That was the river, this is the sea (Fiver # 02.2018)

Da piccolo il mare non lo sopportavi proprio. Troppo sole, troppo caldo, troppa umidità, troppa gente, troppo timore della profondità del blu. Tutto troppo insomma.
La curva che smussò i tuoi spigoli ti si parò davanti in un periodo e in un luogo precisi. Con qualche ricerca e senza nemmeno troppo sbattimento saresti anche in grado di recuperare la data esatta della svolta.
Fu quando i weekend cominciarono a gonfiarsi lungo un determinato spicchio di spiaggia della riviera di Romagna. Quella lingua di sabbia che si estende insolitamente larga tra la pineta e il mare dell’ultimo lido a sud del canale Candiano, la striscia d’acqua che collega Ravenna all’Adriatico e separa la sua Marina da Porto Corsini.

Exploded View “Summer Came Early

Erano gli anni che liquidavano il vecchio secolo consegnandoci al nuovo millennio, ebbri di aspettative che a ben vedere non avevano alcuna ragione di maturare. Già allora ti sentivi vecchio. Un matrimonio seppellito senza troppi rimpianti, diversi ponti fatti saltare dietro le spalle e un dinamismo sulla scena che durava da troppo tempo e che per questo pensavi fosse destinato ad estinguersi di lì a breve.
Probabilmente fu proprio questa convergenza di umori da fine del mondo, oggettiva e soggettiva, che rese quei momenti così maledettamente speciali, riempiendoli di significati che in altre epoche non avrebbero verosimilmente avuto. It’s the end of the world as we know it but I feel fine, come cantava Michael Stipe qualche anno prima.
Stavi bene, ma bene sul serio, bene come non eri mai stato prima e come non saresti più stato dopo. Ma questo allora non potevi saperlo, naturalmente.

Marching Church “Christmas on Earth

Imparasti ad apprezzare rapidamente quella fabbrica di divertimento a basso costo, fatta di due Ceres al prezzo di una e di musica sparata alta da impianti precari quanto lo era la tua vita in quel periodo. Precaria ed entusiasmante.
Non durò tantissimo. Quel carrozzone che si trascinava appresso il luna park dello svago in confezione happy hour, lo archiviasti tempo un paio d’anni. Quelli sufficienti all’ignoranza popolare per trasformare l’improvvisato toga party permanente in un flusso costante di grossolani addii al celibato, con i pullman gran turismo allineati a vomitar fuori un analfabetismo incapace di reggere un tasso alcolico completamente fuori controllo.
Contemporaneamente cominciò ad attenuarsi l’euforia che aveva caratterizzato quel periodo della tua vita.
Pur non essendo faccende direttamente collegate tra loro non puoi ancora oggi fare a meno di notare la convergenza degli eventi, il come le due situazioni fossero andate a sfumare in maniera sequenziale se non addirittura coincidente.
Con una naturalezza che anche a posteriori non riuscivi a spiegarti, cominciasti progressivamente ad abbandonare l’allegra incoscienza che in quegli anni ti aveva temporaneamente protetto dalla noia, dimenticandoti quanto fosse divertente, ma ancor più opportuno, forzare i limiti.
Il timore di farti male superò via via lo spericolato fascino del vivere fino a farti trascurare un particolare di assoluto rilievo: il fatto che la vita in sé, se è vissuta, in ogni caso fa male. E siccome fa male comunque, tanto vale viverla per intero. E’ inutile morire sani se non si è vissuti affogando nei timori e drogandosi di pessimismo.

The Lovely Eggs “I Shouldn’t Have Said That

Comunque sia di lì in avanti il mare ti è rimasto appiccicato addosso e se le convenzioni che ancora ti zavorrano alla quotidianità te lo consentissero proveresti volentieri a frequentarlo in pianta stabile quel mare oggi, anche fuori stagione. Anzi, soprattutto fuori stagione.
Ti piacerebbe vedere l’effetto che fa in inverno, se somiglia a quello descritto da Ruggeri in quella famosa canzone della Bertè: un concetto poco moderno che il pensiero non considera e che nessuno mai desidera, alberghi chiusi e macchine che tracciano solchi su strade dove la pioggia d’estate non cade mai.

Moon Duo “Juke Box Babe

Riguardo al mare non sei particolarmente sofisticato.
Non pretendi acque di cristallo solcate da pesci colorati e fondali a vista punteggiati dal rosso arancio dei coralli. Se ti capita di nuotare dribblando strane pozze opache in superficie e di scoprire l’orizzonte verso la Croazia spezzato dalla sagoma d’acciaio di qualche piattaforma petrolifera non te ne fai un cruccio.
Lo sai e ti sta bene così, non avanzi pretese fuori luogo.
Non è il tipo di spiaggia che fa la differenza ma è il mare in se che sposta il tuo equilibrio.
Vorresti anche provare ad allontanarti per un po’ dalla tua città e dai suoi meccanismi, giusto per vedere cosa succederebbe. Ti piacerebbe prenderti il tempo necessario per studiare i tuoi automatismi e quelli del mondo che ti gira attorno, un mondo che del resto comprendi sempre meno.
Sarebbe interessante capire quanto potrebbero mancarti tutte le cose che dai per scontate nella tua vita di oggi e scoprire, osservando da lontano la prospettiva come fossi uno spettatore esterno, se nel mondo del futuro si noterebbe di più la tua assenza di quanto si noti oggi la tua presenza.

The Waterboys “This is the Sea

Arturo Compagnoni

 

I wanna Go Backwards (maybe) (Fiver #08.2017)

robyn-hitchcock1

Jimi Hendrix suonò a Woodstock che aveva 25 anni.
Bob Dylan a 25 anni si schiantò guidando una Triumph e mise fine alla prima parte della sua carriera.
Jim Reid dei Jesus and Mary Chain aveva 23 anni quando pubblicò il primo disco del gruppo, Psychocandy
Kurt Cobain (nato nel mio stesso anno) a 27 anni era già sepolto.
Potrei continuare per ore in questo modo. La musica che ascolto è sempre stata una faccenda legata a doppio filo alle vicende giovanili.
Basta prendere una classifica qualsiasi, tipo quella dei migliori dischi degli anni novanta (tanto per non sbagliare) , pubblicata da Pitchfork. Tra i primi dieci solo due (Wayne Coyne dei Flaming Lips e Robert Pollard dei Guided By Voices) avevano superato i trent’anni al momento della pubblicazione del disco finito poi tra i migliori del decennio. Dagli anni sessanta e per almeno altri quattro decenni il trend è stato quello: l’arte musicale è stata sempre una faccenda di cultura giovanile o ad allargarsi appena un pochino di quell’età che dalla giovinezza sfocia in una prima presunta maturità.
Questa cosa dell’età, inevitabilmente, torna spesso nei discorsi della nostra chat privata, quella dove io, Arturo e Massimiliano ci confidiamo vicendevolmente la gioia ma talvolta anche l’imbarazzo di stare ancora in giro a parlare di dischi, di musica, di musicisti, di serate dove inevitabilmente le nostre carte d’identità mostrano inesorabilmente i segni del tempo. Il fatto che non si direbbe minimamente osservandoci conta relativamente. La realtà è che ho un figlio che mi chiede: ma tu li conosci i Pink Industry? Ed è una domanda che un po’ mi fa piacere. Non tanto perché li conosco davvero ma soprattutto in quanto un ragazzo di vent’anni possa interessarsi ad una band come quella. Viene fuori l’orgoglio del genitore che magari dovrebbe essere riservato a qualche occasione più importante ma ognuno ha la propria storia alle spalle e io sono contento della mia, in fondo. A proposito, Jayne Casey, quando debuttò nel 1983 con il primo disco di Pink Industry aveva 27 fantastici anni.
PINK INDUSTRY – Don’t Let Go

Ho come l’impressione però che non siamo solo noi ad invecchiare e che l’ambito della musica popolare di qualità non sia più ristretto all’età giovane come era sempre stato, fin dagli albori, dal primo giro di bacino di Elvis in avanti.
Prendiamo sempre Pitchfork, per comodità. La classifica dei migliori album dell’anno concluso da poche settimane. Dei primi dieci solo tre sono dischi di gente con meno di trent’anni (Frank Ocean, Chance The Rapper e Angel Olsen). La proporzione si è completamente ribaltata. Adesso i dischi migliori, presumendo per un attimo che i dischi della classifica di Pitchfork siano davvero i migliori (e comunque non è questo il punto), sono per il 70% prodotti da gente che ha superato i trent’anni. Quattro su dieci (Radiohead, Anhoni, A Tribe Called Quest, David Bowie) sono abbondantemente oltre i quaranta. Insomma invecchiamo noi, invecchiano gli artisti e non sono proprio sicuro che non stia invecchiando anche il pubblico di riferimento.
La mia ostinazione nell’ascoltare e nel ricercare musica nuova penso che abbia un qualcosa di patologico, ormai. Dovrei accontentarmi di ascoltare i soliti vecchi e rimanere allineato e coperto con i compagni della mia generazione, finirebbe che potrei pure vantarmi di stare perfettamente in sintonia con la critica musicale che conta. Alla faccia degli ultimi Fiver che ho pubblicato su queste pagine: The Molochs, Posse, Hand Habits, Meilyr Jones, QTY, Flasher, Cory Hanson, Sam Evian, Sacred Paws…..gente che spesso non ha neppure un album alle spalle e che con tutta probabilità non ha ancora compiuto trent’anni.
Ho letto una cosa interessante ultimamente. Uno scambio di opinioni tra musicisti nato in maniera del tutto casuale su uno dei soliti social network. Mi sembra che fosse Robin Pecknold dei Fleet Foxes a portare avanti una tesi suggestiva. Diceva, riassumendo in poche parole, che la musica è codificata come lo sono le emozioni. E ad una mappatura emozionale corrisponde una relativa colonna sonora. Un universo di sentimenti differenti che trovano espressione attraverso la musica e che ognuno di noi, alla fin fine, cerca sempre di rivivere. Come se si fosse sempre e comunque alla ricerca di rinnovare il momento originario, quello che ci ha catturato e fatto diventare ascoltatori consapevoli . Alla fine ascoltare gruppi “nuovi” è insomma un tentativo di perpetuare le infinitesimali variazioni delle nostre codifiche preferite, da quella “Big Star” fino a quella “My Bloody Valentine”, per quanto mi riguarda. A tutto c’è una spiegazione, alla fine dei conti. Si tratta solo di capire se quella mappatura emozionale che trovava una via di espressione attraverso la musica (e comunque l’arte in generale) di colpo non abbia, dopo quasi sessant’anni, trovato un’altra strada dove confluire. Ad osservare il pubblico di certi concerti e le classifiche di fine anno sembra più una certezza che un vero e proprio dubbio. Quale sia questo nuovo percorso proprio non saprei dire, però.

I also read many years ago — before the internet in this case, so it must be true — that the most you can change yourself if you do everything you possibly can, is 5 per cent. After 32 I think that number goes down to about 1 per cent. I’m unsure how they measured this, but I do think I’m right. (Douglas Coupland)

Douglas Coupland è uno scrittore brillante. Ma forse già lo sapete. Le cose che scrive per il magazine del Financial Times sono puro intrattenimento (https://www.ft.com/content/77c17fb6-ecfc-11e6-930f-061b01e23655) questo è il link del suo intervento più recente. Non tratta esattamente di musica ma mi è venuto comunque in mente scrivendo queste righe. Mi sono messo il cuore in pace leggendolo, diciamo così.
Potremmo utilizzare la formula dell’1% in chiave musicale: ascolto 350 dischi differenti in un anno. Al massimo 4 saranno quelli davvero distanti dalla mia personale mappa emozionale di riferimento, di conseguenza.
Posso cambiare al massimo per l’1%. Del 5% se fossi più giovane di 32 anni.
Lo scrivevano prima dell’avvento di internet. Sarà sicuramente vero.

ROBYN HITCHCOCK – I Want to tell You About What I Want

Ad ascoltarla distrattamente potrebbe sembrare un’onesta canzone pop neppure troppo originale. Eppure come tutte le canzoni di Robyn Hitchcock ha un tocco di stravaganza che sfiora il genio. Sentirlo così in forma è quasi commovente, il buon vecchio Robyn. Uno che merita di essere seguito sempre e comunque. Il disco nuovo promette di essere un piccolo gioiello per tutti quelli che amano determinate atmosfere. Chitarre e melodie innanzitutto. Circondato da ospiti che fanno presagire un possibile capolavoro: Brendan Benson (Racounters), Gillian Welch, Emma Swift, Pat Sansone (Wilco, The Autumn Defense) e Grant-Lee Phillips.

MOON DUO – Creepin’

Quello che hanno messo in piedi nel corso degli anni i Moon Duo è davvero sorprendente. Partito come un progetto parallelo senza troppe pretese si è trasformato anno dopo anno in una realtà tra le più importanti del rock venato di psichedelia. Ipnotiche ritmiche kraute, chitarre fuzz, sintetizzatore, il tutto venato da un’anima noir, da ascoltare a volume indecente, per la gioia dei vicini di casa che amano in maniera particolare osservare il tetto della vostra cameretta prendere il volo. In quell’ambito di suoni decisamente il meglio in circolazione, al momento.

FRED THOMAS – Brickwall

Irrefrenabile si dice in questi casi. Fred Thomas è un ragazzone così, non riesce a stare fermo un momento. Dall’epoca del suo primo gruppo (1994), i Chore, è stato tutto un susseguirsi di collaborazioni, produzioni e progetti in proprio. Alcune cose, in particolare i quattro album prodotti sotto il marchio Saturday Looks Good To Me, lo hanno portato alla ribalta della scena indie a stelle e strisce. Questa canzone è contenuta nel suo nuovo album solista, Changer, che è semplicemente un disco di grandi canzoni. Mette in risalto l’amarezza di aver perso per strada gli amici di un tempo, tutti ossessionati dallo scattare fotografie dei propri figli. Per loro ti trasformi in un ricordo sbiadito che perde d’importanza giorno dopo giorno. L’invocazione finale “come back and be my boyfriend again” sai comunque già in partenza che rimarrà inascoltata. In compenso ci scrivi una canzone sopra. Una di quelle che rimangono nella memoria. Sempre meglio di un selfie con gatto e bambini.

AMBER ARCADES – It Changes
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Poi ti ritrovi ad aspettare la bella stagione. Il pensiero corre a quel momento in cui potrai aprire la finestra e il sole ti farà socchiudere gli occhi. Ogni anno ci sono un paio di brani adatti all’occasione. Mi tornano in mente gli Alvvays oppure le Veronica Falls, in tempi recenti. Talvolta si ha bisogno di leggerezza e melodie, di fischiettare un ritornello che ti rimane in testa dopo un solo ascolto, di farsi travolgere dalla semplicità di chitarre indie che hanno la sola pretesa di cambiarti l’umore. Ricordate: spring is coming, che lo vogliate o meno.

CESARE LORENZI

Affinità e divergenze (Fiver #41.2016)

Wounded Lion

Wounded Lion

Da tempo ormai nessuno mi chiede più di tradurre in linguaggio comprensibile i meccanismi che regolano il mio mondo e che mi portano a inseguire in maniera così pervicacemente insistente le mie passioni. Quella per la musica in particolare. Chi aveva le credenziali in regola per fare domande le ha già fatte e si è pure rassegnato alle risposte, tutti gli altri prendono ormai per buono – o per completamente avariato, a seconda del punto di vista – il pacchetto completo e pensano in maniera direi abbastanza equivalente che io sia il prototipo dell’artista mancato, strambo per quanto innocuo, oppure uno che ha capito tutto della vita e pur avendo da tempo scavalcato la soglia dell’età di mezzo ancora se la gode come un Gallagher ventenne.
Ovviamente hanno ragione i primi ma altrettanto ovviamente a me fa gioco tener buona l’opinione dei secondi, quindi lascio dire sia agli uni che agli altri.
Faccenda diversa è invece descrivere la differenza tra me e il resto del mondo. Ogni tanto perdo tempo, tempo che peraltro non avrei, a vagheggiare descrizioni che siano in grado di misurare le divergenze tra me e gli altri. Lo faccio per ozioso puntiglio, anche se immagino che prima o poi l’esercizio potrebbe servirmi per consentire a Giulio di capire meglio certi eventi. Comprendere perché fosse inevitabile, anzi necessario, che le cose andassero in un determinato modo. Ci penso e cerco gli episodi meno ovvi che possano fare al caso.
Dire ad esempio che sono quello che sullo scaffale ha tre copie di ogni disco dei Pavement (eh vabbè, quella comperata all’epoca, poi il cd perché quello era il periodo in cui i dischi fondamentali dovevo averli sia in vinile che in cd e dopo le edizioni deluxe per il ventennale…) e non possiedo nemmeno un disco dei Radiohead sono buoni tutti. Mi serve qualcosa di più specifico, qualcosa di definito e definitivo.

L’altro giorno, mentre ripassavo il materiale a disposizione per un articolo sui 25 anni della In the Red, me ne è venuto in mente uno di episodio che rende bene l’idea.
Qualche anno fa aveva iniziato a girare questo gruppo di Los Angeles il cui primo disco era stato pubblicato appunto dalla In the Red. Si chiamavano Wounded Lion e a me piacevano moltissimo. Uno di quei gruppi sui quali avevo la netta sensazione di esserci arrivato solo io, non perché fossi stato più acuto degli altri ma perché agli altri di un gruppo del genere non fregava proprio un bel nulla.
Una sera di metà maggio andai a veder suonare gli Intelligence all’Hana Bi. Un concerto infra settimanale di inizio stagione dove pochi fanatici si prendono la briga di mettersi in macchina e partire e quei pochi si conoscono tutti, uno ad uno. Per un gruppo In the Red mi muoverò sempre, è bene dirlo. Lo so che sono forzature quelle di affidarsi ciecamente alle uscite di una etichetta discografica. Qualche settimana fa mi è capitato di leggere una discussione riguardo l’effettiva qualità dei dischi Sacred Bones e l’esagerazione di qualcuno (immagino che se non ci si riferisse direttamente a me si stesse pensando a qualcuno di molto simile) nel definirne imprescindibile l’intero catalogo. Lo so, sono d’accordo, sono semplificazioni ma qualche punto fermo bisogna pur metterlo.
Gli Intelligence quella sera fecero un gran bel concerto chiudendo in maniera del tutto sorprendente con la cover di una canzone dei Wounded Lion, Pony People. Credo di essere stato l’unico a riconoscere la citazione.  A fine concerto andai a parlarne con Lars Finberg, il cantante degli Intelligence. Si mostrò piuttosto stupito di aver incontrato qualcuno in grado di riconoscere quella canzone, mostrando per di più un entusiasmo fuori norma per quella scelta. Mi disse che di quella canzone ne avevano registrato una versione che sarebbe finita sul loro nuovo disco in uscita di lì a poco. E così in effetti fu.

Cambio di scenario: Covo Club inizio autunno dell’anno successivo. Poche settimane prima era esploso il fenomeno Cani. A me all’inizio I Cani piacevano da morire. Questo solo per dire che poi non è che se una canzone è cantata in italiano per forza mi debba schifare. Del loro primo disco scrissi anche una recensione super calorosa per Rumore. E non me ne pento. In quei giorni I Cani vennero a suonare per la prima volta a Bologna fermandosi al Covo per due date consecutive, entrambe sold out. Andai a tutti e due i concerti. La prima sera a un certo punto Niccolò Contessa annunciò che avrebbero suonato una cover, presentandola come una canzone di Guccini. La canzone era Con un deca degli 883. Non la riconobbi assolutamente, anche se il testo non mi pareva per nulla una roba che avrebbe potuto scrivere Guccini. Degli 883 all’epoca ci stavo dentro solo con Hanno ucciso l’uomo ragno. Successivamente sono migliorato – o peggiorato, a seconda di come la si vuol vedere – grazie a una compilation su cd comperata per Giulio che per un’intera estate si impossessò dello stereo della mia macchina. Questo prima di Fedez e dell’hip hop italiano. Tornando alla prima sera de I Cani a Bologna a fine concerto qualcuno mi presentò Contessa e ci mettemmo a chiacchierare. Ricordo che stavo per fargli una domanda sulla sua bizzarra idea di aver scelto Guccini come artista cui dedicare un tributo sul palco, poi per fortuna ad interromperci arrivò Dedu con un paio di gin tonic e ci trasferimmo nell’altra sala ad ascoltare un po’ di vecchio punk rock sparato attraverso gli amplificatori dalla console di Marzio.
Ecco, questo può essere un esempio calzante per dire quanto la mia strada sia lontana e poco affine a quella di molti altri.
Riconoscere al volo una cover dei Wounded Lion e ignorare i capisaldi della musica pop italiana.
Non è che per questo mi senta migliore, diverso però si.
E non me ne dispiaccio, non me ne dispiaccio nemmeno un po’.

Wounded Lion “Pony People

Winter “Dreaming

Innamorarsi perdutamente di una canzone, di chi la canta e delle immagini che la accompagnano. Dovessi spiegare a un alieno appena calato sulla terra il concetto di dream pop lo piazzerei davanti a questo video.
Loro arrivano da Los Angeles via Brasile e hanno pubblicato un album lo scorso anno. Questa canzone risale invece al 2013 e scomparve assieme al laptop su cui era registrata. Ora è stata ripescata ed è appena uscita come singolo, a breve il nuovo album.

Dizzyride “Young You

Dietro i Dizzyride c’è Nicola Donà, uno che le cose le ha fatte sempre bene. Prima con i Calorifer Is Very Hot poi con gli Horrible Present. Da tempo si è trasferito a Brooklyn dove oltre alla musica si occupa di cucina. Qualche settimana fa mi è capitato di incrociare al Freakout il suo nuovo progetto Dizzyride in cui si accompagna alla splendida voce della canadese Zoë Kiefl. Quella sera sul palco, senza aver mai ascoltato prima una loro canzone, mi fecero un’impressione a dir poco ottima con suoni tra Suicide e Dirty Beaches e atmosfere da piano bar shoegaze. Sono molto curioso di ascoltare il loro primo album in uscita a gennaio, questo è il singolo che lo anticipa.

Tim Presley “Long Bow

Non so perché ma ho sempre trascurato i White Fence e confesso di essere ignorante riguardo a Tim Presley. Eppure è uno che ha pubblicato dischi per etichette come Make a Mess, Woodsist, Castle Face e Drag City e  inciso album con gente tipo Fall e Ty Segall. Nemmeno quando al principio della scorsa estate me lo sono visto sul palco del Beaches Brew mi sono dato una mossa. Eppure quel concerto mi piacque.
Poi capita che faccia uscire una cosa a suo nome e che nell’arco di un paio di giorni un paio di persone di sicura fiducia me ne parlino benissimo. A casa mia due indizi fanno una prova quindi ho preso l’album e sì, questa roba mi piace. Il problema ora è che a ritroso mi toccherà andare a ripescare tutto il resto della sua discografia, maledizione.

Moon Duo “Creepin’

I Moon Duo sono un gruppo di quelli che con me sfondi una porta aperta. Loop kraut, synth wave, psichedelia sparpagliata e concerti che tirano giù i muri. Lui, Ripley Johnson, ha quest’aria da vecchio guru ascetico distante da tutto e tutti eppure così maledettamente coinvolgente. Il 2017 ci porterà un nuovo disco, Occult Architecture, diviso in due volumi distinti tra dark e light. Il primo uscirà a inizio febbraio. In rete girano un paio di anticipazioni. Questa è una delle due. I can’t wait.

Arturo Compagnoni

I ain’t go to sleep (Fiver #01.2015)

Brian Eno e Karl Hyde

Brian Eno e Karl Hyde

Sono abbastanza in fissa con le date. Forse è un modo per ricordare meglio le cose, oppure una maniera per contestualizzare gli eventi. O più probabilmente è una mania e basta, come tante altre.
Praticamente tutte le persone che mi conoscono sanno che tengo questa vecchia agenda su cui riporto con diligenza marziale tutte le date dei concerti che mi capita di vedere. Da sempre. Da lì mi accorgo di non essere mai stato bambino per quanto riguarda la musica. Sono partito direttamente dalla fine senza passare dal via. A parte un live di Renato Zero, primo amore ai tempi delle medie e unico concerto visto negli anni ’70, ai Clash in Piazza Maggiore. Nessuna mediazione, nessun passaggio intermedio, nessun processo di crescita: a 13 anni con Massi al Parco Nord sotto la tenda di Zerolandia e a 15 anni ancora con Massi in Piazza Maggiore a vedere i Clash. Punto.
Con quell’agenda per me è semplice ripercorrere il sentiero dei ricordi.
L’anno appena concluso ad esempio è compreso tra il 10 gennaio, serata al Covo con ospitata della nuova etichetta messa in piedi da Alan McGee (359 Records), e il 27 dicembre chiuso con l’accoppiata Be Forest/Le Man Avec Les Lunettes al Vibra di Modena (a capodanno sono arrivato giusto sui saluti dei Giuda, la serata dunque non va a referto). Scorrendo l’elenco cronologicamente il primo lampo è stato il concerto di Stephen Malkmus (Covo, 24/1) con quella Summer Babe arrivata all’improvviso come una lama che squarcia il telo dei ricordi, sensazione simile a quella provata sulle note della 4th of July dei Galaxie 500 piazzata in fondo al concerto di Dean Wareham al Mattatoio (16/5). I miei due gruppi (più o meno) nuovi dell’anno non hanno deluso alla prova del palco: i Cloud Nothings (Hana Bi, 4/6) mi hanno ricordato quale sia la mia strada di casa (non che ce ne fosse bisogno, ma puntellare le certezze non fa mai male) mentre gli Ought (Covo, 8/11) hanno regalato l’impressione di potersi piazzare per un pezzo una spanna sopra qualunque band loro coetanea, coniugando passato e presente in maniera perfetta con quella perizia mescolata a noncuranza che solo i canadesi posseggono. A proposito di coetanei, mi hanno emozionato parecchio quelli che hanno la mia età: dei Neutral Milk Hotel (Hana Bi, 5/6) ho già scritto, gli Slowdive (Radar Festival Padova, 16/7) hanno fatto scorrere – non solo metaforicamente – lacrime inattese, Morrissey (Paladozza, 17/10) ha impartito lezioni di stile come solo lui è in grado di fare, Vic Godard (Covo, 18/10) e Bob Mould (Village Underground Londra, 18/11) hanno inchiodato la certezza che si, possiamo ancora farlo.
Il gruppo che ho incrociato più volte sopra un palco (4) sono stati i Be Forest che hanno mostrato una progressione esponenziale nel prendere confidenza con il materiale del loro secondo disco: al Vibra a fine anno erano talmente belli da vedere e da ascoltare che quasi sembrava un peccato essermi già da tempo innamorato di loro per non poter così gustare il sapore del colpo di fulmine improvviso. Restando in Italia ho ritrovato con enorme piacere i Julie’s Haircut (Hana Bi, 25/7) che chissà perché avevo perso un po’ di vista e scoperto un paio di gruppi che penso e spero mi tirerò dietro per un pezzo: nella stessa sera al Locomotiv di Bologna (5/4) ho conosciuto difatti gli Own Boo (poi rivisti all’Handmade Festival l’1/6 e all’Hana Bi il 4/7) e gli Havah (anch’essi in replica all’Hana Bi il 5/7), da entrambi mi aspetto grandi cose in futuro a proseguimento dei già ottimi dischi messi fuori finora (un’ep per i primi, un paio di album per i secondi).
Se questo sia stato un anno buono per la musica che ascolto non lo so e nemmeno mi interessa saperlo, lascio volentieri ad altri il compito di tracciare classifiche e bilanci, io sono a stento capace di pensare a me stesso. Su 365 sere di cui un anno si compone, 80 le ho passate fuori di casa a vedere concerti, vale a dire una sera ogni 4,5. Ho visto suonare 142 gruppi, bevuto una quantità di gin tonic adeguata e fatto qualche conoscenza interessante, evitando altresì un sacco di persone desiderose di scoprire il mio giudizio sulle cose.
Ho accompagnato Giulio a vedere lo show case della Newtopia (serata non contata nel mio elenco): c’erano J-Ax e Fedez. Non mi è parso un evento educativo, ma sono convinto che le cose debbano fare il loro corso e quindi non mi dispiace averlo accontentato, il solo fatto che alla sua età si interessi così tanto (e in sua totale autonomia) alla musica mi fa innegabilmente piacere.
Sono tornato a Londra dopo diversi anni d’assenza e l’ho trovata bene, spero di aver fatto la stessa impressione io alla città.
Continuo a divertirmi, anzi quest’anno – non so perché – mi sono divertito più del solito. Mi diverto a vedere concerti, mi diverto ad ascoltare musica, mi diverto a suonare dischi nei club che piacciono a me.
Credo che la mia vita senza tutto questo sarebbe stata molto diversa. Sinceramente non sono convinto che sarebbe stata peggio, è una domanda che a volte mi pongo senza cercare mai seriamente una risposta. Per certi versi immagino che sarebbe stato più comodo fermarsi a un certo punto e provare a vivere come le persone normali. In ogni caso per me questa non è mai stata un’opzione. Faccio quello che so fare, faccio quello che devo fare, faccio quello che posso fare. Nient’altro.
Senza rimpianti e senza rimorsi, as usual.

Moon Duo “Animal

Non ricordo esattamente dove e come è cominciata la mia passione per i suoni ripetitivi. Di sicuro non dai gruppi kraut, che pure oggi apprezzo moltissimo, ma a cui sono arrivato ben in là nel corso della mia formazione musicale. Probabilmente fu la miscela innescata dalla quasi contemporanea scoperta (da parte mia) di Suicide e Velvet Underground ad innescare l’ordigno, fatto sta che nel tempo la mia passione per i suoni che si ripetono in loop non è mai diminuita e ogni volta che mi capitano sottomano personaggi che mettono in pratica la lezione di Neu e Can non posso esimermi da ascolto e apprezzamento. Ripley Johnson di sicuro è uno di questi: tra Wooden Shjips e Moon Duo non risparmia un colpo. Questa canzone sarà pubblicata come 7” allegato al loro nuovo album, Shadow of the Sun, in uscita il 3/3 per la sempre eccellente Sacred Bones. Non vedo l’ora di ascoltarlo.

Colleen Green “Pay Attention

Chissà se il titolo del nuovo album di Colleen Green, I Wanna Grow Up, sia da intendersi in senso ironico oppure no. A vederla come posa sulla copertina del disco (che sarà pubblicato il 24/2) si direbbe buona la prima, in ogni caso la canzone che anticipa la sua uscita è in linea con quanto ci aveva sin qui fatto ascoltare: pop punk di quelli che si appiccicano alla suola delle scarpe con una voce il cui tono, tra lo scazzato e il mieloso, che fa la differenza.

ScotDrakula “I ain’t Going to Sleep

I tag sul loro sito dicono: punk/garage rock/lo-fi/soul/Melbourne, e tanto dovrebbe bastare. Non provate a cercare il loro disco perché l’hanno pubblicato solo in Australia e dubito che qualcuno si prenderà la briga di portarlo fuori di lì. Ed è un peccato. Perché se è vero che di gruppi così, che suonano un po’ come i Ramones solo rallentandone un po’ la velocità, nella mia vita ne ho trovati a centinaia, quando mi capita di scovarne un altro mi ci affeziono subito.

Schonwald “Triangle

Come spesso accade si presta attenzione a quello che accade a migliaia di chilometri da casa poi ci sfugge (o si snobba) ciò che succede nel proprio giardino. Gli Schonwald ad esempio: sono anni che mi capitano a tiro e mi dico dovrei ascoltarli e andare a vederli suonare dal vivo, poi invece niente. Questo pezzo sta nel loro ultimo album, Dream for the Fall, uscito già da qualche mese e trovo che nulla abbia da invidiare ai (giustamente) celebrati Soft Moon. La prossima volta che capiteranno dalle parti di casa mia li andrò a vedere, giuro.

Brian Eno & Karl Hyde “Return

Brian Eno oggi ha 66 anni. Era nella prima formazione dei Roxy Music (a mio avviso uno dei più sottovalutati tra i grandi gruppi rock inglesi di sempre), ha prodotto e/o suonato in dischi come Fear di John Cale, Low e Heroes di Bowie, il primo Ultravox e il primo Devo, la compilation manifesto No New York, Talking Heads, U2, James e Slowdive. Ha pubblicato una marea di dischi solisti, alcuni dei quali molto belli e certe sue uscite in collaborazione con altri hanno fatto la storia (quelle con David Byrne e Robert Fripp su tutte). Nell’anno appena trascorso ha trovato ancora il tempo, e soprattutto la voglia, di metter fuori due dischi assieme a Karl Hyde degli Underworld. Io uno così vorrei che stesse in giro in eterno. E una canzone del genere non mi stancherei mai di ascoltarla, un giorno appresso l’altro.

Arturo Compagnoni