That was the river, this is the sea (Fiver # 02.2018)

Da piccolo il mare non lo sopportavi proprio. Troppo sole, troppo caldo, troppa umidità, troppa gente, troppo timore della profondità del blu. Tutto troppo insomma.
La curva che smussò i tuoi spigoli ti si parò davanti in un periodo e in un luogo precisi. Con qualche ricerca e senza nemmeno troppo sbattimento saresti anche in grado di recuperare la data esatta della svolta.
Fu quando i weekend cominciarono a gonfiarsi lungo un determinato spicchio di spiaggia della riviera di Romagna. Quella lingua di sabbia che si estende insolitamente larga tra la pineta e il mare dell’ultimo lido a sud del canale Candiano, la striscia d’acqua che collega Ravenna all’Adriatico e separa la sua Marina da Porto Corsini.

Exploded View “Summer Came Early

Erano gli anni che liquidavano il vecchio secolo consegnandoci al nuovo millennio, ebbri di aspettative che a ben vedere non avevano alcuna ragione di maturare. Già allora ti sentivi vecchio. Un matrimonio seppellito senza troppi rimpianti, diversi ponti fatti saltare dietro le spalle e un dinamismo sulla scena che durava da troppo tempo e che per questo pensavi fosse destinato ad estinguersi di lì a breve.
Probabilmente fu proprio questa convergenza di umori da fine del mondo, oggettiva e soggettiva, che rese quei momenti così maledettamente speciali, riempiendoli di significati che in altre epoche non avrebbero verosimilmente avuto. It’s the end of the world as we know it but I feel fine, come cantava Michael Stipe qualche anno prima.
Stavi bene, ma bene sul serio, bene come non eri mai stato prima e come non saresti più stato dopo. Ma questo allora non potevi saperlo, naturalmente.

Marching Church “Christmas on Earth

Imparasti ad apprezzare rapidamente quella fabbrica di divertimento a basso costo, fatta di due Ceres al prezzo di una e di musica sparata alta da impianti precari quanto lo era la tua vita in quel periodo. Precaria ed entusiasmante.
Non durò tantissimo. Quel carrozzone che si trascinava appresso il luna park dello svago in confezione happy hour, lo archiviasti tempo un paio d’anni. Quelli sufficienti all’ignoranza popolare per trasformare l’improvvisato toga party permanente in un flusso costante di grossolani addii al celibato, con i pullman gran turismo allineati a vomitar fuori un analfabetismo incapace di reggere un tasso alcolico completamente fuori controllo.
Contemporaneamente cominciò ad attenuarsi l’euforia che aveva caratterizzato quel periodo della tua vita.
Pur non essendo faccende direttamente collegate tra loro non puoi ancora oggi fare a meno di notare la convergenza degli eventi, il come le due situazioni fossero andate a sfumare in maniera sequenziale se non addirittura coincidente.
Con una naturalezza che anche a posteriori non riuscivi a spiegarti, cominciasti progressivamente ad abbandonare l’allegra incoscienza che in quegli anni ti aveva temporaneamente protetto dalla noia, dimenticandoti quanto fosse divertente, ma ancor più opportuno, forzare i limiti.
Il timore di farti male superò via via lo spericolato fascino del vivere fino a farti trascurare un particolare di assoluto rilievo: il fatto che la vita in sé, se è vissuta, in ogni caso fa male. E siccome fa male comunque, tanto vale viverla per intero. E’ inutile morire sani se non si è vissuti affogando nei timori e drogandosi di pessimismo.

The Lovely Eggs “I Shouldn’t Have Said That

Comunque sia di lì in avanti il mare ti è rimasto appiccicato addosso e se le convenzioni che ancora ti zavorrano alla quotidianità te lo consentissero proveresti volentieri a frequentarlo in pianta stabile quel mare oggi, anche fuori stagione. Anzi, soprattutto fuori stagione.
Ti piacerebbe vedere l’effetto che fa in inverno, se somiglia a quello descritto da Ruggeri in quella famosa canzone della Bertè: un concetto poco moderno che il pensiero non considera e che nessuno mai desidera, alberghi chiusi e macchine che tracciano solchi su strade dove la pioggia d’estate non cade mai.

Moon Duo “Juke Box Babe

Riguardo al mare non sei particolarmente sofisticato.
Non pretendi acque di cristallo solcate da pesci colorati e fondali a vista punteggiati dal rosso arancio dei coralli. Se ti capita di nuotare dribblando strane pozze opache in superficie e di scoprire l’orizzonte verso la Croazia spezzato dalla sagoma d’acciaio di qualche piattaforma petrolifera non te ne fai un cruccio.
Lo sai e ti sta bene così, non avanzi pretese fuori luogo.
Non è il tipo di spiaggia che fa la differenza ma è il mare in se che sposta il tuo equilibrio.
Vorresti anche provare ad allontanarti per un po’ dalla tua città e dai suoi meccanismi, giusto per vedere cosa succederebbe. Ti piacerebbe prenderti il tempo necessario per studiare i tuoi automatismi e quelli del mondo che ti gira attorno, un mondo che del resto comprendi sempre meno.
Sarebbe interessante capire quanto potrebbero mancarti tutte le cose che dai per scontate nella tua vita di oggi e scoprire, osservando da lontano la prospettiva come fossi uno spettatore esterno, se nel mondo del futuro si noterebbe di più la tua assenza di quanto si noti oggi la tua presenza.

The Waterboys “This is the Sea

Arturo Compagnoni

 

Freedom of Choice (Fiver #33.2016)

fullsizerender
Il 1992 è stato tanto tempo fa.
A quell’epoca Jack Frusciante non era uscito dal gruppo, Enrico Brizzi si aggirava per i corridoi del Galvani e a Stefano Accorsi la sorte non aveva ancora commissionato quella battuta destinata a spedirlo nell’iperspazio tra un maxibon e l’altro. Il 1992 fu un anno che un quarto di secolo dopo qualcuno deciderà di celebrare niente meno che con una serie televisiva nel cui cast finirà proprio Stefano Accorsi, nei panni di un pubblicitario rampante che nuota alla buona tra le onde di tangentopoli.

Nel marzo del 1992 a_ aveva da poco compiuto 25 anni e il giorno in cui fece la scelta destinata a indirizzare la sua vita su un binario piuttosto che su un altro stava ripensando ad una cosa letta anni addietro su Rockerilla, il suo mensile preferito. Ricordava le pagine in cui Robert Smith intervistato da Alberto Campo affermava imprudentemente che una volta compiuti i 25 anni si sarebbe suicidato. Lo avrebbe fatto perché era convinto che a 25 anni ormai si fosse dato il meglio e quindi andare oltre non avrebbe avuto molto senso. Better burn out than fade away, come cantava Neil Young. Che poi qualcuno quell’idea la portò in fondo sul serio giusto un paio di anni dopo, nel tinello di una villa sulle colline di Seattle.
a_ era abbastanza d’accordo sulla faccenda dei 25 anni: nel 1992 a 25 anni magari non è che si fosse proprio vecchi, ma se si voleva combinare qualcosa conveniva essersi messi in moto da un pezzo e a quell’età si doveva essere già a buon punto.
Un paio di settimane prima aveva deciso che sarebbe andato a fare un giro al nord.
Qualche giorno assieme al suo amico di sempre per festeggiare la fine dell’università e quella laurea da lui ritenuta così inutile che prima di fruttargli un passe-partout per un qualsiasi tipo di professione seria sarebbero passati anni durante i quali avrebbe avuto tempo per cercarsi un lavoro, continuando nel mentre a coltivare la sua grande passione: la musica rock. Lui e l’amico avevano in tasca i biglietti per assistere a tre concerti che spiccavano nel sempre affollato calendario della night life londinese. Il primo era in programma alla University of London Underground. Suonava Polly Jean Harvey, una cantautrice inglese di cui il Melody Maker diceva un gran bene. Al negozio import della sua città a_ aveva comperato il suo primo disco, un dodici pollici con la copertina bianca e in mezzo una foto nera che forse era più un disegno che una foto. Le tre canzoni stampate su quell’ep non gli erano dispiaciute ed era curioso di vederla dal vivo, anche se in realtà a lui le cantautrici non erano mai andate particolarmente a genio. Gli altri due concerti erano di certo più roba sua: i Primal Scream che stavano iniziando a portare in giro Screamadelica e i Fall alle prese con le canzoni di Code: Selfish, magari non proprio il loro album migliore ma pur sempre i Fall, uno dei suoi gruppi della vita.

Le cose erano però destinate ad andare diversamente.
In quel preludio di primavera accaddero infatti due eventi imprevisti.
Dapprima il nuovo giornale su cui aveva da poco iniziato a scrivere di musica gli propose di entrare in redazione poi, cosa inverosimile e ancor più inattesa, quella cazzo di laurea generica e inutile come poche gli fruttò in maniera inopinatamente istantanea l’attenzione di qualcuno.
Una grande cooperativa della sua zona, incuriosita da chissà cosa nelle sue striminzite referenze, lo chiamò utilizzando il numero di telefono lasciato in calce a uno dei tanti curriculum che in quei giorni aveva cominciato a spedire abbastanza casualmente in giro. Incredibilmente quella cooperativa, impegnata a sfornare a nastro succhi di frutta e marmellate, pareva stesse cercando proprio uno come lui.
Doveva cominciare subito, la stessa settimana in cui era previsto il viaggio a Londra.
Forse avrebbe potuto chiedere di posticipare l’inizio del lavoro di qualche giorno ma non gli pareva bello cominciare così e in ogni caso quella coincidenza gli sembrò una faccenda talmente chiara e profetica da non potere essere messa in discussione. E lui alle coincidenze aveva sempre dato ascolto.
Si trattava di fare una scelta netta, non era più il momento per le vie di mezzo: prendere o lasciare. Una rinuncia forse lo avrebbe indirizzato verso un’altra vita ma la solidità offerta dalla cooperativa non poteva essere ignorata. Il posto fisso era ancora una roba seria e alla sua età a_ si sentiva già troppo vecchio. Doveva cominciare a crescere sul serio.

Nel 1992, da un’altra parte del mondo, un tizio scozzese stava scrivendo il suo primo romanzo. Un libro che di lì a poco avrebbe riscosso grande successo e qualche anno dopo sarebbe diventato un film.
Se quel giorno di marzo del ’92 a_ avesse avuto modo di ascoltare l’incipit scolpito sopra la batteria che pompa e la voce di Iggy che incalza nella sequenza di apertura di quel film, forse avrebbe fatto un’altra scelta:
Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valigie in tinta; scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo; scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi; scegliete un futuro; scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?
Certo lui avrebbe cambiato l’ultima frase perché l’eroina non aveva alcun ruolo nella sua esistenza e non avrebbe avuto molto senso citarla come ragione di vita.
Magari l’avrebbe sostituita con il rock and roll.
Con quello sì che il discorso sarebbe davvero filato.
Avrebbe scelto il rock and roll e chissà dove, chi e cosa sarebbe oggi, in questo pomeriggio di inizio autunno 2016 in cui poggiando la ortofon sul primo solco di Pornography attendeva l’ora per uscire di casa e tornare a veder suonare i Cure nella sua città, trentadue anni e mezzo dopo quella prima volta sotto al telone bianco e rosso del teatro tenda al Parco Nord.

The Hunches “The Ballad

Era da un pezzo che non ascoltavo gli Hunches e se non fosse uscito il disco degli Sleeping Beauties, dove ho ritrovato la voce di Hart Gledhill già cantante degli Hunches appunto, chissà quanto altro tempo sarebbe passato. Il bello della musica per come l’ho sempre vissuta io è anche questo, lasciarsi andare ai collegamenti e scoprire cose e poi scoprirne ancora e ancora e non averne mai abbastanza. Ad esempio non sapevo che tab_ularasa fosse un fan degli Hunches, ne’ tanto meno che avesse costruito un video su una delle loro canzoni più belle. Chi è tab_ularasa? Cercatelo. E’ bello scoprire cose, ogni tanto provateci.

The Lavender Flu “My Time

E se non fosse uscito il disco degli Sleeping Beauties non avrei scoperto il nuovo gruppo di Chris Gunn, già chitarrista degli Hunches. Con loro ha pubblicato un album doppio qualche mese fa. Dentro c’è tantissima roba, a me sono venuti in mente i Royal Trux, i Beat Happening, Daniel Johnston. Cose belle insomma. C’è anche questa canzone, che è una cover di un pezzo di Bo & The Weevils “garage band legend from Vidalia, Georgia”. Necessario documentarsi su di loro a questo punto.

Marching Church “Heart of Life

Tutto quello che c’è da sapere circa Elias Bender Rønnenfelt è che è uno degli Iceage, qualche tempo fa ha pubblicato un disco su Sacred Bones a nome Vår e ora per la stessa etichetta mette fuori il secondo sotto l’insegna Marching Church. Ha una evidente passione per Nick Cave, non c’è dubbio. Non imbrocca sempre la canzone giusta, ma quando capita conviene starlo ad ascoltare.

Josefin Öhrn and the Liberation “Anything So Bright

Per la categoria psichedelia pop crauta il miglior disco ascoltato da un pezzo a questa parte arriva a sorpresa dalla Svezia. E’ il secondo di Josefin Öhrn and the Liberation si chiama Mirage e uscirà a breve. In rete non ho trovato niente da piazzare qui e così ho ripiegato sul singolo dell’album precedente, che non è male comunque. Josefin Öhrn ci mette una voce a la Françoise Hardy e un viso di quelli che non ti dimentichi, i Liberation costruiscono attorno un mantra circolare che in alcuni momenti acquista ritmo e in altri si avviluppa denso appoggiando strati uno sopra l’altro. Caldamente consigliato ad amanti di Stereolab, Suicide e Spacemen 3.

Arturo Compagnoni

The Dark Ages (Fiver # 14.2015)

Bedhead

Bedhead

At night when there’s no moon
No one has a history
The dark ages last a few hours
But that’s all the time that’s needed
To erase memories, create horrible dreams, ruin sleep
Destroy all possibility of elimination

(Bedhead, The Dark Ages)

Da qualche tempo nel calendario di alcuni club che frequento corre l’obbligo di inserire con ricorrenza ciclica feste a tema anni ’90. Di solito non vado a mettere dischi in queste occasioni. Non lo faccio per diversi motivi che credo interessino solamente a me, quindi non starò qui a farne un elenco. Una di queste ragioni mi serve però ad introdurre l’argomento di oggi. Dovessi trovare una musica che rappresenta bene i miei anni ’90 questa sarebbe la musica che stava dentro i dischi dei Bedhead. Che non è esattamente una musica da suonare ad una festa. Per quanto certe canzoni di Transaction de Novo, tipo Extramundane, potrebbero anche funzionare.
Qualche mese fa è uscito un bellissimo box curato dalla ottima Numero Group per raccogliere l’intera discografia dei Bedhead. I tre album in studio e un quarto disco, doppio nel cofanetto di vinili, in cui sono infilate le canzoni uscite nella manciata di singoli pubblicati dal gruppo. C’è anche una cover di Golden Brown degli Stranglers, sino ad ora inedita in quanto destinata al lato b di un 45 giri mai pubblicato.
C’è invece la loro versione di Disorder dei Joy Division. Di quella canzone ho già scritto su questo blog, ma torno a parlarne ora. Perché se c’è un momento in cui la vita prende una svolta secca e quel momento ha una sua precisa colonna sonora, allora l’attimo va celebrato con ogni riguardo. Quelli sono momenti cui in genere assistiamo solamente da spettatori di un film, molto difficilmente ne siamo parti in causa in prima persona. Uno di quei momenti a me capitò il 16 maggio del 1998, quando vidi suonare i Bedhead alla vecchia sede del Teatro Polivalente Occupato in via Irnerio. Il concerto fu di una intensità notevole, un impatto emotivo nel mio caso amplificato dal momento del tutto particolare che mi trovavo a vivere proprio in quelle settimane. Quella canzone, piazzata nei bis a fine concerto, fu in cinque minuti in grado di rappresentare rovina e catarsi, come ad aprire una voragine nel pavimento al primo colpo di batteria capace di inghiottirti dentro fino al buio più nero per spedirti poi fuori lanciandoti verso un altro mondo, totalmente nuovo, all’ultimo feeling, quasi aspirato sul fondo della canzone. Una versione in cui il nervosismo che nell’originale confluisce da subito in una blitzkrieg wave incalzante ed elettrica viene invece compresso, prima ancora che represso, in una lunga e dilatata slow motion, con la batteria che anziché far da traino a un treno in corsa si limita a fornire un tappeto di felpa su cui si intreccia il dialogo tra le chitarre mentre la voce racconta. Così intensa da togliere il respiro, eppure dolcissima.
Dei Bedhead sta per uscire un disco che documenta proprio quel tour. Mille copie pubblicate sempre dalla Numero Group in occasione del Record Store Day: il concerto di Chicago all’Empty Bottle nel tour di Transaction de Novo, giusto un mese prima di quello di Bologna, il 16 aprile del 1998.
Mi sono dato la regola di non comperare dischi pubblicati appositamente per il Record Store Day.
Questa volta la infrangerò.

Dei Bedhead ho appena scritto anche per la fanzine No Hope, articolo cui qui sopra ho rubato giusto una frase. Alla fanzine teniamo molto tutti noi di Sniffin’Glucose, la supportiamo e ci scriviamo, ci crediamo quanto ci credono i ragazzi che la fanno.
Presto, molto presto, faremo festa assieme.
Se ne parlerà a tempo debito, per ora controllate in agenda gli impegni del 21 e 22 maggio, se ne avete cancellateli, viceversa tenetevi liberi per quei due giorni.

Marching Church “King Of Song

La passione per Nick Cave mi è montata su negli anni, con lo scorrere in avanti del tempo.
Il cantante degli Iceage invece evidentemente ci è arrivato subito, sin da giovanissimo.
Fossi una ragazza io di un tipo così, che canta una canzone così, mi innamorerei perdutamente.

The Manhattan Love Suicides “(Never Stop) Hating You

Mi piace la gente consapevole. Quelli a cui piacciono certe cose e solo certe cose e non si vergognano a dirlo. Soprattutto se anche a me piacciono quelle stesse cose. I Jesus and Mary Chain di Psychocandy, i primi singoli di Motorcycle Boy, Flatmates, Primitives e le Talulah Gosh, l’unico 45 giri pubblicato dai Meat Whiplash e qualunque cosa abbiano inciso le Shop Assistants, Son of a Gun dei Vaselines e Truck Train Tractor dei Pastels. E si, i Manhattan Love Suicides li trovo fantastici sin dal nome che si sono scelti.

Free Pizza “Baby Girl

Ve la do buona subito: il nome fa schifo. Il pezzo no. Vengono da dove dichiara il titolo del loro primo album (Boston, MA) e per presentarsi nominano Meat Puppets, Angst e Texas Instruments.
Immagino che a chi ha meno di 40 anni questi nomi dicano poco. Pazienza.

Prinzhorn Dance School “Reign

Con i Prinzhorn Dance School è stato amore a prima vista. Poi li ho visti suonare due volte dal vivo e l’amore è cresciuto esponenzialmente. Un sacco di gente che conosco ha sprecato un sacco di tempo dietro a un sacco di inutili gruppi che negli ultimi 30 anni hanno provato a reinventare i suoni wave e in pochissimi si sono filati questi due. Tanto che credevo avessero deciso di chiudere baracca. Quando qualche giorno fa ho imparato che i Prinzhorn Dance School ad inizio giugno sarebbero usciti con un nuovo disco sono stato contento come un bambino quando si avvicina il natale.

Nic Hessler “Hearts, Repeating

Sole, tavolini di legno sul bordo della spiaggia, liquidi trasparenti e ghiacciati in bicchieri di vetro. Questa è una delle possibili colonne sonore. La mia di sicuro.

Arturo Compagnoni