My head is full of popular songs (Fiver #12.2017)

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Steve Lacy

A quanto pare il problema è diventato Auto-Tune. Un software che corregge gli errori dell’intonazione della voce (detto in maniera sommaria) che ha preso sempre più piede in studio di registrazione. Tale trovata tecnologica ha condizionato le voci di alcuni dei dischi che ho più amato nelle ultime settimane: da Frank Ocean ai Dirty Projectors, per dire. Qualcuno è arrivato ad augurarsi che in futuro i dischi possano riportare l’avvertenza 100% Auto-Tune Free, magari con un bollino posizionato in copertina, come se ciò comportasse automaticamente una qualche patente di credibilità artistica e di qualità.

Non mi è mai interessata la tecnica strumentale. Non ho mai suonato uno strumento (o quantomeno i tentativi portati a termine non sono degni di memoria) e il mio approccio nei confronti di una canzone è sempre stato del tutto “emozionale”. Naturalmente anch’io, prestando un attimo di attenzione, mi rendo conto quando la funzione Auto-Tune è attivata in una canzone (soprattutto da quando i parametri settati in maniera estrema hanno prodotto un effetto che è diventato quasi un marchio di fabbrica dei dischi contemporanei, in particolare in ambito R&B e pop) ma da qui a gridare allo scandalo o a farne una ragione di purezza mi pare che ce ne corra, nonostante l’articolo del Time che si è affrettato ad inserire l’invenzione del software in questione come una delle 50 peggiori trovate della storia. Delle volte anzi mi pare un effetto positivo che nelle varianti più estreme capisco possa disturbare. Quanto un qualsiasi arrangiamento sbagliato. Né più né meno, ecco. Si tratta di non esagerare, magari.

Non ne farei una guerra di religione. Perché mi ricordo ancora quello che si scriveva a proposito dei primi New Order. Lo scandalo della drum machine, in alcuni brani. I sintetizzatori che sostituivano le chitarre. Vi sento ancora, scandalizzati. Vi vedo tirare fuori il santino di Ian Curtis e sfidare gli eretici a forza di parolacce e sputi. I primi New Order, rendetevene conto.

Alla fine si tratta di capire se una canzone funziona o meno. Auto-Tune per quanto mi riguarda è solo un dettaglio. O una curiosità legata a quello che succede in una sala di registrazione o nelle sue varianti estreme nell’utilizzo su di un palcoscenico, dal vivo. Ma che mi lascia sostanzialmente indifferente. Se una canzone mi emoziona lo fa comunque. Poco importa che sia suonata, con una chitarra, un synth, un computer o qualsiasi altra cosa vi venga in mente.

DIRTY PROJECTORS – Keep Your Name

Il nuovo album dei Dirty Projectors è entrato alla grande in tutta questa grande discussione a proposito di come debba suonare un disco nel 2017. Penso che a David Longstreth di tutto ciò importi pochissimo. Troppo impegnato ad esorcizzare in musica un distacco doloroso che ha trasformato la band in un progetto solista, tra le altre cose.
Questa canzone, per me, è uno dei migliori brani a proposito di una separazione che mi sia mai capitato di ascoltare. Tutto, e dico tutto, anche l’Auto-Tune, è assolutamente funzionale all’andamento della canzone stessa. Il risultato finale è da pelle d’oca.
Come canta lui stesso ad un certo punto: What I Want from Art is Truth…..esattamente quello che ha deciso di riversare in una canzone fantastica. Alla faccia dell’Auto-Tune e delle nostre paranoie un po’ snob su quello che è figo suonare e su come dovrebbe farlo. Intanto, là fuori, qualcuno i dischi li ascolta ancora per le giuste ragioni. Si commuove. Si emoziona. Se ne sbatte altamente i coglioni dell’Auto-Tune di turno, insomma.

JAY SOM – Baybee

Cesare Lorenzi utilizzando il Wu-Tang Name Generator si trasforma in Irate Warrior (ve lo dico perché ne vado particolarmente orgoglioso).
Jay Som, a quanto pare, è un nome nato utilizzando questo stesso metodo. Dietro si cela una ragazzina (Melina Duterte) che scrive canzoncine pop dal peso specifico limitato, fatte di chitarre gentili e da qualche synth ben educato. Indie-rock un po’ palliduccio, sulla carta. Perché poi, in pratica, canzoni come questa hanno il merito di funzionare. Non so voi ma personalmente qualsiasi gruppo che mi faccia tornare in mente i Prefab Sprout non può non piacermi.

STEVE LACY – Ryd / Dark Red

Un disco di demo, assemblati direttamente sul telefono, assolutamente meravigliosi. Aggiungeteci che il protagonista in questione ha 18 anni e il gioco è fatto. Eccola qui la next big thing, a metà strada tra il primo Pharrell, la coolness slacker di Frank Ocean e suggestioni indie. Queste due canzoni, seppur solo abbozzate e racchiuse in un unico video, mettono tanta di quella carne al fuoco che è letteralmente impossibile non volerne ancora. Al più presto, inoltre. Perché di cose belle ne abbiamo bisogno immediatamente. Qualcosa di grande sta per succedere…..I don’t know it but i feel it coming……

ROLLING BLACKOUTS COASTAL FEVER – French Press

Canzone perfetta. Un po’ Feelies un po’ Go-Betweens per questa band di australiani di Melbourne che debutta su Sub Pop con un EP di 6 brani capace di ridare fiato e fiducia a tutti quelli che amano un certo tipo di suoni. Per tutti quelli che si augurano di ritrovare lo spirito che animava i gruppi della scena Paisley, a metà degli anni ottanta. Gente capace di recuperare i suoni dei sixties, aggiornarli e fare la storia con una serie di dischi che ancora oggi gli appassionati trattano come oggetti preziosi. Nell’anno del ritorno dei Dream Syndicate una canzone così, mi sembra sia proprio di buon auspicio.

TIM DARCY – Still Waking Up

Gli Ought sono stati uno dei gruppi da tenere sempre evidenziati nell’agenda delle ultime stagioni. Ad un debutto sensazionale è seguito un disco ottimo. Ci hanno poi conquistato definitivamente dal vivo, con un concerto tra le dune dell’adriatico che ancora ricordo come un piacevole sogno ad occhi aperti.
Del resto impossibile rimanere indifferenti a quei ricami chitarristici capaci di rendere tributo a gruppi come Television e Velvet. Il tutto con personalità, grazia e talento.
Un disco solista, sinceramente, è stato una sorpresa inattesa che inevitabilmente porta con sé un piccolo bagaglio di suoni inediti.
Il disco funziona nel suo complesso ma questa canzone mi ha fatto letteralmente innamorare. Mi pare la migliore canzone degli Smiths non degli Smiths. Una melodia spettacolare con Tim Darcy gigione al punto giusto nel pur improbabile ruolo morrisseyano e allo stesso tempo capace di non far rimpiangere Johnny Marr con un giro di chitarra stupendo nella sua efficiente semplicità. O forse il problema sono io che mi immagino cose che in realtà non esistono, just…..because my head is full of popular songs…….
 

CESARE LORENZI

The Call of the Wild (Fiver #25.2015)

Peacers

Peacers

C’è stato un momento in cui ne ho avuto abbastanza. Di concerti ne avevo visti troppi e il mio cervello mi impediva di entrare ancora una volta in un club o di mettere piede ad un festival.
Ho continuato ad ascoltare musica, naturalmente. Ma non dal vivo.
Praticamente senza accorgermene ho passato 3 anni interi in questo modo. Un giorno però, il richiamo della foresta ha iniziato a farsi troppo insistente e sono tornato a casa. Nuovamente sotto un palcoscenico, nuovamente intento a programmare ferie, fine settimana e momenti liberi con la programmazione dei miei clubs e festival preferiti sotto il naso, come un tempo.
Il ritorno non è stato indolore, però. Mi sembra di ricordare che fossi a Parigi, al festival di Pitchfork. Un paio di giornate dedicate a quella che a torto o ragione è considerata la musica nuova. Mi sono passate sotto il naso cose che mi sono piaciute molto, altre che non conoscevo e che mi hanno entusiasmato. Gruppi che dovevano spaccare ed invece mi hanno annoiato a morte, costringendomi ad un giro di troppo al bar. Il solito programma di un festival, insomma. Ma una cosa mi sembrava cambiata, però. L’atmosfera era fin troppo rilassata, tra il pubblico ma anche tra i gruppi che si succedevano sul palcoscenico. Non un momento di tensione, mai uno scazzo. Tutti a ringraziare quelli di Pitchfork che gli avevano regalato questa opportunità, e poi che figata Parigi, vuoi mettere. E grazie ancora. Al pubblico, fantastico, naturalmente. Ad un certo punto ho sperato che se ne uscisse il Lux Interior di turno e provvedesse a tirare qualche calcio ben assestato. Un paio di aste del microfono sulle teste delle prime file. Un pogo che si trasformasse in una piccola rissa. Niente di tutto questo, invece. Quel festival è finito così, manco fossero state le giornate delle buone intenzioni e dell’amicizia universale.
Da quei giorni sono passati un paio di anni ed io, nel frattempo, ho preso le buone abitudini di un tempo ed appena posso mi fiondo tra le prime file di qualche scantinato. Quella sensazione però non mi ha mai abbandonato del tutto e mi sembra che un po’ della tensione che c’era un tempo sia semplicemente scemata. Ed un concerto senza tensione è come una partita di calcio amichevole, per me. Sostanzialmente inutile.
Ho visto un video dove qualcuno ripeteva questi concetti e mi sono rincuorato. Era una delle ultime interviste concesse da Lux Interior, il cantante dei Cramps, prima di morire. Diceva che molta della musica attuale (naturalmente è un video di qualche hanno fa) ha perso qualsiasi pericolosità. Mi sembra utilizzase proprio questo termine: pericoloso.

The Cramps

The Cramps

Ho avuto la fortuna di vedere i Cramps dal vivo. Erano una di quelle band che non potevi raccontare ai tuoi genitori. Uno di quei concerti dove era meglio stare in campana perchè qualcuno era pronto ad infilarti un gomito nel costato. Loro, erano semplicemente uno spettacolo. La musica come dovrebbe sempre essere. Una faccenda di sudore, di eversione sotterranea, di istiniti primordiali, di divertimento, al limite del lecito e del consentito. Non so se mi sono spiegato bene ma, ecco, una band come i Tame Impala (per dire) non me li vedo proprio a suonare davanti ad un pubblico di malati di mente in un ospedale psichiatrico. Sarà l’estate, non lo so, sarà che la maggior parte degli ascolti attuali mi sfugge come sabbia tra le dita. Sarà che mi sono tornate in mente le parole di Sándor Márai, che ha descritto in maniera sublime cosa è lecito aspettarsi da un’esperienza di ascolto soddisfacente: “dalla musica sembrava sprigionarsi una forza eversiva capace di sollevare i mobili e di gonfiare i pesanti tendaggi di seta alle finestre. Era come se tutte le cose vecchie e ammuffite, sepolte da tempo nei cuori umani, ricominciassero a vivere, come se nel cuore di ogni essere si annidasse un ritmo mortale che, a un certo punto della vita, potrebbe mettersi a pulsare con implacabile violenza. Gli ascoltatori pazienti compresero che la musica rappresentava un pericolo”.
Nonostante non si facciano sconti, che si sia scelto sempre e comunque di guardare in avanti, nonostante questo, mi diventa comunque inevitabile ricordare che il mio ritmo mortale ad un certo punto ha preso vita, anche grazie a quella coppia di allampati rocker vestiti di nero. Mi sono reso conto che, da quel giorno, sono sempre alla ricerca di quel beat, che in fondo in fondo è semplicemente un battito del cuore ma anche un inconsapevole termine di paragone che talvolta mi fa scalciare con i piedi in segno di frustrazione come un bambino capriccioso. In serate così non rimane che tornarsene a casa, accendere un computer e far partire un video tipo questo qui sotto, giusto per mettere nuovamente le cose in prospettiva.

THE CRAMPS – Live at the Napa State Mental Hospital

PEACERS – Laze It

Il ritorno di Mike Donovan va festeggiato come si conviene solo ai grandi avvenimenti. Precursore di tutta la scena garage di San Francisco, che ha trovato con Ty Segall e Thee Oh Sees in seguito una grande esposizione pubblica, torna con un album nuovo di zecca per Drag City. La stessa etichetta che aveva pubblicato all’epoca i dischi di Sic Alps (il suo primo gruppo) una band che ascoltata ancora oggi regala momenti sublimi e qualche brivido. A dirla tutta, “She’s On Top”, canzone uscita solamente su singolo nel 2013 fa bella presenza nella mia top five dei brani favoriti dell’ultimo lustro.
Tanta fotta (ndr: fotta è l’insostenibile desiderio di trombare dopo una lunga astinenza) trova soddisfazione in questi nuovi 90 secondi (del resto, dopo tanto tempo), in attesa di un album in uscita in questi giorni.  “Laze It” mette in chiaro che le coordinate sonore sono rimaste immutate. Psichedelia, virata in chiave garage e chitarre fuzz.  Canzone splendida.
(Ah, il brano, nel video, comincia dopo 35 secondi di silenzio).

SARAH CRACKNELL – Ragdoll

Questa canzone me la immagino cantata da Bobbie Gillespie.
Oppure, vista da un’altra prospettiva, potrebbe sembrare una cover dei Primal Scream che, a loro volta, fanno il verso ai Rolling Stones. Sarah Cracknell ci aggiunge la voce, sì, proprio quella voce. Quella che abbiamo imparato ad amare nei dischi dei St. Etienne.
In questo caso non si va oltre gli stilemi della ballata classica, avrete inteso.
Talvolta non abbiamo niente di meglio da chiedere. Questa è una di quelle occasioni.

THE BABE RAINBOW – Love Forever

Canzone che farà impazzire chi ha apprezzato i primi due dischi di Allah-Las. O i Growlers. Si muove nei medesimi territori: pop, in versione psichedelica, con i santini degli anna sessanta nel taschino e a completare il quadro pure un immaginario fatto di camice a fiori, sandali e vita sulla spiaggia, come compete a dei buoni australiani. Band da tenere d’occhio, mi pare.

OUGHT – Beautiful Blue Sky

L’ho sentita la prima volta che avevo i piedi tra la sabbia della spiaggia dell’Hana-Bi, poche settimane fa. Gli Ought stavano  pochi metri di fronte a me, su un palcoscenico che guardava il mare, e suonavano proprio questa canzone, all’epoca ancora inedita. E’ stato uno di quei momenti dove si ha la consapevolezza di vivere qualcosa di grande, decisamente oltre gli standard di un normale concerto. Gli Ought sono una band sopra la media, del resto, che accumula influenze riconoscibili e le trasforma in qualcosa di proprio, di personale. Si sente la New York dei Television e dei Velvet, certamente. Ma sembrano semplici suggestioni destinate a piegarsi al volere del carisma di Tim Beeler, uno che ha la faccia e la voce per farsi ricordare.
Una delle canzoni dell’anno, per quanto mi riguarda, tra chitarre irresistibili e parole che lasciano il segno.

CESARE LORENZI

Fiver #04.10 (In my own strange way I’ve always been true to you)

Ought

Ought


In una settimana in cui del tour italiano di Morrissey hanno parlato più o meno tutti ho veramente poco da aggiungere se non impressioni strettamente personali. Ho amato molto gli Smiths e ho cercato di stare dietro alla carriera solista di Morrissey che non ha sempre vissuto momenti indimenticabili ma l’imprinting subito la prima volta che ho ascoltato Reel Around The Fountain è una di quelle cose che ti porti dietro tutta la vita.
In particolare mi hanno fatto ridere le lamentele di chi voleva più canzoni degli Smiths. Pubblico evidentemente plagiato dal virus della reunion dove l’artista suona esattamente quello che voglio io, anzi si ricostituisce proprio per quello.. Un perfetto spirito dei tempi che viviamo dove il verbo desiderare ha perso ogni significato. Dove possiamo ascoltare la canzone che vogliamo, vedere il film che vogliamo o il leggere il libro che vogliamo nell’esatto momento in cui insorge il desiderio. E se non succede ci innervosiamo. Come si permette Morrissey di non suonare quello che voglio io?
Con Morrissey in realtà è un po’ diverso. A parte il fatto che la sua carriera solista ormai ammonta a ben 26 anni contro i soli 5 di militanza negli Smiths il diritto di suonare le canzoni che vuole se lo è guadagnato, a mio parere, mantenendo una onestà e coerenza che seppur non sempre visibile, o riconosciuta dai più, è in realtà, a guardare bene, sempre presente. Nei suoi testi, certamente, ma anche le polemiche sterili, le uscite esagerate sono sempre state in linea assoluta con il personaggio.
Ho sempre stimato le persone che, non importa il contesto o chi hanno davanti, hanno sempre saputo mantenere un proprio comportamento dettato da un’onestà di fondo.
Nel mio piccolo ho sempre cercato di non restare disgustato dall’immagine di chi mi si presenta la mattina quando mi specchio.
Possono essere comportamenti indecifrabili o non condivisibili ma coerenti ed onesti.
Forse è per questo che l’altra sera, durante il concerto bolognese, risentire la frase che apre questo Fiver mi ha fatto ricordare, in questi tempi difficili, chi sono e l’impressione che vorrei lasciare in chi incontro.

Morrissey – Speedway Live in Bologna 17/10/2014

Fisico da pensionato, voce della Madonna. Credo di aver scritto così ad un amico. Se c’è un pezzo che da un senso all’intera carriera solista di Morrissey questo è Speedway da Vauxhall And I e vederselo recapitare come secondo pezzo in scaletta dritto in mezzo alla cassa toracica un venerdì sera in un vecchio palasport, con poca concentrazione e la testa ancora obnubilata dalle preoccupazioni per il presente e il futuro, è l’equivalente di uno schiaffone in faccia e mi ricorda improvvisamente tutto quello che abbiamo “passato insieme”. Ok, scusa Stephen, sono qua.

Ultimate Painting – Ultimate Painting

Si conoscono in un tour condiviso. Si annusano. Si piacciono. James Hoare (Mazes) e Jack Cooper (Veronica Falls) decidono di buttare giù un po’ di idee insieme e confezionano questo omaggio alla prima comunità hippy rurale americana. Finiscono abbastanza lontani dalle atmosfere dei rispettivi gruppi di provenienza. Ultimate Painting si srotola e avvolge. Conforta e accarezza nel suo andamento già ascoltato un milione di volte ma stranamente nuovo.

Ought – New Calm Pt 2

Proprio mentre nella loro solitamente pacifica madrepatria canadse succedono cose di una violenza inspiegabile e inaspettata gli Ought approdano dalle nostre parti e si fanno precedere da questa manciata di canzoni che si aggiungono al già apprezzatissimo More Than Any Other Day. In realtá questo non è un pezzo nuovo ma una rilettura sonicamente monocorde, della durata di 7’15, di un pezzo del 2012. “Oh I love this one” proclama in apertura il frontman Tim Beele prima di lanciarsi in una danza insensata sciorinando versi assurdi come “Hear me now that I am dead inside, that’s the refrain!” O, ancora, “Who invited Paul Simon? I didn’t invite him”. Tu ascolti e pensi..cazzo, i Fall. Hit the north accelerata?
Se l’8/11 al Covo durante il concerto vedete un tipo visibilmente provato che si gratta la testa a metà tra il perplesso e il deliziato passate a salutarmi. Mi fa piacere.

Sleater Kinney – Bury Our Friends

Opero un piccolo scippo a Cesare Lorenzi. Questo è un gruppo “suo”, e sono certo che di qui a breve celebrerà doverosamente il loro ritorno. Io l’ho sempre apprezzato, diciamo cosi, un po’ da lontano.. Dischi piaciuti abbastanza, ma mai scattato l’amore. Visti nel 2000, mah. Portlandia, doppio mah. Eppure .. Il loro ritorno non saprei come altro definirlo se non “necessario”. Una canzone bella, che ci rispedisce a quando la musica “alternativa” sembrava veramente parlarci in modo diverso.

Communions – So long sun

Mi immagino John Squire che ascolta questa canzone alla radio e cade dalla sedia. Bum! Poi chiama Ian Brown dicendogli “sto invecchiando Ian, questo pezzo nostro proprio non me lo ricordo. Tra l’altro è proprio buono, sei quasi intonato..”. Premesso che da queste parti il primo album degli Stone Roses sta sul comodino proprio in mezzo tra gli occhiali e il bicchiere d’acqua della notte questi ragazzini danesi si affacciano dallo squarcio creato dai “maggiorenni” Iceage e Lower spedendoci dritti dritti a Spike Island.

Massimiliano Bucchieri

FIVER#04.06

Protomartyr

Protomartyr

Dicono che questi siano i migliori mondiali di calcio di tutti i tempi. Può darsi sia anche vero, chissà. Secondo me in ogni caso non si possono confrontare cose che appartengono a epoche diverse. Non so, magari i mondiali del Messico nell’estate del 1970 sono stati più belli, solo che non lo ricordiamo e comunque i parametri per giudicare certe cose sono completamente cambiati. In ogni caso credo sia impossibile vedere qualcosa di meglio delle due partite in Spagna in cui l’Italia batté in sequenza Argentina e Brasile nell’82.

Per la musica è diverso. Certi dischi di altre epoche restano e li giudichiamo oggi con gli stessi criteri di allora. Tra quelli che piacciono a me penso agli Stones, ai Velvet, agli Stooges, ai Roxy Music, ai Kinks solo a dire i primi nomi che mi vengono in mente.

Riflettendoci un attimo credo dipenda dal fatto che il calcio si è evoluto moltissimo negli anni, mentre la musica rock è rimasta – al contrario – sostanzialmente ferma: detto questo aggiungo che, per come la vedo io, l’evoluzione non è necessariamente un bene e il rimanere fermi, in certi casi, non è affatto un male.

 

Ought “The Weather Song”

Questa canzone mi gira in testa incessantemente da almeno un paio di mesi. L’ho ascoltata talmente tante volte che mi pare, nella consueta confusione tra accadimenti personali e pubblici, tutti la conoscano benissimo. Quasi come gli Ought fossero i cesarecremonini del Canada. In realtà quando l’altra sera l’ho suonata all’Hana Bi dopo il concerto dei Pains of Being Pure at Heart, la gente sotto la tettoia è rimasta un po’ sorpresa – miei amici a parte – e qualcuno è venuto a chiedermi ragguagli circa l’identità degli autori. Può essere che gli Ought quindi non li conoscano poi in così in tanti. A me comunque The Weather Song fa impazzire: mi impone di tenere dentro il fiato per il primo minuto, poi parte il fuoco d’artificio e tutto esce fuori d’un botto. Ogni volta che parte il pezzo conto i secondi, sessantadue in tutto, e resto sospeso nel timore che una cattiva magia abbia spostato da qualche altra parte lo stacco che a quel punto arriva, così che io non lo riesca più a trovare e rimanga lì col respiro piombato. Ovviamente quello stacco è invece sempre al suo posto: Yeah, I just wanna revel in your lies.  Così posso riprendere a respirare.

Il popolo ha la memoria corta e i più si sono fermati a citare gli Strokes. La prima volta che ho ascoltato il pezzo a me sono venuti in mente i Talking Heads. Vero è che anche la prima volta che ascoltai gli Strokes mi balenò il ricordo dei Talking Heads. I conti quindi, probabilmente tornano comunque.

 

Bob Mould “I Don’t Know You Anymore”

A tutti prima o poi capita di pronunciare questa frase rivolgendoci a qualche persona che fino all’attimo prima ci era cara: I don’t know you anymore. Se non vi è mai successo beati voi. Ci sono però persone che conosciamo da sempre e pur nelle loro mutazioni, nei cambiamenti necessari e inevitabili, rimangono fedeli a se stesse e le riconosciamo ora esattamente come le riconoscevamo tanti anni fa. Del disco nuovo di Bob Mould ha scritto già Cesare, e l’ha fatto talmente bene che non ho nient’altro da aggiungere. Se non rilevare il corto circuito emozionale che questa manciata di canzoni ha provocato in alcuni di noi. Perché alcuni di noi sono già arrivati al punto in cui oggi pare essere giunto Bob Mould: il momento in cui con determinazione ferrea e fiera convinzione si decide di tirare fuori tutto, chiarendo inequivocabilmente a se stessi e agli altri quello che si è. L’equivoco non è più ammesso quando arriva l’istante. Quello in cui rivendicare il passato di cui ci stavamo quasi dimenticando, affermandolo nel presente e proiettandolo verso il futuro.

L’attimo in cui l’unica cosa che rimane da fare è prendersi le proprie cose e riportarle a casa.

 

Cold Cave “A Little Death to Laugh”

C’è stato un momento, all’altezza dell’uscita di Love Comes Close, in cui pareva che Wesley Eisold e i suoi Cold Cave stessero per fare il botto. La canzone che titolava quel disco la passavamo spesso nelle nostre serate e alla gente piaceva parecchio. Il disco seguente, Cherish the Light Years, fu in realtà una mezza delusione e non mi pare abbia avuto particolare riscontro in giro. Magari il botto l’hanno pure fatto visto che, se ben ricordo, sono stati scelti dai NIN come spalla  per il loro tour di quest’anno, solo che io non me ne sono accorto. Il nuovo disco dei Cold Cave, Full Cold Moon, non è in effetti un nuovo disco dei Cold Cave, bensì una raccolta di singoli usciti nell’ultimo paio d’anni su alcune piccole etichette indipendenti. A quanto pare il vero nuovo album dei Cold Cave uscirà entro fine anno e dovrebbe intitolarsi Sunflower. Eisold lo definisce: a mix between some of the bigger sounds on Cherish and more minimal stuff I’m interested in now, like Suicide or 39 Clocks. Ben venga. Uno che mi cita Suicide e 39 Clocks avrà sempre la mia attenzione, quindi attendo con curiosità. A Little Death to Laugh uscì su un sette pollici Heartworm Press nel 2012. Ha una linea di tastiera semplice semplice, sciabolate di synth che accompagnano una drum machine tenebrosa al punto giusto e quella voce cupa che fa tanto Sisters of Mercy. Robe così le ho ascoltate mille volte suonate da mille gruppi diversi negli ultimi 30 anni. E potrei ascoltarle altre mille volte suonate da altri mille gruppi diversi nei prossimi 30 anni, ma non credo mi stancherei, non ancora.

 

Ausmuteants “Tinnitus”

Volevo fare un copia e incolla di quello che un paio di settimane fa scrissi a proposito dei Pow!: quella roba sul garage rock e i gruppi che suonano il genere aiutandosi con tastiere e synth, mescolando rock and roll, punk e new wave. E volevo aggiungerci un pensiero ai Brainiac e una citazione dei Man or Astro-man? che fa sempre figo e magari raccoglie pure qualche like trasversale. Ma negli ultimi giorni la tecnologia mi sta restituendo un po’ di quell’odio che le ho riservato negli anni: gli strumenti che sono solito utilizzare non funzionano (oppure sono io a non essere in grado di farli funzionare, in ogni caso il risultato non cambia) e così non riesco a recuperare quelle tre righe, quelle scritte a proposito dei Pow! Detto che punti esclamativi e interrogativi in questo pezzo sono funzionali alle scelte dei gruppi (nel senso che hanno deciso di metterli loro in calce al proprio nome), gli australiani Ausmuteants suonano, com’è scritto sullo sticker tondo appiccicato in alto a destra sulla copertina del loro disco uscito solo in vinile per la sempre ottima Goner, synth-driven snot punk classic! (anche in questo caso l’accezione esclamativa l’hanno messa loro). Assistere a un loro concerto deve per forza essere un’esperienza interessante, ma siccome sono uno che sa accontentarsi, in fondo mi basterebbe anche solo trovare un club dove la gente volesse ballare un pezzo come questo anziché venire a spappolarmi l’umore richiedendo per l’ennesima volta l’ascolto di Oasis e Pulp.

 

Protomartyr “Ain’t So Simple”

Questa settimana me la sarei cavata con un secondo copia e incolla, ripescando la frase con cui mesi e mesi fa Jonathan Clancy, al ritorno dalla sua permanenza a Detroit, mi descrisse le più interessanti band locali del momento. Tra queste c’erano appunto i Protomartyr, nome che non avevo mai sentito prima ma che diligentemente appuntai sulla mia agenda mentale delle possibili next big thing (prego dare il giusto peso all’aggettivo big considerando che nella mia agenda mentale al primo posto della categoria al momento ci sta gente come Krill e Dub Thompson, per dire). I Protomartyr hanno un cantante che snocciola in modo ripetitivo parole, mantenendo sempre un identico tono, e una linea ritmica che in questa canzone è tutta una sincope di charleston, chitarra e tamburo in contro tempo. Regalano quel senso di urgenza imbrigliata nella noia e (presumo) nell’impotenza trasmessa dal vivere in una città che è la fotografia più spietata possibile del declino dell’impero occidentale.

Scrivendo su questo blog mi accorgo di citare Mark E. Smith e Jonathan Clancy ogni tre per due: la mia monotematicità citazionistica mi sorprende. Devo dire però che la cosa non mi dispiace affatto: pochi punti fermi e attorno satelliti di caos che girano vorticosamente. Buono.

ARTURO COMPAGNONI

Today more than other day…

OUGHT

OUGHT

Della polemica a proposito di Spotify mi ha infastidito solo una cosa, alla fine: la solita superficialità con cui si é affrontato un argomento così complesso. No, non voglio riaprire la questione adesso. Se ne é parlato abbastanza e spesso a sproposito un po’ ovunque.

Una cosa però dei servizi digitali mi da particolarmente fastidio: é quell’infido logaritmo responsabile di consigliarti altre band a seconda dei tuoi ascolti precedenti. Ancora peggio il servizio “radio”. Ascolti gli Smiths, faccio per dire, e poi ti propongono in successione Ocean Colour Scene, ancora gli Smiths (che te li infilano un brano sí ed uno no, cosí per non sbagliare), Johnny Marr (che fantasia, cazzo), Stone Roses, New Order, Interpol, Morrissey e così via. Niente di male, in effetti, direte voi. A me però questo “perfezionamento” indie-pop in versione union jack (nell’esempio in questione) che ti propinano un po’ mi inquieta invece che rassicurarmi. Non mi piace questo catalogare i tuoi gusti e di conseguenza i tuoi ascolti. Mi pare un brutto modo di tenerti in un recinto e di non farti scoprire tutto un mondo di altri suoni che magari potrebbero pure piacerti. Non mi piace in sostanza che ti invitino ad una specializzazione degli ascolti.

Mi é capitata sotto gli occhi una foto di una cassetta. Un concerto registrato al CBGB in maniera non ufficiale. Un bootleg su nastro, in pratica. Fine anni ottanta, anche se la data non é specificata. Una serata dove sul minuscolo palco del locale newyorkese si erano alternati Sonic Youth, Unsane, B.A.L.L. e Galaxie 500.a2f4ea9ce36411e2b36722000ae90e0a_7

I Galaxie 500 lì in mezzo fanno un po’ sorridere, vicino agli Unsane, ma a pensarci bene non era faccenda così insolita quella di ritrovare band differenti (nel suono e nell’attitudine) a condividere lo stesso palco. Abitudine che é andata in disuso nel corso del tempo, mi pare. In nome della “specializzazione”, appunto. E pensare che in casa tengo i dischi sia degli uni che degli altri, Unsane e Galaxie 500 intendo: due band che per motivi differenti ho comunque ascoltato ed amato tantissimo.
Le eccezioni sono sempre dietro l’angolo, sia chiaro. Esistono posti, sorprendentemente a due passi da casa nostra, che della specializzazione se ne fregano. Mi viene in mente il “Beaches Brew”, il festival estivo dell’Hana-Bi, che in quanto a diversità sorprende ogni anno. Gente capace di mettere Dream Syndicate e Dirty Beaches nella stessa serata avrà la mia eterna gratitudine, sia chiaro. Insomma qualcuno che non ragiona a compartimenti stagni si trova. Qualcuno che non si fará condizionare dai “consigli” di spotify quando c’é da mettere in piedi una programmazione, statene certi.
Poi alla fin fine si torna al solito discorso che la tecnologia dovrebbe essere utilizzata con un minimo di raziocinio. Le faccende legate alla musica non fanno eccezione, evidentemente. Anche perché i gruppi migliori si scoprono per altre vie. Mica grazie ad un algoritmo. Fidatevi degli amici, piuttosto. Io non ho mai smesso di ringraziare un conoscente che mi trascinò a vedere i Cramps, per esempio. Mi cambiò la vita e da quel giorno “damaged rock’n roll” é uno slogan che porto tatuato nel cuore.
Mi fidavo, e lo faccio tuttora, di alcuni critici musicali, inoltre. Qui il consiglio non é proprio disinteressato pensando a tutti quelli che leggono queste pagine e magari ne traggono ispirazione. Certe cose le ho scoperte così, però. I dischi SST, giusto per fare un nome.

Mi facevo condizionare da quello che leggevo. Compravo a scatola chiusa, portavo a casa e rimanevo sbalordito. Immaginatevi la mia faccia: passare dagli Smiths ai Firehose. Però vuoi mettere l’eccitazione di scoprire qualcosa di completamente differente, qualcosa che ti costringeva in qualche modo ad aprire se non il tuo cervello quantomeno le orecchie. E a spalancarle per bene, inoltre.

Non ho mai smesso di amare i gruppi che mi fanno quell’effetto. Che non mi fanno capire bene, che non mi danno punti di riferimento. Ogni tanto capita ancora, per fortuna. Recentemente mi é successo con gli Ought, band di passaporto americano stanziata in Canada che ha appena pubblicato un album per la Constellation Rec., la stessa che stampe gli ottimi Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra e i God Speed You! Black Emperor.

Ought "more than any other day"

Ought “more than any other day”

Gli Ought non mi hanno entusiasmato, al primo ascolto. Piuttosto mi hanno tenuto agganciato. Affascinandomi d subito quel tanto che é bastato per tornarci sopra un’altra volta, poi un’altra volta ancora . E ogni volta ho scoperto qualcosa in più, un altro dettaglio, un piccolo tassello di un mosaico che mano a mano prendeva forma. Echi di vecchia scuola post-punk, un mantra recitato che si trasforma in poesia. Accelerazioni, scariche elettriche, Birthday Party che si stagliano in sottofondo. E poi improvvisamente “canzoni”. The Feelies, i primi Strokes, e poi ancora Pop Group,Gang of Four e Modest Mouse. Roba che suona familiare ma non riconoscibile, che ha il buon gusto di non scadere nell’abusata riscoperta del primo post-punk. Non ci sono scorciatoie, si viaggia costantemente oltre i 5 minuti a canzone, che si sviluppano tutte come in un labirinto elettrico ma alla fine trovano sempre il modo di districarsi. Ci vuole però impegno. Ma il disco ripaga alla grande. Sopratutto dopo che ci avrete investito il tempo richiesto. Una band che non si pone limiti, che non vuole trasformarsi nella parodia di qualcos’altro. Suonano con la convinzione di fare arte e poesia, non semplici canzonette. Si percepisce che arde la sacra fiamma dell’ispirazione e di una sana ambizione.

Insomma sarebbe un peccato sottovalutare gli Ought, dategli un ascolto. Se poi non vi piaceranno potrete pure mandarmi al diavolo. Volete mettere la soddisfazione? Senz’altro maggiore che mandare a fanculo l’algoritmo di Spotify.

Cesare Lorenzi