Oh, it’s fine (Qlowski per SG)

Sniffin

La prima volta che incrociai i Qlowski fu poco dopo metà aprile dello scorso anno, quando questi salirono sul piccolo palco del Freakout di spalla a quegli squilibrati dei Memories. Non intendo dire che fu la prima volta in cui li vidi suonare dal vivo, quanto che quella fu proprio la prima volta che mi imbattei in quei ragazzi in vita mia. Anche se è possibile li avessi già incontrati in giro in precedenza, sinceramente quella sera le loro quattro facce mi risultarono del tutto sconosciute. Come sempre arrivai presto al locale, di regola cerco di non perdermi i gruppi che aprono le serate anche quando di loro non so nulla. I gruppi spalla in realtà quella sera erano due perché assieme ai Qlowski a spartirsi il ruolo di supporto agli headliner c’erano i Krano. A dirla tutta poi né i Qlowski né i Krano erano nomi del tutto estranei in quanto entrambi mi erano stati segnalati da una persona del cui gusto e giudizio mi fido piuttosto ciecamente.
I Qlowski mi piacquero subito, tanto che dopo quella sera tornai a vederli altre tre volte: in meno di sei mesi quattro concerti e di questi la metà messi in piedi direttamente da me essenzialmente perché avevo voglia di tornare ad ascoltare le loro canzoni.

I Qlowski hanno base a Bologna e sono in quattro: due ragazze già in formazione con le cugine dreamy surf punk Naughty Betsy alle prese con tastiera e basso e due ragazzi che si spartiscono i ruoli di cantante/chitarrista e batterista. Le loro canzoni incrociano la wave tesa e malinconica dei Sound con l’indie pop stralunato e obliquo stivato nel catalogo Flying Nun. Questo è quello che ci ho sentito io, perlomeno.
Tra pochissimo faranno uscire qualcosa. Sarà un’autoproduzione su cassetta nell’antica logica del do it yourself, con un artwork curato da Giulia Mazza (His Clancyness e tanto altro).
In attesa di quell’uscita oggi regalano a noi di Sniffin’ Glucose due canzoni che ben rappresentano le due anime del loro suono, accompagnandole con un flyer creato apposta per l’occasione da Federica, la loro bassista.

Anche se ora potrò finalmente ascoltare le loro canzoni sullo stereo di casa mia, credo che comunque continuerò ad andare a vederli suonare dal vivo.
Spero capiti presto.

Arturo Compagnoni


Di carne e di sangue: NO GLUCOSE FESTIVAL 21 e 22 maggio 2015

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L’idea iniziale era davvero quella di organizzare una piccola festa tra amici una sera di metà maggio, chiamando a suonare uno o due gruppi di quelli che ci piacciono e passando qualche disco per ballare tra di noi la musica che ci piace. Fondamentalmente c’era voglia di fare una cosa assieme, una cosa che parlasse di noi – Sniffin’ Glucose e No Hope – e che andasse oltre le parole che siamo abituati a scrivere e che qualcuno di voi si è benevolmente impegnato a leggere in rete o su carta in questi anni. Qualcosa di concreto che potesse essere condiviso e potesse coinvolgere il maggior numero possibile di persone che ci stanno a cuore, sia in qualità di interpreti che in quella di spettatori. Con queste premesse era abbastanza logico che la faccenda non si sarebbe risolta in una semplice festa di fine stagione. Eppure a conti fatti le cose sono state semplici. Sorprendentemente naturali e sequenziali, come se inconsapevolmente avessimo messo in moto un meccanismo capace di progredire da solo e auto generare nuove idee e situazioni lungo il suo cammino.
Hanno suonato otto gruppi, tutte band che in un modo o nell’altro condividono con noi l’idea di musica, non solo e non tanto come genere, bensì come attitudine ed è stata una grande festa a cui tutti abbiamo partecipato con entusiasmo e passione e in cui tutti abbiamo deciso di essere parte attiva. Quella condivisione che era negli intenti iniziali ma che non è semplice si verifichi è effettivamente stata il filo conduttore che ha legato il tutto. Ci piace pensare che non sia stato un caso fortuito. Ci piace pensare che se band, pubblico e anche ragazzi degli stand hanno mostrato stesso spirito, uguale passione e medesima attitudine ci sia un significato. Ci piace credere che tutte quelle persone che pensavamo ci fossero in giro ma che non eravamo così sicuri esistessero davvero invece esistano sul serio. E siamo riusciti a metterle tutte assieme per due sere di fila.

Sono stato troppo coinvolto nella preparazione e nella messa in opera del No Glucose per poterne scrivere con un minimo di lucidità. La cronaca di questi due giorni la lascio a Giovanni di No Hope, firma che in futuro troverete nuovamente anche qui da noi, a consolidare un gemellaggio che sta dando vita a un qualcosa di nuovo e, a mio modo di vedere, bellissimo.
Arturo Compagnoni

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Rivedere tutto come un enorme flashback: le birre spillate, le pacche sulle spalle, il percorso sinusoidale dei cavi, le vibrazioni degli amplificatori, guardare il cielo e pensare “forse pioverà”. La due giorni del No Glucose Festival è fatta di tante fugaci immagini che si depositano nel retro del cervello ed esplodono nei momenti più inaspettati, rimettendo in moto l’autocarro dei ricordi. Ma è bene non farsi travolgere, bisogna archiviare, incasellare, per capire quanto questo piccolo festival nato da un’idea, si sia rivelato qualcosa di grande, dimostrazione di una tesi tanto banale quanto insperata: rendere viva la propria passione, realizzare ciò che si è immaginato. Il Mikasa è un locale di recente apertura in una zona, un fazzoletto di asfalto, due strade dissestate a ridosso di un ponte, che fra locali, sale concerti e centri sociali, sta diventando l’espressione tangibile della proficua coesistenza delle molteplici realtà sottoculturali di Bologna. Il 21 maggio l’occasione è ghiotta: divertimento, rock n’ roll, una serata fra amici e l’ennesimo episodio nella saga della musica. Ogni meccanismo è stato oliato, gli stand espongono cd, vinili, poster e serigrafie; il cielo minaccia pioggia, ma le sporadiche stilettate non sembrano bagnare le copie di No Hope Fanzine che, anche stavolta, fra notti insonni e montagne di matite spezzate, ci racconta come gira nel mondo della musica, o meglio: cosa passa nelle nostre teste quando sono assorbite da ciò che passa nelle nostre orecchie. Ad avere l’onore (e l’onere) di dare il via alle danze sono le Naughty Betsy, un compatto quintetto tutto al femminile. Quando si parla di band formate da sole donne è facile cadere nell’abitudine di tirare in ballo l’immaginario riot grrrl e i riferimenti al foxcore; penso che, in molti casi, sia un atteggiamento pigro e passatista, indice di un maschilismo latente: le categorie vanno adoperate quando ce n’è davvero ragion d’essere. In questo caso le Naughty Betsy dimostrano come la musica si sia evoluta da quella grande stagione di female power, non c’è più il bisogno di superare gli uomini a destra sulla via del noise, il loro indie rock è vellutato e leggero, ma non avaro di momenti più ruvidi, segue perfettamente il saliscendi del nostro elettrocardiogramma. Le ragazze hanno scaldato le chitarre e ora è impossibile far scendere la temperatura, sul palco si avvicendano i Baseball Gregg, strana combo nata dall’interazione fra California e Sasso Marconi, ed è proprio così che suona la loro musica: folk malinconico, da scazzo perpetuo di provincia, frammisto ad atmosfere dreamy in perfetto stile Mac DeMarco. Certo, manca il batterista, che forse avrebbe dato più peso specifico all’esecuzione, ma i Baseball Gregg riescono comunque nell’intento di trasportarci in un’infanzia che non abbiamo mai vissuto. A farci tornare alla dura realtà, fatta di teste che si muovono a ritmo e corpi sbattuti nel pogo, ci pensano i Clever Square che portano in giro il recente album Nude Cavalcade. Il leitmotiv delle serata sembra essere la coesistenza di odio e amore, anche nella musica dei Clever Square possiamo trovare l’avvicendamento di queste potenze archetipe, fra le chitarre struggenti, i momenti di commozione, le lunghe cavalcate e i ritmi sincopati. Due canzoni estratte dall’ultimo album si intitolano Dream Eater e Lord Garbage, possiamo dire che fra questi due poli viaggia la loro musica: quando i sogni sono finiti non resta che sedersi sul trono della propria spazzatura, cucirsi le ferite e ricominciare a vivere. Annotavo: il pogo. Se già nel live dei Clever Square si vedevano timidi accenni di gomito contro gomito, questo era solo l’antipasto di ciò che sarebbe successo di lì a poco. Sul palco salgono i Parrots, l’act internazionale di No Glucose, dalle lande assolate della Spagna sono venuti a portare la loro incontenibile energia nella bolgia del Mikasa. I madrileni smerciano tonnellate di garage purissimo, mettono in scena un live tiratissimo in cui l’interazione con il pubblico è il fondamento per la costruzione di una festa. E allora le prime file si scatenano, un groviglio di corpi accoglie i molteplici stage-diving dei membri dei Parrots, il pogo esonda in tutte le direzioni, il pavimento si macchia di vino e sudore, gli amplificatori tremano sotto le spinte balorde. E’ l’inizio della fine e ormai la gradazione alcolica ha alterato l’andamento delle parole, così questa notte al Mikasa le braci della festa si rinfocolano ad ogni folata di vento provenienti dal freddo clima al di fuori. Il giorno seguente pare impossibile che il sole tramonterà nuovamente sugli impianti pronti per il sound-check, eppure se il primo atto è stato consegnato alla storia, il secondo è tutto ancora da scrivere, e altre quattro band scalpitano alle posizioni di partenza.IMG_9117
E’ venerdì: se già l’affluenza del giorno precedente aveva confermato la voglia di musica che c’è in quel di Bologna, il fiume di persone con le mani timbrate questa sera supera ogni più rosea aspettativa. Poco dopo le dieci è il momento dei Qlowski: la giovane band bolognese propone un gustoso menù, mixando atmosfere scanzonate indie-pop, attitudine surf rock e una solida struttura scippata al post-punk. Sembra che, pur essendo ai primi live, questi ragazzi intravedano un futuro appetibile, come è stata appetibile la loro musica per le nostre orecchie. IMG_9116
E se in questo primo capitolo abbiamo avuto l’irruenza giovanile, nel secondo live abbiamo invece l’esperienza: gli X-Ray Picnic hanno passato molto tempo ad ascoltare l’indie lo-fi americano scuola Dinosaur Jr.- Sebadoh, l’esito non può essere che felice. Fra solide ballad e momenti di rock muscolare, gli X-Ray interpretano magistralmente gli umori del pubblico, conducendolo per mano nel loro immaginario nineties. Mi chiedo se non siano i Built to Spill sotto copertura e forse farei meglio a smettere di scrivere e mandare la loro demo a Stephen Malkmus, magari ha voglia di sostituire i Jicks. La strada è segnata, dopo gli X-Ray Picnic si respira un’atmosfera di epica post-grunge, i Pueblo People caricano gli strumenti con un sacco di fuzz, le pistole non spareranno a salve. La band presenta il nuovo disco Giving Up on People, e per noi è tutto un caracollare fra distorsioni, intermezzi garage e liriche salmodiate con voce impastata, le palpebre si fanno pesanti sotto il peso delle personali visioni, tornano i fantasmi del passato, ma magari sono qui solo per sfiorarci, senza farci del male. Dopo questo florilegio di chitarre, essere proiettati nell’universo rarefatto della synthwave può risultare traumatico, derealizzante. Ma anche nelle vie tracciate dai Wolther Goes Stranger le emozioni non si nascondono dietro maschere. Fra le geometriche architetture delle new wave e le tastiere anni ’80 lo spazio sonoro del dancefloor può diventare un luogo in cui riflettere riappropriandosi del proprio corpo, senza dimenticare l’ironia. I Wolther Goes Stranger ci suggeriscono questa soluzione, sommessamente ma con polso saldo, nelle melodie spigolose e poligonali si fa strada il dolce naufragio dell’entropia. Ormai il locale è pieno all’inverosimile, tutti sono dimentichi della pioggia battente all’esterno, con i Wolther Goes Stranger si chiudono i live della prima edizione del No Glucose Festival, però c’è ancora spazio per la disco perpetua che annulla i confini fra i corpi. Ma qui i ricordi si perdono nella notte, si frammentano in uno sciame impazzito di sensazioni che come colibrì attraversano ogni fibra, ogni nervo. Non c’è più tempo per avvolgersi nelle spire delle parole, meglio chiosare con un’espressione banale ma carica di semplice significato.
E’ stato bello.
Rifacciamolo.
Giovani Bitetto

Sentridoh “The Original Losing Losers”

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L’ultima volta che ho visto Lou Barlow dal vivo era il 2010 e stava sostenendo col basso un assolo infinito di J Mascis. A un certo punto, all’ennesima svisata del chitarrista dei Dinosaur Jr., Lou gli ha rivolto un’occhiataccia esasperata il cui significato era fin troppo trasparente anche per il pubblico astante: “Vogliamo andare a chiusura una buona volta?”. Ecco, in quel momento rivelatore ho pensato che sì, Lou ce l’aveva fatta. Perché se dopo avere scritto alcune delle pagine più belle degli anni ’90, avere fatto parte dell’olimpo dell’indie rock con i Sebadoh, ti ritrovi a fine carriera a fare da sostegno all’ennesimo attacco acuto di sindrome da Neil Young del tuo amico/nemico di sempre… beh allora sì, lo possiamo dire: sei un perdente. E io a Lou Barlow ho sempre voluto bene per tante ragioni, ma soprattutto perché grazie a questo disco mi ha messo di fronte a una verità troppo evidente perché ne prendessi coscienza da solo: ci sono perdenti che vincono e perdenti che perdono. Gli anni ’90 sono stati probabilmente la golden era dei perdenti di successo. Quelli che vendevano milioni di copie cantando “I am loser baby… so why don’t you kill me?”, quelli che erano più ambiziosi di quanto fossero disposti ad ammettere (vero Stephen Malkmus?) e quelli che non furono in grado di reggere il peso di una popolarità a cui non erano minimamente preparati (sì, sto pensando a Kurt Cobain). E poi, perché no?, possiamo aggiungere all’elenco i nomi citati dallo stesso Barlow in quell’anthem per una generazione senza inni intitolato Gimme Indie Rock: Thurston Moore e i Sonic Youth, Pussy Galore e gli Stooges, passando per gli Hüsker Dü per arrivare fino agli stessi Dinosaur Jr. Un pantheon preso affettuosamente per i fondelli come da chi sa, già nel 1991, che non entrerà mai a farne parte, e per una ragione molto banale: ha scelto di starne fuori.

E poco importa che Lou Barlow non sia stato l’unico a portare avanti con intransigenza l’ideale di un perdente fiero di esserlo, di sicuro resta quello che lo ha fatto con un’ironia e una leggerezza che parlavano alla mia sensibilità di teenager di provincia (soprattutto se paragonata all’alternativismo militante in voga all’epoca) e cantando con orgoglio la propria appartenenza non solo attraverso i titoli dei dischi (questo The Original Losing Losers dei Sentridoh, ma anche Sebadoh VS Helmet suggerisce una forte presa di posizione in senso estetico) ma attraverso un suono e un attitudine che esprimevano appieno questo concetto: melodie perfette bruciate in meno di un minuto, appena accennate o lasciate volutamente allo stadio di bozzetti, riffoni hard parodiati con un suono troppo approssimativo anche per il più entusiasta dei fan del lo-fi, palesi e irresistibili prese per il culo (si pensi anche all’esilarante video di Ocean). E allora anche se non consiglierei mai di cominciare da questa raccolta a qualcuno che volesse scoprire la musica di Lou, io mi tengo questo album come qualcosa di caro e di prezioso, perché qui c’è molto più di una quarantina di melodie buttate lì. Qui c’è una visione, un mondo che non c’è più e a cui sono stato fiero di appartenere.

Ecco, io a Lou Barlow voglio bene non solo perché mi ha indicato qual era il mio posto – da che parte volevo stare – ma perché mi ha insegnato che potevo andarne fiero.

Luigi Mutarelli

Questo pezzo, come tutti quelli che state leggendo in questi giorni, sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa.

Naughty Betsy live @ No Glucose – 21.05.15