Fiver#01.06

Invece delle abituali 5 canzoni del lunedì oggi sono 5 momenti: i 5 momenti dell’appena conclusosi Primavera Sound, o quantomeno dei primi 2 giorni del festival spagnolo cui ho assistito.
Più semplice a dirsi che a farsi, ho scoperto a mie spese. Complice anche una delle più fiacche edizioni degli ultimi anni.
Ecco, si potrebbe pure partire da qui: da come e quanto si é trasformato il Primavera nel corso del tempo. Perché al di là delle dichiarazioni ufficiali le cose sono cambiate. Ed io, piccolo indie-nerd snob dal quoziente elettivo e visione del mondo limitata (me lo dico da solo prima che ci pensi qualcun’altro), ad un certo punto della prima serata, sotto il palco targato Sony con gli Arcade Fire tutti lustrini in versione U2 mi sono semplicemente chiesto: che cazzo ci faccio qui?

Majical Cloudz

Momento “entusiasmo adolescenziale incontrollato parte 1”
Devon Welsh, il cantante di Majical Cloudz, tiene stretto tra le mani il cavo del microfono come se da quella presa dipendessero i destini del mondo. Si scusa prima di cominciare perché la musica che andrà a proporre é “quiet”, dicendolo si guarda attorno e anche lui sembra pensare che cazzo ci faccio qui? Trema. Insomma é una di quelle faccende dove il termometro di emotività repressa segna i picchi massimi. Poi é un diluvio di synth e parole. Voce filtrata che diventa a sua volta strumento. Tempo 4 canzoni ed il pubblico si è dimezzato. Chi rimane però è letteralmente rapito e il concerto si trasforma in un trionfo. Il giorno dopo, di primo pomeriggio vado a rivederli in un palco improvvisato in centro cittadino. E confermano tutte le cose buone del giorno prima. Qualcuno che si è spellato le mani a forza di applausi per James Blake farebbe bene a non passarci sopra con troppa noncuranza.

Momento “vorrei ma non posso, non ancora almeno”
Speedy Ortiz hanno 3 buone canzoni. Quando le suonano quelle 3 canzoni ti fanno chiudere gli occhi e ciondolare il capo seguendo il ritmo. Regalano qualche brivido, insomma. Per il resto sembrano un gruppo un po’ in crisi esistenziale che fatica a mantenere le attese di un hype ingombrante, tra suoni confusi e un chitarrista che sembra prestato da una band hardcore (no, questa non è una buona cosa). Il prossimo disco probabilmente farà da spartiacque e capiremo da che parte della lavagna metterli.

Momento “superclassificashow”
L’ultima volta che ho visto i Pixies dal vivo era il 1990. Sono andato a controllare prima di partire e questa cosa non mi lasciava affatto sereno, comprenderete. Comunque, al Primavera ero in compagnia di qualcuno che i Pixies non li aveva ancora mai visti. Ho pensato: tocca sacrificarsi. Alla fine il tempo è volato via in un baleno. Mi sono ritrovato a battere il tempo e pure a cantare qualche ritornello che ancora mi era rimasto in memoria. Lo so, sono indifendibili. L’ultimo album è una roba inascoltabile ma, cazzo, quante grandi canzoni hanno in repertorio. Uno finisce al Primavera anche per questo: un po’ di sano divertimento senza pretese, e che diamine!

Momento “dall’ufficio del catasto al palcoscenico del festival indie più importante del pianeta non è in fondo chissà quale salto”
Il tastierista, sono sicuro, da’ ripetizioni di musica ai ragazzini delle medie. I rimanenti quattro Real Estate in compenso sembrano la rappresentazione del perfetto nerd. Un’immagine pubblica del genere regala speranza a tutti gli adolescenti rinchiusi nelle loro camerette. Tocca avere talento, però. E quello ai Real Estate non manca. L’ultimo album è un piccolo gioiello che loro ripropongono tale e quale. Brividi. Poi, alla fine di ogni canzone ringraziano, contenti come non abbiamo mai visto nessun altro su quel palcoscenico.

Momento “entusiasmo adolescenziale incontrollato parte 2”
John Grant avrà pensato: sono io o è proprio la sfiga che mi perseguita? Perché alla fine è stato l’unico ad esibirsi sotto una tempesta tropicale, durata per l’appunto il tempo della sua esibizione. Che detto sinceramente avrei voluto non finisse mai. Perché le canzoni sono di un altro livello e la band che lo accompagnava spaccava letteralmente. Conclude con il classico The Queen of Denmark, sprezzante della pioggia, si alza e guarda verso il cielo. Rimane così, fermo immobile per qualche secondo e il sole fa capolino tra le nuvole. Me ne vado bagnato fino alle mutande, contento come un bambino al quale hanno appena regalato qualcosa di grande e inaspettato.

CESARE LORENZI

Aspettando la primavera

live 047

1) The Proper Ornaments “Waiting for the Summer”
L’alfabeto estetico conta. In ambito musicale é faccenda fondamentale, altroché. Una canzone puó catturare al primo ascolto, magari, ma é piú probabile che quello che colpisca, prima ancora della musica stessa, sia l’immaginario che inevitabilmente un musicista si trascina dietro, consapevolmente o meno.
Ecco, i Proper Ornaments sapevo che mi sarebbero piaciuti giá prima di ascoltarne una singola nota. Non immaginavo che ne avrei fatto il mio personalissimo disco dell’anno, ma questo é un dettaglio.
Due tizi, troppo magri, con gli occhiali scuri e delle camice rubate ad un mercatino dell’usato, stivaletti a punta e una faccia che sta lí a raccontare di troppe serate passate ad ascoltare i Velvet e il catalogo della prima Creation.
Del resto lo dicono loro stessi che i Velvet in questa storia hanno avuto un ruolo decisivo: “ci siamo incrociati in un negozio di vestiti usati ed abbiamo iniziato a parlare di Lou Reed”. Cosí raccontano il primo incontro James Hoare (anche nelle Veronica Falls) e Max Clapps, argentino trapiantato a Londra. I dettagli dicono anche che uno facesse il commesso e l’altro il palo ad una fidanzata cleptomane ma questa forse é giá cronaca romanzata e ci interessa il giusto, che é decisamente poco.
Quello che conta alla fine é la collezione di canzoni che sono riusciti a mettere insieme per un album di debutto intitolato “Waiting for the Summer”, che é emblematico fin dal titolo di quell’universo estetico di cui facevamo riferimento all’inizio. Dieci canzoni pressoché perfette, figlie dei Byrds, dei Velvet come si diceva, ma anche del primo album dei Rain Parade. Venate di quella malinconia rassicurante che é in fondo il tratto fondamentale delle migliori canzoni pop in assoluto.
Un disco minore, potrebbe obiettare qualcuno, ma nelle questioni musicali è fondamentalmente inutile valutare utilizzando un approccio colto, scientifico o razionale, qui si parla semplicemente di fede. Nient’altro che fede.

2) Majical Cloudz “Impersonator”
Non ci sono finzioni, non c’é teatro, neppure intrattenimento. Con i Majical Cloudz é tutta una questione di intimitá e intensitá. Canzoni talmente personali e dirette che ti costringono a guardarti la punta delle scarpe per l’imbarazzo. Minimale anche l’approccio musicale: synth-pop glaciale ma sotto le apparenze si nasconde un cuore in fiamme.
3) Sleaford Mods “Austerity Dogs”
Andate a ripescare l’articolo di qualche settimana fa, pubblicato sempre da queste parti.
4) John Grant “Pale Green Ghosts”
Si potrebbe ripetere quanto scritto per i Majical Cloudz ma qui entra in ballo un elemento nuovo: il sarcasmo. John Grant si é divertito in questo album, siamo sicuri che si sará fatto qualche amara risata: e ci immaginiamo le facce di quelli che l’avevano giá eletto nuovo eroe del rock piú tradizionale grazie al disco precedente “Queen of Denmark”. Ed invece si sono ritrovati tra le mani un disco di elettronica dozzinale capace di risultare comunque geniale. John Grant é un gran figlio di puttana, un irresistibile bastardo che ci travolge sotto una valanga di parole e ci regala alcune delle piú irresistibili canzoni degli ultimi anni.
5) Parquet Courts “Light Up Gold”
In ogni playlist che si rispetti ci deve essere il momento “Hüsker Dü”.
6) Waxahatchee “Cerulean Salt”
Mi ha ricordato le prime cose di Cat Power….basta e avanza per qualsiasi classifica.
7) Daft Punk “Random Access Memories”
Non c’é niente da aggiungere al diluvio di inchiostro che é stato versato a proposito del nuovo Daft Punk. Io ci ballo sopra a casa, da solo. Prima di loro riusciva a farmelo fare solamente Donna Summer.
8) Savages “Silence Yourself”
Qui bisogna crederci. Loro lo fanno. Chiedono semplicemente un pó di fiducia che proprio non riusciamo a negargli.
9) His Clancyness “Vicious”
Il disco “indie” dell’anno, senza dubbio. Uno di quei rari casi dove il coacervo di influenze riconoscibili si trasforma in qualcosa di inedito, capace di sorprendere ad ogni nuovo ascolto. Clancy ci é sempre piaciuto ma qui ha raggiunto una consapevolezza ed un’ ispirazione che si fatica a ritrovare in qualsiasi disco con le chitarre di quest’anno.
10) My Bloody Valentine “MBV”
Lo aspettavo dal 1991. Mi sembra una ragione sufficente. Da grande vorrei essere come Kevin Shields!

WE LOVE ITALY
“Move to Italy. I mean it: they know about living in debt; they don’t care. I stayed out there for five months while I was making a film called ‘Order Of Death,’ and they’ve really got it sussed. Nice cars. Sharp suits. Great food. Stroll into work at 10. Lunch from 12 till three. Leave work at five. That’s living!” (John Lydon)

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Vorrei solamente sottolineare quanti dischi importanti, belli, dal respiro assolutamente internazionale sono stati prodotti in Italia quest’anno. E ve lo dice il più esterofilo degli appassionati di musica in circolazione. Ad iniziare dall’album di Theo Teardo e Blixa Bargeld (Still Smiling) che è un piccolo capolavoro dai tratti esilaranti e dal dosaggio perfetto di rumori, melodie e canzoni. Bello anche il nuovo Porcelain Raft (Permanent Signal). Un capitolo a parte merita His Clancyness (Vicious) e piú sopra ho appena spiegato il motivo. Ottimo anche il lavoro dei Brothers in Law (Hard Times For Dreamers) che piazzano (Lose Control) una delle mie canzoni preferite dell’intera annata. Una certezza i Massimo Volume (Aspettando i barbari) e piú che convincente anche il disco dei Santo Niente di Umberto Palazzo (Mare Tranquillitatis). Maria Callas è una delle canzoni italiane più belle che mi sono capitate tra le mani ultimamente. Sorprendente infine il nuovo Julie’s Haircut (Ashram Equinox), disco senza limiti di linguaggio e costrizioni. Semplicemente oltre.
Cesare Lorenzi