Mancunian formation (Fiver # 20.2017)


Non sei mai stato a Manchester ma è tra le la città probabilmente più importanti per la tua formazione musicale e personale. Ecco, gli eventi drammatici degli ultimi giorni ti hanno portato, quasi come in un riflesso condizionato, a riappropriarti di tracce del tuo passato che, credi, sia poi il passato di molti (quantomeno della tua generazione) e riconsiderarle alla luce di quanto accaduto.
Sono alcuni momenti che, spesso coincidendo con questa città, hanno definito/plasmato la tua esperienza di appassionato musicale e la tua formazione culturale. Dei veri e propri snodi sul tuo tragitto che ti hanno lasciato in eredità quei riflessi pavloviani che spesso ti inducono, se vedi un estraneo con la maglietta dei Fall o degli Smiths, a considerarlo parte della tua stessa famiglia e a sorridergli rischiando di fare la figura del cretino o peggio.
Nell’estate del 1981 il tuo primo viaggio a Londra. Un anno dalla morte di Ian Curtis. Tornasti a casa con una busta piena di dischi di Bowie e dei Clash e con quel 7 pollici con la copertina dorata che, ti sembra di ricordare, avevi ascoltato per la prima volta alla radio grazie alla trasmissione di Marco Fiorini.
La Manchester di Ian Curtis ti si palesava in bianco e nero tra giardini desolati e marmi bianchi.
Però chi era rimasto aveva adagiato la parola speranza tra quei solchi.
Tutto  quello che c’era da sapere sui tormentatissimi rapporti sentimentali della tua adolescenza e sui pericoli del perdercisi era lí dentro.

Oh I’ll break them down, no mercy shown
Heaven knows, it’s got to be this time,
Avenues all lined with trees,
Picture me and then you start watching,
Watching forever, forever,
Watching love grow, forever,
Letting me know, forever

La Brixton Academy era stipata. Mark E. Smith prese il palco. Immobile. Da un leggio sceglieva fogli che appallottolava dopo pochi secondi tra l’annoiato e l’infastidito biascicando parole per te senza senso. Le chitarre saturavano l’aria. Sotto al palco era l’inferno.
La cosa più strana e “figa” che avessi mai visto.
Eri uscito da lì dentro con la consapevolezza che il carisma probabilmente non si misurava in tagli di capelli e colori della tua Lacoste.

Vent’anni, compleanno importante.
Ti regalarono il disco di una band che non avevi mai sentito nominare.
A distanza di 33 anni ricordi ancora l’esatto momento in cui partirono le prime note di Reel Around The Fountain e ti perdesti a guardare fuori dalla finestra. Non che ci fosse granchè nel quartiere suburbano romano in cui eri stato esiliato ma dopo aver sfuggito per anni tomi di autori classici la poesia entrò prepotentemente nella tua vita (come in quella di molti altri ).
I am not the man you think I am.. avresti voluto inciderlo sulla porta di casa ma tra musica strana e tifo calcistico inaccettabile nel quartiere già ti guardavano storto abbastanza.

Il primo lavoro, i primi soldi in tasca, il vinile di importazione degli Stone Roses.
Stile a palate, sguardi persi “altrove”, canzoni mandate a memoria. Tu già abbondantemente stempiato in cerca di cappellini da pescatore che ti stavano malissimo.
Dopo qualche birra i sensi di colpa di un’educazione opprimente si allentavano, cercavi lunedì felici, accompagnato da melodie senza tempo, guidato da ciarlatani e volevi essere adorato. Se esageravi ti sentivi, addirittura, la resurrezione..

C’è stato un periodo in cui ti sei quasi vergognato di avere tutti i singoli degli Oasis del primo periodo.
Ma sei sempre stato consapevole che, se copiavi sulla cassettina da confezionare per la persona che ti faceva battere il cuore frasi come questa, avevi sempre insperati margini di successo.

Maybe I think you’re the same as me we see things they’ll never see you and I
We’re gonna live forever

Osare, impudentemente, contro ogni logica.
Scalare vette di arroganza senza guardare giù per non rischiare di essere risucchiato dal vuoto della tua inadeguatezza.
Fregandosene del prima e del dopo.

In definitiva una specie di percorso di formazione.
E ti piace pensare che chi ha condiviso con te questo genere di tragitto, seppur con mille possibili varianti di itinerario, non si sarebbe mai permesso, per acchiappare qualche like, di fare battute su quanto poco figo fosse morire a Manchester ad un concerto di Ariana Grande.

Hey, in my opinion, you seriously SUCK.

Massimiliano Bucchieri

Rock’n Roll Star

Johnny-Hopkins--Wherehouse,-Derby-May-4--1994Definitely Maybe è un disco gigante. Meglio mettere subito le cose in chiaro.
Se ne leggono un po’ di tutti i colori in questi giorni a proposito. Gli Oasis sono tornati ad occupare le cronache della stampa musicale grazie alla ristampa masterizzata a nuovo di quell’esordio che marchiò a fuoco un’intera stagione.
Sono passati 20 cazzo di anni.
Non amo le ristampe, men che meno le rimasterizzazioni. Sinceramente non mi sono nemmeno preoccupato di ascoltarla, la nuova versione. Sono abituato a giudicare la musica non da un punto di vista tecnico (cosa di cui non sarei nemmeno capace, tra l’altro) ma solo per le emozioni che mi procura. Cuore e non cervello. Sempre e a qualsiasi costo, anche se talvolta tocca pagarne le conseguenze in credibilità.
Gli Oasis sono morti, per quanto mi riguarda, subito dopo aver dato alle stampe quell’album. Ma questa è una di quelle cose che si scrivono o dicono per darsi un po’ il tono di quello che ascolta e ha ascoltato solo la musica giusta al momento giusto.
Comunque erano anni che non ascoltavo quel disco. Intendo ascoltarlo davvero, metterlo nell’impianto, cliccare play con la copertina in mano, seduto sul divano.
Mi sono sorpreso di sentire tutte quelle chitarre, intanto. Ormai identifico gli Oasis come un innocuo gruppo pop. Non mi ricordavo l’energia quasi muscolare di quelle canzoni. Mi è tornata però in mente l’immagine che avevo conservato dopo averli visti dal vivo la prima volta, in quel periodo: i My Bloody Valentine alle prese con il repertorio dei Beatles.
Ben prima che il tutto si trasformasse in una semplice farsa.
Un disco invecchiato bene, inoltre. Ma questo non so se sia davvero un merito dell’album in sé oppure una conseguenza del fatto che quel tipo di musica, suonata con due chitarre, basso e batteria, sia in qualche modo rimasta immobile nel corso del tempo.
36539111cd315b7cf04872fce4256684Riascoltato ora però mi accorgo anche di quelle debolezze sottolineate da quelli che gli Oasis li hanno presi a bastonate fin da subito. Canzoni inutili come “Digsy’s Dinner”, per esempio (If you could come to mine for tea, I’ll pick you up at half past three, We’ll have lasagne). Un brano indiscutibilmente debole, uno dei pochi passaggi a vuoto di un disco che ha 5-6 canzoni che invece spaccano di brutto. Veri singoli come se ne facevano una volta, quando ancora aveva un senso farli.DefinitelyMaybeOasis2PR200712
Definitely Maybe è l’album che più di ogni altro celebra la giovinezza. Quella è la sua irresistibile forza. È un disco positivo, di energia adolescenziale. Sono canzoni che glorificano la forza primordiale, che ti fanno ricordare quei momenti dove ti sentivi così bene da pensare di essere immortale, che mettono in primo piano quella sfrontatezza sarcastica fatta di feste e vere amicizie. E poi si celebra l’amore, non tanto in senso strettamente romantico, ma anche in questo caso come forza della natura, come vitalità esistenziale.
A proposito di giovinezza: sono andato a controllare. Liam Gallagher, quando uscì l’album, aveva 22 anni. Il fratello 5 di più. Non riesco proprio ad immaginare queste canzoni composte da qualcuno con più di 30 anni sulle spalle.
Se vogliamo è anche il loro limite ma mi pare che i vantaggi siano nettamente superiori.
Quella che può essere scambiata per arroganza (anche solo nella citazione delle influenze: Beatles nientemeno) è al contrario una mancanza di esitazione con la quale pagano i loro debiti senza preoccupazione.
A distanza di vent’anni dobbiamo riconoscere le loro ragioni. Perché non c’è stato più nulla che si sia avvicinato al fenomeno, anche popolare, che ha messo in moto quel disco. È stato in qualche modo anche l’ultimo album “classico”. Subito dopo l’avvento massiccio della digitalizzazione del commercio della musica ha comportato che finisse un’epoca. In questo senso gli Oasis sono oggi un gruppo antico, superato dagli eventi ma non dalla storia.
L’avvento della nuova era di supporto non più analogico ha portato in dote una riscoperta del “catalogo” a discapito della novità.
Non so se sia questa la ragione ma mi sembra di poter affermare senza timore di smentita che il gusto per la novità sia quasi completamente estinto, in particolare in ambito rock. Non so se manchi proprio l’interesse da parte del pubblico, sempre più impegnato nell’ennesima ristampa e riscoperta, o quale sia davvero la ragione.
C’è stato un periodo in cui potevi aspettarti gli Oasis, che comunque arrivavano dopo gli Stone Roses (che esordivano nello stesso anno dei Nirvana, per dire). Giusto per ricordare un altro paio di debutti discografici capaci di lasciare il segno. Avevi la speranza che la settimana dopo potesse uscire qualcosa che davvero avesse qualche rilevanza. Adesso tocca rimanere attaccati al disco di genere e sperare che ce la mandi buona.
Sempre più specializzazione e conseguentemente minore ambizione.
La musica con le chitarre (ma non solo quella) si è trasformata in una faccenda dannatamente autoreferenziale. Come dice Simon Reynolds ci si limita spesso alla citazione della divinità passata in una forma di tributo, di venerazione dei precursori. Il riferimento è deferenza, più un pizzico di gloria riflessa.
Nel debutto dei fratelli Gallagher di tutto questo non c’è traccia. Sottolinearlo oggi ne aumenta ancor più i meriti.
CESARE LORENZI

Novanta e non sentirli

Cloud-Nothings---Gemma-Harris

CLOUD NOTHINGS

Si fa un gran parlare di anni ‘90, di quanto fosse meglio allora.
La musica, innanzitutto. Ma non solo quella. No, si dice che è stata l’ultima stagione del rock inteso nella sua forma classica. L’ultima epoca che consentiva di immedesimarsi, di trovare addirittura rappresentazione. Tutto vero, probabilmente.

Ma in questa ricostruzione non è che mi ci ritrovo proprio, oppure più semplicemente vedo le cose da un’altra prospettiva. Forse perchè non ho mai affrontato le vicende legate alla musica come se si dovesse scegliere davvero da che parte stare, come se ci fosse una contesa da dirimere. Non mi sono neppure mai preoccupato di prendere posizione nella celebre querelle Oasis vs Blur, per dire.

Dei primi amavo l’ignoranza sopra le righe coniugata al talento di scrivere canzoni capaci di celebrare l’adolescenza. Dei secondi la capacità di omaggiare la storia del pop inglese in maniera così ruffiana. Oppure, per andare ancora più in là nel tempo, davvero sarei costretto a scegliere tra Rolling Stones e Beatles? Anche volendo, mi risulta pressochè impossibile.
Alla fin fine mi sono sempre limitato a seguire un gruppo, una band, un cantante, un dj, qualsiasi cosa mi piacesse, per quello che proponeva, per come lo faceva. Per la maniera di affrontare il mondo, insomma. Questione di attitudine, innanzitutto. Poi anche di suoni e canzoni, naturalmente. Come già diceva qualcuno più autorevole e importante di me: l’arte che più ci piace è quella dove ci si ritrova almeno un poco.
Ecco, magari la domanda da porsi è se davvero le cose si sono trasformate così tanto, dagli anni novanta fino ai giorni nostri.
Sinceramente non me ne sono accorto.
Il mio modello di ascoltatore, presumo particolarmente attento, in quanto appassionato, funziona sempre allo stesso modo. Nel 2014 come nel 1994. Sono cambiati tanti dettagli di contorno. Ma la sostanza mi pare immutata.
Nel 1994 lo schema era: comprare la stampa musicale inglese per segnarsi nomi, date e luoghi. Vent’anni dopo è cambiato il modo, in effetti. Adesso è il web a fornirci le informazioni. Ma il risultato è sempre il solito: nomi che non è più necessario segnarsi come un tempo in un’agenda in quanto si approfondisce subito. Un clic e si ascolta.

In maniera più superficiale? Boh, non mi sembra. Se una band mi piace, compro il disco, allo stesso modo di un tempo, con la differenza che adesso è più semplice. Lo ascolto, se mi capita vado a vedere il gruppo dal vivo. Magari mi programmo una vacanza appositamente. Giusto per avere un’occasione di capitare ad Utrecht, che altrimenti chi mai ci sarebbe andato.
Mi viene il dubbio che alla fin fine sono rimasto uguale io, il mondo attorno è cambiato e non me ne sono accorto. Non che mi stupirebbe particolarmente, poi.

Ma questi anni ‘90? Di cosa parliamo in fondo? Dell’ultima epoca dove l’industria discografica ha provato a portare i gruppi “alternativi” in classifica? Parliamo di quello? Allora diciamo pure che quella stagione si è conclusa amaramente, con un colpo di fucile in una camera da letto disfatta nel nord-ovest americano.
O parliamo di quel suono? Anni ‘90 è diventato sinonimo di band con chitarre, che possibilmente pubblicano dischi per un’etichetta indipendente. Esattamente quella roba che è in via di demolizione nei blog più fighetti della penisola. Scordando magari che alcune delle migliori nuove proposte degli ultimi mesi suonano proprio in quel modo. Roba tipo Speedy Ortiz, Parquet Courts o Cloud Nothings. Roba suonata da gruppi giovani, chi più chi meno, senza nessuna patina nostalgica che fa capolino. E questo è dettaglio non da poco.

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CLOUD NOTHINGS Here and Nowhere Else

Prendiamo i Cloud Nothings, per esempio. Il gruppo del momento. Capitanato da Dylan Baldi, 22 anni. No, dico VENTIDUE anni.
Una band che ha avuto un percorso lineare, come altre 1.000 prima di loro. Disco d’esordio per una piccolissima “indie”. Centinaia di concerti nelle cantine e nei bar più scassati d’America a fare da contorno. Volume al massimo, vecchi amplificatori e chitarre sgangherate. Tutte le sere davanti ad un pubblico di pochi scettici che a forza di insistere si trasformano in amici. Gira la voce, insomma. Dai, e ancora dai. Alza il volume, guida il furgone, sopravvivi a 200 giorni dormendo sul pavimento. E poi un disco ancora, magari con Steve Albini in regia. E poi, di nuovo, via andare. Questa volta in Europa. Prima volta in assoluto da queste parti. Concerti davanti a 4 gatti ma non importa, tanto sai che alla fine qualche amico comunque lo porti a casa. E puoi raccontare, a Cleveland, che hai suonato a Parigi.

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PARQUET COURTS

A forza di insistere hai capito come funziona, cosa ti serve in studio di registrazione, adesso hai l’esperienza necessaria. E pubblichi un nuovo album, ci canti dentro tutto il disagio che hai accumulato, tutta la frustrazione. No, non è il momento ancora di abbassare il volume. Indovini un paio di melodie, fai un disco clamoroso. Pigi sull’acceleratore e rialzi il piede dopo otto canzoni. Lo intitoli Here and Nowhere Else. Ti prepari a sbarcare nuovamente in Europa, questa volta ti aspettano buoni slot nei festival più importanti. Non vedi l’ora di suonare in quel posto sulla spiaggia, sotto a una tettoia, come l’altra volta. Questa volta sai già che ti aspetterà molta più gente. Qualcuno canterà a memoria alcune delle tue nuove canzoni, puoi giurarci.
E’ il 2014, l’anno dei Cloud Nothings. In attesa del nuovo Parquet Courts. E le cose funzionano ancora come allora. Lo abbiamo già visto, già vissuto in passato. E’ il 2014 e gli anni novanta non li abbiamo dimenticati. Il mondo ci cambia attorno, alla velocità della luce, e noi siamo ancora qui, con i soliti tre accordi a farci da colonna sonora.
Non saranno i nuovi Hüsker Dü, magari. Ma chi se ne importa. Ne parleremo ancora tra qualche anno, probabilmente.
Chissà cosa si racconterà ancora di quei famigerati anni novanta.

CESARE LORENZI