Doing it For The Kids

I have only one friend

She sings the same song as me

(Arab Strap)

Creation Stories non è un grande film ma racconta una grande storia.
La vicenda dell’etichetta discografica scozzese con base a Londra è in fondo grande quanto una vita intera e capisco perfettamente che l’idea di farne una sceneggiatura e relativo film abbia solleticato l’estro di Irvine Welsh.
La storia della Creation è legata a doppio filo a quella del suo fondatore, Alan McGee, il ragazzino “sfigato” di Glasgow con cui, in qualche modo, ci siamo identificati fin da subito.
Lo abbiamo sempre fatto, in tempi non sospetti, qualche decennio prima che la sua storia diventasse un film. Per noi che non siamo mai stati musicisti ma “addetti ai lavori” la figura di McGee è stata fin da subito il vero riferimento. Del resto come non subire il fascino di uno che nel giro di un mese, tra ottobre e novembre del 1991, ha pubblicato Screamadelica, Loveless e Bandwagonesque. Tre dischi della vita, in un botto, così come se fosse la cosa più normale del mondo.
La storia della Creation è in fondo una storia di riscatto, di successo e successiva caduta. Una storia di grande musica, davvero grande, la più grande di tutte quelle possibili, per qualcuno di noi, certamente per il sottoscritto.
La Creation è stata tante cose: la casa della musica “sbagliata”. Quella che metteva a proprio agio l’adolescente rinchiuso nella propria cameretta. La Creation dei Felt, dei Pastels, dei Weather Prophets, di Biff Bang Pow!. Quei dischi ci facevano sentire meno soli e contribuivano a farci trovare il nostro posto nella mappa dell’universo, nientemeno.
Ma è stata l’etichetta della musica “nuova”, del rumore bianco dei Jesus and Mary Chain, dei Primal Scream che abbracciano Andrew Weatherall, dei My Bloody Valentine che tracciano una strada completamente inesplorata.
La Creation è stata inoltre quell’etichetta che nello stesso anno del debutto degli Oasis pubblicava un disco dei Cramps. Perché, come ha più volte ripetuto lo stesso McGee, si è sempre trattato di una faccenda di musica. L’attitudine che ha messo in mostra uno come lui non l’abbiamo vista mai più. Uno che nelle interviste parlava dei Big Star e di Alex Chilton quando il flusso dell’interesse andava in tutt’altra direzione. E lo faceva così, perché era giusto farlo, senza nessun’ altra motivazione, con l’entusiasmo del fan.
Uno che frequentava l’Hacienda di Manchester e poi, magari, ti teneva un’ora inchiodato con una menata su Gram Parsons.
Tanti di questi dettagli nel film non sono entrati, inevitabilmente. Mi ha però fatto sorridere la scena delle giapponesi che visitano l’ufficio dell’etichetta e trattano McGee come una rockstar. Mi ha fatto ricordare qualche ragazzino bolognese che girava dalle parti di 83 Clerkenwell Road solo per vedere quel posto da lontano. Senza riuscire a dire niente di speciale se non farfugliare due parole di generico ringraziamento ed infilarsi un cd promozionale in tasca. Sarebbe stato sufficiente dire: Your Music Saved my Life ed invece, tra parole non dette e sguardi persi in troppa timidezza, la faccenda si risolse con il consueto nulla di fatto. Poco importa, comunque: tra simili ci si riconosce da lontano. Stessa visione del mondo e stesse Adidas ai piedi, senza bisogno di doverlo esplicitare troppo. Per quello è sufficiente una canzone.

Be a punk, be a poet, be political, be proud…but be a rebel always, because it is always something to rebel for…..(Alan McGee)

Cesare Lorenzi

Le 15 canzoni del catalogo Creation scelte da

Massimiliano Bucchieri, ArturoCompagnoni, Cesare Lorenzi

FELT “Ballad of the Band” 1986

Assieme alla Velocity Girl dei Primal Scream di cui scrive Cesare, questa è la materializzazione stessa della definizione heavenly pop hit, niente più e niente meno. Personaggio gigantesco, band formidabile, canzone magnifica. (A.C.)

MEAT WHIPLASH “Don’t Slip Up” 1985

Siccome citare i Jesus and Mary Chain pareva faccenda troppo ovvia allora si punta su quelli che ne hanno incrociato le sorti, sia pur per la sola durata di una canzone e la storia di un concerto (North London Polytechnic, 15 marzo dell’85). La circostanza che il loro nome sia una citazione dei Fire Engines e che in copertina di questo loro unico singolo ci sia un immagine di Robert Vaughn accresce il mito. (A.C.)

THE LOFT “Up the Hill & Down the Slope” 1985

Peter Astor possiede una penna magica con cui scrive da sempre canzoni sublimi. Dei Loft sono sempre stato indeciso quale preferire tra gli unici due singoli pubblicati nel corso di una carriera durata niente. Prendo il secondo che ricorda una versione sgangherata degli Aztec Camera e questo basta (e avanza). (A.C.)

THE HOUSE OF LOVE “Shine On” 1987
I primi quattro singoli degli House of Love sono materiale da far studiare a scuola, alternativamente in musica, storia dell’arte e, soprattutto, epica. Tra tutti scelgo questo solo perché la prima volta non si scorda mai. (A.C.)

BIFF BANG POW! “Love’s Going Out of Fashion” 1986

Una delle cose che mi è piaciuta di Alan McGee sin dall’inizio è quel suo modo di rendere esplicite le passioni, da autentico nerd della musica. I Creation ad esempio: omaggiati nel nome stesso dell’etichetta e riproposti in quello della band in cui cantava, oltre ad imbracciare la chitarra. Un misto ingenuamente irresistibile di psichedelia 60s, cultura mod e ombre post punk. (A.C.)

BMX BANDITS “Serious Drugs” 1992

La leggenda vuole che ai colloqui d’assunzione del personale McGee chiedesse informazioni sulle bands preferite. Se rispondevi Big Star eri assunto.
Non è quindi un caso che l’influenza di Alex Chilton e compagni si possa più volte ritrovare nel catalogo Creation. Questa degli scozzesi BMX BANDITS è forse la più bigstariana di tutte. Inutile dire che si tratta di una canzone fantastica, da ascoltare subito dopo i Teenage Fanclub per trarne il massimo godimento. (C.L.)

PRIMAL SCREAM “Velocity Girl” 1986

La canzone pop perfetta in 90 secondi. In pratica il manifesto del primo periodo Creation. Vodka e speed, i Velvet e Warhol nel cuore, una Rickenbacker e un chiodo di pelle. La bellezza dell’adolescenza virata in un film francese degli anni sessanta in bianco e nero. (C.L.)

SUPER FURRY ANIMALS “Something 4 the Weekend” 1996

Una ballata che sembra uscire direttamente da Sgt. Peppers. Pura psichedelia beatlesiana. Tipica “drug song” timbrata Creation. (C.L.)

MY BLOODY VALENTINE “Soon” 1990

“The vaguest piece of music ever to get into the charts” secondo Brian Eno. Ed una delle canzoni più lunghe in assoluto, con i suoi oltre sei minuti di durata del mix originale.
Soon sono i my Bloody Valentine al massimo splendore. Un brano talmente poco usuale che suona rivoluzionario ancora oggi. (C.L.)

THE PASTELS “Million Tears” 1984

Il primissimo periodo Creation è una roba di pop sgangherato, di bassa fedeltà, di canzoncine jingle-jangle suonate con foga. Questo singolo degli scozzesi Pastels è l’esemplificazione perfetta del teorema suddetto. Un elementare, quanto indimenticabile,  giro di basso in apertura e poi i soliti tre accordi. Essenzialità pop, manco fosse una canzone della Motown rifatta dai Modern Lovers. (C.L.)

RIDE “Drive Blind Ride” 1989

Il primo EP della formazione di Oxford. Quella cascata di chitarre al calor bianco. Quei cori. Da
pelle d’oca ancora oggi.
Viene tratteggiato un mondo immateriale in cui perdersi.
Per certi versi il gruppo shoegaze con la G maiuscola.
Andy Bell per fare i soldi veri si unì agli Oasis in fase discendente ma i Ride furono (sono)
faccenda di cuore.
Per alcuni anni portavoce di una generazione che voleva rumore e sentimento e che trovò la
casa ideale tra le uscite dell’etichetta. (M.B.)

SWERVEDRIVER “Son of Mustang Ford” 1990

Se la tavolozza dei MBV comprendeva tutti i colori che venivano scagliati nelle orecchie e nel
cuore fino a stordirti il colore predominante qui era, invece, solamente quello del metallo
arrugginito.
Potentissimi, quasi metal, soprattuto agli esordi, ma la melodia sotto alla loro rumorosa
tempesta affiorava gradita e ristoratrice rendendo più appropriata la presenza sotto questa
sigla. (M.B.)

TEENAGE FANCLUB “Star Sign” 1991

La band del cuore di molti. Pop, rumore, friendliness pura e contagiosa. Un mazzo di canzoni
che ancora oggi, al loro apparire, ti fanno venire voglia di abbracciare chi hai accanto.
Un cd single in una bustina di un Hmv di Edinburgo che si materializza in note e suoni nella
Little John’s Farm di Reading nell’estate 92. Un pascolo batttuto da vento e scrosci di acqua
gelida intermittente. Gambe nel fango fino al ginocchio e salti per un ora sotto braccio a degli
sconosciuti maleodoranti rimettendoci una caviglia.
Poche volte sono stato cosi felice. (M.B.)

ADORABLE “Sunshine Smile” 1992

Con un piede nella scena shoegaze e uno che volgeva lo sguardo alle tessiture romantiche di
House Of Love e Echo And The Bunnymen.
Intercettati nel febbraio 91 di supporto ai Curve. L’alterigia, l’eleganza e il carisma di Piotr
Fijalkowski dominava il mare increspato di feedback intorno a lui vincendo gli occhi e i cuori di
molti.
Si persero troppo velocemente ma questo resta uno dei grandi singoli dell’etichetta.
Ancora oggi potente e sexy. (M.B.)

BOO RADLEY “Lazarus ” 1992
Fin dagli esordi del gruppo di Liverpool, sepolto sotto tonnellate di rumore, si percepiva un gusto
per la melodia fuori dal comune, in gran parte dovuto alla penna di Martin Carr.
Veloci passi giganteschi portarono a questo singolo.
Una summa di generi, un caleidoscopio dall’intro venata di dub all’armonia grondante puro
sentimentalismo britannico, alle chitarre assordanti loro marchio di fabbrica.
Un album monumentale, per certi versi inopinatamente sottovalutato.
Giant Steps. Passi che hanno lasciato, anch’essi, orme non indifferenti nella storia dell’etichetta.
Dietro al muro di feedback ancora oggi, tra gli altri, si intravedono le foto di Gary Clail, Kevin
Shields, John Lennon e Ray Davies. (M.B.)

indie pop ain’t noise pollution (parte 5) 10-1

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

10 – 1

10) Primal Scream – Velocity Girl (1986)

Bobbie Gillespie, anche se inviso a molti, è un uomo con una visione. Cominciata dietro i tamburi dei Jesus And mary Chain e approdata spesso “altrove”. Uno dei passaggi fondamentali del suo itinerario è sicuramente questo singolo. (M.B.)
Sono stanco di essere frainteso quando parlo di musica. Capiamoci una volta per tutte: a me non interessa tutta la musica. Se capita che parliamo di musica POP io non intendo Madonna e Michael Jackson o Pharrell Williams e Lady Gaga: quelle cose sono totalmente fuori dai miei orizzonti, non mi interessano, non le ascolto e non ho alcuna opinione da esprimere in merito. Se parliamo di musica POP gli ottantacinque secondi di Velocity Girl sono per me pura, semplice e perfetta musica POP.
Esattamente come i centosettantadue secondi che trovate poco sotto alla posizione numero 8. (A.C.)
È una vita che rompo le balle ad Arturo. Me lo ha visto scrivere più di una volta, immagino. Me lo ha sentito dire in ogni tipo di situazione: in compagnia dietro ai microfoni di una radio, per esempio; o nelle conversazioni tra amici alle tre di mattino con un grado alcoolico oltre ogni limite. Lui sa, insomma. Sa quanto ami questo gruppo. Questa canzone in particolare. Impossibile spiegarne i motivi. Semplicemente la canzone che ho sempre sognato di poter scrivere, un giorno. (C.L.)

9) The Stone Roses – The Stone Roses (1989)

Analizzare i motivi della grandezza di questo disco è difficile nonchè inutile. Non so se Madchester è stata solo l’epoca della felicitá chimica e non mi interessa. So solo che cè una scena in Spike Island, il film sul mitico concerto dei Roses del 90, che riassume bene tutto. I protagonisti, senza biglietto, sono confinati fuori dall’area dove si svolge il concerto quando, da dentro, parte I Am The Revolution. Compare la Felicitá sui loro visi e io, con la pelle d’oca, ballo e canto davanti alla tv mosso da una forza soprannaturale. (M.B.)
Il primo Stone Roses è un grande disco, capace di riassumere i venti anni precedenti la sua uscita mischiando con semplicità disarmante rock, pop, funky, dance. Eppure in fondo in fondo continua a sfuggirmi l’importanza capitale che viene ancora oggi attribuita a quel disco e a quel gruppo. (A.C.)
Consumai letteralmente i primi singoli, quelli cha anticiparono questo disco. L’album, inutile dirlo, fu uno dei “miei” dischi e tale è rimasto. Mi ricordo che una stroncatura del primissimo concerto italiano sul Mucchio Selvaggio mi diede la certezza assoluta che ero sulla strada buona. Poi uno dice l’importanza della stampa musicale. (C.L.)

8) The La’s – There she goes (1990)

Un album unico ed enorme. Lee Mavers, il Brian Wilson della nostra generazione senza uno Smile a guastarne il ricordo. (M.B.)
Ecco, appunto: centosettantadue secondi di pura e semplice perfezione POP. Vedi alla posizione numero 10. (A.C.)
Ho sempre letto la stampa musicale inglese. Lo facevo anche in quei giorni a Londra. Era aprile del 1989 e i La’s erano il gruppo del momento in Inghilterra, nonostante non avessero ancora inciso nient’altro che due singoli. I soldi lasciati ai bagarini fuori dal locale non li ho mai rimpianti. Mi feci travolgere da quaranta minuti scarsi di perfezione pop. Il giorno dopo acquistai There She Goes e divenne immediatamente una delle mie canzoni preferite di sempre. (C.L.)

7) Arctic Monkeys – I bet you look good on the dancefloor (2005)

Copio e incollo il giudizio che diedi, sulla vecchia versione di questo blog, all’indomani dell’esibizione al Pukkelpop festival del 2006. Arctic Monkeys: molto giovani. Molto spocchiosi. Un paio di pezzi molto belli. Molto sopravvalutati… Dopo 8 anni il mio giudizio non è cambiato di una virgola. Questa musica, per me, non è “importante”. (M.B.)
Ho stimato gli Arctic Monkeys in ogni fase della loro carriera e continuo a nutrire verso di loro sincera stima e ammirazione. Ma non mi sono mai piaciuti sul serio. Questo pezzo però era e rimane una bomba. (A.C.)
Che questa sia una grande canzone non c’è nessun dubbio. Poi capita che le strade delle persone si dividano, anche di quelle che condividevano storie d’amore veramente importanti. Per gli Arctic Monkeys ho avuto una cotta passeggera. Mi è passata da un pezzo e vederli ora non mi fa veramente più nessun effetto. Non si tratta nemmeno di cuore spezzato, ormai è semplice indifferenza. (C.L.)

6) Joy Division – Transmission (1979)

Sinceramente faccio fatica a scrivere qualsiasi cosa a proposito dei Joy Division. Diventare banali è una certezza, in questo caso. Cosa volete che vi dica? Ho fatto la trafila: recuperato gli album, li ho ascoltati fino a consumarli. Di più non so. Ci sono certe bands dove davvero diventa superfluo parlarne. (C.L.)
I dischi che ho in casa ho smesso di contarli da un pezzo. L’ultima volta che ho provato a farlo eravamo sopra i 5.000 titoli. I più vecchi li ho in cassetta, poi vinili e cd. Di alcuni dischi ne ho due copie, di altri addirittura tre, generalmente in formati diversi. Dei due album dei Joy Division ho la versione in cassetta, quella in vinile, le ristampe rimasterizzate in cd con aggiunta di un disco dal vivo cadauna e per non farmi mancare proprio nulla acquistai pure il cofanetto quadruplo Heart and Soul e la raccolta Substance. Non so se i Joy Division siano il mio gruppo della vita, di certo ci vanno vicini. (A.C.)
Arturo aveva Still. Era doppio, quattro facciate. Lo ascoltavamo in religioso silenzio. Pomeriggi passati così, senza fare altro. Tornavo a casa con tutti i compiti da fare ma ne era valsa la pena. (M.B.)

5) My Bloody Valentine – You made me realise (1988)

Qui si spingono al limite….e vanno oltre. I MBV mi hanno sempre dato l’impressione di partire dove molti hanno mosso a loro volta i primi passi ma di riuscire sempre a spostare i confini appena più avanti. Adoro ascoltarli in cuffia e ancora oggi non finiscono di stupirmi. Penso che sia il miglior complimento che si possa fare ad un musicista. (C.L.)
Questa canzone è come una linea spartiacque per l’indie rock: c’è un prima e c’è un dopo. I MBV, dal canto loro, sono il durante. (A.C.)
Musica “importante”, altro che Arctic Monkeys. Musica grazie alla quale, un giorno, non mi vergognerò di rispondere orgogliosamente a chi mi chiederá cosa facessi quando avevo vent’anni: “ascoltavo i My Bloody Valentine, cazzo”. (M.B.)

4) The Fall – How I wrote “Elastic Man” (1980)

Ne abbiamo parlato a lungo. Dei Fall di Mark E. Smith. O meglio, lo ha fatto Compagnoni in questo articolo qui. Meglio di lui non riuscirei comunque a dirlo, tanto vale rileggerlo. (C.L.)
Ogni loro disco ha almeno una canzone da ricordare. E di dischi ne hanno fatti davvero parecchi. Ancora oggi quando voglio raccontare a qualcuno di un nuovo gruppo che accende il mio entusiasmo ma che non so esattamente come catalogare tiro fuori il nome dei Fall. Poi per evitare approfondimenti mi giro e me ne vado. (A.C.)
Il mio pezzo dei Fall è Hit The North pt 1. Me ne innamorai dopo aver visto Mark Smith biasciarlo annoiato in un concerto londinese di tanti anni fa. Ognuno dovrebbe avere un pezzo dei Fall preferito. Dovrebbe essere una domanda obbligatoria nei test attitudinali. “Pezzo dei Fall preferito?” Il mondo sarebbe un posto migliore. (M.B.)

3) Orange Juice – You can’t hide your love forever (1982)

Un gruppo che dovrebbe essere amato solo per il nome che si è scelto e un album che andrebbe consumato allo sfinimento fosse anche solo per il titolo. Se non siete così romantici da convincervi con le parole puntate subito tre canzoni come sampler del disco intero: Falling and Laughing, Tender Object e Consolation Prize. Dopo non potrete più farne a meno. (A.C.)
Ci sono gruppi che piacciono solo per la musica. Gli Orange Juice no, non solo per quella. Quelle giacche troppo strette, gli occhiali da sole e quel ciuffo ribelle che cadeva sugli occhi, lo confesso, sono stati l’immagine che vanamente ho cercato di replicare negli anni della mia adolescenza. Sempre meglio che paninaro, no? (C.L.)
Stile e sostanza. Rip it up and start again, un monito al quale ho cercato di attenermi nel corso degli anni. Con alterne fortune. (M.B.)

2) The Jesus and Mary Chain – Psychocandy (1985)

Ci sono dischi che diventano capi saldi della tua formazione musicale. Alcuni te li tiri dietro per sempre, altri nel tempo sfumano quell’importanza che inizialmente avevano. Se hai la fortuna di vivere in diretta l’attesa per l’uscita di uno di quei dischi, il privilegio di ascoltarne in diretta la musica al momento della sua uscita, la botta di fortuna di vedere il gruppo nel tour che accompagna al tempo l’uscita di quel disco (Vidia Club, Cesena, 25/5/1986), la voglia di ascoltare ancora quell’album, quasi trent’anni dopo la sua uscita oggi con lo stesso entusiasmo di allora. Ecco, se ti capita tutto questo sei un privilegiato. Me ne rendo conto. (A.C.)
Era una uno bianca, mi sembra di ricordare. Eravamo in 4 e ci sparammo 600 km in poche ore, tra andata e ritorno. Non avevo ancora compiuto diciotto anni.  Jesus and Mary Chain a Correggio fu uno dei primi concerti seri della mia vita. Psychocandy me l’aveva già cambiata appena qualche mese prima. (C.L.)
Ne avevo sentito parlare da Rockerilla. Feci una richiesta radiofonica a Radio Città Futura. Il primo singolo Never Understand. Qualche minuto di attesa e poi scariche di energia statica a invadere l’aria. Sotto intuivo della melodia. Mi ricordo distintamente in ginocchio sul letto a controllare se la radio si fosse desintonizzata. Era, invece, il rumore del futuro. (M.B.)

1) The Smiths – This Charming Man (1983)

Ci sono gruppi, ci sono dischi e ci sono canzoni che cambiano la vita, non ci sono cazzi. Se la pensate diversamente vuol dire che la musica la vivete diversamente da come la viviamo noi. Dico di più: ci sono giri di chitarra, meglio se suonati impiegando il minor numero di note possibili, che ti lasciano addosso cicatrici che nemmeno il solco di una lama lascerebbe. Penso a giri come quello che apre Marquee Moon o ai primi sei secondi di This Charming Man: a punctured bicycle, on a hillside desolate, will nature make a man of me yet ?. (A.C.)
Quello che sono diventato, nel bene e nel male, lo devo a due bands in particolare. Una sono i R.E.M. e l’altra gli Smiths. Tutto il resto è venuto dopo. (C.L.)
14/5/1985, gli Smiths a Roma. C’ero. Avevo 21 anni. Niente è stato più come prima. (M.B.)

leggi la prima parte, i dischi dal  50 – 41

leggi la seconda parte, i dischi dal  40 – 31

leggi la terza parte, i dischi dal  30 – 21

leggi la quarta parte, i dischi dal  20 – 11

Rock’n Roll Star

Johnny-Hopkins--Wherehouse,-Derby-May-4--1994Definitely Maybe è un disco gigante. Meglio mettere subito le cose in chiaro.
Se ne leggono un po’ di tutti i colori in questi giorni a proposito. Gli Oasis sono tornati ad occupare le cronache della stampa musicale grazie alla ristampa masterizzata a nuovo di quell’esordio che marchiò a fuoco un’intera stagione.
Sono passati 20 cazzo di anni.
Non amo le ristampe, men che meno le rimasterizzazioni. Sinceramente non mi sono nemmeno preoccupato di ascoltarla, la nuova versione. Sono abituato a giudicare la musica non da un punto di vista tecnico (cosa di cui non sarei nemmeno capace, tra l’altro) ma solo per le emozioni che mi procura. Cuore e non cervello. Sempre e a qualsiasi costo, anche se talvolta tocca pagarne le conseguenze in credibilità.
Gli Oasis sono morti, per quanto mi riguarda, subito dopo aver dato alle stampe quell’album. Ma questa è una di quelle cose che si scrivono o dicono per darsi un po’ il tono di quello che ascolta e ha ascoltato solo la musica giusta al momento giusto.
Comunque erano anni che non ascoltavo quel disco. Intendo ascoltarlo davvero, metterlo nell’impianto, cliccare play con la copertina in mano, seduto sul divano.
Mi sono sorpreso di sentire tutte quelle chitarre, intanto. Ormai identifico gli Oasis come un innocuo gruppo pop. Non mi ricordavo l’energia quasi muscolare di quelle canzoni. Mi è tornata però in mente l’immagine che avevo conservato dopo averli visti dal vivo la prima volta, in quel periodo: i My Bloody Valentine alle prese con il repertorio dei Beatles.
Ben prima che il tutto si trasformasse in una semplice farsa.
Un disco invecchiato bene, inoltre. Ma questo non so se sia davvero un merito dell’album in sé oppure una conseguenza del fatto che quel tipo di musica, suonata con due chitarre, basso e batteria, sia in qualche modo rimasta immobile nel corso del tempo.
36539111cd315b7cf04872fce4256684Riascoltato ora però mi accorgo anche di quelle debolezze sottolineate da quelli che gli Oasis li hanno presi a bastonate fin da subito. Canzoni inutili come “Digsy’s Dinner”, per esempio (If you could come to mine for tea, I’ll pick you up at half past three, We’ll have lasagne). Un brano indiscutibilmente debole, uno dei pochi passaggi a vuoto di un disco che ha 5-6 canzoni che invece spaccano di brutto. Veri singoli come se ne facevano una volta, quando ancora aveva un senso farli.DefinitelyMaybeOasis2PR200712
Definitely Maybe è l’album che più di ogni altro celebra la giovinezza. Quella è la sua irresistibile forza. È un disco positivo, di energia adolescenziale. Sono canzoni che glorificano la forza primordiale, che ti fanno ricordare quei momenti dove ti sentivi così bene da pensare di essere immortale, che mettono in primo piano quella sfrontatezza sarcastica fatta di feste e vere amicizie. E poi si celebra l’amore, non tanto in senso strettamente romantico, ma anche in questo caso come forza della natura, come vitalità esistenziale.
A proposito di giovinezza: sono andato a controllare. Liam Gallagher, quando uscì l’album, aveva 22 anni. Il fratello 5 di più. Non riesco proprio ad immaginare queste canzoni composte da qualcuno con più di 30 anni sulle spalle.
Se vogliamo è anche il loro limite ma mi pare che i vantaggi siano nettamente superiori.
Quella che può essere scambiata per arroganza (anche solo nella citazione delle influenze: Beatles nientemeno) è al contrario una mancanza di esitazione con la quale pagano i loro debiti senza preoccupazione.
A distanza di vent’anni dobbiamo riconoscere le loro ragioni. Perché non c’è stato più nulla che si sia avvicinato al fenomeno, anche popolare, che ha messo in moto quel disco. È stato in qualche modo anche l’ultimo album “classico”. Subito dopo l’avvento massiccio della digitalizzazione del commercio della musica ha comportato che finisse un’epoca. In questo senso gli Oasis sono oggi un gruppo antico, superato dagli eventi ma non dalla storia.
L’avvento della nuova era di supporto non più analogico ha portato in dote una riscoperta del “catalogo” a discapito della novità.
Non so se sia questa la ragione ma mi sembra di poter affermare senza timore di smentita che il gusto per la novità sia quasi completamente estinto, in particolare in ambito rock. Non so se manchi proprio l’interesse da parte del pubblico, sempre più impegnato nell’ennesima ristampa e riscoperta, o quale sia davvero la ragione.
C’è stato un periodo in cui potevi aspettarti gli Oasis, che comunque arrivavano dopo gli Stone Roses (che esordivano nello stesso anno dei Nirvana, per dire). Giusto per ricordare un altro paio di debutti discografici capaci di lasciare il segno. Avevi la speranza che la settimana dopo potesse uscire qualcosa che davvero avesse qualche rilevanza. Adesso tocca rimanere attaccati al disco di genere e sperare che ce la mandi buona.
Sempre più specializzazione e conseguentemente minore ambizione.
La musica con le chitarre (ma non solo quella) si è trasformata in una faccenda dannatamente autoreferenziale. Come dice Simon Reynolds ci si limita spesso alla citazione della divinità passata in una forma di tributo, di venerazione dei precursori. Il riferimento è deferenza, più un pizzico di gloria riflessa.
Nel debutto dei fratelli Gallagher di tutto questo non c’è traccia. Sottolinearlo oggi ne aumenta ancor più i meriti.
CESARE LORENZI

Gruesome flowers (a Captured Tracks history)

capturedtracks

Non abbiamo mai creduto davvero alla retorica “indie”. Ad ascoltare Calvin Johnson o Ian MacKaye abbiamo però compreso che talvolta stare dall’altra parte é una necessitá. Non per moda o per atteggiarsi ma semplicemente per sopravvivere. Trent’anni fa (la Dischord nasce nel 1980) parlare di etichette indipendenti rivestiva questa importanza. Chi ha avuto il buon gusto di guardare “The Punk Singer” (ne abbiamo parlato diffusamente qui) il film-documentario su Kathleen Hanna saprá a che cosa ci riferiamo.

Ma “indie” intese come etichette discografiche nel corso del tempo e nell’accezione comune sono diventate tutte quelle che semplicemente non facevano capo a nessuna multinazionale dell’industria discografica. Storie straordinarie in alcuni casi ma diventa difficile e per ovvii motivi paragonare Ian MacKaye ad Alan McGee, per esempio. (Sulla Creation di Alan McGee magari recuperatevi il documentario Upside Down: The Creation Record Story)

Tutto questo per dire che se abbiamo deciso di spendere due parole sulla Captured Tracks, un’etichetta indipendente di Brooklyn, é solo perché nel suo catalogo abbiamo trovato negli ultimi 6 anni il meglio delle nuove proposte “indie”, ma di etica, di alternativa, di filosofia morale nessuna traccia. Poco male.

Questa premessa era necessaria perché nel caso della CT va apprezzato innanzi tutto il lavoro, come dire, di scouting. La ricerca di nuovi talenti é proprio alla base del manifesto d’intenti che la label stessa si é premurata di pubblicare sul sito, e che potete leggere qui, casomai vi venisse voglia di mandargli un demo.

Impresa familiare, in sostanza, dove le decisioni vengono prese non in base a piani industriali ma grazie alla passione che ispira Mike Sniper (oltre che discografico anche musicista con la sigla Blank Dogs), il factotum che ha messo in piedi un piccolo fenomeno nel giro di poche stagioni. Le edizioni curate in maniera quasi artigianale (del vinile, in particolare) sono solo un altro esempio in questo senso. Amore per la musica, insomma, coniugato ad un eccellente gusto in fatto di nuove e vecchie band.

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Piú che di etica “indie” é piú corretto parlare di artigiani della piccola industria, insomma. Perché se l’ideologia é morta in politica figuriamoci in queste mere faccende legate all’intrattenimento o, ad essere buoni, all’arte.

Messo in chiaro il contesto bisognerebbe mettere in luce la figura di Mike Sniper. Un nerd di prima categoria. Come definire altrimenti qualcuno che se ne sta a Brooklyn e sogna di ristampare vecchie band di shoegazers anni ´90, preferibilmente inglesi?
La CT ha combinato i due aspetti: le ristampe e le novitá discografiche. Ha addirittura aperto una “filiale” destinata solo alle ristampe della Flying Nun, per dire. Ed intanto ha continuato a sfornare uscite di band clamorose, roba che ha segnato in maniera definitiva le ultime annate, a forza di dischi che abbiamo ritrovato nelle playlist di fine anno della stampa specializzata.

Se vi dovesse capitare l’occasione, a Brooklyn, in 10 minuti a piedi vi fate il negozio di Rough Trade e quello per l’appunto di CT, quest’ultimo con una selezioni di vinili usati che se non fate attenzione rischia di azzerarvi il conto corrente. Il negozio di vinile (e cassette) non é che l’ultima delle molteplici attivitá dell’universo che gravita attorno alla figura di Mike Sniper.CT-3-500x331

CT si é rapidamente trasformata in un’etichetta che ormai identifica un mondo. È una delle poche realtá che ha colmato quel vuoto lasciato nel corso degli anni dalle varie Matador, Sub Pop o Creation.

Indie-labels che negli anni ´90 hanno dettato i ritmi di quello che andava o non andava ascoltato, che hanno rappresentato lo stile che andava seguito, che ci hanno semplicemente fatto credere di avere il mondo ai propri piedi. Il sogno si é poi disintegrato ed é per questo motivo che seguiamo le vicende Captured Tracks con interesse, giusto per capire se é ancora possibile seguire una strada differente dalle solite. L’esperienza ci consiglia cautela ma intanto ci stiamo dentro con entrambi i piedi e siamo contenti di poterlo fare.
La Captured Tracks è una di quelle “cose” capaci prima di pigiare il tasto di arresto al fluire delle epoche e successivamente spingere quello di riavvolgimento del nastro senza per questo sembrare una faccenda per nostalgici rincoglioniti. Con i suoi dischi noi forty (e molto) something siamo precipitati in un buco spazio temporale, risucchiati verso la nostra adolescenza che pensavamo nostra e solo nostra ma che invece proprio al centro di quel vortice, un quarto di secolo dopo, ci siamo trovati a condividere con la gioventù di oggi.
Come se un black out totale avesse oscurato una bella fetta del recente passato riportando l’approccio alla musica verso un salutare (almeno per noi) back to basics.

Mike Sniper in una recente intervista ha messo in chiaro da dove viene. Quali sono le band che hanno messo in moto tutto questo processo che ha portato alla nascita della CT, perché ci sono sempre dei colpevoli alle spalle, ce lo ha insegnato la storia, anche la nostra personale.
Ha fatto tre nomi, tra gli altri: Lush, Pale Saints e Medicine (dei quali ha in effetti ristampato il catalogo).

Dei primi ricordiamo un’intervista che facemmo in coppia nel backstage di un locale modenese, nel settembre del 1992 (Sniffin’Glucose esiste da 22 anni, in pratica). Dei secondi un concerto a Francoforte, affrontato dopo 10 ore di macchina, con la stanchezza che piegava le ginocchia. Dei Medicine una data londinese in un pub, con il volume degli amplificatori talmente fuori dai limiti che in seguito i My Bloody Valentine ci sarebbero sembrati delle educande.

Francamente tre episodi che vissuti in prima persona mai ci avrebbero fatto pensare di poterne parlare a distanza di cosí tanto tempo. Ma questi sono i vantaggi dell’esserci stati. Non potevamo naturalmente sapere che dall’altra parte del mondo, gli stessi avvenimenti, avrebbero modellato l’“educazione sentimentale” di una persona che, a sua volta, si ritrova a condizionare i nostri ascolti attuali.

Una sorta di circuito di associazioni musicali, di indole e di attitudine che potrebbero sembrare casuali. Invece, se ci ritroviamo settimanalmente con quei dischi marchiati CT tra le mani significa solamente che un cerchio in qualche modo é andato a chiudersi.

Di seguito un elenco di personalissime scelte dal catalogo, per fare il punto dei questi primi sei magnifici anni di vita.

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Dum Dum Girls: s/t EP (CT 001, 2009)
Dietro la sigla pare si nasconda una ragazza che di nome fa Dee Dee (dice nulla?) e di mestiere cataloga libri in una biblioteca della città in cui vive, Los Angeles. Esaurita la manciata di copie del primo quarantacinque giri (Longhair, Hozac Rec.), elementare e dissonante esercizio sul canovaccio Velvet Underground/Jesus and Mary Chain, la ragazza ha pubblicato un 12” che pare la riedizione di un vecchio singolo dei Pastels riversato su vinile da un nastro ancor più vecchio e mal in arnese.
La musica esce rumorosa eppure avvolta nell’ovatta di una registrazione al cloroformio che narcotizza ganci surf, nasconde la voce e anestetizza chitarre fuzz. Il tempo sancirà se trattasi di meraviglia o ennesimo pacco, per ora registriamo con un sorriso il caos con cui dal suo sito la ragazza, o chi per lei, gestisce gli ordini delle prime uscite e posta video che paiono vecchi nastri di famiglia residuati dagli anni’70.

The Beets: Spit in the face of People Who Don’t Want to Be Cool LP (CT 010, 2009)
Sono in quattro e arrivano dal Queens (NY). Si inventano melodie a presa rapida, praticamente istantanea, ma fanno di tutto per nasconderle dietro ad un suono minimale e molto, molto casalingo. Sarà l’attitudine da buona la prima guai a riprovarci o anche solo il quartiere di provenienza, ma finiscono per ricordare i Ramones in salsa folk. O quei Moldy Peaches dei quali ci innamorammo qualche anno fa e dei quali ancor oggi stiamo cercando degni epigoni. Sgangherati nel sentire la musica, puliti e precisi nell’esprimere quel sentimento.

The German Measles: Wild EP (CT 030, 2009)
Gente che non ha la minima idea di ciò che sta facendo, i German Measles da Brooklyn. Quartetto il cui 50% milita nelle fila dei Cause Co-Motion! (non sapete chi sono? Affari vostri), piazzano su un vinile a 12” sei canzoni che friggono sopra un fuoco garage pop punk incredibilmente contagioso. Eternity, traccia d’apertura del secondo lato, è un vero e proprio inno. Di fronte a tale meraviglioso sfacelo non possiamo far altro che alzarci in piedi ed applaudire.
Dei German Measles si sono perse le tracce dopo A German Joke Is No Laughing Matter, album uscito per What’s Your Rupture nel 2011. Un paio di loro di recente hanno pubblicato in balotta totale (Crystal Stilts, Juan Waters, Gary Olson) un album a nome Beachniks. Se lo trovate in giro comperatene una copia anche per me, ve la pago bene.

Blank Dogs: Under and Under 2xLP (CT 059, 2010)
Synth e battiti elementari di drum machine, chitarra in riverbero perenne, il basso che ingrana giri wave. Il poker di inizio carriera dei Cure è la bibbia, tutto il resto si trova nella serie di ristampe infilata dall’etichetta del capo (Servants, Cleaner from Venus, Chills, Medicine, Wake, Servants, Clean). Pop in equilibrio, a tratti rumoroso e scuro a tratti semplicemente – appunto – pop con aperture melodiche capaci di suscitare emozioni.

Beach Fossils: s/t LP (CT 067, 2010)
A volte cercare di descrivere un suono semplice e diretto è più arduo che azzardare spiegazioni circa musiche costruite su strutture complesse.
Beach Boys e Byrds passati attraverso un setaccio che alla fine trattiene quasi tutto, tranne le melodie, perfette nel loro scheletrico splendore, giri di chitarra essenziali, voce lontana, simulazione di cori da spiaggia californiana e le improvvise virate in accelerazione brit wave di Twelve Roses e di Daydream, capolavoro assoluto per chi ha amato i suoni eighties di Sound e Chameleons.

Wild Nothing: Gemini LP (CT 068, 2010)
Cocteau Twins, Smiths, Belle and Sebastian e Pains of Being Pure at Heart. Scegliendo quattro punti cardinali distanti tra loro nel tempo ma ugualmente adatti ad inquadrarne il suono e ancora più lo spirito, il disco con cui Jack Tatum iscrive il suo nome a referto rimbalza nel perimetro limitato da questi quattro nomi. Un dream pop che quando trova la strada giusta nel mettere in fila ritmo, strofa e ritornello (Summer Holiday) sbriciola il gelo costruito altrove sulla rarefazione dei suoni (Pessimist e The Witching Hour) e sull’uso romantico e molto smithsiano delle parole: Boys don’t cry/They just want to die (ancora Pessimist) e più oltre Our lips won’t last forever and that’s exactly why/I’d rather live in dreams and I’d rather die (Live in Dreams). Ingenuo e minimale, Wild Nothing pare citare i New Order (Chinatown), ma in realtà come molti dei suoi coetanei punta verosimilmente altrove: ai mai dimenticati Field Mice, ai Wake e alla Svezia di scuola Labrador.

The Soft Moon: s/t LP (CT 085, 2010)
Tra i tanti gruppi che negli ultimi anni hanno fatto del revival wave la propria ragione di vita, i Soft Moon sono assieme ai Prinzhorne Dance School quelli che più di ogni altro sono riusciti a coniugare rigore stilistico e perfezione filologica nell’interpretazione di quel preciso immaginario. Suono secco e subito puntato alla gola, profondo. I muri tremano sotto i colpi del basso che pulsa come materia viva. Luci bianche e buio tra mille flash che si trasformano all’istante in flash back capaci di accentuare nei più giovani il rimpianto per un’epoca che per colpa dell’anagrafe non sono stati in grado di vivere.

Minks: By The Edge LP (CT 086, 2011)
I Minks sono l’ennesimo tassello di quella lunghissima sequenza di nomi che collega il primo decennio del nostro secolo alla penultima decade del precedente. Coppia newyorchese girl/boy talmente bella a vedersi da risultare quasi sospetta, i Minks a parole la buttano sul gotico (Funeral Song, Cemetery Rain, Our Ritual) mentre coi fatti pescano a piene mani dall’immaginario sonoro minore di quegli anni ’80 lontani ma sempre presenti: l’arpeggio della strumentale Indian Ocean è in parti uguali miscela di Felt e Durutti Column, mentre Funeral Song è a tutti gli effetti una canzone (riuscitissima) vagante nello spazio tra il secondo e il terzo album dei New Order.
Quelli fighi citeranno Wake, Field Mice e qualche sconosciuto singolo della Sarah, quelli meno sofisticati troveranno relazioni coi Drums (Cemetery Rain) e addirittura legami con i Culture Club (Ophelia).

Widowspeak: s/t LP (CT 118, 2011)
Condividono le visioni cupe dei Mazzy Star, una voce di donna che calca frequenze in zona Hopa Sandoval e una sensazione generale di tristezza, angoscia e malinconia spalmata su canzoni estremamente. La chitarra lambisce il feedback e arrota un suono che passeggia su bordi indie. Non ci sono tracce deboli e nessun riempitivo, la band con l’ aiuto di Jarvis Taveniere di Woods crea un suono unico utilizzando materiali pur familiari a tutti.

DIIV: Oshin LP (CT 158, 2012)
Non glielo auguriamo ma Zachary Cole Smith potrebbe diventare il Cobain della sua generazione. Per ora non si capisce quanto ci faccia e quanto ci sia, comunque sia il debutto dei suoi DIIV è stata una sorpresa: fortemente derivativo, come del resto il 100% del catalogo CT e tutto sommato piuttosto monocorde eppure pervaso di personalità e con una canzone (Doused) che a me personalmente ha risolto parecchie serate nell’ultimo biennio.

Holograms: s/t LP (CT 159, 2012)
Da Stoccolma via New York ancora un centro dalle parti dell’etichetta di Mike Sniper. Basterebbe una traccia per far scivolare l’omonimo debutto degli svedesi nei cuori degli indie kids se la categoria esistesse ancora: Chasing My Mind è frenetica, disordinata e orecchiabile come fosse un singolo punk del ’77 suonato con la consapevolezza della wave successiva, riuscendo ad essere canzone ugualmente monumentale e schizofrenica. Poi c’è tutto il resto, che è come se i Comet Gain avessero deciso di suonare i primi due dischi dei Killing Joke, per citare due realtà care a chi scrive. Tecnologia cheap, un pizzico di cattiveria, una parte di disperazione da noia e quel senso di melodia per cui gli svedesi sono secondi (forse) ai soli inglesi.
Innamoramento istantaneo.

Mac DeMarco: 2 LP (CT 164, 2012)
Come Ariel Pink in canadese Mac DeMarco, classe 1990, si tuffa nel soft rock americano anni ’70 e lo attualizza con gusto innato per la melodia. Sregolato, bizzarro e cazzone tout court il ragazzino quando decide di ingranare la marcia sbaraglia la concorrenza.

Perfect Pussy: Say Yes to Love LP (CT 192, 2014)
Siamo sinceri: dei Perfect Pussy non ci abbiamo ancora capito nulla. Il disco ci piace e non ci piace, ma loro sembra abbiano cose da dire e paiono molto molto interessanti.
Impossibile non prestargli attenzione, del resto con il nome che si sono scelti come si fa a girarsi dall’altra parte?

Arturo Compagnoni & Cesare Lorenzi