The Last Days Of Summer (Fiver # 34.2015)

violent femmes

Violent Femmes


Continuo a pensare che ognuno di noi dovrebbe scrivere una sorta di proprio diario musicale.
Un diario pieno di vinili scartati e presi tra le mani per la prima volta, di concerti visti, di pazzie fatte per raggiungere determinate location e aneddoti infiniti che ci legano intorno a quel filo conduttore che chiamiamo musica.
Un capitolo più intimo potrebbe essere dedicato alla nostra formazione, per approfondire come sono nati i nostri gusti, le corde emotive toccate che ci hanno unito ad un mondo e forse diviso da un altro. E ancora soffermarsi sulle persone e sulle occasioni che probabilmente hanno forgiato per sempre le nostre passioni.
Un altro capitolo di questi ipotetici diari potrebbe essere speso per i luoghi.
Mi è capitato di ripensare a queste considerazioni poche settimane fa . L’occasione assolutamente fortuita è stata l’avere incrociato su un sentiero di alta montagna un ragazzino di non più di 16 anni in camminata solitaria e intento ad ascoltare musica in cuffia (che ahimè non sono riuscito a percepire nel breve incontro, ma mi piace pensare che ascoltasse gli Smiths per rendere queste mie righe più epiche).
Gli elementi di mio riconoscimento in quel ragazzo c’erano tutti : pallore epocale in viso, maglietta trasandata (nel suo caso quella dei Ramones), cuffie, sentiero in solitaria.
E così dopo anni che questa immagine non mi tornava in mente , mi sono ricordato di tutte le estati a metà/fine anni ’80 passate in vacanza in montagna con i miei genitori (Dio li abbia in gloria).
Portare un adolescente in borghi trentini senza altri amici può essere gesto delittuoso ma ricordo che alla fine le estati passavano piuttosto serene e che uno dei motivi principali del benessere era rappresentato dalla musica che mi accompagnava in quei giorni e la preparazione del tutto.
La preparazione delle compilation estive era una sorta di rito da rispettare con religiosità estrema.
Era il momento del walkman e le cassette dovevano essere rigorosamente di non più di 60 minuti. La scelta di una cassetta da 90’ (o addirittura 120’) aumentava in maniera esponenziale il rischio di sfilacciamento del nastro che potevi sì salvare con maestria grazie alla sapiente rotazione di una penna bic, ma il probabile danneggiamento del nastro avrebbe avvicinato la voce di Ian McCulloch a quella dei Muppets, con effetti nefasti sul brano così amato.
Anyway, il sottoscritto preparava solitamente 2 cassette. In una erano contenuti i “must” i pezzi preferiti del momento. Nell’altra quei brani che potevano diventarlo.
Poi il luogo ed il momento (l’estate) facevano il resto.
E così un brano semplice e fino a quel momento sottovalutato come Driver 8 dei REM diventava uno dei motivi principali per svegliarsi il giorno dopo. Oppure la voce di David Sylvian ascoltata in cuffia camminando in un bosco poteva metterti in condizioni tali da pensare che se tutto fosse finito in quel momento…andava poi bene anche così.
Pensando ai “miei” 5 pezzi di questa estate mi accorgo invece che l’introspezione della mia adolescenza ha fatto sempre più posto allo “snap” delle dita.

Ecco quindi i 5 pezzi che più mi hanno accompagnato in questa estate 2015
Estate che da oggi andiamo a riporre nella scatola dei ricordi.

COLLEEN GREEN – Whatever I Want

Nel già citato diario ognuno di noi dovrebbe anche fare una lista delle proprie canzoni pop che toccano o sfiorano la perfezione. Probabilmente scopriremmo che è spesso la semplicità a farla da padrone. Colleen Green a mio avviso scrive delle canzoni pop meravigliose e sono quasi certo che nemmeno lei lo sappia. Whatever I Want scorre in una maniera così piacevole da desiderare che il calendario si fissi per sempre sul mese di giugno

I’M FROM BARCELONA – Sirens

Ci sono dei pezzi che ci accompagnano durante l’estate e ci sono delle band che SONO l’estate.
Nel mio mondo immaginario ottimale droghe e antidepressivi non esisterebbero e sarebbero sostituiti dai concerti coatti.
Se sei in un periodo di merda il dottore dovrebbe importi di andare all’Hana Bi durante l’estate ad assistere ad un live di I’m from Barcelona. L’effetto euforico durerebbe almeno 3 mesi e poi torni dal medico che ti prescrive i Cloud Nothings oppure di andare a vedere un film con Bill Murray. Questo sarebbe il mio mondo ideale.
Growing up is for trees non raggiunge le vette dei precedenti lavori, ma alcuni brani tra cui Sirens ti fanno ripensare al fatto che con questo gruppo hai passato tra le serate estive più piacevoli degli ultimi anni.

VIOLENT FEMMES – Love Love Love Love Love

Della mia passione legata ai Violent Femmes avevo già scritto su queste pagine la scorsa primavera. Mi ha stupito che si sia parlato poco del loro ritorno sulla scena con 4 brani inediti dopo 15 anni. Anche perché a mio avviso i 4 brani sono uno più godevole dell’altro. Tra tutti scelgo Love Love Love Love Love …riportato e cantato 5 volte , senza virgole. Ognuno può darci il proprio significato. Un testo semplice da stampare e impararsi a memoria e mentre senti cantare Gordon Gano ti tornano in mente anche Jonathan Richman e Daniel Johnston e tutti coloro che hanno deciso di prendere un po’ della nostra pazzia e aiutarci facendola propria.

MODEST MOUSE – Lampshades on Fire

Non ho mai avuto esperienze da dj anche se non nascondo che mi piacerebbe presentarmi in una location sconosciuta con la mia playlist per capire le eventuali reazioni. Quest’estate avrei aperto forse con questo pezzo dei Modest Mouse che sul sottoscritto ha avuto effetti devastanti, ritrovandomi a saltare all’impazzata nonostante l’età sia più consona a quella di una partita di curling.
Sul “Push Push Push Push Push” sbraitato da Isaac Brock nell’ultima strofa, realizzi con assoluta certezza che potresti stoppare anche Pau Gasol al campetto.

THE TALLEST MAN ON EARTH – Singers

Non posso fuggire dalla mia anima folk, quando ci provo dopo poco tempo viene a reclamarmi.
Ogni volta è così. L’ultimo lavoro di Kristian Matsson forse non è molto consono alle pagine di SG
ma mi riporta ancora una volta a pensare che la musica è una cosa complicatamente molto semplice
e che bastano una chitarra e 3 accordi e sei di nuovo su quel sentiero di montagna ..e sono passati 5 minuti e non 30 anni.

Massimo Sterpi

Love All Of Me (Fiver #06.2015)

Jon Spencer Blues Explosion

Jon Spencer Blues Explosion

Era un tempo dove capitava che qualcuno dei tuoi amici ti chiamasse la sera e ti dicesse semplicemente: tieniti pronto, domani mattina ti vengo a prendere, si va a Salisburgo a vedere Jon Spencer. Un dettaglio il fatto che fossero 590 chilometri, Bologna – Salisburgo e altrettanti al ritorno, naturalmente. Che ci fosse di mezzo l’università. Che non si sarebbe dormito, se non sul sedile della macchina, qualche ora in un parcheggio di un autogrill.
Ho parlato con Jon Spencer la prima volta nel settembre del 1994, proprio in quella occasione. Me lo ricordo con esattezza grazie alla piccola mania che mi fa segnare in un’agenda le date dei concerti a cui assisto. Il giorno esatto, per gli amanti dei numeri, é stato il 23.
Il club di Salisburgo dove abbiamo chiaccherato (la prima delle 3-4 volte che abbiamo avuto occasione di farlo) si chiamava Arge Nonntal.
Ma era anche il tempo in cui La JON SPENCER BLUES EXPLOSION aveva appena pubblicato, in rapida sequenza, Extra Width e Orange. I due album che contribuirono a fare di Jon Spencer e compagni un piccolo caso nel mondo dell’indie dell’epoca. La solita trafila fatta di articoli (in particolare sulla stampa inglese), tour sempre più frequentati e amicizie di un certo rilievo: Beck e Mike D di Beastie Boys tra gli altri. Condizioni che creavano quell’attesa che non ci faceva conoscere ostacoli. Bisognava andare e si andava. Punto.
Ricordo un Jon Spencer sfatto dalla stanchezza e da un tour che non regalava chissà quali soddisfazioni. Ma comunque disponibile per i due disperati arrivati appositamente dall’Italia per lui. Quella chiaccherata finì su un numero di Rumore.
Al di là della consuetudine che le interviste comportano, dal tracciato di domande e risposte un pò scontate ricordo che Jon Spencer mi lasciò addosso una sensazione che è sempre ritornata tutte le volte che ho avuto a che fare con lui, anche in seguito. Oppure anche solo osservandolo su un palcoscenico.
Una di quelle persone che si capisce immediatamente che non sono in quel luogo ed in quel ruolo per caso. La retorica del rock imporrebbe una di quelle sentenze tipiche di queste occasioni, roba così: un talento gigante toccato dal fuoco sacro. Ben più prosaicamente uno di quei personaggi che non ci si può immaginare possa fare qualcos’altro nella vita. Se non suonare una chitarra, urlare in un microfono con le stigmate del perfetto intrattenitore tatuate addosso.
Jon Spencer, come Bobby Gillespie per esempio, è uno di quegli artisti che paga i propri debiti. Gente capace di omaggiare un’infinità di artisti blues, soprattutto, ma anche punk che sono arrivati prima di loro. Non si tratta di copiare pedissequamente ma di prendere ispirazione, rileggere e trasformare lasciandosi ispirare dalla propria visione personale della materia. Più che suoni e canzoni in senso stretto un percorso che si misura in attitudine. Nonstante si capisca perfettamente da dove venga fuori ogni singolo riff il risultato finale è semplicemente una cosa nuova. Non solo ispirazione ma anche convinzione assoluta di quello che si sta per compiere. La Jon Spencer Blues Explosion è sempre stata una faccenda di vita vissuta. Dal primo all’ultimo istante. Senza compromessi.

The Jon Spencer Blues Explosion – Do The Get Down

Mi è tornato in mente tutto questo perché Jon Spencer e compagni hanno appena pubblicato una nuova canzone. E soprattutto un nuovo video. Che è veramente un omaggio fantastico ad una New York che c’era e che ora si è trasformata in qualcosa d’altro. Il pezzo, come si dice in questi casi, spacca di brutto. E fa pensare che l’album in uscita potrá comunque avere un senso. Ma il video, dove si susseguono una serie infinita di piccoli omaggi visuali (si riconoscono la vecchia Times Square pre Disney, gli Swans, Jay-Z, i Wu-Tang Clan, estratti di Permanent Vacation di Jim Jarmush, un concerto hard-core a Tompkins Square Park, il sindaco Giuliani, il vecchio Post e i suoi titoli sensazionalistici, Tom Verlaine, Basquait, i Ramones, il CBGB’s, New Yor Dolls, Patti Smith, Dead Boys, Talking Heads, Lou Reed che fa la pubblicità per gli scooter della Honda davanti al Bottom Line, Andy Warhol e Nico, Taxi Driver, Alan Vega, i Velvet Underground e molti altri): è nella sua semplicità un fantastico modo di ricordare un mondo del quale è possibile provare una certa nostalgia senza doversene vergognare.

Modest Mouse – Lampshades On Fire

Non potranno mai fare un disco banale, i Modest Mouse. Magari brutto (anche se dubito) ma banale no. Quello nuovo che uscirà da qui a qualche settimana si può ascoltare in una piccola parte di anteprima. Tre canzoni pubblicate che devono mantenere le attese di un intervallo infinito (ben 8 anni dall’ultimo “We Were Dead Before the Ship Even Sank”) e che danno il polso della situazione. Mi piacciono tutte e tre. Molto. Ci si ritrova tra le mani la band di sempre, in fondo. Con i soliti stacchi che vanno a prendere spazio, alla ricerca di respiro, come se all’interno della canzone ci sia sempre bisogno di un momento in cui è necessario fermarsi un attimo….yeah we have scars, yeah we have scars / This is how it’s always gone / And this is how it’s going to go…..canta Isaac Brock con la solita inconfondibile zeppola in “Lampshades On Fire”. Ma questa volta non ci sono rimorsi: è tempo di muoversi in avanti e di non guardare indietro…We’ll push, push, push, push, push a little forward….nonostante si sappia fin da subito che si commetteranno gli errori di sempre…..Find another planet, make the same mistakes…..Una canzone bella come la vita, insomma. Ogni tanto fa male però lascia segni del suo passaggio. Di questi tempi praticamente impossibile chiedere di meglio.

Twerps – I Don’t mind

Ma questa canzone dei Pastels che roba è?? Non mi sembra di ricordarla…..per poi scoprire che in effetti non si tratta della voce di Stephen Pastel ma di qualcosa che sembra molto molto simile. Ecco, ho detto Pastels. Si potrebbe finirla qui, evidentemente. Ma faremmo un torto ai Twerps e alle loro numerose sfumature. Perchè suonano,sopratutto in questo brano, come una copia dei Velvet rifatta da 4 studenti in overdose di cappuccino ma non solo. Quando si sente il suono inconfondibile della Rickenbecker tornano alla mente i Byrds, trattati con poca deferenza e un pizzico di irruenza. Allo stessa maniera di quelle bands che un tempo venivano etichettate come “paisley underground”. Un gioiello di disco, avrete inteso. Da Melbourne, altra parte del mondo.

Porcelain Raft – Closed Eye Vision

Dei Porcelain Raft non avevo mai sentito parlare. Ho solo avuto la fortuna di capitare ad un loro concerto, per puro caso. Era la data losangelina di Youth Lagoon e Porcelain Raft facevano da gruppo spalla. Porcelain Raft è il progetto di una sola persona, alla fin fine. Mauro Remiddi che da Roma si è trasferito a Londra e poi a Brooklyn per inseguire il suo sogno. Quella sera salirono sul palcoscenico in due: lui, alla chitarra, voce, synth e tastiere e un batterista, che ho scoperto proprio in questi giorni essere quel Mike Wallace che ora picchia i tamburi per i fantastici Viet Cong.
Quella sera fu un trionfo. Il giorno dopo comprai il cd del primo album che diventò la colonna sonora costante di quel viaggio americano. Per quel che conta finì dritto filato nella mia top ten di fine anno, il 2012. Lo scorso anno Porcelain Raft pubblicarono un nuovo lavoro, sinceramente sotto le aspettative. Mentre ora se ne escono con questa breve canzone, solo voce e piano, che me li riporta dove li avevo lasciati all’epoca dell’esordio. Una canzone evocativa, che come racconta Remiddi stesso è a proposito del deserto di Joshua Tree, Don Quixote e dinosauri (che è come dire nulla e il suo contrario però mi piace ugualmente).
94 secondi che mi rimettono in pace con il mondo.

Tobias Jesso Jr. – Hollywood

Alla maniera di un vecchio crooner, nonostante la giovane età, Tobias Jesso Jr. sembra avere le carte per rinverdire la tradizione della più classica ballata americana. Un piano Rhodes e la voce, innanzitutto. E la voglia di raccontarsi senza paura di scadere nell’autobiografia. Hollywood racconta della sua avventura metropolitana, alla ricerca di fortuna, alle prese con una band destinata al fallimento. Per lui canadese dalle belle speranze attratto e poi respinto senza troppi convenevoli dal sogno californiano. Adesso è il momento della rivincita, come si compete al classico copione che all’iniziale caduta alterna la successiva rivincita. Ora è il momento dei sold-out, degli articoli sulle riviste. Circondato da tutti quelli che all’inizio gli hanno voltato le spalle. Una di quelle sceneggiature scontate che però rimangono affascinanti.
Merito innanzitutto di Chet White, produttore e bassista della prima incarnazione dei Girls che è andato a ripescare Tobias Jesso Jr. fino a Vancouver, dopo aver messo le mani su un demo, procurandogli il contatto giusto. Non era proprio Randy Newman che cantava I love L.A., del resto? Uno di quei dischi che, lo confesso, in qualche scaffale di casa mia fa bella presenza, in compagnia di Ben Folds Five. Un altro che dietro ad un piano ha regalato belle canzoni.

Cesare Lorenzi

We’ll all float on anyway

Modest Mouse

Modest Mouse

Ci sono momenti nell’esistenza di una band ma forse converrebbe dire dell’esistenza in generale dove per una serie di congiunzioni non pienamente preventivabili ci si ritrova a fare la cosa perfetta.

In quello che legittimamente si dice essere “stato di grazia”. Solitamente è un momento breve, un istante che se documentato rischia di lasciare il segno.
I Nirvana in quell’estate prima che uscisse Nevermind, ad esempio. Quando dal vivo travolgevano gli steccati emotivi di chiunque capitasse a tiro.

I Modest Mouse vissero una stagione simile, per intendersi. Era il 1997 ed avevano già pubblicato un album e si apprestavano a far uscire il secondo, The Lonesome Crowded West.
In Europa l’etichetta indipendente che li aveva sotto contratto, la Up Records, non era neppure distribuita e le notizie giungevano con i tempi lenti dell’era analogica. Si spulciavano le note dalla stampa specializzata dell’epoca e qualche fanzine, che comunque arrivava dalle nostre parti dopo mesi dall’uscita originaria americana.
Mi pare di ricordare che ad un certo punto la Matador filiale europea decise di distribuire finalmente la band e li fece sbarcare ufficialmente anche da questa parte del continente. Strategie commerciali che riguardavano comunque solo l’Inghilterra e se andava bene la Germania, il resto era come se non esistesse. E l’Italia stava all’ultimo posto di quel grande nulla. Penso che nessuna delle generazioni post-internet potrà mai davvero comprendere il significato di “provincia”, senza aver vissuto quel periodo.

Comunque mi ricordo ancora il giorno in cui mi capitò quell’album tra le mani. Penso che ognuno di noi in quanto appassionato delle vicende musicali abbia vissuto una di quelle circostanze. O quantomeno me lo auguro. Nonostante tutta la passione che uno possa avere, quei momenti, immagino che alla fin fine si possano contare sulle dita di una mano. Epifanie. Non parlo semplicemente di farsi piacere un disco. No, non è solo quello, è l’istante nel quale l’arte riesce ad esprimere qualcosa di te stesso che non sapevi neppure compiutamente di possedere. È quell’istante dove l’espressione artistica sembra congiungersi al più profondo sentimento della propria anima. È come ritrovarsi improvvisamente rappresentati. Capisco che possa sembrare una cosa assolutamente retorica da scrivere e che per di più lo stia facendo con un tono assolutamente autoreferenziale. Ma sono certo che più di qualcuno di voi saprà esattamente a cosa mi riferisco.

The Lonesome Crowded West

The Lonesome Crowded West

Ne parlo ora, dei Modest Mouse, a distanza di così tanto tempo perchè mi è capitato che un amico di quelli che seguo più volentieri on-line, Giancarlo Frigeri (ascoltate i suoi dischi, tra l’altro che sono molto buoni. O magari data un’occhiata al suo blog, qui, che è uno spazio di buon gusto e di buon senso sempre più difficile da trovare in rete) abbia recentamente postato una delle canzoni contenute in quel famigerato secondo album della band dello stato di Washington. Non mi pare che avesse aggiunto nessun commento. Ma quel clic che ho fatto partire quasi in automatico mi ha letteralmente travolto. Quel brano, mi pare fosse Cowboy Dan, mi ha tirato fuori dalla consuetudine dei miei ascolti giornalieri, quasi sempre legati all’attualità. Non vorrei davvero esagerare con gli aggettivi, credetemi. Vi dico solamente che ancora una volta quel disco ha spazzato via tutto quello che mi circondava. E non faccio riferimento solamente alla musica, naturalmente

Lo “stato di grazia”, dicevo all’inizio. Non mi stupisce che in quei giorni i Modest Mouse non fossero una band qualunque. Fu una di quelle storie di coinvolgimento estremo tanto che i tour divennero processioni, con la gente che si spostava di città in città in una sorta di pellegrinaggio. Della serie Our band could be your life, avrete inteso.

Come si diceva, fu un momento. Una stagione. Le cose cambiarono velocemente. I Modest Mouse finirono al primo posto in classifica in seguito ed ancora oggi riempono le arene dove suonano. Non sono riusciti a diventare una band banale ma quel periodo rimarrà ineguagliato, quel disco l’assoluto vertice della loro produzione. Nonostante espisodi come Float On che si siano trasformati in veri e propri inni. Nonostante Johnny Marr, il Coachella e tutto il resto. Nonostante una dignità che non è mai andata perduta che non ha nulla a che fare con la “gag” dell’era meglio il demo.

Non sono sicuro che si possa avere la consapevolezza di viverlo in tempo reale lo “stato di grazia” e comunque, anche se fosse, non avrebbe senso congelare le cose per poi ripeterle all’infinito. Le persone cambiano, come il contesto che le circonda e il tempo non è possibile fermarlo: where the fuck do all the minutes go, come cantano loro ad un certo punto.

Non ho mai fatto un tatuaggio che abbia a che fare con la musica, anche se ne ho avuto spesso la tentazione. Ho sempre avuto il timore che ad un certo punto passata l’infatuazione del momento avrebbe iniziato a pesare. Ma, come si diceva, certe band potrebbero essere la vostra vita. In questo caso senza ombra di dubbio e se non lo certifica un disegno colorato e una frase sulla pelle sarà una questione di battiti del cuore.
CESARE LORENZI

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  • estate del 2000 viene annunciato il primo album per una major, The Moon & Antarctica
  • settembre del 2000, sempre per Rumore, Cesare Lorenzi intervista ancora la band. Esce anche Building Nothing Out of Something  una raccolta di canzoni uscite in precedenza solo su singoli ed EP.

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  • il 4 novembre del 2000 è la data del primo concerto italiano, al Covo di Bologna. Massimiliano Bucchieri recensisce per Rumore

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  • Nel 2001 esce Sad Sappy SuckerSono le prime registrazioni della band, sostanzialmente quello che doveva essere l’album di debutto. Esce indipendente per la K Records.
  • Good News for People Who Love Bad News, del 2004, è il secondo album della band ad uscire su major, contiene Float On che diviene la canzone più conosciuta della band.
  • Il 2007 è l’anno dell’album We Were Dead Before the Ship Even SankArturo Compagnoni ne scrive sul suo blog dell’epoca ( che poi portava lo stesso nome di quello attuale…..sniffinglucose.blogspot.it). Il disco raggiunge il primo posto della classifica Billboard 200.

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  • Il 4 giugno 2007 la band sbarca per la seconda volta a Bologna. Arturo Compagnoni (firmandosi con lo pseudonimo di Patrick Bateman) il giorno seguente scrive:

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  • Il 2013 è l’anno della pubblicazione del documentario The Lonesome Crowded West, da parte dei tizi di Pitchfork.  Si parla sopratutto del secondo album della band. Da vedere, assolutamente.
  • La band è attualmente impegnata in un tour americano e sembra che abbia iniziato a scrivere canzoni per un nuovo album. Non ci sono date di realizzazione ancora confermate, comunque.