La musica sparita (Fiver # 03.11)

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Ormai non viaggio più molto. Se devo mettere insieme i nomi degli ultimi tre posti visitati all’estero devo tornare indietro di alcuni anni. Londra, Barcellona e Berlino. Tre luoghi diversi e con diversi significati per il sottoscritto ma accomunati da momenti indissolubilmente legati alla musica, vissuta o idealizzata.
Interminabili (e meravigliose) giornate a Londra e dintorni tra palchi di festival, negozi grandi e piccoli di dischi, libri, cinema e piccoli e grandi eventi che riempivano occhi, orecchie e cuore.
Momenti non meno importanti dei lunghi pomeriggi adoloscenziali con la trilogia berlinese di David Bowie sul piatto, imitando la copertina di Heroes allo specchio immaginando di partire dagli Hansa Studios per una passeggiata lungo il muro fino ai negozietti di dischi pulciosi di Kreuzberg.
Bene, questo mondo ben stampato nella mia memoria e nel mio dna non esiste più. Spariti o globalizzati in larga misura i negozi di Londra (a parte l’isola felice di Rough Trade East), con Berlino e Barcellona impegnate ad una inevitabile e insensata rincorsa per rendere le loro strade uguali a quelle della capitale londinese o di qualsiasi altra grande cittá europea cosi da raggiungere il poco allettante risultato di usicre di casa a Parigi, Roma, Londra o Berlino e avere la sensazione di essere sempre esattamente nello stesso posto e affanculo unicitá, autenticitá, odori, sapori e sogni. Un discorso che, restringendolo alla scala nazionale e all’ambito musicale, resta esattamente lo stesso. Il piacere di una gita a Milano da supporti fonografici, a Roma da disfunzioni musicali o a Firenze da contempo perso. Per sempre.
Non si torna più indietro, amaramente. In questi tempi che non ci lasciano piu immaginare nulla l’unico modo di difendersi da questa aggressione, nonostante la tentazione di issarsi come l’angelo Cassiel di wendersiana memoria sulla cima della Colonna della vittoria e chiamarsi fuori da tutto, è recuperare dentro se stessi quello che queste esperienze hanno lasciato o appropriarsi arrogantemente di nuovi ricordi.
È un lavoro duro ma è l’unico possibile.

Whirr – Ease

Giá passati in un mio fiver. Bassista dei Nothing, disco dell’anno e dintorni e bla bla bla. Durante il concerto dei Nothing Cesare esclama: Catherine Wheel! Ascolto Ease ed esclamo Boo Radleys! (quelli di I hang suspended non quelli molli successivi) e sono contento così. Un pezzo così potrei ascoltarlo tutto il giorno, tutti i giorni.

Parkay Quarts – Pretty Machines

Comprai New York di Lou Reed nell’89 da Nannucci. In cassetta. Slanted and Enchanted invece lo comprai da Underground nel 92. Se i due me stessi si fossero incontrati, diciamo, negli studi di Radio cittá 103 di via Masi avrebbero cominciato a suonare questa canzone su uno di quegli amplificatori scassati che erano parcheggiati nel sottoscala.

Girlpool – Blah Blah Blah

Shrieky indie è stato il termine coniato per loro. Sono in due. Basico è un termine perfino poco restrittivo applicato a loro. Maltrattano e blandiscono le loro chitarre con un alternanza schizoide. In bilico tra le Babes in Toyland e Juliana Hatfield. Questo pezzo è della prima specie e crea un curioso desiderio di staccare la traccia prima che sia finita …per rimetterla di nuovo e capire se ci stanno prendendo per il culo oppure no.

Virginia Wing – Marnie

Chissá se gli Stereolab suonerebbero così oggi. Londinesi che se la tirano un po’, a torto visto che l’album nella sua interezza sfianca, ma questo pezzo rimbalza sulle mura del mio appartamento infilato in un labirinto immaginario e non accenna a smettere.

And You Will Know Us by the Trail of the Dead – Jaded Apostles

Un lavoro che ti consuma dentro, la tangenziale intasata, le luci da obitorio del supermercato..ti prego sono stanco portami a casa.
Come fai a parlare male dei Trail Of Dead? Quintessenza indie. Un sacco di canzoni un po’ così, nè brutte nè belle ma poi partono quei soliti e stramaledetti tre accordi che ti hanno fregato migliaia di volte e ti ritrovi a casa. Finalmente.

Massimiliano Bucchieri

Fiver # 03.10 (Rassicurazioni)

Parqay Quarts

Parqay Quarts

But, still, it was a strange time for people heavily invested in the underground, a pre-internet moment when indie groups didn’t appear on late night TV as regularly as they do now, you never gave much thought to advertising or PR, and you could walk up to someone wearing a Jesus Lizard t-shirt and know you’d have a lot in common. So, even if you didn’t pay much attention to Nirvana’s ascension, when punk did break, previously small bands were swept up and placed in a context they were unfamiliar with until that moment; as a result, more people were coming to shows, wearing those shirts, and muddying the waters“.
(dalla recensione della ristampa di 24 Hour Revenge Therapy dei Jawbreaker, Pitchfork 16/10/2014)

Sono consapevole di vivere nell’anno 2014, così come sono cosciente del fatto che non riuscirò mai a stare dietro ai mutamenti che l’informatica propone quotidianamente alla mia vita. Questo non perché i cambiamenti non mi piacciano aprioristicamente o li ritenga superflui (non sempre, almeno) ma solo perché sono troppo pigro e tecnologicamente ignorante per tener dietro alle novità.
L’unico social network che frequento è facebook. Non vi dico quanto mi stia sulle palle utilizzare termini inglesi in un discorso espresso in italiano. Eppure di parole inglesi ne ho appena utilizzate tre in un’unica frase. L’ho fatto, come fanno tutti, perché d’altro canto non mi piace per nulla italianizzare definizioni inglesi che viceversa non avrebbero un equivalente per essere espresse nella nostra lingua. Così come utilizzo facebook, allo stesso modo in cui lo utilizzano quasi tutte le persone che conosco, pur non condividendo l’impiego che la maggior parte delle persone che conosco fa di questo strumento. Un congegno che mi pare sia capace di rendere apparentemente stupide anche le persone più intelligenti.
Le due cose, facebook e l’uso di vocaboli anglofoni, ovviamente non sono correlate tra loro, ma il parallelo mi occorre per esprimere un concetto: ci sono cose che non mi piace fare ma che ritengo sia necessario fare. Affermare che certe cose, tipo avere un profilo facebook, siano indispensabili è un pelo esagerato, ne convengo. E’ comunque un modo per dire che capisco come il rifiuto di certi meccanismi possa finire per tagliarti fuori dal mondo, anacronisticamente arroccato su posizioni che ricordano quelle del soldato giapponese trincerato in cima alla montagna, ignaro del fatto che la guerra è finita da un pezzo. Chiarito ciò aggiungo che quando qualcuno decide di prendere una posizione antiquata e fuori dal tempo su questi argomenti, a me quel qualcuno piace da morire. Soprattutto se quel qualcuno non è una persona arcaica quanto me.
Prendete i Parquet Courts ad esempio. Mi è appena capitata per le mani un’intervista da loro rilasciata al Guardian a fine giugno di quest’anno, dove i ragazzi (28 anni il più anziano dei 4) in buona sostanza dichiaravano il loro rifiuto all’utilizzo dei social media a fini promozionali, considerandoli un veicolo niente affatto necessario per far circolare il proprio nome. Un rifiuto che va di pari passo con la scelta di concentrarsi nella pubblicazione di dischi preferenzialmente su supporti analogici (cassette e vinili), anche tramite un’etichetta (Dull Tools) di proprietà del cantante, il pubblicizzare i propri concerti con flyer e poster disegnati a mano dalla band, l’avventurarsi in tour capillari e costanti organizzati da loro stessi, l’affidare la realizzazione dei video nelle mani di amici. Tutte cose che fanno migliaia di band ogni giorno in giro per il mondo, per carità, ma azioni non così usuali per gente che abbia una visibilità simile a quella già ottenuta da loro. Sostanzialmente si parla di fare le cose secondo regole dettate da nessun altro che non se stessi, nel solco che tanti anni fa tracciarono etichette quali SST (corporate rock still sucks, isn’t it?) e Dischord.
Vogliamo mantenere il controllo di ciò che mettiamo in giro: prestiamo attenzione a come vengono pubblicati i nostri dischi e a come vengono organizzati i nostri tour. Il come ti considera qualcuno che vive dall’altra parte del mondo, dipende anche dal fatto che tu decida di andare a fare concerti nella sua città, da quali sono i gruppi assieme ai quali suoni, da come i tuoi dischi vengono pubblicati e pubblicizzati. Ci interessa conservare una visione d’insieme“.
Per descrivere questi nuovi gruppi (Protomartyr, Yuppies, Xerox, Future Punx, Total Control, Eagulls), che provengono da aree diverse del globo e sanno parecchio di antico, c’è già pronto un acronimo tra il serio e il faceto, DIYUSECDIB: do it yourself unless someone else can do it better.
Può darsi sia retorica spicciola buona solo a farsi pubblicità presso una nicchia di pubblico ben precisa.
O è possibile sia quella nostalgia per situazioni ed epoche mai vissute che oggi pare affliggere chiunque e sulla quale i fanatici della modernità sarebbe bene cominciassero a porsi qualche domanda.
Può essere tutto e può essere – anzi quasi certamente sarà – nulla.
Ma la cosa, oltre che farmi sorridere, in qualche modo mi rassicura. E tanto basta, per ora.

Parkay Quarts “Uncast Shadow of a Southern Myth

Ebbene si, i Parquet Courts hanno una pagina a loro nome su facebook. E si è da quella pagina, prima ancora che dalla sezione news di Pitchfork, che ho appreso dell’uscita di un album a nome Parkay Quarts, sigla del progetto che vede coinvolti Andrew Savage e Austin Brown, entrambi chitarristi e cantanti nella band principale. Voi che trafficate con facebook dalla mattina alla sera, vi sarete però senz’altro accorti che quella non è una pagina gestita dal gruppo bensì a fan page of Parquet Courts. La differenza può essere sottile come un foglio di carta velina o spessa come la crosta di una fetta di pane raffermo ma, come direbbe il Merighi, poco importa. Questo primo estratto da quel disco è molto più rilassato delle cose che i PQ hanno infilato nei loro primi due dischi, ma non meno bello. Ha il sapore chill out di un’alba che viene dopo una notte livida, sudata e grondante alcol. Esattamente come questa domenica mattina in cui sto scrivendo, dopo il sabato notte passato. Canzone perfetta.

So Cow “Sugar Factory

Di loro ha già scritto Massimiliano un paio di settimane fa ma non posso fare a meno di tornarci sopra perché almeno quattro delle canzoni infilate nel nuovo album di questi tre irlandesi mi si sono appiccicate addosso e non riesco più a scollarle. Quando ho fatto ascoltare il disco a Cesare mi ha semplicemente detto che questo è un disco 100% Compagnoni. Ho trovato la definizione assolutamente appropriata, allora ho cercato di capire cosa rendesse questo disco un disco Compagnoni al 100%. Sinceramente non mi è venuto in mente niente di meglio di quello che ha scritto Massimiliano per descrivere il trio: storti, strambi, e a tratti irresistibilmente ottusi. Aggiungerei anche: hanno il ritmo, hanno i ritornelli, sono irlandesi ma sembrano americani. Meglio di così.

Viet Cong “Continental Shelf

Il primo album dei Viet Cong in arrivo è uno dei dischi più attesi qui da noi. La canzone che lo anticipa ha una intro marziale molto wave e la voce che la accompagna non fa nulla per sviare i sospetti che laggiù affondano le radici di questa giovane band canadese. Sembra un pezzo dei Bunnymen pitturato con la vernice nera dei Bauhaus se non che in mezzo partono break melodici di un certo rilievo. Gran bella cosa.

Vic Godard and the Subway Sect “Holiday Hymn

Ieri sera sono stato a vedere il concerto di Vic Godard e il giorno prima ero a quello di Morrissey. Con quello che ho visto e ascoltato nelle due sere avrei talmente tanto materiale in mente da poter scrivere un trattato sulla cultura popolare britannica, la musica che ne consegue e il ruolo dei perdenti (e dei vincenti) nella società di oggi. Ho troppa confusione in testa e troppo poco tempo davanti, quindi rimando il trattato a quando sarò troppo vecchio e stanco per fare cose e avrò lo spazio giusto per mettermi a sedere e scrivere sul serio di qualcosa, anzichè starmene qui in rete a cazzeggiare. Nel disco nuovo di Vic Godard che ho comperato al concerto ieri sera c’è anche questa canzone, uscita su singolo nel 1985, poi ripresa anche dagli Orange Juice di Edwyn Collins. Storie di pop inglese e di perdenti, appunto. Magnifico.

Allo Darlin’ “Romance and Adventure

Gli Allo Darlin’ sono il tipico gruppo di cui si dice che se il mondo fosse un posto migliore loro sarebbero in cima alle classifiche di preferenza di milioni di persone. Così non è e tocca farsene una ragione, come di tante cose che in questa vita non girano come dovrebbero. Dovessi consigliare uno dei tre dischi che hanno pubblicato sinora non saprei quale scegliere perché sono tutti ugualmente belli. Dovessi scegliere una delle 11 canzoni di questo loro nuovo album per convincervi che sono il vostro gruppo preferito non saprei quale scegliere per lo stesso motivo. Metto questa solo perché è quella cui sono arrivato ora, tenendo il disco in sottofondo mentre scrivo. Adesso però spengo il pc e mi alzo: mi è venuta voglia di ballare.

ARTURO COMPAGNONI