiatori di topi. Anche di gatti, ovviamente. Origini oscure. Suburbia. Suburbia anche dopo, una volta inglobata alla città. Addossata alle mura. Terrorizzata dai mutamenti. Quasi campagna e quasi città. Rifugio di giocatori d’azzardo, esperti in truffa alla francese, preti, uomini arrapati, alcolizzati, cacciatori di topi, spie, travestiti. Fame perenne. Regno del precariato. Indolenza. Nel corso dei secoli. »
(Emidio Clementi, La notte del Pratello 2001)

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Ci vediamo in via del Pratello?
Mi blocco un’istante e non riesco a replicare, sbalordito. È solo questione di secondi e poi finalmente rispondo: va bene, via del Pratello va bene.
Jonathan Clancy é il mio interlocutore.
Ci salutiamo e realizzo che i casi della vita sono talvolta sorprendenti.
Penso a quel pomeriggio del 1994 quando ebbi una conversazione identica (questo é il motivo della mia sorpresa) con un gruppo di giovani musicisti che aveva appena pubblicato l’album d’esordio.
Mimí era il cantante, Vittoria la batterista.
Ci vediamo in via del Pratello per l’ intervista?

In quel caso finimmo in un appartamento a discutere di musica ed aspirazioni varie per un paio d’ore, questa volta l’appuntamento é in un bar.
Dai Massimo Volume a His Clancyness, comunque il meglio che musicalmente é uscito dalle cantine di questa cittá.
Via del Pratello non é una via amata dai bolognesi doc, a dire il vero. Ma quelli che a Bologna ci gravitano finiscono inevitabilmente per penzolarci attorno.
Come se quel “lavorare con lentezza” propagato giornalmente dalle frequenze di radio Alice, che in via del Pratello aveva la sede, fosse ancora in qualche modo nell’aria.

.Amo il Pratello -esordisce Jonathan– anche se non è più il posto di una volta. Ma sta migliorando, sopratutto in questi ultimi due tre anni hanno aperto un paio di locali nuovi che hanno rilanciato la zona. Posti non necessariamente per giovani ma comunque fighi. Abito qui vicino e di conseguenza vedo quello che succede in zona. Negli ultimi anni si era trasferito molto del movimento in via Mascarella, il Pratello si era fossilizzato negli stessi locali che erano invecchiati con la propria clientela ma, come dicevo, ultimamente è assai migliorato. La giunta Cofferati aveva tagliato le gambe un pò a tutte queste situazioni, piano piano ci si sta riprendendo.

Jonathan Clancy é un giovane uomo di 31 anni che ha pubblicato da pochi mesi uno di quei dischi che tracciano il sentiero. Un disco che ha fatto smuovere i figaccioni di Pitchfork, tanto per dire. Il NME, primo mondo per quanto riguarda le vicende musicali, sbrodola a proposito di “psych-pop che ha trovato accenti ruvidi e aggressivitá”, mentre nientemeno che il Guardian se ne esce con una recensione dai riferimenti che definire lusinghieri é fin poco: Galaxie 500, Ultra Vivid Scene, Suicide e Joy Division.

Al di lá delle formule, Vicious é un disco che in realtà ha concluso un percorso ma che per la freschezza e anche per quanto si distanzia dalle produzioni precedenti ho personalmente vissuto come un vero e proprio debutto. Mi fa piacere che la vedi così -continua Jonathansopratutto in Italia si rimane ancorati al proprio passato, a tutto quello che si è fatto prima. Tutte le recensioni iniziano facendo riferimento ai Settlefish o a A Classic Education, io invece penso: chi se ne frega di quello che è stato prima. Mi verrebbe da dire: ascoltate il disco. Non è che ho problemi con la mia produzione precedente, ne sono orgoglioso ma è roba che fa parte del passato. Ogni tanto ci capita di ascoltare quelle cose in furgone, quando siamo in tour, ma più come gag che altro.  Mi diverte invece notare come quel tipo di suono, in particolare le prime cose dei Settlefish, un certo tipo di emo stia tornando in auge, sopratutto in America in questo momento.

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Vicious è un album che arriva invece al culmine di un processo di maturazione e lo si nota ascoltando anche le parti strumentali che non vengono mai sacrificate, come se si fosse finalmente trovata una propria dimensione ed una propria consapevolezza. Effetivamente è così -prosegue Jonathanma è dovuto al fatto che per la prima volta non ho fatto tutto da solo. Ero abituato a lavorare su loop o tracce registrate o mi arrangiavo suonando la batteria ma non sono in grado tecnicamente di fare determinate cose.
Suonando per la prima volta come band invece abbiamo trovato una dimensione che non avevamo in precedenza.  In realtà sono stato sempre un grande fan di band strumentali, sono cresciuto con il post-rock, mi ricordo a 16 anni il sold-out del Covo con i June of ‘44 che fu per me un vero avvenimento. Interessante notare come quella generazione di musicisti, pre my space, sia stata in qualche modo completamente cancellata. Rodan, Rachel’s tutte band che ho amato molto che sono semplicemente sparite.
Comunque è il primo disco di cui non cambierei neanche una virgola anche a distanza di tempo, sono soddisfatto del suono, delle canzoni, è la prima volta che mi succede.

Torniamo a parlare della scena post-rock, sparita nel nulla come inghiottita. In questo caso non è semplicemente un problema di ricambio generazionale, Jonathan è difatti convinto che: la scena indie è cambiata e non è più quella che era appena 10 anni fa. Se guardi adesso una classifica di fine anno di Pitchfork e di Rolling Stone, ti rendi conto che su 20 nomi 10 sono identici, fino a 5-6 anni fa non era così. In questo momento diventa difficile trovare spazio. Quando i Make-Up facevano sold-out al Covo, non è che si andava a vedere un gruppo ostico o particolarmente difficile. Erano semplicemente cool, ma proprio quel genere di gruppi fanno più fatica ad emergere in questo momento. Adesso parliamo di Chvrches e Sky Ferreira, che per carità sono interessanti, ma è roba mainstream e non indie nel senso che l’intendiamo noi. Quando mi hanno detto che i No Age hanno fatto 80 persone qui a Bologna ci sono rimasto male.

Arturo Compagnoni e Massimiliano Bucchieri (redazione di Sniffin’Glucose presente al gran completo per l’occasione!) scuotono la testa e raccontano della nostra recente trasferta milanese per Parquet Courts. Nella nostra testa semplicemente l’avvenimento dell’anno che si è risolto con 40 paganti e la solita fastidiosa sensazione di trovarsi disconnessi da una realtà che si limita all’ultima ennesima e sterile polemica sul singolo di Brunori Sas (mi sembra si chiami così).
Jonathan Clancy in Italia in questo momento viaggia semplicemente in un’altra dimensione. Non è un caso che sia un italiano sui generis, per metà canadese, nel suo girovagare planetario si è scrollato di dosso il consueto provincialismo che da sempre accompagna la nostra scena. Sono fisso in Italia da quando ho 16 anni -racconta– prima ho vissuto praticamente ogni anno in un luogo differente tra Canada, Stati Uniti, Napoli, Lecce, Bari e Trieste, per via del lavoro di mia mamma che è professoressa universitaria. La mia prima lingua? Non esiste, in pratica, perchè a seconda delle situazioni penso indifferentemente in italiano o in inglese. La mia educazione musicale invece è merito di mia madre, che ha sempre vissuto con la musica in sottofondo: Van Morrison, Bowie, Stones, queste cose qua. Poi i due anni che ho passato a Toronto, in Canada, tra i 13 e i 15 anni mi hanno definitivamente formato musicalmente. Erano gli anni dei Nirvana, Soundgarden, tutti ascoltavano quel genere in quel periodo. Quando è morto Kurt Cobain ero a Toronto me lo ricordo benissimo. Poi si vivono le classiche situazioni che da quel tipo di band si passa a qualcos’altro. Quando ho visto Eddie Vedder con una maglietta dei Fugazi mi si è aperta una porta che mi ha introdotto inevitabilmente ai Pavement, Dinosaur Jr., etc;
Quando sono ritornato in Italia a 16 anni una roba fondamentale è stata Blow Up, la rivista. Che all’epoca era ancora una fanzine, ce l’ho in casa dal numero 2 anche se adesso sono un paio di anni che ho smesso di comprarla. Ma loro mi hanno formato musicalmente in maniera anche rilevante, mi ricordo il primo numero che ho comprato con David Grubbs in copertina che ho visto poi un paio di mesi dopo dal vivo a Bologna. All’epoca trattavano ancora parecchie cose che venivano dal post-punk comunque, che poi sono state quelle che ho sempre seguito. Per 3-4 anni sono stati veramente fighi poi, non saprei spiegare bene perchè, si sono un pò persi. Erano gli anni di Dischord, di Kranky, della Thrill Jockey, di Touch and Go, tutte etichette per me fondamentali.

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His Clancyness, come si diceva, da progetto solista si è trasformato in una band. Vicious è l’album che ha raccolto e sintetizzato in musica tutti i viaggi, fisici e musicali, di Jonathan nel corso degli anni. E’ il disco della consapevolezza, è anche un punto d’arrivo in qualche modo. Trentun’anni, un disco osannato dalla critica, una band che suona in contesti prestigiosi in Europa ma anche al di là dell’oceano. Difficile però pensare a quello che verrà dopo.
In effetti non sarà semplice -racconta Jonathan– proprio questi giorni ci siamo fermati per la prima volta da quando è stato pubblicato il disco. Siamo stati sempre in giro, fino ad ora. Ho avuto tempo di pensare al passo successivo e non è facile immaginarsi cosa possa venire. Sono contento di Vicious, così soddisfatto che non ho ancora pensato a come si potrà evolvere la nostra situazione. Andare oltre sarà una bella sfida ed ammetto che in questo momento non so dove andremo a parare. E’ una cosa che mi piace, però. E’ la prima volta che mi ritrovo in un certo senso libero di trovare una nuova strada. Poi i dischi mi piace che abbiano una propria storia ed un proprio immaginario di riferimento. Non ho ancora trovato il prossimo ma ci sto iniziando a pensare.

Immagini che vanno di pari passo con le sonorità, cosa che non sorprende se si osserva l’attenzione che la band ripone ai dettagli anche visuali. Ha sorpreso il Jonathan in versione glam con tanto di rossetto e l’atmosfera tendente al nero delle foto promozionali che hanno accompagnato l’uscita del disco. Ho bisogno di crearmi un aspetto visuale che possa in qualche modo riassumere i suoni. In questo è molto brava la mia compagna e tastierista della band, Giulia, che cura tutta la parte fotografica e anche i video del gruppo ma che sopratutto mi offre tanti input su cui lavorare. Sono aspetti che secondo me vanno curati anche se rischiano di arrivare solo ad una minoranza di persone, anche tra quelli che ci seguono. Sopratutto i più giovani non ci hanno fatto molto caso, ho l’impressione
Ma certe cose vogliamo comunque continuare a farle. Come la fanzine che abbiamo allegato all’uscita in vinile. Non so che impatto possa aver avuto ma intanto è importante che ci sia, importante sopratutto per noi come band.

Vicious come si diceva ha avuto recensioni importanti ma ha anche spiazzato: è un disco diffcile da inquadrare e difatti in sede di recensione si sono individuati i riferimenti più vari. Clancy forse per la storia che ha alle spalle si posiziona proprio a metà strada tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra, e la sua band suona come una sorta di Deerhunter (l’unico nome che veramente mi sento di fare come riferimento riconoscibile) coniugati in un alfabeto pop tipicamente continentale.
Mi sento più americano, non tanto come suoni ma come attitudine -ci confida Jonathan– è una situazione più libera. In Inghilterra è tutto più controllato: anche se sei in una band piccola si parla già di manager, di avvocati, di situazioni molto orientate al business. In america non è così ed anche band grosse hanno un approccio più libero che si ripercuote anche nella musica.

Si finisce a parlare di gap generazionali, di età e di prospettive. Perchè al di là delle ottime recensioni e dei tour in due continenti gli His Clancyness ancora il lunario, grazie alla musica, non riescono a sbarcarlo. No, ci dobbiamo arrangiare con altri lavoretti – racconta Jonathan– io ad esempio faccio traduzioni e qualche dj set. I margini sono limitati, anche in tour. Per esempio dalla vendita dei dischi si tira fuori comunque troppo poco. Ma bisogna fare delle scelte. La mia è chiara: ho deciso che voglio suonare e lo farò per i prossimi dieci anni. Devo aggiustare la mia vita per seguire questa decisione, si tratta solo di trovare un sistema che mi permetta di tenere un buon equilibrio.

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 Non avrò una sicurezza economica ma in questo momento non m’importa. Non è una questione legata all’Italia questa, spesso all’estero è anche peggio. Noi siamo usciti subito fuori dai confini, già con i Settlefish all’epoca e quindi abbiamo avuto la fortuna di rendercene immediatamente conto. L’ultimo tour è durato un mese, almeno dieci volte abbiamo dormito per terra, altre dieci su un divano e alcune volte in hotel. Ma è la normalità, sopratutto negli Stati Uniti. Fin che non fai 500 paganti a data non esistono altre situazioni. Ma va bene così. Se ami quello che fai certe cose non pesano.

Il giorno dopo Clancy armato di sola chitarra affronta con piglio deciso il folto pubblico che si é radunato all’interno di una galleria d’arte, che é anche bar e pasticceria, lo Zoo. L’occasione é quella di Arte Fiera: Bologna brulica di avvenimenti e situazioni create per l’occasione.clancy

Clancy affronta la situazione con naturalezza, canta su di un palco improvvisato a pochi centimetri dalla prima fila. Le canzoni anche in versione solista mantengono il loro fascino. È una roba breve, intensa,  mezz’ora conclusa dalla cover di Promise Me  dei Gun Club.

Esco dalla porta, mi incammino sotto i portici: Bologna questa sera é splendida. Mi sento finalmente lontano dalla provincia, come se qui e adesso avesse finalmente un senso. In testa mi risuonano le note di una canzone…..Never spit on an icy day, Turn it around and make me say, You are pure, you are pure…..**

* Vicious, Lou Reed
** Zenith Diamond, His Clancyness

Cesare Lorenzi

In allegato qui sotto un estratto dalla fanzine di His Clancyness, contenuta nella prima edizione della stampa in vinile.
La potete ordinare qui.

Oppure la potete scaricare in formato pdf qui His Clancyness FANZINE

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Ed infine un omaggio ai 16 anni di Jonathan, un breve articolo che realizzai nel 1998 a proposito dei June of ’44, uscito originariamente per la rivista Rumore.

june of 44 articolo 02-1998