Andiamo avanti che l’unico modo per perdere tutto è restare fermi (Fiver #41.2017)


(con colonna sonora a caso dettata dalle Lasko – pubblicità occulta – delle quattro del mattino)

Stop. Rewind. Sul tasto del vecchio stereo c’è ancora, sbiadita, la scritta “rew” che da bambino non sapevo cosa volesse dire, ma faceva riavvolgere il nastro della cassetta registrata da lui con tutte quelle chitarre che sembravano coprirsi la voce una con l’altra, le note ripetute fino a farti venir voglia di dondolare seduto sul tappeto persiano del salotto.
Finiva Total Trash e io schiacciavo “rew” e oramai sapevo esattamente quando, occhi chiusi, premere “stop” e poi “play” perché se no lui s’incazzava: «mi rompi il nastro se schiacci play direttamente mentre riavvolge!» e mi dava degli scappellotti che mi spettinavano il ciuffo quasi biondo.

Stop. Rewind. Quello stereo ce l’ho ancora. Ha pochi anni meno di me: mio nonno lo prese per ascoltare i primi cd di musica classica: «che finalmente suonano perfetti, come nella migliore serata alla Scala», diceva. Che adesso a noi fa sorridere, noi che passiamo i pomeriggi a scartabellare vinili usati non sappiano neanche bene se perché ci piace o perché pensiamo che ci piaccia.
Lo stereo ce l’ho ancora. Lui no. Troppa fame di vita, se vogliamo essere romantici. Una curva sbagliata, se cerchiamo la prosa. La sua moto s’infilò nel muso di un camion. Aveva sedici anni. La sua testa nel parabrezza.
Non penso avesse mai pensato che quello stereo sarebbe stato spento per tanti anni. Che gli sarebbe sopravvissuto. E nemmeno che poi io avrei deciso di ridargli corrente e ascoltarci dei dichi senza di lui. Era il 1992. Stop. Rewind.

È passata una vita da tutto questo. La mia vita è passata, la sua si è fermata ma è comunque passato. Passato. Anteriore rispetto al momento attuale. Fermo. Non più in movimento.
Ciò che non è in movimento è morto. Questa è una delle poche leggi che ho imparato a comprendere: tutto quello che è vita si sposta, muta, si muove. Quello che rimane fermo non può che essere non vivo. Morto.
Passato. Qualcosa che non c’è più ora. Ma io schiaccio “stop”. E poi “rew” e la cassetta che ho appena comprato, esposta al bancone del negozio col suo baffo all’insù dietro e le casse che sussurrano un vinile graffiato di Nina Simone che salta e gratta ma rende l’aria così densa che sembra si possa far fatica a respirare. Poi arrivo al banco, il baffo sopra la camicia a scacchi mi sorride e i miei occhi scivolano sulle spille di Ramones e Motorhead e poi incrociano una cassetta, una di quelle con i buchi nel retro copertina, forse dovrei dire nel packaging, ma insomma una di quelle cose che compravo venti, forse venticinque anni fa nel buco del maledetto Tony che razziava il catalogo Nannucci e rifilava a me e lui, che stavamo tutti i sabato pomeriggi lì dentro a sentire i cd, tutti i pacchi più clamorosi a prezzi da rapina. Ma noi ascoltavamo e, purtroppo, compravamo col cuore e quelle cassette erano il senso della settimana, quello che ti faceva tirare avanti fino alla prossima.

Stop. Rew. A volte lo devi fare. Per capire dove sei, cosa è successo. La vita corre a un ritmo che non ti permette di rileggere. A fine giornata hai visto così tanto, sentito così tanto, toccato così tanto che non rimane tempo o energia per ripensare, ricordare, risentire. E domani hai così tante cose da fare che sarà un altro giorno che vola via da sé, senza che te ne accorgi.
Ma poi succede che arriva quel giorno, anzi: di solito è quella notte. Perché la notte è più facile: confonde i contorni, smussa gli angoli. Scorre. Tutto, di notte, scorre. E allora arriva quella notte che devi sederti per terra, mettere le cuffie e infilare la cassetta che ascoltava sempre lui e che provava a suonare con la chitarra scordata chissà di chi e tu lo guardavi pieno di ammirazione e di “anche io sarò così” e quando ti carezzava quel ciuffo quasi biondo allontanavi la sua mano ma sentivi un brivido lungo la schiena che ti scuoteva fin nelle budella.

E allora rimetti quella cassetta nel lettore. E fai partire la canzone e poi “stop” e “rew”. Come se si potesse tornare indietro. Riavvolgere i giorni come un nastro magnetico, poi fermare, cancellare.
O andare avanti veloce o saltare il pezzo perché ormai siamo su cd e basta premere “fwd” e salti a quello dopo.
Ma il problema non è mai andare avanti, ci vai per forza,
il problema è quel “rew”, quel momento in cui hai bisogno di sederti e sentire che respiri e che, davvero, sono successe tutte queste cose. Il tuo cuore ha battuto così forte, così veloce e potente che quasi non puoi crederci ma è successo. E questi anni cosa sono stati? Quante giornate indimenticabili hai dovuto dimenticare? Perché nell’hard disk del cuore non c’è spazio infinito.
Quanta pelle hai dovuto archiviare, come se non fosse unica, irripetibile, indimenticabile.
Ma, invece, hai dimenticato. Tanto.
Ma poi capita che c’è quella notte, abbiamo detto che è sempre di notte, no? Quella notte che devi stare sveglio e aprire un’altra birra anche se è tardi e ormai sei grande dovresti pensare che domani ti alzi e devi fare delle cose e che forse è davvero tardi. Troppo tardi.
Ma non puoi. Non puoi farne a meno. Devi stare seduto per terra, con le cuffie in testa, a rimettere su lp, cassette, cd che hanno toccato le corde del cuore e allora ti rendi conto di quanto hai vissuto. Di quante cose sono successe, quanti visi sono passati ma rimangono. Rimangono dentro. Quanti odori pensavi di aver perduto ma invece sono lì, quante fotografie di un momento perfetto sono sbiadite e invece le ritrovi.
Stop.
Rewind.

E ti ricordi che, in realtà, non hai mai dimenticato, che tutto quello che è passato ti si è depositato addosso, ti ha fatto diventare quello che sei e così è per lui. Soprattutto per lui che è ancora lì, dove l’avevi lasciato, appena dietro lo sterno.
A volte, per capire quello che ti succede oggi, per far sì che domani la vita sia più di una sequenza di eventi messi in fila che puoi solo osservare, devi fermarti.
Rimanere dove sei, ascoltando la voce dei tuoi giorni, quello che ti suona dentro in quell’istante, ma fermarti un momento. Sederti e riavvolgere e vedere quali sono le immagini che si fermano. Che dicono: «stop» e quante addirittura pretendono un «rewind».
E poi fai un respiro profondo perché quasi ti eri scordato di respirare per chissà quanto tempo e ti senti di nuovo presente: ci sei. Sei tu. Lui non c’è da tanto, così tanto che non ricordi nemmeno con esattezza la linea della sua bocca. Ma sai che quel cd era il suo e ogni volta che suona rivedi il suo profilo un po’ gobbo, quasi scheletrico nei jeans strappati e la maglietta degli Alice In Chains, la sua ultima immagine, e allora è come se potessi di nuovo parlare con lui. Perché hai bisogno di parlare con te. Di sederti e raccontarti tutto quello che è passato, sfogliando quelle foto che hanno fatto la tua vita. E senti quanto il cuore ha battuto e capisci che batte ancora, che si muove.
E ti ricordi che sei sempre andato avanti a cercare quello che cercavate assieme: la bellezza che domani arriverà e renderà domani un giorno che valeva la pena di vedere.
Perché, lo sappiamo tutti, la bellezza è l’unica cosa che ci salva. Che ci salverà da tutto quello che la vita prova a farci.
E allora sai che va tutto bene. Perché ti rialzi, appoggi le cuffie. Apri la porta di casa ed esci e cammini. Vai al bar e prendi una birra ed entra John e parlate del suo nuovo progetto musicale e passa Viola in bici e ti fa ciao con la mano e pensi a quanto è bella. Appoggi il bicchiere e ti vedi nello specchio dietro al bancone che stai sorridendo.
E allora senti che ti stai muovendo. E quello che si muove, di certo, non è morto.

Fabio Rodda

All we ever wanted was everything (Fiver #38.2017)


E poi correva. Correva. Chilometri su chilometri, ma gli sembrava di non coprire nessuna distanza.
Questa non era una cosa risolvibile con una app, o su cui chiedere consigli in una community.
Avvenimenti terribili gli capitavano addosso. E si trovava terribilmente impreparato alla collisione con la vita vera che dettava i suoi tempi.
Ma non era stato sempre così.
Una Tuborg, patatine e Wafer a cubetti. La cena racimolata al supermercato sul primo binario della stazione Termini. Decine di facce che sfilano sul sedile di fronte come in uno speed date accelerato o rallentato, a seconda dei punti di vista.
L’ultima, una faccia da professore universitario newyorchese che gli chiede, dopo aver concordato sull’importanza storico culturale dei Fugazi, se Bolonia valesse la pena di una sosta.
E se era mai stato a New York.
Si, c’era stato.

FUGAZI – Repeater

Nel 1985 un dollaro valeva circa 2.000 lire e per arrivare a New York senza spendere una fortuna la soluzione che trovò fu tanto audace quanto originale. Roma – Belgrado – New York con la Jugoslavian Airlines. La Jat. Una compagnia evidentemente gestita secondo standard che nell’odierno mercato le avrebbero consentito di durare un paio di settimane al massimo. Non durò molto, in effetti. E non era così sicuro che tutta la responsabilità fosse da imputare alla caduta della cortina di ferro.
Notte di transito in albergo cinque stelle a Belgrado più cena e open bar sull’aereo.
Next time Pakistan Airlines aveva biascicato il poliziotto newyorkese sbronzo di Jack Daniel’s seduto accanto a lui.

LOU REED – Dirty Blvd

Altri tempi. La sensazione netta che tutto avvenisse fuori dalle nostre case: in strada, nei locali, nei negozi di dischi.
Era fuori tempo massimo per la blank generation ma felice di immergersi nelle cataste di vinile da Tower Records sulla Broadway, o nel delizioso negozietto in St. Mark’s Place dove fare incetta di 12” degli Smiths incassando le avance di altri fan (difficile possa accadere mentre apri pagine a caso su Amazon.it).

THE SMITHS – Nowhere Fast

I fermenti newyorchesi di quegli anni li avrebbe scoperti in seguito, per il momento gli bastava avere i Duran Duran che giravano un video sotto casa e ritrovarsi accanto a Helena Christensen (chi? Ok, anni ’80 abbiamo detto) a occhieggiare il set o i Cure che autografavano la sua copia di The Head On The Door su Broadway, troppo timido per dire alcunché anche quando se li ritrovò al tavolo accanto da Arturo’s ad ingozzarsi di pizza with meatballs.
La maglietta dei Nirvana che gli costava un rimprovero nell’Upper East Side come The Most Disgusting Thing I’ve Ever Seen In My Life dalla signora vestita come la Pamela di Dallas.

NIRVANA – You know you’re right

Altro che comunità digitale. Mondi separati che collidono, ognuno ignaro dell’esistenza dell’altro.
L’amara convinzione che all’epoca a Pamela avrebbe saputo cosa rispondere al volo, mentre ora il comportamento più comune sarebbe stato quello di tornare a casa, trovarla sui social e creare un topic per infamarla senza sporcarsi le mani.
Ritrovarsi nuovamente sul binario ragionando sul fatto che forse il punto era veramente tutto qua.
La consapevolezza che quando la vita bussa alla porta, anzi diciamo pure che la sfonda, non puoi salvarla su disco e andartene a letto per poi rileggertela dopo.
E che, ormai, era dannatamente fuori allenamento per queste cose.
O semplicemente vecchio.

BAUHAUS – All We Ever Wanted Was Everything

Massimiliano Bucchieri

No Value (Fiver #19.2016)

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PITY SEX

L’altra sera facendo ordine ho trovato una manciata di cd singoli acquistati nel corso di scorribande inglesi di molti anni fa. Anni di felice spensieratezza. Nomi come Sultans Of Ping Fc, Marxman, State Of Grace. Cose che non ascolto più da anni. Li ho buttati in una busta di plastica con il fermo intento di farli fuori.

Mi è venuta in mente Juliana Hatfield che vuole vendere a 20.000 dollari una lettera che le scrisse Kurt Cobain.IMG_5317

Juliana Hatfield è un nome che oggi probabilmente dirà poco a molti ma ci fu un momento nel quale tanti erano segretamente innamorati di lei. Il timido e composto contraltare bostoniano alla sguaiatezza di Courtney Love.

Conservo gelosamente una copia autografata dell’album delle sue Blake Babies che impacciatamente gli allungai nel basement del Rough Trade di Neal’s Yard.  Un incontro tutt’altro che memorabile. Due timidezze a contatto con un “thank you” ed un “you’re welcome” sussurrati che si scontravano e scivolavano sul pavimento  senza lasciare traccia. Anche se avessero già inventato gli smartphone un selfie sarebbe stato impensabile.

Era quel periodo, al principio dei 90, nel quale Juliana andava in tour con i Buffalo Tom ed era molto di più di un controcanto nell’album indie pop più o meno definitivo di quegli anni: ”It’s a shame about Ray” dei Lemonheads con annessi tutti i gossip legati alla sua presunta liaison amorosa con Evan Dando.

Le cose poi non sono andate come sembrava. Pur continuando a fare dischi Juliana è un po’sparita.

“Non sono una collezionista, abito in una zona cara e devo pagarmi affitti, rate della macchina, rette universitarie, internet…” si giustifica lei aggiungendo, per pudore, un “e poi potrei cambiare idea..”.

Tutto molto comprensibile ma qualcosa stona.IMG_5330.JPG

La lettera è commovente nella sua semplicità. Cobain scrive:  Julianna (sbaglia il nome…), grazie per averci dedicato una canzone (I was flattered), il vostro album mi piace molto, scusa se non ti ho dato la giusta attenzione l’altra sera quando ci hanno presentati (I didn’t try to snub you) e un goffo tentativo di fare il simpatico (Have a nice time in England and don’t eat kebabs..), poco altro.

La lettera di una persona sensibile che, seppur in poche righe, fa capire che sa chi sei e che ci tiene all’impressione che ha suscitato. A quello che lei può aver pensato.

Si, ma 20.000 dollari per un pezzo di carta! Vorrei vedere te…

Non discuto e non giudico (20.000 dollari farebbero molto comodo anche a me) ma questa idea che tutto abbia un prezzo, anche i ricordi legati a momenti unici della nostra vita, mi deprime e mai come in questi  periodi così aridi avverto la necessità di riportare un pizzico di poesia nelle nostre vite.

Sono un paio di sere che scuoto la testa sorridendo, spesso con una piega amara, mentre ascolto ‘sti cazzo di cd singoli che volevo far fuori e che non valgono sicuramente 20.000 dollari (forse 2 euro al massimo…).

Credo che non li ascolterò mai più. Credo anche che li metterò in un punto non troppo a portata della mia libreria ma neanche inaccessibile.

Se non altro per ricordarmi ogni tanto chi sono o chi sono stato.

BLAKE BABIES – Nirvana

“Now, here comes the song I love so much

Makes me wanna go fuck shit up
Now, I got Nirvana in my head, I’m so glad I’m not dead”

PITY SEX – A Satisfactory World For Reasonable People

Amore con la A maiuscola. Sopra a un tappeto confezionato con sapienza degna di numi tutelari come Ride,  Swervedriver, Mbv il cantato di Brennan Greaves prepara il terreno per la voce di Britty Drake che arriva ad accarezzarti il cuore. I due si inseguono emozionalmente per tutti gli episodi di White Hot Moon e il secondo album del gruppo di Ann Arbor-Michigan diventa una piccola meraviglia di cui invaghirsi promettendo di bissare l’incanto del primo Nothing (o quasi).

BLOWOUT – Indiana

Si parlava del momento magico di Portland qualche settimana fa. Blowout si inseriscono in quella schiera di band che timidamente si sta facendo largo a furia di chitarre modicamente dissonanti ed un gran gusto per la melodia contagiosa. Indiana sarebbe un pezzo ideale da ballare tra un concerto e l’altro del prossimo No Glucose Festival. In questo particolare caso il cantato di Laken Wright mi porta alla mente in maniera sorprendente la voce di una certa Juliana.

ULRIKA SPACEK – She’s A Cult (Live)

Il loro The Album Paranoia è in giro già da un po’ ma non ci sono ancora “entrato” veramente. Questa versione live in studio della potente She’s A Cult potrebbe funzionare da detonatore per la mia passione, la spinta definitiva ad adottare i ragazzi britannici. Tutto quello che amiamo stipato in 4 minuti. Dissonanza, melodia, tono scazzato, stile. Gioventù sonica alla quale è impossibile rimanere indifferenti. Un posto perfetto dove seppellire stranieri.

Feels – Tell Me

Credenziali ottime per i Feels da Los Angeles.  Album di debutto prodotto da Ty Segall in uscita per la Castle Face Records. Tell me parte placida, si impenna, sfreccia sui binari di una melodia deragliante con il tipico basso imploso di Ty a sottolineare.  Laena Geronimo deve essere un bel personaggio, attira nella rete e poi sfodera gli artigli pretendendo chiarezza da un amante distratto. “‘Tell Me’ is my ‘Should I Stay Or Should I Go’ it goes like: ‘Look: I love you, I’ll wait for you, I would walk 500 miles…but ONLY if you want me to, and I need to know NOW.’ Da maneggiare con cura.

Massimiliano Bucchieri

Di carne e di sangue (Fiver #22.2015)

Sonic Youth - The Diamond Sea

Sonic Youth – The Diamond Sea EP

Non sono un critico musicale. Non sono un musicista. Sono un ascoltatore fanatico. Uno che non esce di casa senza le cuffie in tasca, si sa mai che arrivi il bisogno improvviso di ascoltare i Black Lips quando un chiodo nella testa non vuole smettere di bruciare, o Florence & The Machine perchè sta cominciando a piovere.
Ho sempre ascoltato musica. Non ho mai pensato di farne perchè il mio ego, già difficile da gestire, sarebbe probabilmente esploso sopra un palco con dei fans davanti. Gli unici fans che ho sono nel cassetto del bagno e li prendo dopo una sbronza esagerata quando il cervello sembra voler schizzare fuori dal cranio.
Non ho mai suonato niente se non il piffero alle elementari, dicevamo. Ma, ovviamente, pieno di turbe e ansie come tutti i figli del punk cresciuti a birre e chitarre acide anni ’90, non potevo non cercare disperatamente un modo di raccontare a tutti i cazzi miei, solo per sentirmi un po’ meno pesante quando diventano anche vostri.
Quindi, scrivo.
Scrivo da sempre, il primo romanzo lo iniziai sul sedile posteriore della macchina di mio padre. Ricordo la pioggia che bagnava il lunotto ed io che pensavo che quell’immagine che mi faceva arrotolare lo stomaco l’avrei dovuta raccontare a qualcuno. Anzi, a tutti. Avevo sette, otto anni e amavo la pioggia che bagnava i tetti di Sesto San Giovanni, dove andavo a trovare i nonni. Amavo la città perchè i tetti non finivano mai. E amavo i prati su cui correvo con la bici andando a fumare dietro i capanni degli attrezzi e le dolomiti che chiudevano l’orizzonte da tutti i lati di dove sono nato e cresciuto.
Scrivevo racconti, romanzi. Poi l’adolescenza e la poesia. E giù migliaia di versi per il dolore, l’amore, la fame di vita. Convinto di esser l’unico a comprendere Rimbaud perchè suo erede d’arte, ho rovesciato fiumi d’inchiostro ovunque. Tovagliolini, scontrini, pezzi di cartone. La maggior parte li ho ancora, si sa mai che la mia convinzione adolescenziale fosse azzeccata. Comunque, come il Poeta, a poco più di vent’anni già non scrivevo più versi. Vivevo a Bologna, scoprivo un mondo, ne lasciavo altri. Ascoltavo i Clash, il rock, elettronica, metal e, ovviamente, grunge e scrivevo sognando Naked Lunch e il divino Ellis di Less Than Zero immaginando fotogrammi alla Cronenberg e il ritmo era cyberpunk. Jeans stretti e magliette adidas taglia zerozero. Anfibi ai piedi. Sempre. E un trench alla Capitan Harlock. Per fortuna la mia generazione non aveva smartphone e quindi foto pochepochissime e sempre in posa.
Scrivevo storie. Rubavo le vite degli altri e le mischiavo con la mia.
Scrivevo, e ancora scrivo, nudo. Senza filtri, senza barriere. Raccontando quello che non ti direi mai guardandoti negli occhi, ammettendo quello che negherei fino alla morte davanti ad una birra.
L’angolo dei segreti ribaltato, occhi chiusi così nessuno mi vede gridando la verità. A tutti.
Una volta pensavo di scrivere così perchè era l’unico modo che conoscevo, non ero capace di fare altro. Adesso che ho pubblicato, che non ho più ansie a riguardo, che non ho più bisogno di sentirmi riconosciuto, ho scoperto che non è vero. Scrivo così per rispetto: rispetto l’arte che amo meno solo della musica. La letteratura. E se rispetti qualcosa non puoi mentire. Non ti puoi nascondere. Scrivere nudi è, per me, l’unico modo di scrivere. Chi produce carta stampata e scrive come un geometra disegna un bar non fa nulla di male. Ma non fa letteratura, me lo si conceda.
E allora essere nudi, scrivere pensieri di carne e di sangue come diceva il più sincero tra i grandi del ‘900 i cui pensieri ho tatuati sulla pelle, diventa necessità, metro di giudizio unico per chi, come me, non è in grado di usarne altri. Di dare forma a pensieri sulla tecnica, sulla metrica.
Io sento il sangue, ne posso annusare l’odore, oppure sento la sua assenza. Qui da noi, il più grande sanguinatore e unico amore mio folle in patria fu il povero Piervittorio, ora di gran moda nelle aule universitarie, tutti a cercare di cogliere la grandezza di un linguaggio padano che guardava a Ginsberg, che ascoltava il suono delle parole e non le vedeva solo come simboli stampati. Certo, grandissimo. Ma non per questo, che è la parte meno splendente della sua opera. Che puzza di carne e di sangue in ogni pagina. Questa la sua meraviglia: tutto quello che leggi dalla sua penna è verità. È vissuto, è cuore.
Questa è letteratura.
Ma qui si parla di musica, che poi non è che la forma d’arte suprema, quella in grado di far suonare un pensiero, che dona alle parole il ritmo e la melodia.
E, allora, come posso io, che non sono critico, parlar di musica qui? Beh, applicando lo stesso metro che uso per i libri: dove c’è sangue c’è musica, dove no, c’è divertissement, intrattenimento. Nulla di male, anzi: è vitale anche questo. Solo che è un’altra cosa.
E, allora, ecco le prime cinque canzoni che mi vengono in mente annusando il disco che gira sul piatto. Solo cinque di migliaia e sicuramente non le più importanti, ma le cinque che arrivano prima stasera, mentre fuori ha appena smesso di piovere e mi godo il fresco che entra dal terrazzo.

JEFF BUCKLEY – Hallelujah

E no, non nella versione del suo papà, ma, bestemmia, nella cover che ne fece il compianto Jeff Buckley. E come mettere in classifica una cover? Come può sanguinare se non l’ha nemmeno scritta? Fate silenzio. Appoggiate la testina sul bordo del vinile e ascoltate. Solo il sospiro che apre la sua versione fa saltare giro al cuore, Heart Skipped A Bit. Poi quella voce su una chitarrina che quasi non vuole farsi sentire. Ed è magia.
Quando si fa arte si può sanguinare anche solo interpretando. Un artista deve sanguinare, un grandissimo artista sa far sentire il sangue anche quando quello che scorre non è il suo. Ma lo diventa. E si mischia col suo.

LUIGI TENCO – Vedrai Vedrai

Nemmeno i violini e l’arrangiamento sanremese da prima serata RAI riesce a spegnere la sua voce. Nemmeno l’impostazione da bel canto italiota riesce ad incerottare in tempo le ferite che lui, povero lui, aveva così in fondo dentro al cuore.
E se è vero, come è vero, che quando tu senti un bagliore di dolore in una canzone, in una frase, chi l’ha scritta ci ha dovuto versare un’intera anima straziata per far passare qualcosa da una voce ad un orecchio, lui ha sanguinato come nessuno, come nemmeno la voce ferita di Lucio. No, non quello di Bologna, per favore.

LOU REED – Vicious

Ricordo un pezzetto di carta, scritto di suo pugno, che diceva solamente: “I think it’s important that people don’t feel alone.”
Nient’altro da dire. Semplice come la potenza di un tuono, la perfezione di un tramonto. Perchè lì dentro c’è tutto quello che fa veramente paura. E ammettere le proprie paure è la più grande tra le verità. Lou sta per Iggy e David. Gli altri due eroi su cui non spendo parole. Sarebbero tutte inutili. Ma adesso mi metto su Heroes, dopo, The Passenger.
E continuiamo a saltare di palo in frasca, di anni o di continenti, ma tanto qui non si sta parlando veramente di musica, ma di sangue.

NIRVANA – Heart-Shaped Box

E allora Heart-Shaped Box. Nirvana. Kurt non aveva ventisei anni quando ha scritto quel pezzo. Ricordo ancora la mattina in cui, andando da Lloret de mar (dove la notte prima volevo camminare sulle acque fino a raggiungere l’Africa, in quegli anni certe droghe erano molto diffuse) a Barcellona in autobus ho ascoltato tutto In Utero con la faccia appoggiata al finestrone battuto dalla pioggia e ho capito, ho sentito, tutto quello che quel ragazzo, poco più grande di me anche se allora mi sembrava lontanissimo, aveva nella testa e nel cuore.

E son già quattro quindi la quinta si fa difficilissima, ma in realtà l’ho già scelta. Anzi l’ha scelta Sofia, che non conoscete perchè è una ragazza un po’ pazza che vive in un mio racconto.
SONIC YOUTH – The Diamond Sea

L’altra sponda dell’oscurità anni novanta, quella meno invadente, più raffinata, meno potente, forse ancora più malata e dolorante. L’ha scelta lei e poi dirà perchè, io la confermo perchè dire “I wonder how it came to be my friend – that someone just like you has come again – you’ll never, never know how close you came” con quella cantilena un po’ scazzata un po’ sopra le righe e poi piazzarci quei dieci minuti di chitarre che sembrano lamette che tagliano sempre più in profondità, beh, vuol dire avere delle belle cicatrici.
Sofia, invece, l’ha voluta perchè io, prima, ho messo su i Nirvana che lei ama e che invece il suo ragazzo detesta. E, una sera, lei, prendendo in mano il vinile di Whashing Machine, dopo che lui si era sfogato su quanto uncool e volgare fosse la scena di Seattle, gli aveva sbraitato: “sei proprio un nerd, se la musica è sesso, i Nirvana sono una colossale scopata, i Sonic Youth le pippe che ti fai sotto la doccia”. Non è detto che la prima sia sempre meglio delle seconde. E poi è solo il parere di Sofia.

FABIO RODDA

Your eyes couldn’t hide anything (Fiver #13.2015)

Big Star

Big Star


Thirteen è il titolo di una canzone dei Big Star. Ogni volta che l’ascolto mi fermo. Non importa cosa stia facendo in quel momento. Mi fermo e penso: aspetta…ma quello sono io.
Nel senso che quella canzone parla di me. Non letteralmente, è chiaro. Ma arriva a muovere le corde più profonde, come se toccasse un nervo scoperto. Mi parla, appunto. Mi ci riconosco nonostante o forse grazie alla sua elementare semplicità. Una tempesta emozionale che non riesco a tenere sotto controllo.
Ci sono 5-6 canzoni in tutto che mi fanno quest’ effetto. Non di più.
Thirteen è una canzone semplice semplice, alla fin fine. Pochi accordi di chitarra che rincorrono una melodia che si fa memorabile e la voce di Alex Chilton che si staglia cristallina, il tono inquieto che la rende indimenticabile e quelle melodie vocali che ad un certo punto irrompono e rendono omaggio ai Beach Boys.
Di Thirteen si è scritto che è la canzone definitiva sull’adolescenza e sui primi turbamenti legati all’amore. Ma non è romanzo rosa, tutt’altro. Quel tono malinconico sottolinea la difficoltà dei rapporti e l’accettazione che langue.
Più che una canzone l’ archetipo dell’idea romantica dell’amore come rifugio coniugato in note musicali. Parole che possono uscire solamente dalla penna di uno che sbatte la faccia contro il muro, in maniera quasi consapevole. Roba per gente che sogna ad occhi aperti, che fa ruotare il bastone per aria con aria minacciosa e ne esce sconfitta. Alla fine, in questi casi, vince la vita. Nessuno lo sapeva meglio di Alex Chilton.

Won’t you let me walk you home from school
Won’t you let me meet you at the pool
Maybe Friday I can
Get tickets for the dance
And I’ll take you

L’entusiasmo di un appuntamento. Uscire insieme per la prima volta. Quella roba che prende lo stomaco e ti fa camminare a 20 centimetri da terra.

Won’t you tell your dad, get off my back
Tell him what we said ‘bout ‘Paint It Black’
Rock ‘n Roll is here to stay
Come inside where it’s okay
And I’ll shake you

Il distacco e il rifiuto dell’autorità, foss’anche quella domestica. Voler camminare sulle proprie gambe. La ricerca d’identità. Il rock’n roll come salvezza e come rifugio (ancora una volta). L’orgoglio dell’appartenenza. Te lo ripeto di nuovo: tra le mie braccia va tutto bene. Non importa cosa ci attende lì fuori. Nubi oscure all’orizzonte. Colonna sonora i Rolling Stones più cupi di sempre.

Won’t you tell me what you’re thinking of
Would you be an outlaw for my love
If it’s so, well, let me know
If it’s no, well, I can go
I won’t make you

Insieme, oltre i limiti. Sei pronta? Fammi sapere….ma ormai il dubbio ha minato quello che potevamo essere insieme. Non si capisce se potrà funzionare ma il finale lascia poche speranze. Si può sempre scappare via ma la realtà è che non esiste un posto dove davvero poter andare.

Thirteen con i suoi pochi accordi, la breve durata e una struttura davvero basilare è una canzone perfetta da riprendere. Decine sono le versioni che nel corso degli anni ci sono finite tra le mani, difatti.
Una delle mie preferite è quella che ne diede Elliott Smith. Solo lui poteva spostare la barra in direzione di una malinconia cupa. Quella che è sostanzialmente una canzone pop nelle sue mani si trasforma in una ballata tenebrosa. Fantastica, va da sé. Elliott Smith ribadì più volte l’influenza di Alex Chilton e compagni. Thirteen non è stata l’unica canzone dei Big Star che ha ripreso, si ricorda in particolare una versione da brividi di Nighttime.

Dovrei odiarla, Courtney Love. Già solo per leggere il testo, all’inizio del video. Thirteen si sa a memoria, per la miseria. Finita la prima strofa, butta via i fogli, per fortuna. Canta, stona, annaspa ma quando arriva al verso….Rock’n Roll is here to stay…..beh, sembra essere l’unica persona sulla faccia della terra a cui quelle parole escono dalla bocca e non sembrano una forzatura.

Scolastica la versione del cantante dei Lemonheads. Come la maggior parte delle cover di Evan Dando, che ha un repertorio sconfinato in tal senso e che proprio ad una cover (Mrs. Robinson) deve la maggior parte delle sue fortune. Chitarra`acustica e voce funzionano però alla grande in questo caso e mettono in risalto una melodia che una volta entrata in testa è praticamente impossibile da dimenticare. Vedere Evan Dando uscire dalle scale del Covo, poche settimane fa, chitarra in spalla, stretto in una giacca consunta mi ha proprio fatto pensare a quanto si rincorrano nel corso degli anni queste figure tragiche, malinconiche ma allo stesso tempo dignitose, che non tracciano distinguo tra la loro vita e l’essere artisti tout court.
La sera dopo il concerto Ferruccio Quercetti, uno dei pochi con cui passerei le nottate a parlare di musica, scriveva sul suo profilo facebook a proposito del concerto di Evan Dando: La cosa che mi piace di più è che con lui non hai la sensazione di piattume e di poco spessore che spesso percepisci con tanto “indie folk/country/americana”. Cioè l’esperienza e il vissuto personale per interpretare queste cose lui ce l’ha sul serio, a differenza di tanti “damerini” indie che si improvvisano country troubadours. Del resto lui reinterpretava Gram Parsons all’inizio dei ’90 prima di quasi tutti in ambito alt rock. Anche la sua storia sembra quellla di un film di Kris Kristofferson: ex star, heart throb, passato attraverso la decadenza più totale e ora è praticamente un hobo che gira con la chitarra e vive solo per la musica. Classic stuff. Potrebbe diventare un Waylon Jennings della nostra generazione, se non si perde di nuovo ovviamente.
La stessa risma di Alex Chilton, evidentemente.

Wilco e compagni non potevano davvero esimersi dal pagare il tributo. Non tanto a questa canzone in particolare ma a quello che una band come i Big Star ha rappresentato. Da un certo punto di vista ne hanno raccolto l’eredità. Wilco come i Big Star sono un gruppo pop ma non così pop. Stanno a metà strada tra la tradizione dura e pura del primo rock’n roll ma allo stesso tempo sanno come muoversi in avanti. Sarei stato curioso se avessero preso in mano un pezzo come “Kangaroo”, per esempio.

“Thirteen” è anche il titolo di un album dei Teenage Fanclub. Un omaggio neppure tanto velato al genio di Alex Chilton. Ho provato a cercare “Thirteen”, la canzone dei Big Star, in una versione degli scozzesi ma non ho avuto successo. Mi sono imbattuto in qualche spezzone dei Teenage Fanclub sul palco con64f231d2a39eea0be07709b7c78831e0b255cf4a_l ospite Alex Chilton, però. Una di quelle serate, ne sono certo, che avranno concluso dicendosi tra loro che adesso potrebbero pure smettere, tanto meglio di quello non potrà capitargli. Dei Big Star ho sentito parlare la prima volta proprio grazie a loro, il quartetto di Glasgow. Gli omaggi, i riferimenti, il pagare dazio crea un’enorme circuito di idee ed ispirazione che ciclicamente riporta a galla, con un nuovo vestitino per l’occasione, i fantasmi del passato.
Nel 1991 “Thirteen” era diventata maggiorenne da poco. Uscì nel 1972, difatti.
I Nirvana erano il mio gruppo preferito.
I Teenage Fanclub venivano subito dopo.
Non sono in grado di spiegarvi compiutamente per quale motivo ma mi sembra che tutto questo sia collegato in qualche modo.
Come se un cerchio si fosse chiuso. e tutto abbia un senso.

CESARE LORENZI

V for NirVana

Vaselines

Vaselines

Volevo scrivere del nuovo album dei Vaselines. Finirò per parlare dei Nirvana. Del perché Kurt Cobain e compagni sono diventati punto di riferimento per una generazione di indie-kids anche grazie ai Vaselines. O quantomeno perché é stato così per noi di Sniffin’ Glucose. Dopotutto sono vicende, quelle delle due band in questione, che ad un certo punto hanno finito per intrecciarsi in maniera indissolubile.

Dobbiamo partire da lontano: fine anni ottanta, alba dei novanta. Bologna, una piccola e gloriosa radio indipendente. Nessuna rete, nessun network, solo 2 microfoni, una marea di cassette e di cd. Una trasmissione settimanale che ha dato il via ad una storia che dura tuttora, 25 anni dopo. Dalla radio, alla stampa specializzata, fino all’ attuale formato del blog. Due voci: la mia e quella di Arturo Compagnoni. Erano scalette di indie pop. Si passavano i 45 giri della Sarah Records e della Creation. Le band che poi finirono in quella mitica compilation del NME, la generazione C86, erano il nostro vangelo. Passavamo i Vaselines. Glasgow e la Scozia in generale erano nella mia testa i migliori posti sulla faccia della terra. Seattle non sapevo neppure dove stava sulla carta geografica, figuriamoci. Ma non sarebbe stato così ancora per molto.

C’é stato un momento nel quale le cose hanno iniziato a non definirsi più in maniera così netta. Succedeva, per esempio, che trovavi un brano delle Shonen Knife in una compilation targata Sub Pop e che improvvisamente chi ti aveva fatto conoscere le Shop Assistants ti proponesse qualche oscuro gruppo del nord ovest americano.

Quando uscì Bleach, il debutto di Cobain e soci, lo passammo in radio immediatamente, i tempi erano maturi, la nostra predisposizione era ormai mutata. About a Girl, in particolare, divenne uno dei brani più trasmessi in assoluto. Non a caso la canzone pop dell’album. Quella che più si avvicinava ai nostri canoni estetici di gente che i Black Sabbath non sapeva neppure che faccia avessero. Arrivavamo agli Hüsker Dü e ai Sonic Youth, quello era il nostro confine, il nostro limite. Quanto abbiamo amato quel disco, però. Nonostante il fatto che ne parlasse anche Kerrang (ndr: rivista metal, hard-rock inglese) e questo ci spaventava non poco. Snob del cazzo si nasce, probabilmente.

Alla fine Bleach é il disco dei Nirvana che ho ascoltato di più e probabilmente il migliore della band. Ma all’epoca speravo che sotto sotto il gruppo decidesse di suonare quel pop abrasivo ma contagioso di cui About a Girl era perfetta rappresentazione. Il passo successivo mi accontentò in maniera definitiva. Uscì un singolo, Sliver, che oltre a diventare la mia canzone preferita sancì in maniera definitiva quello che avrei voluto ascoltare da quel momento in avanti. Era il settembre del 1990 e quella canzone divenne presenza immancabile per mesi a venire nella nostra programmazione radiofonica.

A quel punto i dischi targati Sub Pop fecero ufficialmente ingresso nel nostro mondo. Un bel terremoto per chi, come noi, era convinto che la Scozia fosse veramente il posto musicalmente più eccitante dell’universo.

Qualche mese dopo ci ritrovammo in mezzo al fango della campagna inglese, per un festival che ci chiarì definitivamente come tutta quella confusione geografica poteva coniugarsi senza problemi da un punto di vista strettamente musicale. Nevermind sarebbe uscito qualche settimana dopo quando vedemmo Cobain e soci calcare il palcoscenico di Reading. Ascoltare per la prima volta quelle canzoni ancora inedite, stravolte da un’energia senza limiti, ci lasciò letteralmente in ginocchio. Ricordo solo che ogni tanto mi giravo verso Arturo e Massimiliano scuotendo la testa, incapace di comunicare qualsiasi cosa. La gola stretta da una commozione che poche altre volte mi é capitato di provare. Non c’é niente che odio di più della retorica legata alla presunta magia della musica, credetemi. Ma in questo caso mi rendo conto di caderci colpevolmente dentro con tutti e due i piedi. Vi lascio poi immaginare quando, mi pare di ricordare verso metà concerto, Cobain chiamò Eugene Kelly dei Vaselines sul palco.

Cobain e Kelly a Reading 1991

Cobain e Kelly a Reading 1991

In quel momento ero assolutamente certo che ciò stava accadendo solamente perché mi trovavo lì, io, in compagnia di Arturo e Massimiliano. Fu come se tutti i nostri ascolti, le nostre passioni, le nostre vite si ritrovassero condensate in un istante perfetto. Cantammo Molly’s Lips, che per noi era una specie di inno, con tutta la voce che avevamo in corpo, travolti da un pogo dalle proporzioni epiche. A pensarci ora, quel momento, é stato con tutta probabilità uno degli istanti che più si sono avvicinati ad un ipotetico concetto di felicità assoluta.

Cobain in quell’istante regalò un secondo di dignità che non pensavamo nemmeno di meritare. Persi come eravamo in quelle oscure canzoncine innocue, consapevoli che già farle uscire dalla nostra camera da letto era un mezzo miracolo. I Vaselines divennero improvvisamente una band di culto che, figurarsi, non furono in grado di sfruttare in nessun modo. Se non per qualche ristampa senza fortuna del loro catalogo fatto di una manciata di canzoni.

Vaselines 2014

Vaselines 2014

Ricomparvero nel 2010 con un nuovo album (Sex with an X) dignitoso. Ci riprovano ora con un disco, dicono, ispirato ai Ramones. Ho sentito il brano che lo anticipa e sinceramente non riesco a rimanerne indifferente. Non che la canzone in sé mi dica qualcosa di nuovo o che mi entusiasmi particolarmente. Mi procura la stessa reazione di quando capita di trovarsi di fronte ad un amico che non capita di vedere da un po’. Ci si rende conto immediatamente che il feeling é rimasto intatto. La mancata frequentazione è probabilmente la conseguenza di esistenze e di scelte che non sono razionalmente giustificabili.

In quei casi non rimane che far finta di niente, come se il tempo non fosse passato, e lasciarsi andare ad un abbraccio sincero. Cosa succederà in seguito nessuno lo sa. Ma non é che abbia tutta questa importanza.

CESARE LORENZI

Il nuovo album dei Vaselines, “V for Vaselines”, uscirá il 29 settembre.

Hanna e le sue sorelle: THE PUNK SINGER

The Punk Singer è il documentario su Kathleen Hanna che potete vedere solo se avete l’ADSL, sapete l’inglese, se le basi morali della società mentale dove vivete non sono ferme al 1967* e se sapevate che è la forza della tradizione e non quella della legge che nel vostro paese (minuscolo intenzionale) impedisce di chiamare vostro figlio o vostra figlia col cognome della madre come in tutti gli altri Paesi del Primo Mondo.**

Al di là che chi scrive è un maschio quindi sicuramente in fallo: l’ultimo libro interessante in materia di femminismo in Italia è un libro statunitense del 2002 che ha la traduzione e la prefazione della moglie di Giuliano Ferrara (o se vogliamo essere meno agenti provocatori possiamo citarvi dei libri a caso della belga Luce Irigaray che non a caso stava assieme ad un sindaco di Bologna: Renzo Imbeni is our AD ROCK).

Lo scenario, se si sposta il fuoco della lente sul versante musica suonata e musica scritta – nel senso di “scritti sulla musica” e “scritti attraverso la musica” – è desolante, a meno che non si voglia finire a parlare di Jo Squillo e delle altre ragazze del ruock in salsa pummarola o peggio ancora ci si voglia sucare nongià il left one ma le menate fuori tempo massimo e fuori luogo (è il 2014 o no? File Under: Analisi ferme all’era pre-www.) del fu Jumpy Velena (ora Helena) e dei Raf Punk e l’età dell’oro.
urlIn questo caso come al solito in Italia alla fine la scelta non è nemmeno tra il versante ulta-ortodosso tipo quello del punk (non parliamo nemmeno del separtismo alla Tribe 8) e le groupies alla Pamela Des Barres, che alla fine erano “ragazze a perdere” (cercate su google: groupies + ragazze a perdere per sorbirvi la solita solfa sull’altra metà del cielo e blah blah).
Quella è l’America, e qui siamo in Italì.
Gli unici bagliori tricolori, ma parliamo proprio di lucciole che è stata l’unica volta che non sono state scambiate per lanterne, li abbiamo visti guarda caso negli anni ’90 in ambito punk hc (in questo senso non finirò mai di sostenere la tesi che il rock indipendente italiano degli anni ’90 è l’equivalente del copromesso storico DC-PCI con tutte le implicazioni di sottosviluppo culturale del caso: e non abbiamo nemmeno la magra consolazione di aver avuto Prima Linea e/o le Brigate Rosse ma solo l’eroina e il rifugio nelle religioni orientali), con qualche fanzine (Punto G, la April Fool Day italiana) e qualche gruppo significativo (Bambine Cattive, SSP per tagliare con l’accetta la questione).

Negli anni ’90 infatti, oltre alla rivoluzione operata dal grunge (come al solito poi si è vista o voluta vedere la punta dell’iceberg del fenomeno) la revolution summer assieme alle istanze di quella indiana (avvenuta poco prima dal punto di vista cronologico)*** portano con sè la revolution girl style now, che ha come figura di riferimento principale Kathleen Hanna, protagonista del documentario The Punk Singer.
Vi risparmiamo pure la menata sul fatto che a lei si deve il titolo della canzone più famosa dei Nirvana e che la batterista del suo primo gruppo (parliamo di Toby Vail e delle Bikini Kill ovviamente) avrebbe potuto salvare Kurt Cobain da quella Yoko Ono ma senza talento artistico-performativo (così dicono gli esperti quale io non sono: pare che Yoko Ono abbia talento, la compro come me la vendono) che risponde al nome di Courtney Love (una ubriaca che diede un cartone in faccia alla Hanna durante un Lollapalooza, la ricordiamo così: una sfattona ubriaca, nulla di più) e anche in questo caso per tagliarla con l’accetta e per usare un paragone figlio della cultura cattolica parlare di Kathleen Hanna è come dire che se Calvin Johnson è il figlio, Ian McKaye il padre Kathleen Hanna è assieme Spirito Santo e pure e ovviamente Madonna laica (nel senso che non è solo e solamente “madre di”).vail.cobain

The Punk singer, uscito in anteprima a Marzo 2013 a quel festival là in Texas (che è molto figo e che ci ha suonato His Clancyness) e nei cinema americani (fa un certo effetto pensare che possa anche essere uscito in un solo cinema in Italia una roba del genere, pensando tipo che mi sono perso un film come Searching For Sugar Man quando è uscito perchè lo hanno fatto a Bologna per due giorni, ‘na roba del genere insomma, per capirci) si può ovviamente solo vedere scaricandosi dal torrent il file .avi, senza sottotitoli etc etc.

Per il sottoscritto: una epifania, o meglio una cosa tipo sotterrare l’ascia di guerra, fare pace con parte del proprio trascorso riflettendo a freddo ma allo stesso tempo a caldo sul tuo passato. Una cosa che, parlando di altro campo sottoculturalmusicale rilevante nella mia formazione, ultimamente mi è capitata con l’hip hop italiano grazie ad un libro di Damir Ivic: tornare indietro sulle proprie prese di posizione radicali fatte e praticate in passato, ma senza rinnegarlo, il proprio passato (ed ecco che torna la moglie di Giuliano Ferrara…), separando la farina dalla pula, il bambino e l’acqua sporca.
Ad Arturo, con cui privatamente commentavo la visione (particolare rilevante: visione avvenuta su input di mia moglie Silvia, che “ovviamente” è stata parte del movimento riot-grrl italiano ed è stata ad un LadyFest Londra nel 2002 quando ancora Beth Ditto doveva passare per Simona Ventura, e che ha visto Le Tigre al Covo a Bologna sempre in quegli anni mentre io non ci sono andato perchè ho fatto il talebano dei sentimenti stando a casa, stile “marito cornuto che per fare un dispetto alla moglie”) a caldo ho detto una cosa del genere: “è stato come ritrovare la ragazza di cui ti eri innamorato 15-20 anni fa ma non lo volevi ammettere agli altri e soprattutto a te stesso” (con annesse le riflessioni sugli effetti devastanti sulle basi morali di una società arretrata* come ad esempio quella italica etc etc).
In sintesi il documentario riprende le fila interrotte della storia di Kathleen, che nel 2005 scompare al culmine del suo percorso artistico con Le Tigre, oramai lanciatissime. In poche parole Kathleen si ammala di un morbo assurdissimo che si prende dalle zecche dei cervi, il lyme disease e la diagnosi arriva dopo anni di calvario.
In mezzo un percorso di maturazione artistica, umana e relazionale (en passant: lo spoken  word in cui Kathleen parla della suo vissuto di violenza sessuale subita che apre il documentario, datato 1991 è preso dalla sua apparizione al Pop Underground  Festival del 1991: riconoscibile fra il pubblico un coinvoltissimo emozionalmente Ian McKaye) altrettanto doloroso in cui la accompagna il Beastie Boy (sì, quelli che negli anni ’80 cantavano un inno sessita all’ennesima potenza come Girls, Girls – to do the dishes Girls – to clean up my room Girls – to do the laundry… noi abbiamo avuto Jovanotti che invece, il giudizio sulla sua maturazione  umana ed artistica ve lo risparmio) Adam Horowitz aka AD Rock, con cui si sposa nel 2006, dopo un lungo fidanzamento.
Il documentario poi ci fa capire quanto in realtà un progetto di transizione sia come al solito fondamentale nella vita di una persona: Julie Ruin in questo senso per Kathleen, appena uscita dalla riserva indiana (doverosa: sempre sosentuto che la chiusura è necessaria in certi casi, per preservare la propria identità) riot-grrl dopo lo sciogliemento delle Bikini Kill (che nel 1996 suonarono in Italia e fecero uscire un 7″ per una etichetta punk hc romana. Nel 1996 e anche prima su un giornale come Rumore se ne parlava in copertina: cercate con google immagini RUMORE 51) è fondamentale per iniziare, dopo aver affermato la propria identità e indipendenza, la rel-azione (intesa come “azione relata”, una cosa del genere), professionale ed affettiva, con AD Rock (1997 circa) e crescere come persona e come artista.
Immaginare poi di trovare una canzone d’amore, anzi due, nell’album di una ragazza che nel suo gruppo precedente scriveva e cantava: Gotta listen to what the Man says / Time to make his stomach burn / Burn, burn, burn, burn…
Colpisce invece, della parte dedicata al progetto Le Tigre, vedere come una operazione che a qualcuno (alzo la mano per accusarmi del fallo, come a basket) aveva fatto storcere il naso perchè  puzzava di arty-farty (If you ever want a fashion show, I’ll walk on yr block/ Cuz my art is better than yr art) sia, rivista anni dopo, stata profetica (e tutto sommato culturalmente integerrima).
Difficile da verbalizzare, guardatevi l’impatto visivo delle coreografie e dei colori, una cosa che colpisce come forse solo i Devo e i Public Enemy (ma lì il colore era solo uno, quindi la faccenda era limitata e limitante: e pensare che negli show de Le Tigre c’era anche un dissing diretto ai PE, bestemmia per me in quegli anni).
Il documentario si conclude (ma come diceva un altro documentario: The Future Is Unwritten) col ritorno sul palco di Kathleen dopo sette dolorosi anni di silenzio.
Non è affatto casuale che il rientro sulle scene, documentato in maniera toccante ma non retorica (in questo senso non sono gratuite le immagini di Horowitz che fa una iniezione alla moglie poco prima che lei vada in scena), sia ancora legato al nome Julie Ruin, anche se significativamente il ritorno a questo giro è con un gruppo (e il risultato musicale è secondario in questo caso: l’album è sicuramente la cosa musicalmente meno rilevante che abbia prodotto).
Appaiono nel documentario Kim Gordon, Joan Jett, quella di Portlandia che tutti lo sanno che suonava nelle Sleater Kinney (naturalmente perse quando suonarono in Italia…).
Decisamente un must see se la vostra idea di musica si lega ad una sottocultura (o controcultura).

*Cercate su google: Le basi morali di una società arretrata;
** Cercate su google: corte europea condanna italia+cognome madre;
*** Cercate su google: Dance Of Days+two decades in the nation’s capital oppure FUGAZI+DISCHORD e K RECORDS+BEAT HAPPENING.

MARCO PECORARI

Nel marzo del 1993 Rumore pubblicò un articolo sul fenomeno Riot Grrrl. Ve lo riproponiamo qui in allegato con le 2 recensioni di Bikini Kill uscite all’epoca (l’EP di debutto nel luglio 1993 e il secondo album di giugno 1996). Reperti storici di un’altra epoca. (C.L.)

bikini kill (marzo 1993) 1

bikini kill (marzo 1993) 2

bikini killreject all american