I dischi che piacciono solo a me, credo #7

Holger Hiller – Oben Im Eck (Mute, 1986)

Per un certo periodo, si parla dei primissimi anni novanta, venni preso in simpatia da un gruppo di musicofili all’ultimo stadio. Gente seria, giro giusto, spesso con un curriculum da paura. Giornalisti, accumulatori seriali, professoroni, fanatici dei concerti in ogni angolo del mondo, bassisti fretless pastorizzati (da Pastorius) e svangacoglioni come pochi, tanto che – col senno di poi – li avrei preferiti pistorizzati (da Pistorius). E scusate lo sfogo poco politicamente corretto. Quasi tutti ricchi, quasi tutti invasati dal jazz (ahia!) e quasi tutti over 40. Per qualche astruso motivo fui ammesso nel gotha di cotanta sapienza; avevo la metà dei loro anni e una parte infinitesimale delle loro possibilità economiche. Eppure venni ammesso. Forse solo per farsi beffe di me (tipo La Cena dei Cretini) però accadde.

Sapevo che lo scontro generazionale sarebbe stato impari, e che tutte quelle ottave diminuite si sarebbero infrante come Bücherverbrennungen davanti al mio integralismo del tempo. Che aveva un senso, se paragonato alle loro seghe. La mia era ragion di stato e stop. Erano borghesi, illuminati certo ma pur sempre borghesi, quella borghesia latente che si irradia con un fascino discreto, tanto per citare. Si ritrovavano, ad intervalli regolari, nell’attico del promotore di cotanta massoneria pentagrammatica e – dopo alcuni mesi di assestamento durante i quali saggiarono per vie traverse le mie presunte capacità – in un pomeriggio di un torrido giorno d’estate venni convocato. Il mio ingresso in società, nel club più riservato ed esclusivo della città, la loro scimmietta ammaestrata alla quale tirare le noccioline ad ogni capriola eseguita magistralmente.
‘Portatevi appresso un disco’ era scritto in corpo 18 sull’invito. Ahia al quadrato. Già mi immaginavo l’onanistica orgia sonora (incrociavo le dita fosse solo sonora) alla quale andavo incontro, puristi delle frequenze e – ben che fosse andato – genuflessi sul prog più becero. Mi immaginavo le loro primissime stampe di qualcosa a me sconosciuto, tipo sestetti free, lunghissime e spossanti suites, live al Ronnie Scott’s, rarissimi mantra indiani incisi su minuscole etichette. Gli Yes. Un Rotary che mi inquietava, lo ammetto; e al quale non parevano essere ammesse donne. Ahia al cubo. Non avrei saputo ribattere agli astrusi artifizi musical-matematici di quelle teste d’uovo. Gente che andava a vedersi qualche jazzista pronto a tirare le cuoia a Dallas o Kuala Lumpur o spendeva sessantamila lire per un bootleg dal vivo. Che je dici? ‘Ciao, piacere, mi piacciono i Ramones, compro vinili Best Buy e ogni parruccone buono è quello morto’? Sarei stato depennato per manifesta scarsità di note.

Affrontai le scale di un antico palazzo del centro alle due di un pomeriggio equatoriale; un luglio cane, di quelli che fondono l’asfalto e ti smacchiano i peli pubici, con il mio bel long playing sotto braccio, un rivolo di sudore a scendere tra le chiappe e la maglietta pezzata. Erano tutti seduti su divani finemente cesellati, barbuti e panzoni. Ahia all’ennesima potenza. Non ero ancora sufficientemente smaliziato per comprendere cosa potesse nascondersi dietro tutto ‘sto Throbbing Gristle d’ormoni. Al primo che avesse estratto un disco dei Coil – il primo che non fossi io, ovvio – sarebbe arrivato un cartone sui denti, secco. Già mi vedevo saltare dalla finestra (era un terzo piano, addio) mentre la libido degli orsotti si scatenava.

Sbagliavo, grazie a Dio, e ci misi poco a rilassarmi da quel lato. Lato B, per rimanere sul vinile, e scusate il pecoreccio. Ma quando si cominciò ad estrarre i vinili dalle buste capii che era la fine. Il primo era proprio un live di Jarrett. Forse a Montreux, non ricordo. Jarrett. Montreux. Dico Argh! perchè mi sa che “ahia!” l’ho già detto. Un bootleg se ben ricordo, registrato talmente bene che si sentiva il vecchio Keith ravanarsi l’inguine tra un abbraccio e l’altro al suo pianoforte. Chi aveva il coraggio di parlare? Quello era il Trainspotting dell’alta fedeltà! Squirtavo sangue mentre gli altri erano in preda ai più paradisiaci titillamenti, ero certo che qualcuno – di lì a poco – avrebbe avuto un orgasmo squassante tanto colavano terzine. Insomma, due coglioni immensi e grappoli di note alla cazzo che mi scendevano per i padiglioni auricolari, ingorgandoli, prima di infilarsi dentro i boxer ad uccidere ogni segno di mascolinità. Se avessero improvvisato così con le loro mogli signoriddio, invece di contorcersi sul damasco del divano con la beatitudine dipinta sul volto. Volevo fumare. Non si poteva. Alcool? No. ‘Na birretta? No-o, solo Fanta. Parliamo di gnocca? Sia mai. Niet. Verboten. Un colpo di tosse li fece girare schifati. Si immedesimavano, evidentemente. Uscii in terrazzo, un giardino pensile di Babilonia. Nessun portacenere, volevo morire. Mi accesi la sigaretta più triste della storia (sì anche più di quella di Bogey) e attesi il mio turno, gettando il mozzicone sul marciapiede con un lancio perfetto. L’unico momento minimamente Rock&Roll di una giornata da cancellare.

Alle 18 in punto toccò a me, convocato dai chirurghi del suono. Consegnai il vinile da estrarre al Gran Cerimoniere nonchè TDISPCDS (titolare dell’impianto stereo più costoso della storia): Oben Im Eck di Holger Hiller. Tanto valeva suicidarsi con stile. ‘Metti la terza del lato A’ – dissi – ‘si intitola Whippets‘. La calura pomeridiana evaporò su quei gorgheggi da teatro kabuki, furono tre (anzi due, perchè venne proditoriamente tolto dal piatto anzitempo) minuti di gelido silenzio e sguardi smarriti. Il ‘mio’ Keith Jarrett non aveva passato l’esame. Con un aplomb perfettamente equilibrato rimasero sul vago, ma si vedeva benissimo lo sdegno con il quale ritenevano avessi reso impura la stanza d’ascolto e i coni delle casse. ‘Non riesco a comprenderne il senso’ fu il commento più audace; sembravano tutti la Regina Madre quando ti dice che hai inavvertitamente rovesciato della senape sulla corona, e lo trova ‘disdicevole’.

L’avevo portato appositamente, quel disco, e non solo perchè vi era Billy MacKenzie a ululare come un satrapo sulla traccia in questione. No. Non solo quantomeno. L’avevo portato per sottolineare la differenza (nè meglio nè peggio: differente) che intercorreve tra quei fanatici conservatori e il mio modo di approcciarmi alla musica, che non sarà stato certamente il migliore – preso com’ero da paturnie assortite – ma inequivocabimente più aperto del loro. Non riuscii ad illustrare adegutamente il buon Hiller, uomo che proveniva da quella strana architettura sonora chiamata Palais Schaumburg (altro bell’aguzzo tetris di cervelloni, citofonare Thomas Fehlmann) pronto a mettersi in proprio lungo una schiva discografia. Mi sarebbe piaciuto vedere le loro pupille dilatarsi all’ascolto dell’intera opera omnia – Oben Im Eck ne rappresenta il secondo capitolo – ma mi stavo accontentando di Whippets e delle loro facce schifate. Ma lo dico anche a voi: se superate quel massacro sonoro allora siete pronti per l’intero monolite. Che è sagomato su 10 brani (tre dei quali ‘cantati’ dal Billy) ed è composto su fratture operistiche in guisa di cicatrici, beats minimali, campionature astruse di musica concreta, frenate improvvise di lavande cameristiche, tentativi di techno pop pieno di cocci di vetro, suoni astratti. Oben Im Eck si muove in mille territori nell’arco di pochi secondi, schizofrenicamente. Ci sono gli Art Of Noise abbandonati sull’orlo di una Autobahn con una scatola di numeri e un dissenso dada proveniente dalla Nova Akropola dei Laibach (We Don’t Write Anything On Paper Or So); c’è il Momus (grande seguace del nostro) impazzito (Tiny Little Cloud). C’è l’onomatopeica Waltz, che sembra fagocitata dall’epiglottide di un carillon. O ancora il succitato e irresponsabile Whippets, la matrice disegnata col compasso della title track, la guerra batteriologica di Die Blätter, Die Blätter…. C’è un pezzo come Sirtaki e so già cosa pensate, sbagliando. Ci sono i numeri primi. C’è l’avant-garde, se non fosse french for shit. C’è, alla fine, una ulteriore versione di Oben Im Eck che è come guardare fotogrammi di Babylon Berlin innestati su Eraserhead. Insomma: c’è un sacco di roba dentro questo disco, ma niente che sia di primo acchito assimilabile e curvo. Come recita il titolo è un agglomerato di angoli, di schegge, di scarti numerici. Frattali sonori in guisa di equazioni che si inerpicano e si attorcigliano su parvenze di canzoni. Ma è proprio quello il bello, e quei culi seduti in poltroncine art deco mai avrebbero potuto venirne a patti, glassati su irresistibili scioglievolezze.

Pure la vita di questo geniale dilettante andrebbe studiata, invece di provare ‘a comprenderne il senso’. Stolti. Giusto per far la tara a tanti beniamini diet coke che ci ingolfano gli scaffali. Se dei Palais Schaumburg s’è detto (pronto a mollarli dopo il primo album), è ben la sua idiosincrasia sonora a rimarcarne i tratti rilevanti, con una discografia in gran parte inafferrabile. Oscilla dalla natìa Amburgo a Londra, si accasa su Mute ma è insofferente. Vola in Giappone, sposa Izumi ‘Mimi’ Kobayashi dei Parachute. Lei scrive la title track del manga Urusei Yatsura (tout se tiens, vedete?) e poi lavora con Mathilde Santing. Lui è un flipper, incide a Cuba e in Vietnam e poi si centellina in pochi (sette in trentanni) album volutamente ostici prima di sparire dai radar ad inizio millennio con un album (Holger Hiller, sempre su Mute) che poco aggiunge alla sua carriera. Eppure mi guardai bene dal dare uno straccio di informazioni a quei soloni, evitai di dir loro di NON partire da Oben Im Eck, se fossero stati interessati, indirizzandoli invece su quel fantastico 12″ di sghimbescio synth c-rock titolato Jonny/Das Feuer (Ata Tak, 1984), rivisto qualche anno orsono anche da quell’acuto cesellatore di Pilooski. Non dissi una parola. Quelli erano rinchiusi in una riserva dorata fuori dalla quale mai si sarebbero avventurati, pena l’ossidamento degli zebedei. Tenni Holger per me, come se fosse stata una finale di calcio a porte chiuse (HOL-GER, ovvio) e li lasciai sbrodolare dall’alto dei loro Q.I.
Rimasi a cena (una pizza) per una sorta di rispettosa convenzione, chiacchierando del più e del meno ma senza affrontare l’aspetto squisitamente musicale dell’intero pomeriggio. Sembravano tutti Il Conte di Montecristo, ostia. L’Abate Faria di ‘sto cazzo. Fu quel giorno che compresi lo scarto temporale, la differenza tra anticipare e andare a ruota, tra una spinta propulsiva e sollazzarsi nel proprio orticello. Tra il bruciare e il pisciarci sopra per spegnere il fuoco. E’ una questione principalmente di età dacchè l’apertura mentale spesso è come la vi(s)ta, cala con il passare degli anni.

Oggi saremmo io e Holger Hiller a fare la figura delle Regine esterrefatte se qualche ventenne ci schiaffasse sotto il naso dell’esotico dubstep crioterapico o della trap moldava, per dire. Perchè le impronte digitali emotive invecchiano, fanno le rughe, si incartapecoriscono. E alla fine ti lasciano al tappeto. Resta il fatto che fu la mia prima e ultima ammissione a corte, vi fu una seconda possibilità la primavera seguente che però volutamente ignorai con qualche scusa (tipo: ‘devo andare a ritirare il Nobel’). Ciò che invece ancora oggi rimpiango è non aver avuto il coraggio di imporre il ruggito della mia età: urlare – saltando in piedi su quei divani ‘finemente cesellati’ – che Keith Jarrett ‘è una cagata pazzesca!’ e che Sheena Is A Punk Rocker. Sono certo che qualcuno avrebbe estratto dal cilindro i canonici 92 minuti di applausi.
Non è mai troppo tardi per farlo.


Michele Benetello