We’re younger than clouds (Fiver #18.2017)

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The New Year

Se qualcuno mi avesse detto, non so, tipo quattro anni fa che nel 2017 uno dei miei album preferiti sarebbe stato un nuovo disco degli Slowdive mi sarei fatto una bella risata e avrei archiviato il tutto alla voce droghe sbagliate. Ma i miracoli accadono, del resto anche l’Internazionale di Milano ha vinto un triplete.
Non sono mai stato un fan del gruppo, tra l’altro, non come nel caso dei neroazzurri stellati milanesi. Li ho seguiti all’inizio della carriera perché i loro dischi uscivano su Creation che era un marchio di fabbrica imprescindibile. Anche se, va detto, quella Creation era ormai alla deriva, travolta dai debiti, dalle droghe e da un gioco che si era fatto troppo grande per quel paio di teppistelli della periferia di Glasgow. Gli Slowdive volevano essere una cosa a metà tra Cocteau Twins, My Bloody Valentine e Brian Eno e si ritrovarono invece stritolati da chi voleva farne delle icone indie. I tre album usciti all’epoca li ho dimenticati in fretta, allineato a quello che era il sentimento prevalente dell’epoca. Il mood che circondava la band era talmente negativo che finì per travolgere anche le indiscutibili cose positive della loro discografia.
Il pensiero che talvolta possano servire 22 anni per mettere a fuoco un’idea non mi dispiace affatto, però. E che talvolta la vita ti conceda una seconda occasione. Perché indiscutibilmente i nuovi Slowdive suonano meglio di quanto abbiano mai fatto in passato. Magari ha a che fare anche con la predisposizione personale, con il fatto che queste nuove sembrano più “canzoni”, più pop per di più, che non fa mai male per quanto mi riguarda.
Questa storia del ritorno degli Slowdive assume proprio i contorni della favola a lieto fine, insomma. La caduta, il ritorno, la seconda possibilità ed un pizzico di redenzione. Manco fosse una sceneggiatura di una qualsiasi commedia non troppo sofisticata. Arrivati ad un certo punto è ancora più bello crederci…

SLOWDIVE – Sugar for the Pill

Neil Halstead è un cazzo di genio. Su questo non ci sono dubbi. Lo ha dimostrato anche lontano dalla band, con i suoi altri progetti nel corso degli anni. Da Mojave 3 ai dischi che portano il suo nome fino a quella piccola meraviglia di album targato Black Hearted Brother, uno dei dischi più sottovalutati dell’ultimo lustro.
Il suono è ormai un classico, riconoscibile a distanza, narcotico, stratificato ma allo stesso tempo privo di pretenziosità. Un miracolo, come si diceva più sopra. Se non intero mezzo di sicuro.

GIRLPOOL – Fast Dust

Nonostante la batteria, gli arrangiamenti più sofisticati, la struttura delle canzoni che appena appena si allontanano dalla basica formula chitarra-basso-voce, nonostante tutto questo l’impatto emozionale delle losangeline Girlpool rimane il punto di forza del gruppo. Quindi vanno ascoltate nel momento giusto e con un attimo di attenzione. Non è roba da accendere e tenere in sottofondo facendo i piatti la sera. Meritano un piccolo investimento di tempo, insomma. Il disco (tutto) è bello, bello, bello.

LOST BALLOONS – Numb

Considerata la rotazione mi tocca in sorte il Fiver più o meno una volta al mese. Scegliere cinque canzoni non è un problema, anzi solitamente ne ho almeno il doppio pronte per finire su queste pagine. Non questa volta però. Ho passato qualche giorno a sfogliare la margherita dei miei ascolti preferiti delle ultime settimane e mi fermavo sui soliti nomi: Conor Oberst (no, ancora!!) LCD Soundsystem (bruciati da Massi, settimana scorsa), Alex G (bruciati, pure loro) e un’altra marea di roba che non mi convince per niente o che non mi ispira nemmeno il solito paio di semplici righe.
In questi rari casi finisce che mi attacco al computer alla ricerca di un minimo d’ispirazione. Qualcosa di buono si trova sempre e alla fine è un buon modo per tenersi aggiornati. Questa canzone, per esempio, si apre come un brano dei Big Star e poi ci si ritrova tra le mani una meraviglia degna dei migliori Teenage Fanclub. Si tratta di un texano (Jeff Burke, già con i Radioactivity) e di un giapponese (Yusuke Okada) già attivi nella scena punk-garage dei rispettivi paesi. Gioiello vero, altrochè!!

MAC DEMARCO – My Old Man

Mac DeMarco ha tirato fuori il disco che non ti aspetteresti. Quantomeno se hai avuto la fortuna di vederlo dal vivo, dove fatica a stare dietro a se stesso e al suo cazzeggio oltre le righe. Non ti aspetteresti insomma un disco rilassato, semplice nella forma quanto nella sostanza. Anzi sorprende proprio il tono malinconico, come se fosse il primo disco di una prolungata post-adolescenza. Manco si fosse accorto tutto di un colpo che la giovinezza è terminata e il futuro ha la forma di un carico da novanta che ti piomba di colpo sulle spalle. Una consolazione che tutto questo sia il pretesto per scrivere canzoni come questa, in fondo.

THE NEW YEAR – Recent Hystory

Sono passati quasi 10 anni e non ce ne siamo accorti. Poi si fa partire un brano così, in cuffia magari, e ci si accorge di quanto ci siano mancati.  La stessa sensazione che si prova ad incrociare un vecchio amico dopo tanto tempo (e non è un caso che di questa canzone ne abbia già parlato Massimiliano su queste pagine). Il primo secondo di imbarazzo serve solitamente per rendersi conto che nulla è cambiato e che nulla potrà mai cambiare. Questi sono i suoni, l’attitudine, lo spirito che mi fanno sentire bene. Coperto, allineato, al sicuro. Il mio mondo indiscutibilmente.

CESARE LORENZI