The F word / the K world (Fiver # 09.2016)

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Questo resistibilissimo ritorno delle cassette è, come tutte le cose che vanno controcorrente rispetto all’ordine imperante, deliziosamente insensato ma per certi versi necessario. Allo stesso tempo mi riporta alla mente parentesi ormai dimenticate come le gloriose stagioni radiofoniche di almeno tre decenni orsono.
Ieri cercavo di ascoltare la cassetta degli Smash. Mi piacciono gli Smash. Mi ricordano cose come Grandaddy o Sparklehorse, band importanti che amavamo e seguivamo, per certi versi supportavamo, comprandone dischi, magliette e stampa con loro “dentro”.
“Cercavo” perchè ho una vecchia piastra scassata e faccio fatica a farla funzionare. Niente a che vedere con la piastra di Studio F.
Già, Studio F. Definirla radio è un’iperbole. Aperta campagna. Una specie di ricovero per gli attrezzi annesso ad una casa padronale. Era il 1980, forse l’81. Io e Arturo prendevamo un paio di autobus per arrivare là. Poi un pezzo a piedi con la paura che qualche cane da guardia saltasse fuori mirando ai nostri polpacci.
La programmazione era quantomeno varia, dal liscio al nostro Rockparty. La sala trasmissioni era poco più di uno stanzino. Niente cassette. Una manciata di vinili. Gli unici due utilizzabili erano Faith dei Cure ed il primo dei Suicide. I pochi dischi che possedevamo facevano il resto della nostra ora e mezza. Cominciai a registrare pezzi nuovi dalle radio “serie” prima che il dj ci parlasse sopra per poi passarli in trasmissione.
Il problema era la piastra. Il tasto play non stava su. Bisognava posizionare una moneta da 200 lire proprio lì. Fra play e ffwd tra imprecazioni assortite. Roba da pionieri o, meno romanticamente, da poveracci. Quando, una manciata di anni dopo, approdammo a Radio Città 103 ci sembrava di essere arrivati alla BBC in confronto. Un muro di cassette con ogni ben di dio. Il problema era solo ritrovare quello che avevi adocchiato la volta prima ripromettendoti una programmazione successiva. In realtà anche gli studi di Radio Città erano poco più che ricavati da spazi destinati ad altro ma il ricordo ingentilisce ogni cosa e, soprattutto, si è stampato indelebilmente nella nostre memorie.
Vedevo recentemente in tv immagini di uno studio radiofonico “serio”. Uffici, sale trasmissione super professionali, stese di computer e hard disk. Non ho visto ne’ cd ne’ vinili, per non parlare di cassette. Non è un caso se le radio, come le conoscevamo, non esistono più. Forse stanno morendo, forse si trasformeranno anche loro in qualcosa d’altro, è questione di tempo.
Mi torna alla mente la straordinaria chiusura del pezzo di Marina Pierri sulle infauste polemiche che stanno guastando l’alone romantico che accompagnava un etichetta come la K Records e che abbiamo condiviso pochi giorni orsono: “We need to start imagining again. We need to start spending again in records, and gigs and t-shirts not as an act of charity but as an act of self-preservation. This is us, for Christ’s sake. It’s who we were, it’s who we are“.
Colpa nostra, in definitiva, di gente come me. A cominciare dai pezzi che registravo alla radio per riprogrammarli per arrivare alle anonime cartelline gialle digitali che albergano nei nostri pc. Abbiamo tradito la musica, chi faceva parte delle nostre vite in modo così fondamentale.
Che poi, dopotutto, cosa ti aspettavi di vederci in quello studio radiofonico? Bastava guardassi dentro casa tua… Il tuo pc attaccato alle casse, i tuoi fottuti spotify e itunes. Roba che, in termini di significato, di ricordi, di esperienze, non vale neanche quelle 200 lire incastrate tra play e ffwd.

Smash “Gloomy Sunday

Nothing  “Vertigo Flowers

Stanno tornando. A maggio uscirà il loro secondo album dopo traversie allucinanti, incluso lo scoprire che la loro nuova casa discografica era gestita dallo stesso tipo che lucrava sui farmaci per la cura dell’Aids. Mandato affanculo il tipo, rischiando di restare fermi per eoni, sono riusciti a riemergere. Vertigo Flowers non sposta molto i termini del discorso, malinconia ed elettricità liquide che allagano la stanza, ma mantiene immutata quella maledetta capacità di spedirmi dei bei brividi prolungati lungo la spina dorsale.

Tangerines  “You Look Like Something I Killed

Singolo di debutto per la chiacchierata band sud londinese. Un aroma garage alla Black Lips, un incedere ideale per barcollare in giro per il tuo locale preferito aggrappato ai tuoi amici con una birra in mano. Non mi pare poco.

Pass  “Ways Out

We haven’t listened to any new music since 2010“. Indie snobbery all’ennesima potenza. Casa madre a Portland come gli eccellenti Sioux Falls (a proposito che bomba di disco hanno sfornato quest’ultimi?). Pass ricordano molte band di quell’epoca di cui parlavamo poco sopra ma nessuna in particolare (forse Archers Of Loaf?). Melodie e dissonanze che cadono come se non gliene fregasse niente a nessuno. Perfetto.

Cross Record  “Steady Waves

Un album un po’ faticoso nel suo insieme ma Steady Waves è una faccenda differente.
Il fantasma di PJ Harvey che aleggia lungo tutto il pezzo. Qualcosa della Kristin Hersh solista nell’arpeggiato melodico che viene sconvolto da iniezioni dissonanti di chitarra. Un grande pezzo. Grazie Luigi Mutarelli.

Massimiliano Bucchieri

Teenage Fanclub (Fiver # 04.11)

I know the secret: rock’n roll is a teenage sport, meant to be played by teenagers of all ages -they could be 15, 25 or 35. It all boils down to whether they’ve got the love in their hearts, that beautiful teenage spirit.
Calvin Johnson, 17 years old, in a letter to New York Rocker (1979)

 Alla fine la citazione che fa al caso nostro l’ho trovata. Non è stata neppure una faccenda complicata e con un po’ di buona volontà penso che ognuno possa trovare o adattare una citazione (che fa figo) a qualsiasi situazione.
Ma questa ci sta bene, dai. Ed essermi ritrovato ancora (ormai ho smesso di contarle), a 23 anni di distanza dalla prima volta, con il solito amico di sempre per le strade di Londra è una di quelle faccende che un po’ mi fanno pensare.
Pure Londra è rimasta la solita, nonostante i traffici legati alla musica si siano spostati da ovest a est della città, nonostante i mille cambiamenti architettonici. Ma questi alla fine sono dettagli insignificanti e questa non è una guida turistica. Si tratta piuttosto di raccontare esistenze trascorse con la musica a fare da presenza costante mentre tutto intorno cambia, si trasforma in maniera inevitabile. Figli, fidanzate, mogli, ex mogli, occupazioni. Ma i battiti di quel cuore adolescente rimangono i soliti. E lo spirito pure. A 17 anni Calvin Johnson, per tornare alla citazione iniziale, aveva già capito. Tutto forse no, ma insomma, ci è andato tremendamente vicino.
Questo Fiver è figlio delle ultime settimane. Passate in giro tra Bologna e Londra. Non canzoni nuove, quindi. Ma 5 concerti significativi che ho visto nel mese di novembre. Per questa volta me la sfango così, in ordine cronologico, che tempo di ascoltare musica ne ho avuto poco.

 

Thurston Moore – Bologna – Teatro Antoniano 03.11.2014
A proposito di eterni adolescenti niente di meglio che Thurston Moore, 56 anni portati con una leggerezza ed una consapevolezza che provocano brividi già solo a guardarlo.thurstonmoore2014_MG_0535
Thurston Moore ha portato in tour il nuovo album solista. Nella band il batterista di sempre, Steve Shelley, la bassista dei My Bloody Valentine (che rimarrà tutta la sera con le spalle rivolte al pubblico, e solo per questo sarà amore incondizionato) ed un nuovo chitarrista tirato fuori dal nuovo quartiere londinese dove dimora.
Una cosa va detta subito: l’album nuovo di Thurston Moore è un disco fantastico. Migliore di alcuni lavori dei Sonic Youth, senza ombra di dubbio. Perfettamente in equilibrio tra la forma canzone e le dilatazioni della sperimentazione, perfettamente bilanciato nel suo alternare rumore e silenzi. La voce, inoltre, sembra aver guadagnato in espressività e il tutto si traduce in uno dei migliori album dell’intera annata.
Dal vivo l’alchimia è stata se possibile non solo replicata ma amplificata (letteralmente) da una situazione al limite della perfezione. Thurston Moore è stato catalogato in tanti modi. Personalmente se dovessi descrivere l’esperienza di ascoltarlo dal vivo nella nuova incarnazione mi viene in mente un solo termine: psichedelica. E qui si potrebbe aprire una lunga parentesi sul significato della parola e di quanto sia abusata nella terminologia strettamente musicale. Vi rimando casomai a questo articolo bellissimo, al solito, di The Quietus che potete leggere qui.
Thurston Moore a Bologna, si diceva. Roba da chiudere gli occhi e ritrovarsi trasportati in un altro luogo. Catapultati davvero in un’altra dimensione. La magia della musica, insomma. In pieno effetto.

Nothing – Bologna – Freakout 04.11.2014
Ad un certo punto ho iniziato a contare. Compresi i due amici che mi accompagnavano eravamo in 45. Ma potrei pure sbagliarmi e comunque non ha nessuna importanza.
Il locale è delle dimensioni di un garage e oltre al paloscenico il solo bancone di un bar fa da arredamento ad una stanza che sarebbe davvero una forzatura chiamare club.nothing-band-guitar-throw-400x400
Quando è arrivato il momento di cominciare, la band ha spento le sigarette, svuotato i bicchieri ed è salita sul palco. Fin dal primo secondo una cosa è stata chiara l’impianto era assolutamente insufficente a reggere l’urto. Perchè i Nothing sono una band che non ama le mezze misure e se gli metti a disposizione un po’ di watt ti scoperchia il tetto del locale, statene certi.
Ma non è tanto questo che ne fa un gruppo unico. C’è dell’altro. Il volume alla fine non è mai stata una discriminante per capire davvero se ne valga la pena. Con i My Bloody Valentine il gioco vale la candela. Con i Nothing pure. Altre volte non so.
I Nothing sono il mio gruppo dell’anno.
Una band che suona in un modo ma che vorrebbe tanto essere qualcos’altro. Come me, in fondo.
Dominic Palermo è un ragazzone gentile. Ma ha i suoi momenti. Un giorno ha tirato una coltellata ad un tizio in una rissa e si è fatto un pò di galera. Quei momenti ritornano costantemente nelle sue canzoni. E no, il cielo non è terso. Non è una cazzo di bella giornata.
Sono canzoni di chitarre disperate ma gentili, soft as snow (but warm inside), di feedback fuori controllo e amplificatori messi alla prova, di voci sussurate che talvolta sono comunque come un fendente allo stomaco.
…on nights as dark as this, black black black clouds still follow us around…
Dominic Palermo sta alla estrema destra del palcoscenico, dalla parte opposta l’altro chitarrista che talvolta canta, pure lui. Al centro la batteria, dietro, e il bassista davanti. Mi sono concentrato su loro due, ad un certo punto. Sembrava la sezione ritmica di un gruppo hard-core. In particolare il ragazzo dietro i tamburi: tatuato, senza maglietta, che picchiava come se non ci fosse un domani. E poi ancora quelle chitarre, che vorrebbero far esplodere quel povero e miserabile impianto di amplificazione.
Dominic Palermo prova a tenere il mostro sotto controllo ma è una lotta impari. La chitarra sembra sfuggirgli dalle mani. Ogni tanto se ne libera, la sfila, se la fa girare attorno al collo, si avvicina all’amplificatore e alza il volume. Il ruggito ci stordisce ancor di più.
…there’s gotta be a place, to escape from the rain, but I can’t find it, can’t find it, can’t find it…
Sono 50 minuti in tutto, niente bis. Dominic abbandona la chitarra per terra, con gli amplificatori che ancora ululano disperati. Esce dal palco correndo. Mi arriva ad un metro di distanza, va al bar. Ordina uno shot di jack daniels e un jack e coca a seguire. Poi, con calma risale sul palco. Spegne l’ampli e ringrazia.
Dominic Palermo ha la presa di una vita scomoda che gli stringe la gola. Non gli rimane che buttare tutto in una canzone, in una band, in un’esistenza trascorsa in un furgone messo male.
Le cose cambieranno anche per lui. Ma intanto, in questo preciso istante, lui e la sua band sono alla ricerca di una maniera per sopravvivere. La loro musica comunica questa urgenza. È roba che scotta, che lascia segni, che fa male.
I Nothing da Philadelphia sono il mio gruppo del 2014. Ma questo l’ho già detto, mi pare.

 Bob Mould – Londra – Village Underground 18.11.2014
Bob Mould entra sul palco di corsa e non si lascia andare a convenevoli. Tre canzoni, senza pause tra un brano e l’altro, dal repertorio degli Husker Du. Tanto per stenderci subito. Prenderci in ostaggio e non mollare più la presa.
Alla fine suonerà 24 canzoni, sono andato a controllare.37
Ci sarà un solo istante dove l’assalto assumerà appena appena un’altra piega. più melodica ed intimista. Hardly Getting Over It merita probabilmente un trattamento differente. Uno di quei momenti che la gola ti si stringe, inizi a guardarti le scarpe e cerchi di non pensarci troppo e di tenere l’emozione sotto controllo. Nonostante si sappia fin dalla prima nota che sarà praticamente impossibile.
Che poi alla fine, se si vanno a contare, quante ne ha scritte di canzoni così? Non solo con gli Husker Du ma negli Sugar (dei quali riprende un paio di pezzi, stasera) e sopratutto negli ultimi due album solisti.
Questo è il tour di di Beauty & Ruin, in effetti.
Mi ha colpito che nessuno, tutta la sera, si sia mai sognato di richiedere una canzone dei tempi andati. Nessun urlo disperato…..These Important Years, pleeeeasee!!!! Non ce n’è bisogno ed il motivo è semplice: le canzoni nuove stanno in piedi anche al cospetto dei classici e troppo è il rispetto che si deve ad un uomo che si mette a nudo in questo modo su di un palcoscenico.
Nessuna luce, solo un paio di faretti bianchi che illuminano la scena. Nessun artificio. Questa è una faccenda di emozioni ataviche. Basso, batteria e chitarra. Null’altro. Ma quell’uomo di mezza età, in camicia da boscaiolo che impugna la chitarra come se fosse un’arma, è capace di cantare come se quell’urlo dovesse salvarci da un’imminente quanto improbabile fine del mondo. Rabbia fuori controllo, emozioni represse, sudore ed amplificatori che chiedono pietà.
Orecchio destro fuori uso per un paio di giorni ma chi se ne importa, alla fine.
Quanta vita è possibile riassumere in settanta minuti? Alla faccia di chi le considera semplici canzonette.

 Jesus and Mary Chain – Londra – Troxy 19.11.2014
Se qualcuno mi avesse chiesto una volta qual’è il mio album preferito di tutti i tempi non avrei avuto dubbi nel rispondere: Psychocandy! Una risposta del genere, qualunque essa sia, è solo figlia dell’emozione e della propria storia personale, chiaramente. Non esistono formule che vadano al di là di una soggettività che lascia comunque il tempo che trova nelle vicende legate alla musica e all’arte in generale.
Ma il fatto che i Jesus and Mary Chain a distanza di 29 anni dalla pubblicazione originaria abbiano deciso di portare in tour proprio quel disco non poteva lasciarmi indifferente.The Jesus and Mary Chain at the Troxy
Intanto un po’ di cronaca: il concerto è diviso in due parti. La prima con i bis che comprendono sopratutto brani della primissima epoca ma non inclusi nell’album e poi la riproposizione per intero di Psychocandy. A differenza di Bob Mould che pur suonando ben 9 pezzi degli Husker Du e pescando anche nel repertorio degli Sugar ha da proporre comunque il nuovo repertorio che qualitativamente, insomma, è ancora a quei livelli d’eccellenza che fanno sentire le farfalle nello stomaco; i J&MC, dicevamo, invece non scrivono una canzone nuova da 16 anni ed una buona da oltre una ventina. Non si tratta di mettersi a fare i contabili ma talvolta la matematica è tutt’altro che un’opinione.
I J&MC suonano come hanno sempre fatto in carriera: in maniera orribile. L’imperizia tecnica non ha mai costituito un presupposto per valutare musica che comunque sapesse in qualche modo emozionare, questo è chiaro. Ma farlo a vent’anni, con la gente che ti urla insulti e qualche sputo, e tu impassibile rispondi a bottigliate mettendola in rissa e poi vai di feedback fino a stordire perchè non conosci nessun altro linguaggio che non sia quello dell’intensità, del trasporto e della passione. Ecco, se lo fai in quel modo, è decisamente un’altra cosa. Se cerchi di riproporlo ora, a distanza di una vita intera, risulti al contrario semplicemente patetico. Perchè è musica che funziona solo se collegata a quell’urgenza espressiva e non può essere replicata in nessun modo.Ci sono stagioni che vanno semplicemente vissute. Questi tentativi di riproporre un passato che comunque non potrà mai tornare sono una scatola vuota. E che molto dell’attuale business della musica sia sostenuto da operazioni di questo tenore è francamente l’aspetto più scoraggiante. Detto questo cosa volete che aggiunga? Psychocandy rimane il mio personale disco della vita. Ma gli attuali J&MC con quelle canzoni sembrano non avere più nulla a che fare.

 The Orwells – Londra – Electric Ballroom 20.11.2014
Gli Orwells sono un gruppo da 6. E se proprio vi piace il genere: rock’n roll suonato con la tentazione del ritornello facilone in chiave pop ma anche con un pizzico d’irruenza quasi garage punk, c’è senz’altro di meglio in giro. I Black Lips, per dire, stanno in un’altra dimensione.2014aford_Orwells-9444250214
Però qualche canzone buona in repertorio ce l’hanno e vederli dal vivo è uno spasso. Il divertimento, mettendoci del suo, sta sopratutto nell’osservare il pubblico. Giovanissimo con un entusiasmo incontenibile che fa pogare la sala già sul check della batteria prima del concerto. Giusto per rendere l’idea. Non fa in tempo a partire la prima canzone che il cantante è già in balia delle prime file e si capisce fin dal primo istante dove si andrà a parare.
Il servizio d’ordine della sala non sembra particolarmente accondiscendente, però. Ed inizia una lunga scaramuccia tra la band, la security e il pubblico che andrà avanti per tutta la durata del concerto. I tentativi di stage diving vengono frustrati con decisione mentre l’insofferenza della band sembra sempre più palpabile.
Il concerto s’interrompe in un paio di occasioni e prima che la situazioni degeneri del tutto il manager del locale sembra voler porre fine alla questione. La band reagisce, si sfiora la rissa vera. Il cantante non trova di meglio che prendere un’estintore ed aprirlo sulla folla.
Intrattenimento allo stato puro insomma. Come andare allo stadio e gustarsi gli incidenti della curva, con quel pizzico di adrenalina che ti tiene sul chi va là. Poi, uno torna a casa e non si ricorda nemmeno quant’è finita la partita. Il calcio è un’altra cosa. La musica, quella vera, probabilmente anche.

 Cesare Lorenzi

I can make believe I’m a ghost

Nothing

Nothing

Ad un certo punto ho iniziato a contare. Compresi i due amici che mi accompagnavano eravamo in 45. Ma potrei pure sbagliarmi e comunque non ha nessuna importanza.
Il locale è delle dimensioni di un garage e oltre al paloscenico il solo bancone di un bar fa da arredamento ad una stanza che sarebbe davvero una forzatura chiamare club.
Quando è arrivato il momento di cominciare, la band ha spento le sigarette, svuotato i bicchieri ed è salita sul palco. Fin dal primo secondo una cosa è stata chiara l’impianto era assolutamente insufficente a reggere l’urto. Perchè i Nothing sono una band che non ama le mezze misure e se gli metti a disposizione un po’ di watt ti scoperchia il tetto del locale, statene certi.
Ma non è tanto questo che ne fa un gruppo unico. C’è dell’altro. Il volume alla fine non è mai stata una discriminante per capire davvero se ne valga la pena. Con i My Bloody Valentine il gioco vale la candela. Con i Nothing pure. Altre volte non so.
I Nothing sono il mio gruppo dell’anno.nothing-band-guitar-throw-400x400
Una band che suona in un modo ma che vorrebbe tanto essere qualcos’altro. Come me, in fondo.
Dominic Palermo è un ragazzone gentile. Ma ha i suoi momenti. Un giorno ha tirato una coltellata ad un tizio in una rissa e si è fatto un pò di galera. Quei momenti ritornano costantemente nelle sue canzoni. E no, il cielo non è terso. Non è una cazzo di bella giornata.
Sono canzoni di chitarre disperate ma gentili, soft as snow (but warm inside), di feedback fuori controllo e amplificatori messi alla prova, di voci sussurate che talvolta sono comunque come un fendente allo stomaco.

…on nights as dark as this, black black black clouds still follow us around…

Dominic Palermo sta alla estrema destra del palcoscenico, dalla parte opposta l’altro chitarrista che talvolta canta, pure lui. Al centro la batteria, dietro, e il bassista davanti. Mi sono concentrato su loro due, ad un certo punto. Sembrava la sezione ritmica di un gruppo hard-core. In particolare il ragazzo dietro i tamburi: tatuato, senza maglietta, che picchiava come se non ci fosse un domani. E poi ancora quelle chitarre, che vorrebbero far esplodere quel povero e miserabile impianto di amplificazione.Nothing-Guilty-Of-Everything-608x608
Dominic Palermo prova a tenere il mostro sotto controllo ma è una lotta impari. La chitarra sembra sfuggirgli dalle mani. Ogni tanto se ne libera, la sfila, se la fa girare attorno al collo, si avvicina all’amplificatore e alza il volume. Il ruggito ci stordisce ancor di più.

…there’s gotta be a place, to escape from the rain, but I can’t find it, can’t find it, can’t find it…

Sono 50 minuti in tutto, niente bis. Dominic abbandona la chitarra per terra, con gli amplificatori che ancora ululano disperati. Esce dal palco correndo. Mi arriva ad un metro di distanza, va al bar. Ordina uno shot di jack daniels e un jack e coca a seguire. Poi, con calma risale sul palco. Spegne l’ampli e ringrazia.
Dominic Palermo ha la presa di una vita scomoda che gli stringe la gola. Non gli rimane che buttare tutto in una canzone, in una band, in un’esistenza trascorsa in un furgone messo male.
Le cose cambieranno anche per lui. Ma intanto, in questo preciso istante, lui e la sua band sono alla ricerca di una maniera per sopravvivere. La loro musica comunica questa urgenza. È roba che scotta, che lascia segni, che fa male.
I Nothing da Philadelphia sono il mio gruppo del 2014. Ma questo l’ho già detto, mi pare.

Cesare Lorenzi

Fiver#05.06

Merchandise

Merchandise

C’è un momento, nella vita di ciascuno di noi, nel quale si fa un piccolo bilancio di quello che si è combinato. Di buono o meno, dell’immagine che si è data di se stessi. Lo sappiamo bene tutti. Certe volte questo momento te lo scegli, altre volte viene accelerato dagli eventi e ti si presenta un po’ all’improvviso.

Ulimamente la vita mi ha messo davanti un muro da scavalcare. Non un muro di cemento armato, per fortuna, ma un bel muro di mattoni sì, decisamente.
La cosa che mi ha lasciato sorpreso è come in quei momenti, nei quali il muro era davanti a me alto e apparantemente invalicabile, sia partito una sorta di tam tam sotteraneo (non incentivato in quanto la voglia di parlare era veramente inesistente) che ha chiamato a raccolta una quantità insospettabile e insperata di .. vogliamo chiamarli good thoughts?
Non saprei, ognuno li chiami come vuole. Una montagna di abbracci e buoni consigli (“Sguardo dritto e tutto andrà bene”.. ) che mi hanno aiutato come una spinta invisiblie a valicare quel muro che ora vedo nello specchietto retrovisore allontanarsi, molto lentamente, ma allontanarsi.

Non so come, anzi forse lo so ma tant’è.. mi è tornata alla mente una serata di diversi anni fa. Era il 25 novembre 1998 (serve a qualcosa tenere una maniacale agenda dei concerti..) e in una piccola stanza col soffitto basso chiamata Ex Machina a Forlì Robin Proper-Sheppard dava forma alle sue prime composizioni sotto la sigla Sophia e raccontava piccole storie tra una interpretazione e l’altra. Avevo amato molto Fixed Water, l’album d’esordio, e la piccola sala era impregnata di una malinconia tangibile e di sospiri sospesi.
La storia che mi è rimasta impressa, sin da allora, riguarda Jimmy Fernandez il bassista dei God Machine nei quali Robin aveva militato negli anni precedenti. I God Machine io li ho anche visti in un festival di Reading di pochi anni prima ma francamente ricordo poco e niente. Ricordo invece distintamente il racconto commosso di Robin. Di come, dopo aver visto il loro album tra i dischi consigliati in un negozio londinese, i due amici erano usciti sotto la pioggia correndo e piangendo di felicità. La comunanza spirituale provata in quel preciso momento.  Pochi mesi dopo Jimmy Fernandez moriva improvvisamente per un brutto male.

Due amici, attimi condivisi, segni lasciati per sempre.
Non é facile comportarsi sempre decentemente con chi incrocia il tuo cammino ma anche racconti come questi, cosi commossi e partecipi, hanno rappresentato un insegnamento che nel mio piccolo ho cercato di seguire.
La quantità di buoni pensieri che mi hanno sospinto in questi giorni difficili mi fa intravedere, fortunamente, un bilancio fortemente positivo.

Nothing – Bent nail

La vita spesso fa schifo, lo sappiamo. Dominic Palermo si ritrova in prigione a 21 anni per aver accoltellato un tizio. Si aggrappa agli ascolti fatti da ragazzo. La madre era una grande fan della 4Ad e dosi massicce di Cocteau Twins e Pale Saints oltre a Siouxsie e Cure venivano inoculate al figlio con suo grande turbamento, come confessato nelle rare interviste.
Finalmente fuori Dominic attacca la chitarra ad un amplificatore e alza il volume al massimo con lo sguardo ben fisso sulle proprie scarpe.
Swervedriver, Ride, primi Smashing Pumpkins (quando ancora il nome di Corgan non era diventato una parolaccia) il tutto al calor bianco, siamo su Relapse dopotutto.
Come i Cheatahs prima di loro, quest’anno, Nothing è il nome appeso alla mia parete con tre chiodi arrugginiti.

Priests – right wing

Preti. Non proprio una categoria con la quale ho una grande frequentazione nè mi confronto volentieri.
Per riguadagnare credibiltá ai miei occhi dovrebbero arruolare tra le loro fila un tipino come Katie Alice Glass.
Sguardo disorientato ma intenso, urla come se non ci fosse un dopo ma solo un adesso e, dietro, i suoi sodali incalzano con un assalto sonoro senza compromessi.
Post punk da Washington Dc ma nella gran parte delle loro schegge sonore la parola post casca a pezzi sul pavimento.

Happyness – Great Minds Think Alike, All Brains Taste The Same

Vento di terra. Non bisogna mettere le cose in acqua quando c’è vento di terra. Tristemente l’ho imparato dopo aver gonfiato per ore una costosa poltroncina  acquatica per mia figlia. Sembrava facilmente raggiungibile ma, beffardamente, appena ero a portata il vento maligno la spingeva un po’ piu in là fino a sparire all’orizzonte. Spero che qualche ragazzino di altra nazionalità se la stia godendo a quest’ora.
Gli Happyness mi fanno un po la stessa impressione. I riferimenti sono tutti davanti a me ben ordinati: Sparklehorse-Yo La Tengo-Pavement. Ma come cerchi di “metterli in acqua” ti sfuggono e non li raggiungi più.

The Phantom Band – The Wind That Cried The World

Negli ospedali la notte c’è un silenzio fragile spesso rotto, quando va male, da lamenti lontani o vicini e quando va bene dalle risate degli infermieri che cercano di alleggerire turni interminabili.
Rifugiarsi in cuffia è l’unica soluzione e se trovi anche qualcuno che ti “racconta una storia” come quei fantastici cialtroni della Phantom Band è ancora meglio.
Niente di meglio di un arcobaleno storto made in Glasgow per farsi trasportare altrove.

Merchandise – Little Killers

Da wikipedia: “Il chroma key o chiave cromatica (più precisamente intarsio a chiave colore), è una delle tecniche usate per realizzare i cosiddetti “effetti di Keying” (come il Luma Key o chiave di luminanza ed il Matte), effetti speciali usati soprattutto in ambito televisivo, ad esempio per le previsioni del tempo”.
Ecco il video del nuovo singolo dei Merchandise ne fa un gran uso di questa tecnica e posso dire, senza timore di smentita, che sia uno dei video più brutti degli ultimi anni.
Per fortuna in auto i video, ancora per poco immagino, non si possono vedere e allora Little Killers la posso ascoltare ancora ed ancora anche perchè con quel giro Strokes e quella voce Morrisseyana questa canzone porta impresso a lettere di fuoco la dicitura SONG OF THE SUMMER ’14.

Massimiliano Bucchieri