La politica del fare (Fiver # 23.2016)


FUGAZILive in front of the White House, January 12, 1991

Dalle mie parti ieri si è votato. Negli ultimi giorni mi sono anche vagamente interessato alla faccenda. Più una questione di persone che di massimi sistemi. Conosci qualcuno che ti piace e decidi di votarlo (il fatto che si occupi di politica è incidentale…). Se queste persone meritevoli di attenzione avessero suonato probabilmente sarei andato ad un loro concerto. Se avessero messo i dischi sarei andato ad un loro dj set. Questo per dire quanto creda alla possibilità di cambiare le cose in questo disgraziato paese.
Con la politica ho sempre avuto un rapporto complicato (vabbè, chi non l’ha avuto?). Ho passato periodi in cui una sigla o, più spesso, una persona mi ha colpito ed ho provato a seguirla, sostenerla. Ho quasi sempre rimediato delusioni più o meno cocenti tanto che adesso il mio interesse è veramente ai minimi storici.
Ma rifiuto in toto la logica del “tanto sono tutti uguali” anzi questa è una frase che mi fa veramente incazzare.
L’eterna giustificazione al non fare, non impegnarsi, non partecipare. Non sono, non siamo tutti uguali.
Rivendico il sacrosanto diritto di crederci ed anche di farmi prendere per il culo.
Ho conosciuto chi ci ha creduto, non importa a cosa o a chi, rinunciando spesso a molto se non a tutto uscendone quasi sempre con le ossa rotte: queste persone hanno tutto il mio rispetto.
Poche sere fa al No Glucose Festival mi guardavo un po’ intorno. Un piccolo miracolo pensavo.
Un po’ di convocazione via social. Un po’ di passaparola. Centinaia di persone accorse. Tanta passione. Il piacere di partecipare, di esserci. Certamente l’interesse per la parte artistica della faccenda ma anche una presenza per rivendicare un orgoglioso senso di appartenenza. Certificare e ripagare l’impegno di chi si è sbattuto oltre ogni assennato ragionamento. Un atto politico per certi versi. Contro l’anestetizzazione delle nostre vite quotidiane.
La politica del fare.
Con un ragionamento veramente ardito e che non vuole essere irrispettoso, dettato da qualche gin tonic di troppo, mi sono venuti in mente i Fugazi. Sì, i Fugazi che improvvisano un improbabile palco sopra a cartoni per la consegna del latte e che sotto una pioggia torrenziale mista a neve nei primi giorni del gennaio del 1991, nella Washington di Bush Senior popolata da migliaia di senza tetto che sotto quella neve e pioggia gelata ci devono convivere quotidianamente loro malgrado, sfidano l’ipotermia e l’elettrocuzione urlando davanti alla Casa Bianca la loro rabbia contro le dissennate spese militari americane all’alba del tragico abominio del Desert Storm. Il filmato ancora oggi mi mette i brividi. Duemila anime che saltano e urlano. Nessuno ci ascolta? Urliamo ancora più forte.
Ecco, il mio rispetto va, ancora e soprattutto in questi tempi disperati, a chi prova ancora ad urlare, malgrado tutto.
A chi sceglie la politica del fare.

HIS CLANCYNESS “Pale Fear

Fare, mettersi in gioco. Jonathan Clancy è un buon esempio di questa attitudine. Abbiamo vissuto le varie fasi della sua crescita artistica e testimoniare questo nuovo, entusiasmante approdo è veramente gratificante. Seriamente, questo pezzo è una bomba.
Si muove inizialmente su coordinate scarne, quasi tribali con una percussione che porta alla mente il nome Vietcong ma che ben presto schiude la porta a tastiere e ad un crescendo elettrico scrosciante. Il cantato porta alla mente un precipitato di riferimenti era new wave ma alla fine rimane sorprendentemente originale. Fino al minuto 2:43 dove il suono prende il volo con un aroma pavementiano che mi uccide ogni volta. Per scrivere queste righe ho ascoltato questo pezzo in loop una trentina di volte. Ora che ho finito chiudo il foglio word e mi metto comodo. E me lo riascolto altre trenta.

AMBER ARCADES – “Fading Lines

Con alla porta degli europei di calcio nei quali schiereremo, forse, la rappresentativa azzurra più scarsa di sempre si può trovare motivo di consolazione nel pensare che c’è sempre chi sta peggio di noi come gli olandesi, inopinatamente eliminati durante le qualificazioni. Ho sempre avuto un debole per gli arancioni da quando, da ragazzino, il vocione di Sandro Ciotti mi narrò le gesta dell’indimenticabile Johann Cruijff nel docu-film “Il profeta del gol“, piccolo cult movie, almeno a casa mia.
Mi limito a fare il tifo per Amber Arcades, al secolo Annelotte De Graaf, deliziosa biondina con al banco di produzione Ben Greenberg dei Men e membri di Real Estate e Quilt ad accompagnarla lungo traiettorie spesso imprevedibili. Tra Lush e Courtney Barnett. Nebbia e muscoli.

FEWS “The Zoo
 
Svedesi di base a Londra. Intitolano una canzone a Zlatan e sul loro profilo fotografano il loro suono con le parole post-post-punk e motorik-noise-pop. Troppi campanelli che suonano tutti insieme per non prestare attenzione. Questo singolo ha già qualche mese sulle spalle e brilla di luce propria. Vengono spese per loro parole forse esagerate come Anthems in waiting for The disaffected ma l’album che esce in questi giorni ne conferma le potenzialità. 

MOURN “Second Sage

Il primo album delle ragazze catalane, inutile negarlo, avevo deluso le aspettative. Scialbo e preoccupato di mantenere l’hype che girava attorno al loro nome. Bella sorpresa ritrovarle perciò con il nuovo Ha, Ha, He teso, scomodo, estremamente a fuoco. Una pallina di flipper che colpisce ripetutamente nomi come Pj Harvey, Throwing Muses, Built To Spill senza arrestarsi su nessuno in particolare. Benvinguda de nou nenes.

MARK KOZELEK “Float On

A proposito di attivismo politico. Molti anni fa andai a vedere un concerto di Joe Strummer a Roma. Era un concerto gratuito organizzato dai giovani socialisti romani a supporto della candidatura a sindaco di Franco Carraro. Roba da farsi venire il mal di pancia ancora oggi. Che ci facesse Joe lì in mezzo rimane un mistero ancora oggi. La stragrande maggioranza dei partecipanti o era apertamente contro la candidatura, come il sottoscritto, o, nel migliore dei casi, completamente disinteressata a chi organizzava e per che cosa tanto che Joe fu ben presto trascinato nel coro collettivo “chi non salta socialista è” in clamoroso scorno di chi organizzava la serata. Ma a Joe non fregava nulla e fece quello che voleva. Anche a Mark Kozelek non frega nulla e tira fuori un disco praticamente inaffrontabile di cover acustiche di smielati classici pop. L’unica che si salva è Float On dei Modest Mouse. Gemma praticamente inaffondabile.

Massimiliano Bucchieri

I’ll meet you there (Fiver # 02.12)

Photo: ©Andrew Stuart 2014
Ho un viziaccio. Da sempre do un peso esagerato alle parole, una sorta di discepolo fondamentalista del Michele Apicella di Palombella Rossa.
E’ ormai passato quasi un anno da quando Sniffin’ Glucose ha incontrato His Clancyness per una piacevole chiacchierata in un piovoso pomeriggio di inizio inverno.
Ad un certo punto della discussione, che aveva preso una piega incentrata sulle difficoltà, decisioni e riscontri per chi cerca di fare musica nel nostro paese, ma non solo, Clancy quasi sommessamente ma con sguardo risoluto ha mormorato “in definitiva .. io cerco di fare Arte”.
Da allora c’è questa frase che mi ronza in testa e che, pur nella sua apparente ovvietà, a mio parere, è centrale per ogni discorso riguardi la musica che amo.
Ci fu un nome suggerito da Clancy nel corso di quell’incontro che ben si attaglia a questo discorso, quello dei Viet Cong. Formazione di Calgary, Canada di cui è in circolazione in questi giorni il primo album.
Il primo commento che ho dato agli amici è stato né più né meno: ”una bella mattonata”.
Dopo ripetuti ascolti, sempre meno “faticosi”, ora posso riconoscere l’eccellenza del loro album. Gente che se ne frega di giocare “sicuro”.
Dunque, semplificando, l’Arte richiede fatica.
Da una parte il bisogno di esprimere un’urgenza creativa, dall’altra lo sforzo, in un’epoca che mira al disimpegno più totale, per affrancarsi dalle terribili difficoltà “reali” quotidiane.
Bevi, balla, ascolta solo quello che le playlists ti confezionano; compra, se li compri, solo i dischi che Amazon decide che sono i “tuoi” risparmiandoti la fatica di andarteli a cercare. E se vado ad un concerto scelgo una bella reunion, mica voglio essere spiazzato…
Tutto qui? Non proprio.
In realtà il discorso è un po’ più complesso di così, perchè un mondo di soli artisti è un utopia e forse, alla fine, anche un mondo mortalmente noioso. Ci vogliono gli artigiani per tenere tutto in piedi.
Dave Grohl è un ottimo artigiano.
Dagli un pezzo di legno e lui ti tira fuori un tavolo e quattro sedie che verranno vendute in un batter d’occhio, ma non gli chiedere niente di più complicato, o che richieda uno sforzo d’immaginazione. A suo modo un arte (con la a volutamente minuscola) anche questa.
Dove il discorso trova la sua “quadra” (un termine orribile ma che volevo provare, così, per pura fascinazione pornografica) è quando Dave Grohl dà indietro un po’ di quello che ha ricevuto.
Come nell’operazione “Sonic Highways”.
Probabilmente stare seduto dietro ad una batteria guardando le spalle di un Artista ha avuto un’importanza decisiva ma riconosco al soggetto in questione qualità genuine non indifferenti.
Otto città americane studiate, rivissute, raccontate con un occhio acuto e con grandissimo rispetto. Le parole di Ian MacKaye o Dr Know, per fare un esempio, ascoltate con attenzione ed in religioso silenzio.
Il rispetto dovuto all’Arte.
Dave Grohl è un miliardario? Chissenefrega. Se più persone avranno la curiosità di sapere chi sono i Bad Brains o i Fugazi per me ne è valsa la pena.
Dove porta questo discorso? Probabilmente da nessuna parte.
Mi piace solo pensare che talvolta chi fa qualcosa con passione e genio e pochi riscontri percorra una strada che a un certo punto si incrocia con quella di chi, magari con meno genio ma con passione, ha avuto molto (se non tutto) per poi sedersi insieme ad un tavolo, nel reciproco rispetto, a condividerne un piccolo pezzo.

Viet Cong – Pointless Experience

Tempi dispari, una batteria impossibile, aperture melodiche inaspettate ed insospettabli. Gli ex Women raccolgono l’eredità dei Wolf Parade e spostano tutto un po’ più avanti. Mi allungo faticosamente per cercare di afferrarli ma quando, finalmente, ci riesco, la ricompensa è grande.

Kevin Morby – The Ballad Of Arlo Jones

26 anni. Un curriculum con dentro Woods, Babies e due album solisti. Non male. Still Life a volte scivola nel classic rock ma altrove, come in The Ballad of Arlo Jones, mischia le carte e ne pesca una dove c’è scritto a chiare lettere Camper-Van-Beethoven. Kevin se la tiene stretta e rilancia con un testo fantastico da dedicare all’amico che tutti noi abbiamo avuto, ingiustificabile ma “tuo amico” e tanto basta.

He was drunk, he wasn’t fun, he was my friend
He was wild, he was wild
He was wild, he was wild
He was

One, he was my friend
Two, took a bullet to the head
Three, he was my friend!
Four, oh, where is Arlo now?
Five, he was my friend
Six, he got high and ran his mouth
Seven, he was my friend!
Eight, now he cannot move around
Nine, he was my friend
Oh, ten, ten, ten

Mourn – Dark Issues

Nel febbraio del ’92 mi trovai a Londra in concomitanza con la prima data londinese di Pj Harvey alla ULU e l’uscita di Dry. Ricordo ancora la faccia stupita del ragazzo di Rough Trade a Neil’s Yard quando mi presentai alla cassa con sette copie, per amici e conoscenti, dell’album in tiratura limitata con le versioni acustiche di tutti i brani… Rough Trade a Neil’s Yard non c’è più e anche Pj Harvey percorre, rispettabilmente, tutt’altre strade, ma quando parte Dark Issues chiudo gli occhi e rivedo la giovane ma determinatissima Pj aggrappata alla sua chitarra scomparire nel giubbotto di pelle in quella fredda serata prima di spaccarci il cuore con la sua classe immensa per la prima di innumerevoli volte.

The Soft Moon – Black

Traccia ad elevata tossicità che fa a pugni con tante (troppe) recenti “carinerie” targate Captured Tracks. La band di San Francisco accantona ogni prudenza, prende per mano i Fuck Buttons e gli fa intravedere cosa c’è “veramente” oltre quel muro (del suono). Sviluppo interessante che crea aspettative da soddisfare.

Ceremony – Birds

Come ampiamente sproloquiato in precedenza da queste parti i Nothing sono probabilmente il disco dell’anno. Non solo. Il tasto follow dei social in questo caso riservava altre soddisfazioni. Difficilmente, altrimenti, sarei venuto a conoscenza dei Ceremony da Rohnert Park California che hanno ospitato il gruppo di Dominic Palermo come supporter prima di inchinarsi alla loro crescita esponenziale ed invertire l’ordine di apparizione sui palchi americani. Tre album all’attivo e questo nuovo Ep uscito quest’anno prodotto dal tipo degli A Place To Bury Strangers che ci spedisce in un mondo parallelo dove, tra cascate di feedback e melodia, i Jesus And Mary Chain hanno appena pubblicato Psychocandy e io litigo con la mia fidanzata per chi si deve portare a casa un singolo degli Swervedriver.

Massimiliano Bucchieri