Rip it Up and Start Again (Fiver # 5.2016)

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Lo scorso weekend al Covo è stato Inverno fest, una festa più che un festival, organizzato assieme ai ragazzi di No Hope fanzine. Qualcuno mi faceva notare che in questa sorta di testa coda generazionale che è l’ unione fraterna tra Sniffin’ Glucose e No Hope è curioso come i giovani abbiano scelto di esprimersi con un mezzo d’altri tempi fatto di carta, forbici, colla, matite e pennarelli, mentre noialtri che giovani non siamo più da un pezzo utilizziamo internet. Ci avevo già pensato, non so cosa possa significare, ma mi piace. Per il numero di gennaio della fanzine No Hope, distribuito nel weekend di Inverno fest al Covo, gratuitamente come sempre e con splendida copertina disegnata dal Baronciani, ho scritto una cosa sugli Orange Juice. Dovevo stare nelle duemila battute spazi compresi ed è venuto fuori questo, altrimenti ne sarebbe uscito un libro.
Magari una volta lo scrivo un libro sugli Orange Juice, la Postcard Records e il suono della giovane Scozia.

Orange Juice “Rip it Up

Quattro studenti d’arte nati alla periferia di Glasgow nel periodo che collega la fine dell’esplosione punk e l’avvio della successiva infezione post, con un nome ispirato dall’unica bibita di cui era provvista la loro sala prove, un taglio di capelli che nemmeno i Byrds (Ho una frangia come quella di Roger McGuinn, si bullavano nel testo di Consolation Prize) e un immaginario costruito con disegni di gatti che suonano tamburi, delfini avvitati tra cielo e mare e cuori ricamati su pezze di stoffa. Gli Orange Juice, sebbene il verso di una loro canzone (Rip it Up and Start Again) abbia fornito il titolo al miglior libro mai scritto sul post punk (si, Simon Reynolds), in realtà erano la nemesi di ciò che in quei mesi di fine 70’s stava accadendo loro attorno: non si drogavamo, non bevevano alcolici e affidavano le proprie istanze di riforma al recupero di un passato che in quegli anni frenetici e favolosi era stato da altri rifiutato in blocco. Da un lato un suono che recuperava Beach Boys e Buffalo Springfield spianando melodie seducenti, dall’altro un approccio acqua e sapone destinato a marchiare il brit indie pop, avviando una reazione a catena che ancora oggi riverbera effetti. Senza gli Orange Juice e la Postcard Records, etichetta che ne accompagnò gli esordi, gruppi come Smiths, Belle and Sebastian e Franz Ferdinand, per far tre nomi a caso, sarebbero pure esistiti ma certamente avrebbero suonato diversamente. La loro intuizione fu tutto sommato semplice: raddoppiare il numero di giri ai dischi dei Velvet Underground rendendo il suono delle chitarre di Lou Reed e Sterling Morrison simile a quello inventato da Nile Rodgers per gli Chic. “Eravamo convinti che She’s Beyond Good and Evil del Pop Group fosse l’ultimo e definitivo singolo dell’era punk – dichiaravano – e ci piaceva pensare di riuscire a creare qualcosa che stesse a metà strada tra quel funky sovversivo e la disco pura di un pezzo come Spacer di Sheila B. Devotion”. Come fossero un punto piazzato tra Jackson 5 e Swell Maps: in mezzo al nulla, equidistante da tutto.

The Pains of Being Pure at Heart “Hell

L’idea di tornare a scrivere qualcosa sugli Orange Juice mi è venuta la prima volta che ho ascoltato questa canzone nel nuovo singolo dei Pains of Being Pure at Heart. Basta cliccare il play e si capisce al volo il perché. In realtà agli Orange Juice penso ogni volta che mi capita all’orecchio una canzone dei Vampire Weekend, dei Drums e di tanti altri. Ascoltare oggi i Pains non fa figo, lo so, ma a me un tizio come Kip Berman sta simpatico e il fatto che sul lato b di questo ep abbia piazzato una cover dei Felt e una dei James, beh oltre che farmi piacere mi fa quasi tenerezza.

Pop.1280 “Phantom Freighter

Milleduecentottanta era il numero di persone che viveva a Pottsville all’inizio del romanzo di Jim Thompson da cui i Pop.1280 prendono il nome. Un libro che secondo me potrebbe essere stato non poco fonte di ispirazione per gli autori della serie tv Fargo. Già un gruppo che prende il nome da un libro di Thompson mi alzo e applaudo, poi la musica: un cyberpunk virato gotico che in questo pezzo, seconda traccia di Paradise loro terzo album in uscita per Sacred Bones, mi ricorda i migliori Sisters of Mercy. Applausi ancora.

Sunday Painters “Let’$ Be Moderne

Uno dice che della new wave e del post punk ormai sappiamo tutto. E invece no. Dopo i Tronics la What’s Your Rapture mette ancora il dito nella piaga della mia beata ignoranza puntando gli australiani Sunday Painters: si parte dalla raccolta dei loro primi singoli cui a ruota seguono le ristampe degli unici due album pubblicati. Art rock post wave con innesti industriali via via crescenti con lo scorrere del tempo e almeno un paio di hit totali e totalmente sconosciute, almeno a me, sino ad oggi. Questa è una.

The I don’t Cares “Born for Me

Se Julianna Hatfield (le Blake Babies e una carriera di femme fatale dell’indie rock anni ’90 prematuramente troncata da alcol e droghe) e Paul Westerberg (i Replacements!) avessero mai pensato di fare un disco assieme questo sarebbe somigliato esattamente a Wild Stab, primo disco degli I don’t Cares (che nome!). Un pò Blake Babies e molto molto Replacements.

Arturo Compagnoni

indie pop ain’t noise pollution (parte 5) 10-1

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

10 – 1

10) Primal Scream – Velocity Girl (1986)

Bobbie Gillespie, anche se inviso a molti, è un uomo con una visione. Cominciata dietro i tamburi dei Jesus And mary Chain e approdata spesso “altrove”. Uno dei passaggi fondamentali del suo itinerario è sicuramente questo singolo. (M.B.)
Sono stanco di essere frainteso quando parlo di musica. Capiamoci una volta per tutte: a me non interessa tutta la musica. Se capita che parliamo di musica POP io non intendo Madonna e Michael Jackson o Pharrell Williams e Lady Gaga: quelle cose sono totalmente fuori dai miei orizzonti, non mi interessano, non le ascolto e non ho alcuna opinione da esprimere in merito. Se parliamo di musica POP gli ottantacinque secondi di Velocity Girl sono per me pura, semplice e perfetta musica POP.
Esattamente come i centosettantadue secondi che trovate poco sotto alla posizione numero 8. (A.C.)
È una vita che rompo le balle ad Arturo. Me lo ha visto scrivere più di una volta, immagino. Me lo ha sentito dire in ogni tipo di situazione: in compagnia dietro ai microfoni di una radio, per esempio; o nelle conversazioni tra amici alle tre di mattino con un grado alcoolico oltre ogni limite. Lui sa, insomma. Sa quanto ami questo gruppo. Questa canzone in particolare. Impossibile spiegarne i motivi. Semplicemente la canzone che ho sempre sognato di poter scrivere, un giorno. (C.L.)

9) The Stone Roses – The Stone Roses (1989)

Analizzare i motivi della grandezza di questo disco è difficile nonchè inutile. Non so se Madchester è stata solo l’epoca della felicitá chimica e non mi interessa. So solo che cè una scena in Spike Island, il film sul mitico concerto dei Roses del 90, che riassume bene tutto. I protagonisti, senza biglietto, sono confinati fuori dall’area dove si svolge il concerto quando, da dentro, parte I Am The Revolution. Compare la Felicitá sui loro visi e io, con la pelle d’oca, ballo e canto davanti alla tv mosso da una forza soprannaturale. (M.B.)
Il primo Stone Roses è un grande disco, capace di riassumere i venti anni precedenti la sua uscita mischiando con semplicità disarmante rock, pop, funky, dance. Eppure in fondo in fondo continua a sfuggirmi l’importanza capitale che viene ancora oggi attribuita a quel disco e a quel gruppo. (A.C.)
Consumai letteralmente i primi singoli, quelli cha anticiparono questo disco. L’album, inutile dirlo, fu uno dei “miei” dischi e tale è rimasto. Mi ricordo che una stroncatura del primissimo concerto italiano sul Mucchio Selvaggio mi diede la certezza assoluta che ero sulla strada buona. Poi uno dice l’importanza della stampa musicale. (C.L.)

8) The La’s – There she goes (1990)

Un album unico ed enorme. Lee Mavers, il Brian Wilson della nostra generazione senza uno Smile a guastarne il ricordo. (M.B.)
Ecco, appunto: centosettantadue secondi di pura e semplice perfezione POP. Vedi alla posizione numero 10. (A.C.)
Ho sempre letto la stampa musicale inglese. Lo facevo anche in quei giorni a Londra. Era aprile del 1989 e i La’s erano il gruppo del momento in Inghilterra, nonostante non avessero ancora inciso nient’altro che due singoli. I soldi lasciati ai bagarini fuori dal locale non li ho mai rimpianti. Mi feci travolgere da quaranta minuti scarsi di perfezione pop. Il giorno dopo acquistai There She Goes e divenne immediatamente una delle mie canzoni preferite di sempre. (C.L.)

7) Arctic Monkeys – I bet you look good on the dancefloor (2005)

Copio e incollo il giudizio che diedi, sulla vecchia versione di questo blog, all’indomani dell’esibizione al Pukkelpop festival del 2006. Arctic Monkeys: molto giovani. Molto spocchiosi. Un paio di pezzi molto belli. Molto sopravvalutati… Dopo 8 anni il mio giudizio non è cambiato di una virgola. Questa musica, per me, non è “importante”. (M.B.)
Ho stimato gli Arctic Monkeys in ogni fase della loro carriera e continuo a nutrire verso di loro sincera stima e ammirazione. Ma non mi sono mai piaciuti sul serio. Questo pezzo però era e rimane una bomba. (A.C.)
Che questa sia una grande canzone non c’è nessun dubbio. Poi capita che le strade delle persone si dividano, anche di quelle che condividevano storie d’amore veramente importanti. Per gli Arctic Monkeys ho avuto una cotta passeggera. Mi è passata da un pezzo e vederli ora non mi fa veramente più nessun effetto. Non si tratta nemmeno di cuore spezzato, ormai è semplice indifferenza. (C.L.)

6) Joy Division – Transmission (1979)

Sinceramente faccio fatica a scrivere qualsiasi cosa a proposito dei Joy Division. Diventare banali è una certezza, in questo caso. Cosa volete che vi dica? Ho fatto la trafila: recuperato gli album, li ho ascoltati fino a consumarli. Di più non so. Ci sono certe bands dove davvero diventa superfluo parlarne. (C.L.)
I dischi che ho in casa ho smesso di contarli da un pezzo. L’ultima volta che ho provato a farlo eravamo sopra i 5.000 titoli. I più vecchi li ho in cassetta, poi vinili e cd. Di alcuni dischi ne ho due copie, di altri addirittura tre, generalmente in formati diversi. Dei due album dei Joy Division ho la versione in cassetta, quella in vinile, le ristampe rimasterizzate in cd con aggiunta di un disco dal vivo cadauna e per non farmi mancare proprio nulla acquistai pure il cofanetto quadruplo Heart and Soul e la raccolta Substance. Non so se i Joy Division siano il mio gruppo della vita, di certo ci vanno vicini. (A.C.)
Arturo aveva Still. Era doppio, quattro facciate. Lo ascoltavamo in religioso silenzio. Pomeriggi passati così, senza fare altro. Tornavo a casa con tutti i compiti da fare ma ne era valsa la pena. (M.B.)

5) My Bloody Valentine – You made me realise (1988)

Qui si spingono al limite….e vanno oltre. I MBV mi hanno sempre dato l’impressione di partire dove molti hanno mosso a loro volta i primi passi ma di riuscire sempre a spostare i confini appena più avanti. Adoro ascoltarli in cuffia e ancora oggi non finiscono di stupirmi. Penso che sia il miglior complimento che si possa fare ad un musicista. (C.L.)
Questa canzone è come una linea spartiacque per l’indie rock: c’è un prima e c’è un dopo. I MBV, dal canto loro, sono il durante. (A.C.)
Musica “importante”, altro che Arctic Monkeys. Musica grazie alla quale, un giorno, non mi vergognerò di rispondere orgogliosamente a chi mi chiederá cosa facessi quando avevo vent’anni: “ascoltavo i My Bloody Valentine, cazzo”. (M.B.)

4) The Fall – How I wrote “Elastic Man” (1980)

Ne abbiamo parlato a lungo. Dei Fall di Mark E. Smith. O meglio, lo ha fatto Compagnoni in questo articolo qui. Meglio di lui non riuscirei comunque a dirlo, tanto vale rileggerlo. (C.L.)
Ogni loro disco ha almeno una canzone da ricordare. E di dischi ne hanno fatti davvero parecchi. Ancora oggi quando voglio raccontare a qualcuno di un nuovo gruppo che accende il mio entusiasmo ma che non so esattamente come catalogare tiro fuori il nome dei Fall. Poi per evitare approfondimenti mi giro e me ne vado. (A.C.)
Il mio pezzo dei Fall è Hit The North pt 1. Me ne innamorai dopo aver visto Mark Smith biasciarlo annoiato in un concerto londinese di tanti anni fa. Ognuno dovrebbe avere un pezzo dei Fall preferito. Dovrebbe essere una domanda obbligatoria nei test attitudinali. “Pezzo dei Fall preferito?” Il mondo sarebbe un posto migliore. (M.B.)

3) Orange Juice – You can’t hide your love forever (1982)

Un gruppo che dovrebbe essere amato solo per il nome che si è scelto e un album che andrebbe consumato allo sfinimento fosse anche solo per il titolo. Se non siete così romantici da convincervi con le parole puntate subito tre canzoni come sampler del disco intero: Falling and Laughing, Tender Object e Consolation Prize. Dopo non potrete più farne a meno. (A.C.)
Ci sono gruppi che piacciono solo per la musica. Gli Orange Juice no, non solo per quella. Quelle giacche troppo strette, gli occhiali da sole e quel ciuffo ribelle che cadeva sugli occhi, lo confesso, sono stati l’immagine che vanamente ho cercato di replicare negli anni della mia adolescenza. Sempre meglio che paninaro, no? (C.L.)
Stile e sostanza. Rip it up and start again, un monito al quale ho cercato di attenermi nel corso degli anni. Con alterne fortune. (M.B.)

2) The Jesus and Mary Chain – Psychocandy (1985)

Ci sono dischi che diventano capi saldi della tua formazione musicale. Alcuni te li tiri dietro per sempre, altri nel tempo sfumano quell’importanza che inizialmente avevano. Se hai la fortuna di vivere in diretta l’attesa per l’uscita di uno di quei dischi, il privilegio di ascoltarne in diretta la musica al momento della sua uscita, la botta di fortuna di vedere il gruppo nel tour che accompagna al tempo l’uscita di quel disco (Vidia Club, Cesena, 25/5/1986), la voglia di ascoltare ancora quell’album, quasi trent’anni dopo la sua uscita oggi con lo stesso entusiasmo di allora. Ecco, se ti capita tutto questo sei un privilegiato. Me ne rendo conto. (A.C.)
Era una uno bianca, mi sembra di ricordare. Eravamo in 4 e ci sparammo 600 km in poche ore, tra andata e ritorno. Non avevo ancora compiuto diciotto anni.  Jesus and Mary Chain a Correggio fu uno dei primi concerti seri della mia vita. Psychocandy me l’aveva già cambiata appena qualche mese prima. (C.L.)
Ne avevo sentito parlare da Rockerilla. Feci una richiesta radiofonica a Radio Città Futura. Il primo singolo Never Understand. Qualche minuto di attesa e poi scariche di energia statica a invadere l’aria. Sotto intuivo della melodia. Mi ricordo distintamente in ginocchio sul letto a controllare se la radio si fosse desintonizzata. Era, invece, il rumore del futuro. (M.B.)

1) The Smiths – This Charming Man (1983)

Ci sono gruppi, ci sono dischi e ci sono canzoni che cambiano la vita, non ci sono cazzi. Se la pensate diversamente vuol dire che la musica la vivete diversamente da come la viviamo noi. Dico di più: ci sono giri di chitarra, meglio se suonati impiegando il minor numero di note possibili, che ti lasciano addosso cicatrici che nemmeno il solco di una lama lascerebbe. Penso a giri come quello che apre Marquee Moon o ai primi sei secondi di This Charming Man: a punctured bicycle, on a hillside desolate, will nature make a man of me yet ?. (A.C.)
Quello che sono diventato, nel bene e nel male, lo devo a due bands in particolare. Una sono i R.E.M. e l’altra gli Smiths. Tutto il resto è venuto dopo. (C.L.)
14/5/1985, gli Smiths a Roma. C’ero. Avevo 21 anni. Niente è stato più come prima. (M.B.)

leggi la prima parte, i dischi dal  50 – 41

leggi la seconda parte, i dischi dal  40 – 31

leggi la terza parte, i dischi dal  30 – 21

leggi la quarta parte, i dischi dal  20 – 11