1996 – 2017 Choose Life (Fiver #10.2017)

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Scegliete la vita. Scegliete Facebook, Twitter, Instagram e sperate che a qualcuno da qualche parte freghi qualcosa. Scegliete di cercare vecchie fiamme, desiderando di aver agito diversamente. E scegliete di osservare la storia che si ripete. Scegliete il futuro.
Mark Renton, Trainspotting 2 – 2017

Ho speso troppo tempo e il tempo si è accorciato*

Autunno, forse inverno millenovecentonovantasei. Nelle sale italiane esce Trainspotting.
Io scrivevo, di nascosto da tutti, il mio primo romanzo. La mattina (tardi) andavo a lezione in Zamboni 38, in via Centotrecento e conoscevo randagi come me e guardavo le ragazze che sembravano di un altro mondo, quello in cui ci si sta bene, comodi e sereni.
Il mio era tutto uno spigolo, pieno di trabocchetti, che ovunque ti voltavi succedeva qualcosa da cui nessuno ti avrebbe salvato.
La notte vagavo, con un clan di poeti estinti strafatti, a caso per una città in cui ancora riuscivamo a perderci. Nessuna scena, nessun riferimento: solo strade e periferie e bar del centro e spazi occupati e droga e qualunque cosa facesse dimenticare di esserci.
Piazza Maggiore. C’era un cinema che forse, di nuovo, ci sarà. C’era un cinema e io quella sera, così stravolto che alla scena in cui Rentboy si fa un’overdose, la scena in cui quel genio di Danny Boyle lo fa sprofondare col suo tappeto nel pavimento sulle note di Lou Reed, a quel punto io volevo scappare via dal cinema che il cervello mi stava schizzando fuori dalla testa.
Mi teneva per un braccio lei, che non ricordo come si chiama. Bellissima, aveva il viso d’angelo di Liv Tyler ma era di Vicenza e punk. C’eravamo conosciuti di mattina, poche settimane prima, a lezione di Estetica. Lei che domanda “è libero quel posto?” indicando lo scranno di fianco al mio e io che non ci credevo che una così volesse sedersi vicino a me.
E poi fogli di quadernone in cui ci scrivevamo da un banco all’ altro anziché seguire il corso (ho dato quell’esame tre anni dopo, lei chissà…) e poi “andiamo a vedere Trainspotting?” e poi per andare a mangiare qualcosa all’Osteria dell’Orsa ci siamo persi – fattissimi, bellissimi- e un’ora dopo l’abbiamo trovata ma lì c’erano già Marco il poeta e il mio miglior amico ubriaco che suonava il sax da solo al piano di sotto e lei non l’ho vista mai più, persa tra le nebbie di quell’inverno che sapeva di albe metalliche e facce che si sovrapponevano a ritmi allucinati di birre, mescalina e anfetamina che tanto eravamo tutti sempre strafatti.

In corridoio ho scritto una frase che so ripetere ma non riesco a ricordare*

Poi, dov’ero? Dov’ero io quel capodanno. Mentre i Massimo Volume suonavano Lungo i bordi al LINK di via Fioravanti. Dov’ero? In quale buco a rintanarmi? Per quale paura, quella volta? Per quale terrore? Di essere abbandonato da chi? Di non essere amato da chi? Solo per compensare tutto quello che era mancato prima.
Ma per compensare occorreva vivere, invece ci nascondevamo. Solo noi, come fratelli di sangue, come i ragazzini di Stand By Me mai cresciuti, legati dall’aver visto troppo chiaro quel segreto segreto agli altri: che la vita è feroce, che non c’è speranza ma andiamo avanti lo stesso, che anche se abbiamo vent’anni non c’è un cazzo da ridere.
Dov’ero, quel 31 dicembre? Sfasciato, in qualche angolo di niente, con uno di voi. Maledetti quanto me. Ci siamo soffocati a vicenda, ci siamo salvati la vita a vicenda. Ci siamo amati come nessuno mai prima né nessuno più potrà.
No, ero solo a lavorare. In quella cucina di quell’albergo. A pagare anche le tre Ceres di merda offerte ai due disgraziati miei compagni di sventura, due camerieri uno di Bari e uno chissà. A pagarle al banco dell’albergo in cui avevo lavorato dalle sei del mattino alle due di notte. Mi sa che ero lì.
Ma sarei potuto essere ovunque. Comunque, non sarei stato dove era giusto essere, dove bisognava essere. Ti ricordi, Paolo? Fuori luogo. Questo era come ci descrivevamo: sempre da un’altra parte, anche se il fiuto ci diceva che ce n’era una giusta, noi non potevamo starci. Potevamo passare, ma dovevamo presto andarcene. Non avere un posto. Non far sapere che c’eravamo.
Noi, sempre dal lato sbagliato. A pochi metri da. Giusto in ritardo. Appena appena ma no.
Non potevo. Non ho mai potuto esserci. Sentivo la vita come un film che ti scivola davanti, come un fiume che scorre mentre tu stai sulla riva. Seduto. A guardare, sognare, quello che si muove lì sotto, ma non hai il coraggio di buttarti. Non c’è nessuno, non c’è mai stato nessuno lì sulla riva con te a dirti “dai, salta, male che vada ci sono io a prenderti”, mai nessuno che entrava in acqua prima per farmi sentire che anche se non toccavo, ci sarebbe stato lui a tenermi su. Mai. Nessuno.
E così ho rinunciato. E così ho guardato. Mi sono seduto al bordo della vita e l’ho osservata scorrere via.
Diverso. Sempre. Loro, gli altri, loro erano di un altro mondo.
Il fatto è che loro sapevano di poter tornare. Qualunque cosa fosse succedeva, avevano un posto in cui tornare.
Io quel posto non l’ho mai avuto. Io ho sempre saputo che se partivo era per sempre. Che ogni “ciao” era un “addio”, che nessuno avrebbe tenuto la porta aperta, si sa mai che avessi avuto freddo, o solo voglia di tornare.
Noi avevamo solo noi. E lo sapevamo.

E così veniamo avanti / simili in tutto a quelli di ieri / aggrappati a un’immagine / condannata a descriverci*

Gli Afterhours ai Giardini margherita. Forse l’ho solo sognato. Millenovecentonovantanove. Possibile fossero loro? C’ero. Ma non mi ricordo. Ricordo Barbara, io pazzo di lei, lei che giocava con me, com’era giusto: troppo bella e troppo giovane per poter pensare a domani. Io troppo fragile, come un pupazzo di cristallo su una pista da bowling. Io domani ce l’avevo sempre in testa e domani era niente. Lei che conosceva il bassista della band e “vieni a vederli, sono forti” e chissà se perché geloso o solo ubriaco ci sono arrivato e ho qualche ricordo confuso di un sacco di gente che cantava e io che cercavo solo lei immaginando che sarebbe finita in camera con quel basso di fianco.
Neanche due anni dopo. Già stufo di Bologna, annoiato dal suo provincialismo, stretto in quella che era già una mamma troppo presente, troppo accogliente, troppo tutto. Se quella volta fossi rimasto a Berlino? Sognavo una città lontana, enorme, in cui nessuno mi vedesse, in cui poter rinascere: diventare. Se fossi rimasto, cosa sarebbe successo?
Ma non potevo. Chi sarebbe tornato se fosse servito? Chi avrebbe mollato tutto? Chi avrebbe sacrificato ancora qualcosa?
Chi aveva bisogno di sentirsi un supereroe, perché solo un supereroe sopravvive a qualunque peso gli si metta addosso.
Sono tornato. E ho incontrato lei, che mi ha salvato la vita. Per farlo l’ha chiusa in una stanza pulita e perfetta da cui non sono più uscito per quasi dieci anni. Non l’avessi incontrata sarei morto, lo so. Incontrarla mi ha costretto a diventare chi non ero, la parte di me che mi avrebbe salvato. Adesso so anche questo.
Trasformarti per salvarti, dimenticarti di te per sopravviverti. Poi, ritrovarti all’improvviso e rovesciare tutto. Rompere tutto. Scappare. Ricominciare. Trovarsi a pezzi. Perdere tutto. Ritrovare la propria faccia in uno specchio grande quanto un cd in dieci metri quadrati di casa, piano terra, che per entrare bisognava cacciare a bestemmie gli spaccini magreb.
Ricominciare. Ma con dieci anni di troppo sulla schiena. Ripartire da dove avevi lasciato, senza più bisogno di sconvolgerti per dimenticarti di esistere ogni sera. Con una vita in più vissuta e cucita sulla pelle, disegnata sulla pelle.
È il tempo, sempre il tempo che ti frega. Non puoi ricominciare, perché puoi ripartire, ma sei un altro. Più vecchio, più ferito, più duro. Più quel cazzo che vuoi, ma un altro.

Scuoti i tuoi angeli drogati Fausto/stasera ce ne andremo in giro/per le vie del centro/allegri come vecchi bonzi ubriachi/consapevoli che il peso del mondo è un peso d’amore/troppo puro da sopportare*

Oggi. Vent’anni e qualche mese dopo quella sera al cinema Arcobaleno con la Liv vicentina (se solo ricordassi come ti chiami ti avrei cercata per chiederti di venire con me al cinema e poi tornare a dimenticarci di nuovo che esistiamo) sono a poche decine di metri da lì, di nuovo seduto sulle poltrone comode davanti ad un enorme schermo in una sala semivuota. Pomeriggio e sono solo. Trainspotting2 (per un colpo di fortuna in lingua originale) ed ho paura. Di quello che sentirò, di quello che vedrò. Dei capelli ossigenati di SickBoy (sarai ancora così figo da farmi credere di essere gay?), delle rughe sulla faccia di Mark Renton. Di quelle che vedo sulla mia. Della voglia di ricominciare – e da grandi se si fa si fa per bene- ad avere come unica meta della giornata la fine della giornata in qualcosa da fumare, sciogliere, spararsi in qualsiasi modo, che sempre dondola davanti alla mente come un ciondolo che cerca di ipnotizzarti.
Comincia il film e ho un tuffo al cuore. Cazzo, sì: Rent ha cambiato faccia. È così anche per me, vero? Se qualcuno non mi vedesse da vent’anni rimarrebbe colpito dai capelli grigi, dalle borse sotto gli occhi, dai segni lì attorno, vero?
Il film fila via e io sono così emozionato che quando esco mi fa male la schiena per quanto ho tenuto contratto tutto.
Prima c’è un’opportunità. Poi c’è un tradimento.
La storia della vita di tutti. Il tempo è l’opportunità. Il tempo è il tradimento. Impari a non perdere l’opportunità quando hai troppa roba dietro da guardare. Quando davanti ce n’è meno di quella che è passata.
Non so dare un giudizio sul film, non riesco ad immaginare cosa ne penserebbe un ventenne. Non penso sia un film per un ventenne. Penso che questo film Danny Boyle l’abbia girato apposta per noi, Paolo. Davide. Sì sì, proprio per noi. Per ricordarci ancora una volta quello che sappiamo già bene: che prima c’è un’occasione, poi un tradimento.
Che commemorare è nostalgia, che siamo sempre dei fottuti tossici, ma abbiamo cambiato la materia delle nostre dipendenze. Che lo saremo sempre perché se sei così non cambi mai, puoi solo scegliere di scegliere, come abbiamo fatto.
Vent’anni dopo il tempo in cui sceglievamo di non scegliere.

Vince chi non si illude/Noi che accendiamo lumi/Per nascondere le luci/Noi che accendiamo lumi/Per nascondere le luci/Noi*

Rinascere. Cambiare. Diventare qualcun altro. Sei sempre chi sei ma sei un altro.
E allora Rentboy sei ancora quella splendida faccia da bastardello che eri nel 1996. Franco e Spud, sentirvi parlare mi ha strizzato lo stomaco e portato indietro di vent’anni, al mio viaggio a Edimburgo, allo sballone di Leith che dopo aver visto la mia ragazza mi aveva consigliato, Tennent’s Super in mano a metà mattina, di girare i tacchi e tornare nelle vie del centro fra i turisti e i tipi in kilt che suonavano le cornamuse. SickBoy, sei ancora così figo ma la tua amica Veronika lo è molto di più: malgrado tutto, confermo i miei gusti in fatto di gambe magre e gonne cortissime.
Trainspotting2. Gran sound, gran ritmo. Tanta nostalgia, tanta paura. Tanta voglia, tante possibilità. Come la vita. Scegli la vita.
Non vorrei tornare ai miei vent’anni per tutto l’oro del mondo. Ma vorrei incontrarmi una notte, ventenne, solo per dirmi “vedrai, che ce la fai. Ce la farete tutti. Contro ogni previsione, fra vent’anni sarete tutti vivi e tutto sarà andato comunque bene. E allora, fregatene. Niente dipende così tanto e solo da te. Lasciati vivere. Vivi quello che vuoi. Si può sempre tornare indietro. Si può sempre tornare a casa. Si può trovare una casa anche se non hai mai sentito di averne una. Vai. Parti. Corri. Fai tutto quello che ti va senza paura, senza pensare sempre a doverti costruire scudi, armature, paracaduti. Vai, buttati: anche se nessuno ti ha insegnato a nuotare, imparerai da solo e sarà bellissimo”.
Non si può, lo so. Rivoglio indietro la mia cazzo di vita. Lo dice Franco o SickBoy, a un certo punto del film. Mi sono venuti i brividi. Non si riavvolge niente, non si torna indietro, non si mettono a posto le cose. Mai. Puoi solo andare avanti cercando di far sì che quello che hai dietro faccia pochi danni a quello che ti rimane da fare, da provare.
Quindi? Quindi Trainspotting è un capolavoro, come i vent’anni. Trainspotting2 un gran bel film. Come i quaranta: pieni di opportunità, di energia, di voglia di fare. Travolti dai ricordi, dalla malinconia. Con la paura di vivere nel passato e il terrore di perderlo quel passato buttandoselo definitivamente alle spalle.
Occorre incanalare l’energia, dice Rent. Come? Andandosene. Io a vent’anni me ne sono andato. A quaranta ho tanti pruriti di partenze.
Tempo davanti. Quanto? Chi lo sa. Quanto impegnativo? Dipende da me. Quanto felice? Dipende quasi solo da me. La fortuna? Ormai non ci si può più affidare, ma ci si può sperare.
Vent’anni sono difficili. Quaranta sono meglio. Anche se certe mattine pesano un sacco.
Danny Boyle è un figo. SickBoy, mi dispiace ma c’è Veronika. Spud ti adoro, Franco. Beh, Franco è Franco. Rantbello, sei tutto quello che avrei voluto essere se non avessi avuto veramente niente da perdere, o se avessi avuto veramente qualcosa a cui tornare.
Mi accenderei una sigaretta adesso, fuori dal cinema, ma non fumo più.
Due passi per pensare e tornare nel 2017, Bologna. Alla mia vita responsabile, almeno a volte e affidabile, ogni tanto.
Poi vado a farmi un paio di birre. Appuntamento con due occhi che ti sdraiano anche da lontano. Forse le racconterò tutto questo. Probabilmente non le dirò nulla di tutto questo.
Il tempo? Il tempo rimane quello che ti frega.

Un po’ di tempo fa lessi un’intervista a Ottavia Piccolo, l’attrice, e lei diceva pressapoco “certe volte l’esistenza mi sembra come una prova generale e mi stupisco che non ci sia poi un’altra possibilità dove tutte le cose verranno fatte meglio, dove questa è solo una prova di quello che sarà”. Personalmente ho convissuto per tanto tempo con l’idea che poi tutto sarebbe rifatto meglio. Si pensa che la maturità ti porterà una consapevolezza maggiore di quello che stai facendo, una profondità maggiore questo e quell’altro… poi invece alla fine ti rendi conto che quello che sai fare è questo, lo stai facendo e un’altra occasione non ci sarà. Ciò è abbastanza traumatico, insomma.
Emidio Clementi – Mucchio n. 675, 2010

*Massimo Volume

Fabio Rodda

You hit me with a flower*

« Strada di schiavi e di puttane. Di protettori e ladri di polli. Di mangiatori di topi. Anche di gatti, ovviamente. Origini oscure. Suburbia. Suburbia anche dopo, una volta inglobata alla città. Addossata alle mura. Terrorizzata dai mutamenti. Quasi campagna e quasi città. Rifugio di giocatori d’azzardo, esperti in truffa alla francese, preti, uomini arrapati, alcolizzati, cacciatori di topi, spie, travestiti. Fame perenne. Regno del precariato. Indolenza. Nel corso dei secoli. »
(Emidio Clementi, La notte del Pratello 2001)

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Ci vediamo in via del Pratello?
Mi blocco un’istante e non riesco a replicare, sbalordito. È solo questione di secondi e poi finalmente rispondo: va bene, via del Pratello va bene.
Jonathan Clancy é il mio interlocutore.
Ci salutiamo e realizzo che i casi della vita sono talvolta sorprendenti.
Penso a quel pomeriggio del 1994 quando ebbi una conversazione identica (questo é il motivo della mia sorpresa) con un gruppo di giovani musicisti che aveva appena pubblicato l’album d’esordio.
Mimí era il cantante, Vittoria la batterista.
Ci vediamo in via del Pratello per l’ intervista?

In quel caso finimmo in un appartamento a discutere di musica ed aspirazioni varie per un paio d’ore, questa volta l’appuntamento é in un bar.
Dai Massimo Volume a His Clancyness, comunque il meglio che musicalmente é uscito dalle cantine di questa cittá.
Via del Pratello non é una via amata dai bolognesi doc, a dire il vero. Ma quelli che a Bologna ci gravitano finiscono inevitabilmente per penzolarci attorno.
Come se quel “lavorare con lentezza” propagato giornalmente dalle frequenze di radio Alice, che in via del Pratello aveva la sede, fosse ancora in qualche modo nell’aria.

.Amo il Pratello -esordisce Jonathan– anche se non è più il posto di una volta. Ma sta migliorando, sopratutto in questi ultimi due tre anni hanno aperto un paio di locali nuovi che hanno rilanciato la zona. Posti non necessariamente per giovani ma comunque fighi. Abito qui vicino e di conseguenza vedo quello che succede in zona. Negli ultimi anni si era trasferito molto del movimento in via Mascarella, il Pratello si era fossilizzato negli stessi locali che erano invecchiati con la propria clientela ma, come dicevo, ultimamente è assai migliorato. La giunta Cofferati aveva tagliato le gambe un pò a tutte queste situazioni, piano piano ci si sta riprendendo.

Jonathan Clancy é un giovane uomo di 31 anni che ha pubblicato da pochi mesi uno di quei dischi che tracciano il sentiero. Un disco che ha fatto smuovere i figaccioni di Pitchfork, tanto per dire. Il NME, primo mondo per quanto riguarda le vicende musicali, sbrodola a proposito di “psych-pop che ha trovato accenti ruvidi e aggressivitá”, mentre nientemeno che il Guardian se ne esce con una recensione dai riferimenti che definire lusinghieri é fin poco: Galaxie 500, Ultra Vivid Scene, Suicide e Joy Division.

Al di lá delle formule, Vicious é un disco che in realtà ha concluso un percorso ma che per la freschezza e anche per quanto si distanzia dalle produzioni precedenti ho personalmente vissuto come un vero e proprio debutto. Mi fa piacere che la vedi così -continua Jonathansopratutto in Italia si rimane ancorati al proprio passato, a tutto quello che si è fatto prima. Tutte le recensioni iniziano facendo riferimento ai Settlefish o a A Classic Education, io invece penso: chi se ne frega di quello che è stato prima. Mi verrebbe da dire: ascoltate il disco. Non è che ho problemi con la mia produzione precedente, ne sono orgoglioso ma è roba che fa parte del passato. Ogni tanto ci capita di ascoltare quelle cose in furgone, quando siamo in tour, ma più come gag che altro.  Mi diverte invece notare come quel tipo di suono, in particolare le prime cose dei Settlefish, un certo tipo di emo stia tornando in auge, sopratutto in America in questo momento.

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Vicious è un album che arriva invece al culmine di un processo di maturazione e lo si nota ascoltando anche le parti strumentali che non vengono mai sacrificate, come se si fosse finalmente trovata una propria dimensione ed una propria consapevolezza. Effetivamente è così -prosegue Jonathanma è dovuto al fatto che per la prima volta non ho fatto tutto da solo. Ero abituato a lavorare su loop o tracce registrate o mi arrangiavo suonando la batteria ma non sono in grado tecnicamente di fare determinate cose.
Suonando per la prima volta come band invece abbiamo trovato una dimensione che non avevamo in precedenza.  In realtà sono stato sempre un grande fan di band strumentali, sono cresciuto con il post-rock, mi ricordo a 16 anni il sold-out del Covo con i June of ‘44 che fu per me un vero avvenimento. Interessante notare come quella generazione di musicisti, pre my space, sia stata in qualche modo completamente cancellata. Rodan, Rachel’s tutte band che ho amato molto che sono semplicemente sparite.
Comunque è il primo disco di cui non cambierei neanche una virgola anche a distanza di tempo, sono soddisfatto del suono, delle canzoni, è la prima volta che mi succede.

Torniamo a parlare della scena post-rock, sparita nel nulla come inghiottita. In questo caso non è semplicemente un problema di ricambio generazionale, Jonathan è difatti convinto che: la scena indie è cambiata e non è più quella che era appena 10 anni fa. Se guardi adesso una classifica di fine anno di Pitchfork e di Rolling Stone, ti rendi conto che su 20 nomi 10 sono identici, fino a 5-6 anni fa non era così. In questo momento diventa difficile trovare spazio. Quando i Make-Up facevano sold-out al Covo, non è che si andava a vedere un gruppo ostico o particolarmente difficile. Erano semplicemente cool, ma proprio quel genere di gruppi fanno più fatica ad emergere in questo momento. Adesso parliamo di Chvrches e Sky Ferreira, che per carità sono interessanti, ma è roba mainstream e non indie nel senso che l’intendiamo noi. Quando mi hanno detto che i No Age hanno fatto 80 persone qui a Bologna ci sono rimasto male.

Arturo Compagnoni e Massimiliano Bucchieri (redazione di Sniffin’Glucose presente al gran completo per l’occasione!) scuotono la testa e raccontano della nostra recente trasferta milanese per Parquet Courts. Nella nostra testa semplicemente l’avvenimento dell’anno che si è risolto con 40 paganti e la solita fastidiosa sensazione di trovarsi disconnessi da una realtà che si limita all’ultima ennesima e sterile polemica sul singolo di Brunori Sas (mi sembra si chiami così).
Jonathan Clancy in Italia in questo momento viaggia semplicemente in un’altra dimensione. Non è un caso che sia un italiano sui generis, per metà canadese, nel suo girovagare planetario si è scrollato di dosso il consueto provincialismo che da sempre accompagna la nostra scena. Sono fisso in Italia da quando ho 16 anni -racconta– prima ho vissuto praticamente ogni anno in un luogo differente tra Canada, Stati Uniti, Napoli, Lecce, Bari e Trieste, per via del lavoro di mia mamma che è professoressa universitaria. La mia prima lingua? Non esiste, in pratica, perchè a seconda delle situazioni penso indifferentemente in italiano o in inglese. La mia educazione musicale invece è merito di mia madre, che ha sempre vissuto con la musica in sottofondo: Van Morrison, Bowie, Stones, queste cose qua. Poi i due anni che ho passato a Toronto, in Canada, tra i 13 e i 15 anni mi hanno definitivamente formato musicalmente. Erano gli anni dei Nirvana, Soundgarden, tutti ascoltavano quel genere in quel periodo. Quando è morto Kurt Cobain ero a Toronto me lo ricordo benissimo. Poi si vivono le classiche situazioni che da quel tipo di band si passa a qualcos’altro. Quando ho visto Eddie Vedder con una maglietta dei Fugazi mi si è aperta una porta che mi ha introdotto inevitabilmente ai Pavement, Dinosaur Jr., etc;
Quando sono ritornato in Italia a 16 anni una roba fondamentale è stata Blow Up, la rivista. Che all’epoca era ancora una fanzine, ce l’ho in casa dal numero 2 anche se adesso sono un paio di anni che ho smesso di comprarla. Ma loro mi hanno formato musicalmente in maniera anche rilevante, mi ricordo il primo numero che ho comprato con David Grubbs in copertina che ho visto poi un paio di mesi dopo dal vivo a Bologna. All’epoca trattavano ancora parecchie cose che venivano dal post-punk comunque, che poi sono state quelle che ho sempre seguito. Per 3-4 anni sono stati veramente fighi poi, non saprei spiegare bene perchè, si sono un pò persi. Erano gli anni di Dischord, di Kranky, della Thrill Jockey, di Touch and Go, tutte etichette per me fondamentali.

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His Clancyness, come si diceva, da progetto solista si è trasformato in una band. Vicious è l’album che ha raccolto e sintetizzato in musica tutti i viaggi, fisici e musicali, di Jonathan nel corso degli anni. E’ il disco della consapevolezza, è anche un punto d’arrivo in qualche modo. Trentun’anni, un disco osannato dalla critica, una band che suona in contesti prestigiosi in Europa ma anche al di là dell’oceano. Difficile però pensare a quello che verrà dopo.
In effetti non sarà semplice -racconta Jonathan– proprio questi giorni ci siamo fermati per la prima volta da quando è stato pubblicato il disco. Siamo stati sempre in giro, fino ad ora. Ho avuto tempo di pensare al passo successivo e non è facile immaginarsi cosa possa venire. Sono contento di Vicious, così soddisfatto che non ho ancora pensato a come si potrà evolvere la nostra situazione. Andare oltre sarà una bella sfida ed ammetto che in questo momento non so dove andremo a parare. E’ una cosa che mi piace, però. E’ la prima volta che mi ritrovo in un certo senso libero di trovare una nuova strada. Poi i dischi mi piace che abbiano una propria storia ed un proprio immaginario di riferimento. Non ho ancora trovato il prossimo ma ci sto iniziando a pensare.

Immagini che vanno di pari passo con le sonorità, cosa che non sorprende se si osserva l’attenzione che la band ripone ai dettagli anche visuali. Ha sorpreso il Jonathan in versione glam con tanto di rossetto e l’atmosfera tendente al nero delle foto promozionali che hanno accompagnato l’uscita del disco. Ho bisogno di crearmi un aspetto visuale che possa in qualche modo riassumere i suoni. In questo è molto brava la mia compagna e tastierista della band, Giulia, che cura tutta la parte fotografica e anche i video del gruppo ma che sopratutto mi offre tanti input su cui lavorare. Sono aspetti che secondo me vanno curati anche se rischiano di arrivare solo ad una minoranza di persone, anche tra quelli che ci seguono. Sopratutto i più giovani non ci hanno fatto molto caso, ho l’impressione
Ma certe cose vogliamo comunque continuare a farle. Come la fanzine che abbiamo allegato all’uscita in vinile. Non so che impatto possa aver avuto ma intanto è importante che ci sia, importante sopratutto per noi come band.

Vicious come si diceva ha avuto recensioni importanti ma ha anche spiazzato: è un disco diffcile da inquadrare e difatti in sede di recensione si sono individuati i riferimenti più vari. Clancy forse per la storia che ha alle spalle si posiziona proprio a metà strada tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra, e la sua band suona come una sorta di Deerhunter (l’unico nome che veramente mi sento di fare come riferimento riconoscibile) coniugati in un alfabeto pop tipicamente continentale.
Mi sento più americano, non tanto come suoni ma come attitudine -ci confida Jonathan– è una situazione più libera. In Inghilterra è tutto più controllato: anche se sei in una band piccola si parla già di manager, di avvocati, di situazioni molto orientate al business. In america non è così ed anche band grosse hanno un approccio più libero che si ripercuote anche nella musica.

Si finisce a parlare di gap generazionali, di età e di prospettive. Perchè al di là delle ottime recensioni e dei tour in due continenti gli His Clancyness ancora il lunario, grazie alla musica, non riescono a sbarcarlo. No, ci dobbiamo arrangiare con altri lavoretti – racconta Jonathan– io ad esempio faccio traduzioni e qualche dj set. I margini sono limitati, anche in tour. Per esempio dalla vendita dei dischi si tira fuori comunque troppo poco. Ma bisogna fare delle scelte. La mia è chiara: ho deciso che voglio suonare e lo farò per i prossimi dieci anni. Devo aggiustare la mia vita per seguire questa decisione, si tratta solo di trovare un sistema che mi permetta di tenere un buon equilibrio.

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 Non avrò una sicurezza economica ma in questo momento non m’importa. Non è una questione legata all’Italia questa, spesso all’estero è anche peggio. Noi siamo usciti subito fuori dai confini, già con i Settlefish all’epoca e quindi abbiamo avuto la fortuna di rendercene immediatamente conto. L’ultimo tour è durato un mese, almeno dieci volte abbiamo dormito per terra, altre dieci su un divano e alcune volte in hotel. Ma è la normalità, sopratutto negli Stati Uniti. Fin che non fai 500 paganti a data non esistono altre situazioni. Ma va bene così. Se ami quello che fai certe cose non pesano.

Il giorno dopo Clancy armato di sola chitarra affronta con piglio deciso il folto pubblico che si é radunato all’interno di una galleria d’arte, che é anche bar e pasticceria, lo Zoo. L’occasione é quella di Arte Fiera: Bologna brulica di avvenimenti e situazioni create per l’occasione.clancy

Clancy affronta la situazione con naturalezza, canta su di un palco improvvisato a pochi centimetri dalla prima fila. Le canzoni anche in versione solista mantengono il loro fascino. È una roba breve, intensa,  mezz’ora conclusa dalla cover di Promise Me  dei Gun Club.

Esco dalla porta, mi incammino sotto i portici: Bologna questa sera é splendida. Mi sento finalmente lontano dalla provincia, come se qui e adesso avesse finalmente un senso. In testa mi risuonano le note di una canzone…..Never spit on an icy day, Turn it around and make me say, You are pure, you are pure…..**

* Vicious, Lou Reed
** Zenith Diamond, His Clancyness

Cesare Lorenzi

In allegato qui sotto un estratto dalla fanzine di His Clancyness, contenuta nella prima edizione della stampa in vinile.
La potete ordinare qui.

Oppure la potete scaricare in formato pdf qui His Clancyness FANZINE

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Ed infine un omaggio ai 16 anni di Jonathan, un breve articolo che realizzai nel 1998 a proposito dei June of ’44, uscito originariamente per la rivista Rumore.

june of 44 articolo 02-1998

Aspettando la primavera

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1) The Proper Ornaments “Waiting for the Summer”
L’alfabeto estetico conta. In ambito musicale é faccenda fondamentale, altroché. Una canzone puó catturare al primo ascolto, magari, ma é piú probabile che quello che colpisca, prima ancora della musica stessa, sia l’immaginario che inevitabilmente un musicista si trascina dietro, consapevolmente o meno.
Ecco, i Proper Ornaments sapevo che mi sarebbero piaciuti giá prima di ascoltarne una singola nota. Non immaginavo che ne avrei fatto il mio personalissimo disco dell’anno, ma questo é un dettaglio.
Due tizi, troppo magri, con gli occhiali scuri e delle camice rubate ad un mercatino dell’usato, stivaletti a punta e una faccia che sta lí a raccontare di troppe serate passate ad ascoltare i Velvet e il catalogo della prima Creation.
Del resto lo dicono loro stessi che i Velvet in questa storia hanno avuto un ruolo decisivo: “ci siamo incrociati in un negozio di vestiti usati ed abbiamo iniziato a parlare di Lou Reed”. Cosí raccontano il primo incontro James Hoare (anche nelle Veronica Falls) e Max Clapps, argentino trapiantato a Londra. I dettagli dicono anche che uno facesse il commesso e l’altro il palo ad una fidanzata cleptomane ma questa forse é giá cronaca romanzata e ci interessa il giusto, che é decisamente poco.
Quello che conta alla fine é la collezione di canzoni che sono riusciti a mettere insieme per un album di debutto intitolato “Waiting for the Summer”, che é emblematico fin dal titolo di quell’universo estetico di cui facevamo riferimento all’inizio. Dieci canzoni pressoché perfette, figlie dei Byrds, dei Velvet come si diceva, ma anche del primo album dei Rain Parade. Venate di quella malinconia rassicurante che é in fondo il tratto fondamentale delle migliori canzoni pop in assoluto.
Un disco minore, potrebbe obiettare qualcuno, ma nelle questioni musicali è fondamentalmente inutile valutare utilizzando un approccio colto, scientifico o razionale, qui si parla semplicemente di fede. Nient’altro che fede.

2) Majical Cloudz “Impersonator”
Non ci sono finzioni, non c’é teatro, neppure intrattenimento. Con i Majical Cloudz é tutta una questione di intimitá e intensitá. Canzoni talmente personali e dirette che ti costringono a guardarti la punta delle scarpe per l’imbarazzo. Minimale anche l’approccio musicale: synth-pop glaciale ma sotto le apparenze si nasconde un cuore in fiamme.
3) Sleaford Mods “Austerity Dogs”
Andate a ripescare l’articolo di qualche settimana fa, pubblicato sempre da queste parti.
4) John Grant “Pale Green Ghosts”
Si potrebbe ripetere quanto scritto per i Majical Cloudz ma qui entra in ballo un elemento nuovo: il sarcasmo. John Grant si é divertito in questo album, siamo sicuri che si sará fatto qualche amara risata: e ci immaginiamo le facce di quelli che l’avevano giá eletto nuovo eroe del rock piú tradizionale grazie al disco precedente “Queen of Denmark”. Ed invece si sono ritrovati tra le mani un disco di elettronica dozzinale capace di risultare comunque geniale. John Grant é un gran figlio di puttana, un irresistibile bastardo che ci travolge sotto una valanga di parole e ci regala alcune delle piú irresistibili canzoni degli ultimi anni.
5) Parquet Courts “Light Up Gold”
In ogni playlist che si rispetti ci deve essere il momento “Hüsker Dü”.
6) Waxahatchee “Cerulean Salt”
Mi ha ricordato le prime cose di Cat Power….basta e avanza per qualsiasi classifica.
7) Daft Punk “Random Access Memories”
Non c’é niente da aggiungere al diluvio di inchiostro che é stato versato a proposito del nuovo Daft Punk. Io ci ballo sopra a casa, da solo. Prima di loro riusciva a farmelo fare solamente Donna Summer.
8) Savages “Silence Yourself”
Qui bisogna crederci. Loro lo fanno. Chiedono semplicemente un pó di fiducia che proprio non riusciamo a negargli.
9) His Clancyness “Vicious”
Il disco “indie” dell’anno, senza dubbio. Uno di quei rari casi dove il coacervo di influenze riconoscibili si trasforma in qualcosa di inedito, capace di sorprendere ad ogni nuovo ascolto. Clancy ci é sempre piaciuto ma qui ha raggiunto una consapevolezza ed un’ ispirazione che si fatica a ritrovare in qualsiasi disco con le chitarre di quest’anno.
10) My Bloody Valentine “MBV”
Lo aspettavo dal 1991. Mi sembra una ragione sufficente. Da grande vorrei essere come Kevin Shields!

WE LOVE ITALY
“Move to Italy. I mean it: they know about living in debt; they don’t care. I stayed out there for five months while I was making a film called ‘Order Of Death,’ and they’ve really got it sussed. Nice cars. Sharp suits. Great food. Stroll into work at 10. Lunch from 12 till three. Leave work at five. That’s living!” (John Lydon)

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Vorrei solamente sottolineare quanti dischi importanti, belli, dal respiro assolutamente internazionale sono stati prodotti in Italia quest’anno. E ve lo dice il più esterofilo degli appassionati di musica in circolazione. Ad iniziare dall’album di Theo Teardo e Blixa Bargeld (Still Smiling) che è un piccolo capolavoro dai tratti esilaranti e dal dosaggio perfetto di rumori, melodie e canzoni. Bello anche il nuovo Porcelain Raft (Permanent Signal). Un capitolo a parte merita His Clancyness (Vicious) e piú sopra ho appena spiegato il motivo. Ottimo anche il lavoro dei Brothers in Law (Hard Times For Dreamers) che piazzano (Lose Control) una delle mie canzoni preferite dell’intera annata. Una certezza i Massimo Volume (Aspettando i barbari) e piú che convincente anche il disco dei Santo Niente di Umberto Palazzo (Mare Tranquillitatis). Maria Callas è una delle canzoni italiane più belle che mi sono capitate tra le mani ultimamente. Sorprendente infine il nuovo Julie’s Haircut (Ashram Equinox), disco senza limiti di linguaggio e costrizioni. Semplicemente oltre.
Cesare Lorenzi