Case e canzoni (Fiver #17.2018)

50829-image_5a943ef55f83fQuando era piccolo viveva in questo posto abbastanza assurdo. Una casa arrampicata su un costone di una montagna. Davanti, sopra e sotto nulla, se non mare. L’immensa doppia finestra era spalancata su un immensità blu. La doppia finestra nel suo ricordo serviva per posizionarci le statuine del presepe o i soldatini e non altro visto che nelle notti di vento costituiva un baluardo risibile. E il suo sonno era tormentato da fischi e ululati. Voci di vecchi marinai. E spiriti di donne in attesa sul molo.
Alza. Alza le braccia. Afferralo prima che caschi. Guarda. Guarda giù. Senza vertigini.
Fine anni ’60 primi ’70, anni austeri senza fronzoli. Molta anima. A pensarci bene come le canzoni degli Iceage.
Un vecchio cabaret scrostato. Deschi imbanditi di cuori sanguinanti. La grande immagine di Nick Cave sul bancone mentre loro si versano l’ennesimo whiskey.
Come make me real, real
You reel in then you catch it
Catch it, catch it, catch it, catch it

ICEAGE – CATCH IT

La prima casa padana era silenziosa. Nel cortile aveva una fontana. Circondata da assurdi nanetti. Posta sulla sommità di una discesa ripida tornare a casa era sempre complicato. Zona precollinare sommersa dal grigiore autunnale. Pomeriggi con la copertina di Heroes sulle ginocchia. Altrove esplodeva tutto mentre lui combatteva con quel senso di irrisolutezza tipico dell’età minore maschile.
Scivola. Scivola come l’acqua. Come le mie ginocchia. Bravo bambino. Cattivo ragazzo. Sali. Sali con cautela.
Decennio ’79-’80. Malinconia sospesa mista a spensieratezza. Il mare che mancava e una torta da mangiare senza scrupoli. Sea And The Cake.
Pop matematico, non una nota fuori posto. Quando ci posizionano dentro anche il cuore sprigionano scintille.
Standing here with nothing to find
It’s been cold for days alone
I’ve been holding on

SEA AND THE CAKE – COVER THE MOUNTAIN

Spostarsi di poche centinaia di metri mentre dentro ci si spostava di centinaia di chilometri. Casa grande sommersa dal verde senza personalità, perfetta per questi anni ’80 belli e senza anima per molti ma non per noi. Esplodeva la musica nelle nostre vite. I Clash in Piazza Maggiore e a Firenze e, dopo, tutto il resto. Nuovi sogni dorati mentre si amava fortemente questa strada.
Corri. Corri senza fermarti. Apri. Apri quella porta e un altra ancora. Sorridi. Sorridi forte fino a farti cadere la faccia.
Ci si sentiva centrati. Lucidi. Come forse solo i Parquet Courts e pochi altri in tempi recenti.
Nothing is normal
Manipulated into believing
I’m exercising skepticism
Honesty is everything

PARQUET COURTS – NORMALIZATION

La Capitale.. Uno spostamento fisico ma non dell’anima. La strada era tracciata. Lui aveva la Cura all’epoca. Musicalmente disfunzionale. Avventure a perdifiato con la location migliore al mondo. Ogni tanto si dispiaceva che, dopotutto, non la aveva mai vista con la luce del sole.
Un disco. E poi un altro ancora. Bacia. Bacia ancora. Bevi. Bevi forte. Il Muro Torto. Meno torto di te quasi sempre.
I sanpietrini solcati da tante Courtney Barnett.
Potenti e con quel ghigno alla “faccio quelchecazzochemipare” semplicemente irresistibile.
You must be having so much fun
Everything’s amazing
So subservient I make myself sick
Are you listening?

COURTNEY BARNETT – CHARITY

Il ritorno. Un altro paio di case. Tutto sembra trovare un senso dietro a un microfono o con una penna in mano. Fuori, nel mondo vero, molto meno. Grandi gioie, altrettanti dolori. Finta risolutezza, senso da fine gara ma quando apri gli occhi scopri che non sei neanche a metà strada. Scarsa affinità con la realtà, la forte sensazione di aver cominciato a capirci qualcosa tardi. Molto tardi.
La consapevolezza che, per quanto puoi esserti mosso, per quanto hai provato a scuoterla, alla vita non sei neanche riuscito a scompigliarli i riccioli. Forse.
Mangia. Mangiami l’anima. Insisti. Resisti. Passa. Non passa. Passerà. Stai. Stai male. Parti. Riparti.
Malkmus a cavallo gli fa un po’ girare le palle. I pezzi potenti e dissonanti dei Pavement erano grandiosi ma erano le loro cose più malinconiche che gli facevano sanguinare il cuore.
Ma Stephen non ha perso questa capacità. Oh proprio no.
Make up an innocent, average girl
Kissing under prairie moon, no one knows
She’s so amazing
Love and poverty, wealth and hate
How you gonna beat it out if you don’t know?
You don’t have to forget

STEPHEN MALKMUS – SOLID SILK

Massimiliano Bucchieri

Resti – a fucking Christmas (Fiver #43.2017)


Vado alla Coop della piazzetta a due passi da dove vivo un paio di volte alla settimana. Fuori c’é sempre un ragazzo africano, un rifugiato credo, cappello in mano a chiedere l’elemosina.
La sera invece c’è Luca, italiano, appoggiato col suo cane nero al gradone del palazzo di fianco.
Luca che una sera, più storta di altre, parlava da solo e si lamentava cantilenando un “perché ci sono sere che ce la fai e sere che ti ubriachi”. Io tornavo dal pub storto, una di quelle sere che non ce la fai, e andavo a prendermi una pizza e delle latte da portare a casa. Ho sentito quella frase. Qualcosa è caduto in fondo allo stomaco. Ho preso un paio di birre in più. Gliene ho lasciata una. Mi ha guardato, l’ha stappata e ha sbrodolato il “grazie” più sincero che abbia mai sentito.
A volte, capire qualcuno è soltanto sentire come lui anche se vivete a fianco ma in due mondi lontanissimi che raramente si sfiorano.
Si toccano in quello che rimane. Nel resto delle differenze.
Il ragazzo col berretto in mano sorride sempre quando gli mollo le monetine che la cassiera lascia sul banco mentre esco di fretta.
«Quanto ti devo
«Diciotto e ottanta
Un po’ di ferro in mano che subito fuori scivola nel cappellino consumato. Tasche libere. In realtà minuti di lavoro regalati. Quello che resta. Il rimanente. Il resto.
La sottrazione fra ciò che vorremmo e ciò che è.

Avrei potuto spendere il mio tempo con te e invece sono andato a ubriacarmi. Avrei potuto decidere di godere dei tuoi occhi che sorridono così dolci, e invece sono entrato al solito pub, quello dove puoi stare al banco da solo e nessuno ti guarda o ti rompe i coglioni. Qualcuno passa, saluta, batte una pinta sulla tua, scambia un sorriso, ma puoi respirare leggero, senza dover notare nessuno, senza che nessuno ti noti.
Dove chi ti spina le birre sorride e poi viene a parlarti solo se va a lui e va a te e quando serve ha sempre un pezzo di carta e una penna e te li da e non ti chiede per farci cosa.
Non ho smesso di ordinare da bere finché ho capito che le gambe avevano ancora solo un giro per riuscire a portarmi a casa.
Avrei potuto spendere meglio il mio tempo, il tempo che mi ossessiona, ma l’ho spesso sprecato, gettato.
Forse perché quando temi qualcosa il miglior modo per allontanarlo è non occuparsene.
Ho sempre fatto che non importasse come spendevo il mio tempo.
Tanto, alla fine, anche il tempo è sempre tempo rimasto. Il resto. Quello tra il lavoro e il film al cinema. Tra la lezione di pilates e l’aperitivo con le amiche. Tra la fine del turno e la pizza con lei che forse poi passerà qualche ora a scaldarti l’anima, poco prima che la sveglia ti ributti nella giornata di lavoro che ti porterà i soldi per pagare il conto, con tanto di resto, quando esci la sera.

Il resto della giornata quando ti svegli ed è già buio e non ti ricordi dove sei stato fino a poco prima che facesse giorno.
Il resto della notte davanti quando ancora non hai deciso se tornare a casa o sederti a un altro bancone.
Il resto di un pomeriggio di vacanza sul divano con quei pensieri che non ti mollano e forse per questo nei pomeriggi di vacanza ci hanno messo il calcio, la moto gp, la formula uno. Per tenere abbastanza giù in fondo allo stomaco quei pensieri che non mollano. Anche davanti alle luci sopra la testa nelle strade infestate da vetrine straripanti. Non mollano.
Un amico una volta mi ha detto: “la vita, se la guardi da fuori, fa proprio schifo. Ti salva lo starci in mezzo.” Empatizzare. Sapere che non sei solo perché gli altri sono sulla tua stessa barca, ovunque stia andando. Sì, il mio amico aveva ragione: ci si salva solo standoci in mezzo, annusando la vita e le strade pieni di “altri” che, a un certo punto, diventa “noi”.
Sto qui. Con il resto di noi. Con la somma dei resti che siamo tutti. Tutti convinti di essere unici e fondamentali. E che gli altri non lo siano. Non così tanto, almeno.
Gli altri sono il resto. Io sto qui. Nel resto. Tra i resti.
Perché non riesco a stare da un’altra parte. Perché, a dirvela tutta, un’altra parte non esiste: siamo sempre il resto di qualcos’altro, di un gruppo di cui non facciamo parte, di un club in cui non ci fanno entrare, di un concorso per assumere cento persone e tu arrivi centoeunesimo e preghi che quello prima di te in classifica vinca la lotteria o che un BredaMenarini gli passi sopra.
Qualcuno è sempre il resto di qualcosa. Di altro. Di altri.
Tu sei il resto di qualcuno che non conosci, che nemmeno sa che esisti ma decide se puoi vivere o no e come.

Ma oggi è Natale, siamo tutti più buoni. Oggi, forse, si pensa ai resti. La ragazza bionda e ricca andrà a servire pasti ai barboni perché è bello, perché è Natale. Perché così ci si sente meglio, poi, a tornare nelle case asciutte e riscaldate mentre quei resti umani barcollano verso un sacco a pelo umido sotto al portico.
Oggi è Natale e domani conteremo i resti: quanto cibo abbiamo buttato via, quanti imballi di regali riempiono i marciapiedi. Quanti oggetti abbiamo infilato sotto un albero che dovrebbe stare in un campo, ma non c’è più nemmeno spazio per quel campo. Ormai l’albero, il prato, la terra sono il resto. Il resto del cemento, dei mattoni, dei muri, di quello che costruiamo. Sempre di più, sempre più di corsa. Sempre più su, sempre più in là.
Crescere, crescere, crescere. Pil, tasso d’interesse, una nuova carta di credito per finanziare coi tuoi sogni meschini di un pullover di cachemire color merda una stronza guerra in centro Africa, pagata col resto dell’interesse della tua fiammante, tassatissima, Amex. Pagata a rate. Pagata col resto.
Resti umani, ritagli di tempo, rimasugli di vita vissuta.
Produci. Consuma. Crepa. Diceva qualcuno, qualche tempo fa.
Una volta era uno slogan da urlare contro la massificazione. Oggi, una scritta su una maglietta che metterà la prossima influencer di Instagram e avrà centoquarantamila like.
Com’è profonda lei, che è anche così figa.

Il resto. Il resto della spesa, il tempo che rimane. I resti della storia che abbiamo vissuto.
Siamo resti.
Lo scarto della mia arte è lo scarto di me, mi ha raccontato una volta un pittore alle cui parole devo la nascita del mio primo romanzo.
L’artista è colui che attraverso lo scarto della propria malattia, arriva finalmente a scoprirsi solamente un uomo. A poter camminare a piedi nudi in un bosco ascoltando il rumore del vento e il calore del sole sulla pelle.
Il resto di me è la mia malattia. Quella che vi regalo ogni volta che leggete un mio pezzo. Appunto, un pezzo. Un pezzo di me, uno scarto. Il mio resto.
Oggi sono passato da Franco, un vecchio amico che ama più la bottiglia di un sacco di persone ma che non per questo con le persone ha smesso di essere dolce. Stamattina qui, tra i monti, faceva freddo e bevevo quel bicchiere di vino scadente sorridendo a sconosciuti con la faccia scavata dalle rughe, uomini rimasti soli che a Natale si uniscono in una locanda. Siamo tutti resti. I resti di noi stessi, dei nostri sogni, dei nostri fallimenti, delle nostre bugie, di quello che non siamo stati capaci di dire e di fare. Siamo i resti di una vita che comunque sia, non possiamo smettere di credere che sarebbe potuta andare diversamente. Forse, addirittura meglio.

Ma, invece, la vita è solo questa qui e va come deve andare. Siamo noi, stupidi resti di chissà che altro, a non farci una ragione di quello che c’è. Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è. Chi è stato è stato e chi è stato non è diceva sempre lo stesso qualcuno qualche tempo fa. Sempre in un mondo non lontano, ma che non esiste più.
Stupidi noi, ancora persi ognuno a inseguire il suo momento, il treno che passa una volta e mai più e tante altre scemate.
Un parroco di paese che ho conosciuto e amato molto ripeteva “femene e treni, ghen pasa sempre”. Non credo serva la traduzione anche per voi che avete la sfortuna di non essere veneti.
Forse un giorno anche gli altri capiranno di essere “gli altri”, niente più che resti, che un resto, una rimanenza o uno scarto. E allora decideranno che, da soli o insieme, i resti sono l’altra parte, quella che è necessaria. Che è indispensabile. Che basta girare il sotto in sopra e i resti diventano la torta da cui togliere la rimanenza. Che basta guardare da una direzione diversa per perdere tutte queste scemate di certezze. Di sicurezze. Di paure. Di ansie. Di inutili disperazioni.
E allora verranno lì, al bancone dove mi troverete stasera, a scambiare una stretta di mano sincera tra una pinta e l’altra per dirci che lo sappiamo: siamo i resti, la rimanenza, lo scarto. Ma, poiché lo sappiamo, noi possiamo starcene qui al bancone ad alzare la pinta ridendo, mentre lì fuori c’è qualcuno che guarda la televisione. Si sente solo anche se è circondato da persone care e infelice perché, incrociando il riflesso della sua faccia stanca in una palla di natale traslucida, avrà visto il suo maglione color merda e il suo viso paonazzo di cibo e solitudine, riflesso da quella palla che non vede l’ora di ributtare in cantina, e quel riflesso gli ha detto che c’è qualcosa che non va. Qualcosa che però non capisce. Come se si sentisse, non so come dire, qualcosa che non è al suo posto, qualcosa che in realtà è come se esistesse solo per far esistere qualcos’altro. Un, come si può dire? Un resto? Uno scarto? E il panettone farcito si mette a girare nello stomaco e vorrebbe uscire da dove è entrato.
Noi ti aspettiamo al pub. Ognuno per i cazzi suoi, che i resti si stanno vicini ma non troppo e non troppo a lungo, ma siam tutti qua. Pronti a brindare con chi passa. Con chi sta bene e chi no e chi se ne frega di come sta. Con chi trema pensando a cosa può perdere e chi sorride immaginando di cosa si libererà. Con ognuno di voi insomma, che siete noi. Che è una roba sola. Di resti, rimanenze, scarti e blablabla.
Cheers mate. E buon Natale.

Fabio Rodda

It’s hard to be an artist, it’s hard to be anything, it’s hard to be (Fiver # 31.2016)

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Su alcune cose non ho un’opinione precisa. Ad esempio, ha fatto bene Manuel Agnelli ad andare a X Factor? Boh. Di certo quando in prima serata su un importante canale televisivo qualcuno indossa una maglia di Daniel Johnston costui non può non riscuotere la mia simpatia immediata e buonanotte ai discorsi su militanza indie e coerenza. Un po’ come quando il centravanti di una squadra che detesti (non detesto Agnelli, per inciso) diventa centravanti della nazionale e ti ritrovi ad incitarlo.
Insomma, non sono un tipo complicato.
Comunque cerco sempre di informarmi e di farmela un’opinione, ma leggendo vengo esposto a input che portano la mia mente su tutt’altri percorsi.
Ad esempio se, cercando notizie su X Factor, leggo su una testata autorevole un titolo come “Fedez, un artista dei nostri tempi” con tanto di link ad un video vagamente pornografico, nella mia concezione, nel quale una moltitudine di persone proclama all’unisono di voler andare a comandare mi faccio delle domande. Sull’arte. Sugli artisti.
Non so dove ho letto che l’artista, tra le altre cose, è anche colui che è “condannato” ad affrontare la vita cercando di trovare un significato anche ai suoi momenti più inspiegabili e rappresentarli, illustrarli agli altri esseri umani.
Quest’anno abbiamo avuto alcuni esempi abbastanza evidenti di questa teoria. Eventi che lo hanno contrassegnato indelebilmente.
In particolare un tratto comune lega due enormi artisti dei nostri tempi. David Bowie e Nick Cave.
Un immagine che non mi abbandona è lo sguardo fiero, rabbioso e al contempo sfidante di Bowie in una delle foto scattate pochissimi giorni prima della sua morte. david-bowie-promo
Un accompagnamento perfetto a Blackstar. L’ultimo disperato tentativo di comandare (in questo caso sì) sulla vita, sulla morte, sull’arte.
nick-cave-one-more-time-with-feeling_m1Al contrario le immagini scattate sul set di One More Time With Feeling, il documentario che accompagna l’uscita di Skeleton Tree, a distanza di poco più di un anno dalla tragica scomparsa del figlio sedicenne, ci consegnano un Cave inerte, sguardo assente, le lunghe braccia abbandonate lungo il corpo fino a quando non siede dietro al piano e intona, come se le estraesse con sforzo immane, storie intrise di un dolore impossibile da vincere.
Ma che viene affrontato, perché non si può fare altrimenti. E’ l’unica strada concepibile.
Due diversi modi di affrontare l’inaffrontabile, mostrando percorsi, probabilmente impercorribili per molti perchè ognuno di noi è un mondo a parte, ma vivendoli sulla propria pelle.
Due artisti dei nostri tempi.

Nick CaveI Need You

David BowieThe Gouster (Full Album)

Recentemente, per la prima volta, ho voluto provare l’ebbrezza di entrare a far parte di una fan community. Dopo pochi giorni mi è venuta in mente la battuta di Woody Allen “Non vorrei mai far parte di un club che accetta tra i suoi soci uno come me“. Splendide persone animate da una passione talmente incontenibile che mi spaventa un po’.
E’ di questi giorni la pubblicazione dell’ennesimo cofanetto. Niente di particolarmente inedito a parte la prima pubblicazione “ufficiale” di The Gouster, il leggendario (per i fan di Bowie) lost album del 1974. Una funky beast, nelle parole di Tony Visconti, che in seguito, riveduta e corretta, fornì l’ossatura di Young Americans. Abbastanza per azzerare la salivazione ad uno come me.

EztvHigh Flying Faith

Michael Stasiak è il batterista degli EZTV e racconta: When I listen to High Flying Faith, I think of Frances Ha maxing out her credit card to fly to Paris to take an acquaintance up on an offer to “visit us anytime,” only to find that they are out of town. Una canzone che mi ha accompagnato tutta l’estate regalandomi benessere con quell’incedere tra Big Star e TFC e che apre il nuovo album della band newyorchese raccontando, appunto, di carte di credito super utilizzate e traslochi settimanali per tentare di fronteggiare i costi assurdi della grande mela che hanno portato alla dolorosa chiusura, tra l’altro, di un negozio leggendario come Other Music dove il buon Michael lavorava.

Preoccupations Monotony

La sigla Preoccupations è veramente meglio della precedente Viet Cong? Mah. Quello che è certo è che i nuovi pezzi hanno smussato parecchi degli angoli del primo album a favore di atmosfere più convenzionali. Sarà anche l’intonazione di Matt Flegel ma il nome Interpol si affaccia frequentemente e prepotentemente tra i solchi dell’album. Le canzoni però ci sono e per chi ha amato le sonorità dark/wave più malinconiche di fine anni settanta, primi ottanta brani come Monotony hanno un potere ipnotico potentissimo.

The Wedding PresentRachel

Una di quelle canzoni che fin dalle prime note dici “Ok, fanculo. Questo è esattamente tutto quello di cui ho bisogno.” Quella chitarra un po’ distorta, il cantato di David Gedge buttato lì con noncuranza emozionale, un testo intriso di romanticismo a buon mercato. Malinconia a profusione. Tornano i Wedding Present con 21 pezzi che documentano un loro lungo viaggio negli Stati Uniti ma Rachel è quintenssenzialismo britannico. Al terzo ascolto la pioggia comincia a battere forte sui vetri. Garantito.

Massimiliano Bucchieri

Brividi (Fiver # 04.2016)

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DIIV

Quando ho visto le foto promozionali del nuovo album dei Primal Scream ho avuto un flashback. Il cappello da lupo dell’Ontario che porta con nonchalance sul capo Bobby Gillespie da qualche parte l’avevo già visto.
I Primal Scream sono stati i miei Byrds ed anche i miei Rolling Stones. Immaginatevi vivere in provincia alla fine degli anni ‘80. Decidere di leggere Rockerilla, senza nemmeno sapere perché. Saranno state le solite menate di disagio adolescenziale, immagino, che non andavano d’accordo con i Duran Duran e Madonna.
La conseguenza: Smiths sul piatto del giradischi come se non ci fosse un domani. Uno dei pochi gruppi di cui si trovavano i dischi anche qui, dove il nord è estremo per davvero. Rockerilla era la bibbia. Cazzo se lo era.
Mi ricordo che uscì un lungo articolo che favoleggiava di una rinascita psichedelica. Il resto lo fecero le camicie a fiori, gli stivaletti a punta e i pantaloni in pelle. Si parlava dei Byrds (suonavano anche loro una Rickenbecker, si diceva nell’articolo), dei Rolling Stones e dei Seeds ma i protagonisti erano quattro adolescenti di Glasgow, appunto. Quartiere Mount Florida. La casa di Bobby stava a 100 metri da Hampton Park (lo stadio), ma questo lo scopri in seguito e non so perché mi sembra una notizia in qualche modo rilevante. desktop
Ordinai i primi due album dei Primal Scream per posta.
I dischi si ascoltavano in maniera diversa, allora. Non so se fosse meglio o peggio, non m’interessa neppure. Era differente, però. Due dischi ti duravano delle settimane. Non si skippava niente. Non era semplicemente possibile. Insomma, ti toccavano in sorte e in qualche modo dovevi farteli piacere.
I Primal Scream dei primi due album me li sono fatti piacere in quei giorni lì, sul finire degli anni ottanta. I miei Byrds, i miei Rolling Stones. I riferimenti erano quelli per Gillespie e compagni, all’epoca. Erano considerati un semplice gruppo di revival psichedelico, in fondo. Con un pizzico di disprezzo neppure tanto velato che faceva sempre capolino tra le righe.
Dal vivo erano una pena, dicevano tutti. Ricordo il concerto del gennaio 1990, in un capannone che doveva essere un club, dove la periferia bolognese si trasforma in campagna e la nebbia, in quel periodo dell’anno, ti fa perdere l’orientamento. La prima volta che vidi da vicino Bobby Gillespie e il suo cappello da comandante Mark fu invece uno di quei passaggi che segnano il percorso in maniera indelebile. Quella sera i Primal Scream tracciarono una via, mi ci buttai dentro senza pensarci e non sono ancora tornato indietro.
Quando ascoltai per la prima volta Fifth Dimension dei Byrds, alcuni anni dopo quel concerto, pensai che ricordavano davvero i primi Primal Scream. Era un mondo rovesciato, il mio.
Sembra una faccenda quasi esilarante, in fondo. Invece una riflessione sulla riproducibilità dell’arte ha generato un dibattito filosofico ben prima che nascessero i Byrds. La riproduzione è sempre stata parte integrante della pratica artistica, dell’apprendimento e della messa in circolazione delle opere.
Il mondo rovesciato di Bobby Gillespie porta in dote delle combinazioni travolgenti allo stesso modo: Roland S. Howard e Lydia Lunch che rifanno Some Velvet Morning, per esempio. I suoi Lee Hazewoold e Nancy Sinatra, come ha recentemente confidato. Quando i Primal Scream ripresero questa canzone, tanto per completare un cerchio, in testa avevano questa versione.

ROLAND S. HOWARD & LYDIA LUNCH – Some velvet morning

Non è nient’altro che l’infinita bellezza della musica pop, in fondo. In particolare quando è capace di pagare tributi, di lanciare segnali, quando permette di scoprire sempre un piccolo pezzettino di mondo nuovo, in un gioco continuo di rimandi e citazioni che si trasformano in una sorta di filo d’arianna che ci guida nelle nostre giornate. Qualcuno, più importante del sottoscritto, diceva che l’arte salva la vita. È sufficente seguirne il respiro.
Roland S. Howard e Lydia Lunch sono personaggi che meriterebbero ben di meglio che una veloce citazione in un Fiver del lunedì mattina. Gente che ha discografie intere che meritano di essere assolutamente ascoltate e riscoperte. Basta seguire il filo.
BOYS NEXT DOOR – Shivers


La chitarra di Roland S. Howard è un tremito elettrico dissonante che sale e non si controlla come un brivido. Ma questo in fondo è solo uno stereotipo pigro che lo ha accompagnato per tutta la sua carriera di chitarrista di lusso ma anche di autore. Come se fosse impossibile scrollarsi di dosso quel riff malato di Shivers (vedi alla voce Boys Next Door oppure The Birthday Party) che il pubblico ha domandato fino alla fine dei suoi giorni. La realtà è ben differente, invece. Una discografia di piccole gemme che attendono solo un cuore con la giusta predisposizione. Le Savages, tanto per dire, per scrivere una canzone come questa farebbero follie.

ELEANOR FRIEDBERGER – He didn’t mention his mother

Ci sono tappe che hanno un significato particolare. I primi 40 anni solitamente lasciano il segno. Uno si ferma un attimo e poi continua come se nulla fosse ma due conti, in gran segreto, magari se li fa lo stesso. A maggior ragione se vivi tra Brooklyn e Chicago da più di quindici anni. Hai fatto la cantante in un gruppo indie di moderato successo prima e poi ti sei lanciata in una carriera solista che ti ha regalato attenzioni, soddisfazioni e successo senza esagerare. Hai sempre vissuto in un buco di camera, in un appartamento condiviso che hai fatto fatica a pagare. I tuoi coinquilini sono diventati di anno in anno più giovani. A casa, a mille chilometri di distanza da New York, le tue amiche di un tempo ti massacrano il diario di facebook a forza di figli e famiglia. Senti che il ritmo non è più il tuo, che hai bisogno di uno spazio diverso. Di una luna differente, la notte.
Con gli stessi soldi con cui ti pagavi un affitto per un buco, 200 km più a nord stai in una casa tutta tua, con il giardino e spazio per tutti gli strumenti che hai sempre dovuto sacrificare, e quel piano elettrico della Wurlitzer finisce in bella mostra in soggiorno. Invece che le Perfect Pussy ascolti i Fleetwood Mac. Inizi a scrivere le nuove canzoni e tutto quello che ti è capitato negli ultimi mesi finisce lì dentro.
Se non è un capolavoro poco ci manca.

BONNIE “PRINCE” BILLY – The cross
BONNIE-PRINCE-BILLY

Un disco nuovo di vecchie canzoni. Escono dall’archivio di John Peel e regalano momenti impressionanti, in particolare quest’ incredibile versione del famoso brano di Prince. La voce amabilmente scassata, accompagnata da un’acustica improbabile, accellera leggermente il tempo e coglie l’essenza di un gospel disperato e mistico. Si azzera tutto il superfluo: rimane un’invocazione di puro spirito che lascia letteralmente senza fiato. Tutto in poco più di 120 secondi. Brividi.

DIIV – Under the sun

Ad un punto avevo smesso di crederci. Pensavo che al secondo album non ci sarebbero mai arrivati. Troppi scazzi, droghe sbagliate, cliniche di disintossicazione, problemi con la giustizia di mezzo. La lancetta dell’orologio faceva il suo corso inesorabile, intanto e ci ricordava che da quel disco di debutto che ci aveva catturato ormai erano passati quattro anni. Poco meno del tempo che hanno impiegato i LCD Soundsystem a riformarsi. Poi voci di sessioni di registrazione interrotte. Tour incasinati. Interviste concordate e poi saltate.
Invece, un po’ a sorpresa ci ritroviamo un nuovo disco, per giunta doppio, tra le mani. Questa, a mio giudizio se non è la migliore canzone della loro discografia ci va dannatamente vicino ed è proprio il tipo di brano che era lecito aspettarsi da una band che vuole mettere una pietra sopra ad un passato per certi versi drammatico. Il tono è solare, quasi gioioso, decisamente pop. Una grande sorpresa per chi, come il sottoscritto, pensava che potessero al massimo ambire alla realizzazione di un disco che suonasse come una raccolta di b-sides dei Cure (ce ne fossero, detto tra parentesi).

CESARE LORENZI

Fiver #02.09

Warren Ellis

Warren Ellis

Poco sesso, pochi scandali, molta guerra, molto teatro, molte famiglie in difficoltà e di sicuro nessun capolavoro. Questo in 2 righe quello che ha lasciato la 71esima Mostra del Cinema di Venezia. A mio avviso tra le edizioni più modeste degli ultimi anni anche a causa della concorrenza ormai agguerrita del sempre più potente Festival di Toronto in corso in questi giorni.

Sul fronte a noi più caro, quello musicale, segnaliamo invece i 2 lavori della coppia Warren Ellis e Nick Cave che firmano la colonna sonora di “Loin des Hommes” (di cui parleremo in seguito) e gli Explosions in the Sky che accompagnano per l’ennesima volta il lavoro del loro amico regista texano David Gordon Green . Green era il regista che alla vigilia aspettavo con più impazienza in quanto usciva da 2 film a mio avviso riuscitissimi come Prince Avalanche e Joe, entrambi in cima alle mie preferenze 2013 e segnalati anche su queste pagine.

Il suo nuovo lavoro : Manglehorn interpretato da Al Pacino risulta invece solamente “piacevole” e scivola via senza nessun graffio così come non graffiano gli amati Explosions in the Sky.

Ma non è compito di Fiver commentare le aspettative disattese oppure i premi assegnati nella giornata conclusiva, quindi mi attengo al più gradevole compito di  indicare le 5 opere che per un motivo o per l’altro mi sono rimaste più dentro nella settimana veneziana

 

LOIN DES HOMMES di David Oelhoffen  (Francia)

loin des hommes

Le colonne sonore di Warren Ellis non le senti. Però succede che sei lì che segui una narrazione piuttosto normale ed ordinaria e a metà film ti accorgi che tutto sta assumendo una dimensione epica come i vecchi western che vedevi da bambino e ti rendi conto che questo processo dell’anima è aiutato sostanzialmente proprio dalle note apparentemente innoque composte da Warren Ellis (ovviamente stiamo parlando del fondatore dei Dirty Three e non dell’ononimo scrittore britannico)

Mi era già capitata la stessa cosa con The Road, con Lawless e soprattutto con il sottovalutato “L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford”, tutte pellicole di cui la coppia Ellis/Cave firmavano le splendide colonne sonore.

In questo caso i nostri si mettono al servizio del regista francese David Oelhoffen che ha l’idea originale di prendere un breve racconto di Camus (L’ospite) , ambientato nella guerra franco-algerina e girarlo come se fosse un western. Ne esce una pellicola a mio avviso tra le migliori viste a Venezia 2014 e che forse rappresenta il mio personalissimo Leone d’Oro.

Da sottolineare la prova di Viggo Mortensen che recita in arabo per rendere più credibile il suo personaggio (dopo aver recitato in russo per Cronenberg alcuni anni fa ne “La Promessa dell’assassino”). Uno dei mille motivi per scegliere sempre – quando è possibile – i film in lingua originale.

 

GOODNIGHT MOMMY di Veronika Franz e Severin Fiala (Austria)

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Il film che quest’anno non è riuscito a Kim Ki-Duk è invece riuscito alla regista austriaca Veronika Franz, qui alla sua opera prima e conosciuta in patria per essere la sceneggiatrice del regista di culto Ulrich Seidl.  Di sicuro il risultato ottenuto dalla Franz è quello di avere portato la trama a mio avviso più originale dell’intera rassegna, in una Mostra che al contrario ha spesso riproposto storie già viste.

In “Ich seh, ich seh”, il titolo austriaco del film che significa “Vedimi, Vedimi”, una madre ritorna a casa con il volto completamente bendato dopo un delicato intervento chirurgico. La donna non vorrà mai farsi vedere sbendata dai 2 figli (due gemelli di 10 anni) e il suo carattere risulterà completamente cambiato dopo l’intervento. Diventata più rigida e lontana dagli affetti tratterà i figli – senza padre – con gelo e severità, tanto che i bimbi inizieranno a dubitare che quella sia la loro vera madre. Per tutto il film saremo spettatori della relazione sempre più tesa tra i 3 protagonisti.

Non so se il film uscirà in Italia, ad oggi non mi risulta comprato da nessuna casa di distribuzione. Nel caso uscisse e venisse presentato come un horror (errore fatto con lo splendido “Lasciami entrare” di qualche anno fa) sicuramente non incontrerà il favore degli appassionati del genere.

Ma se verrà presentato come thriller psicologico e film d’autore penso possa avvicinare molti estimatori proprio per la sua originalità

 

SHE’S FUNNY THAT WAY di Peter Bogdanovich – Usa

she.s funny...

“La commedia non è un genere cinematografico è un modo per intendere la vita. La commedia non la puoi costruire o ce l’hai dentro oppure ti riuscirà un prodotto artefatto” Ho pensato a questo commento critico vedendo l’ottimo ritorno alla regia di Peter Bogdanovich. Non si può certo gridare al capolavoro o al film che rimarrà negli annali, ma in ogni modo vedere una commedia ad un Festival cinematografico è già un evento raro , vederla riuscita lo è ancora di più.

Fa strano rilevare che il il ritmo ed i dialoghi più freschi e genuini visti alla Mostra vengano da un regista di 75 anni tra l’altro finito per lunghi periodi nell’assoluto anonimato.

Per il resto , chi non lo ha ancora fatto , si segni il nome di Imogene Poots la giovane attrice inglese che sicuramente ha sempre di più la strada spianata anche ad Hollywood per ricevere infinite proposte. Vedremo se saprà sceglierle al meglio.

 

 

99 HOMES – di Ramin Bahrani – Usa

99 home

 

I registi indipendenti americani che sbarcano ad Hollywood hanno solo 2 possibilità: o vengono  inglobati dal mainstream o riescono a mantenere uno sguardo piuttosto originale sulle cose.

Il buon Ramin Baharani sembra appartenere a questa seconda categoria. In 99 Homes sceglie 2 attori conosciuti : il sempre più bravo Michael Shannon e il giovane Andrew Garfield (il nuovo Spiderman per intenderci) e ci racconta il dramma molto attuale delle famiglie sfrattate dal Governo degli Stati Uniti a causa dei mancati pagamenti di rate di affitto. Una trama del genere in mano ad un regista europeo avrebbe avuto sicuramente un taglio più lento e malinconico. Baharani riesce invece a girare un film ricco di adrenalina e con il ritmo quasi da action-movie. Per questo motivo il film (se e quando uscirà) potrà avere anche un buon riscontro di pubblico.

 

 

RETOUR A ITACHA di Laurent Cantet – Francia

retour itacha

Il gioco che propone Laurent Cantet è molto simile a quello proposto ne “La Classe” il suo film più noto che vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 2008. Se allora chiudeva tra le mura di una classe di liceo francese il professore ed i suoi alunni, questa volta Cantet ci propone per 2 ore l’incontro tra 5 amici cubani su una terrazza di l’Avana. Il motivo della serata è quella di ritrovarsi insieme dopo 16 anni per festeggiare il ritorno da esule di uno di loro. Le sceneggiature di Cantet non sono mai banali e portano a riflettere su vari punti di vista. In questo caso è la nostalgia a farla da padrona e tutti i protagonisti risulteranno sconfitti e schiacciati dai loro sogni e dalla loro terra.

Forse troppo spinto nel criticare Cuba il film sicuramente potrà interessare maggiormente agli amanti di questa splendida e contradditoria isola.

Il film dovrebbe uscire in Italia a Gennaio 2015 con il più scontato titolo “Ritorno a l’Avana” ..forse perché c’e’ timore che il pubblico non sia all’altezza di sapere che cosa è e cosa rappresenta l’isola di Itaca.

 

 

Come a volte può accadere nel Fiver, cado nella tentazione di segnalare una “bonus track” o movie..in questo caso..

Si tratta di “The Look of Silence” di Joshua Oppenheimer.

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Non l’ho segnalato nella mia top five solo perché se ne è largamente parlato sui giornali e inoltre la vittoria del Gran Premio della Giuria lo aiuterà sicuramente a girare nelle sale.

Il membro più noto nella giuria di quest’anno (Tim Roth) lo ha definito “masterpiece” : capolavoro.

Forse un giudizio esagerato dal punto di vista strettamente cinematografico, ma a mio avviso assolutamente calzante per l’importanza umanitaria dell’opera. Mettere cioè a confronto vittime ed artefici del genocidio indonesiano degli anni ’70 e di cui la storia ha tramandato ben poco.

In questi giorni sta passando su Sky Arte la precedente opera di Oppenheimer “The act of Killing” che ebbi il piacere di segnalare a gennaio su queste pagine tra i migliori documentari del 2013 e di cui “The Look of Silence” è l’ideale seguito.

Se vi capita – e se siete interessati a queste tematiche – non perdetelo …anche se di certo non saranno 2 ore di svago.

MASSIMO STERPI