Cosa resterà di questi anni dieci? (Fiver #26.2018)

La teoria del disimpegno part.2

Il decennio degli anni zero è cominciato col botto. E che botto: era un martedì mattina sui cieli di NY. Primo pomeriggio qui da noi. Si dice che quando capitano eventi epocali ci si ricorda di dove si era o cosa si stava facendo e con chi. Io mi ricordo dov’ero quando cadde il muro di Berlino, quando Bush senior iniziò a bombardare l’Iraq che sembrava di vedere, nel buio del tg notturno, le lucine di un videogame per l’Amiga 500.
E ricordo benissimo quel primo pomeriggio di settembre. Ero a casa mia: un appartamentino che io e Cristina avevamo rimesso a posto all’inizio di via Marconi e quel giorno mia sorella, quella grande, arrivava a Bologna per cominciare l’università.
Suonò il campanello che da poco il Boeing della United si era infilato in diretta mondiale nella torre sud del World Trade Center. Il sabato dopo lavoravo come barista (il barman o bartender con misurino annesso al tempo non esisteva) in discoteca e, malgrado il mio storico antiamericanismo, ricordo di aver apprezzato la quantità di stelle e strisce sulle striminzitissime canotte e minigonne e shorts delle bariste e clienti del Kinki.
Facebook non esisteva. Instagram meno che meno ma già da tempo si parlava di “società dell’immagine”. Gli anni novanta erano finiti da un secolo (il 5 aprile 1994) e le camicione a quadri, i jeans rotti e la musica cattiva avevano lasciato il posto a una seconda ondata di cocaina, dance music e a una nuova generazione edonista in stile anni ottanta piuttosto confusa che avrebbe riempito le strade dei quartieri ex popolari delle città, spostandone le comunità autoctone o adottive ai margini.
Nemmeno Air b&b esisteva e non si faceva couch surfing né si viaggiava con Blablacar. Abitare a Berlino e Barcellona costava meno che a Bologna e la società liquida di Bauman si stava per surriscaldare fino a evaporare nella società gassosa o frammentata o spezzettata o nella nessunasocietà della fine dei nostri anni ’10. Ognun per sé e dio per tutti. E sticazzi.

Disorientato. Così ricordo l’inizio del millennio. Nell’aria c’era la fine di qualcosa e l’inizio di un totalmente altro che, potevamo intuire, non avremmo mai compreso appieno. Né ne avremmo fatto pienamente parte. Lo annusavamo già da un decennio: i novanta, almeno i primi novanta con quella frittata di cyberpunk, grunge, party e il nascente pop ignorante ma acchiappone, da cori allo stadio, che arrivava dall’Inghilterra erano la coda di qualcosa; la fine di un periodo storico. Di un secolo forse, quello breve. Di un’era sociologica. Del Crash di Cronenberg e della macchina che diventava corpo, o del corpo che si fa macchina. Degli incubi di Giger. Della pillola rossa o blu e segui il coniglio bianco. Del postminimalismo americano ucciso dalle mille pagine di Infinite Jest. Da Le Correzioni di Franzen e da Murakami.
La fine di Trainspotting (libro e film), della Yoshimoto e qui da noi di Fluo, che per l’Italia mainstream le pagine della Santacroce sono state uno schiaffone in faccia. Del Castelvecchi editore fighissimo e poi Fazi di Ingannevole è il cuore più di ogni cosa. Di Minimum Fax e la Milano rabbiosa di Genna.
Di un filone che era nato coi Beatles e si chiudeva con gli Oasis, o era nato coi Led Zeppelin e si chiudeva con gli Alice in Chains, per spararla a gradi linee.
Di lì in poi, si sentiva, stava per accadere qualcosa che non potevamo prevedere.
Nella vita e nella musica. Che poi, è buona parte della nostra vita.

Le note del 2000 per me sono quelle di Turn On The Bright Light. La voce di Paul Banks che sussurra il suo “NY cares” mi fa ancora venire i brividi. Nulla di più adatto a una città, ma quella città è un mondo, che voleva rialzarsi dal cumulo di macerie cui la Storia l’aveva gettata.
E proprio in quella città nacque l’ultimo grande “movimento”. Ovvero qualcosa che identifica soprattutto giovani per look, attitudine, uso di determinate sostanze e non altre, musica ascoltata, artisti idolatrati, programmi tv cult. Ecco l’indie. Ecco che la musica alternativa diventava un genere. Qualcosa che usciva dalla nicchia: un fenomeno.
Com’era successo dieci anni prima al grunge di Nevermind, accadde di nuovo con il rock di Paul & Co., poco importa fosse derivativo, non seminale, già sentito nei club da 100 persone. Ora arrivava a tutti, esattamente come l’ondata di Seattle. Se avevi una camicia a quadri (ma piccolini, da nerd, magari col taschino e la indossavi dentro i jeans) e la barba, se venivi da NY, se suonavi lo-fi, se cantavi rigorosamente in inglese con suoni che richiamavano la new wave senza rifarla da manierista. Se idolatravi le serie tv anni novanta ormai vintage alla Friends, se mettevi magliette bianche coi jeans skinny neri e il chiodo. Se avevi il berrettino di lana. Se facevi fotografie con la Canon fine ottanta di papà e mettevi la camicetta bianca e il rossetto rosso alla Mia Wallace, se leggevi l’altro Wallace con prima il Foster. Se ti piaceva la musica folk, qualunque cosa avesse a che fare con una chitarra, se vivevi a Williamsburg o Brick Lane (Shoreditch era ancora avanguardia) o Prenzlauer Berg (Neukolln era ancora off limits se eri un vero duro). Se ti piacevano i tatuaggi old school e gli occhiali con la montatura grossa. Qualche anno dopo, quando già il fenomeno si storicizzava, sfilacciava e dissolveva, li avremmo chiamati Hipster: un mischione di caratteristiche anche lontane tra loro ma che indicavano una e una sola cosa. Che aveva molto a che fare con la musica e con le chitarre.
E da noi? In Italia con i soliti anni di ritardo, lo stesso: dopo il pop di madonna e le ragazze vestite da cavallerizza, dopo l’implosione del rock con i Radiohead che pubblicano in fila KidA e Amnesiac, dopo un momento di smarrimento in cui sembrava che nessuno avrebbe più suonato se non con “le macchine”, ecco arrivare Is This It e Whatever People Say I Am, That’s What I’m not e i locali storici punkrock mettono un “Club” dopo il nome e boom: fila all’ingresso e invece che i soliti quattro nerd fissati con la musica lo-fi ecco schiere di rossetti e capelli pettinate, camicette e jeans selezionatissimi. Anche qui l’indie diventa moda e per un po’ quasi mainstream. Piace a tutti, soprattutto a tutte. Festa grande.

E poi, questi anni dieci? Che è successo? Che anni saranno nei nostri ricordi? Gli anni dei muri tirati su pochi decenni dopo averne abbattuti altri? Della politica che si suicida eleggendo i più stupidi e meno istruiti possibili? Della democrazia che arrivando alla sua assoluta compiutezza – il popolo oggi è veramente al potere in molte repubbliche, sicuramente da noi e in America c’è popolo nella sua accezione più popolare, quello della faciloneria, dell’ignoranza e della diffidenza, dell’amore per la paura e per il far west – si suicida portandoci a nuove forme di governo che si studieranno nei libri di scuola del terzo millennio?
Chissà. Per ora, per noi che li viviamo, sembrano solo un po’ tempi bui: una spruzzata di medioevo culturale (terrapiattisti, rettiliani, antiabortisti prolife, furttariani novax e rincoglioniti di ogni specie ci assediano), un po’ di noia sul fronte artistico/letterario con le solite (per fortuna) stupefacenti eccezioni che rendono la vita degna di andare avanti.
Il tempo ha subito una strana, brusca, decelerazione. Dopo il decennio del turbo – la rete che da email inviate in diversi minuti divenuta partner inseparabile e in real time delle nostre vite e così il concetto di sharing. I social, Spotify e un nuovo modo di ascoltare, vivere, consumare la musica – ci siamo trovati in uno stagno. Le grosse rivoluzioni, soprattutto tecnologiche, le sentiamo come qualcosa che appartiene al decennio scorso. La crisi economica è ormai pane quotidiano da Goldman Sachs. Gli attentati jihadisti non fanno nemmeno più così paura. La sensazione di smarrimento è relegata al privato: ognun per sé ma dio ha fatto le valige e se n’è andato in vacanza. E sticazzi di nuovo.
E la musica? La nostra, non quella da stadio né da televisione, che storia ha vissuto? Le chitarre che dovevano morire sono morte? Il pop che doveva invaderci ci ha invaso? Il rap che doveva soppiantare il rock l’ha ucciso?

L’indie è morto, o forse è solo tornato nicchia. È tornato “alternativo” a qualcosa. Ma non soltanto a San Remo e XFactor, ma anche alla riscoperta della musica italiana. All’It Pop, così lo chiamano.
Al Covo il venerdì sera non ci sono più le file di gnocche da disco e non si ballano i pezzoni folk alla Edward Sharpe. Loro, le gnocche da disco, sono diventate grandi e le sorelline minori sono tornate a sculettare proprio nelle disco. A ballare rap, trap. Nei club che frequento io – ormai poco, l’anagrafe ha le sue pretese – magari passa ancora il pezzone che fu della pubblicità Vodafone come passano i Los Campesinos!: qualcosa di bellissimo che abbiamo amato. Qualcosa che fa parte del passato. Che fa andar giù di testa chi ha la patente da almeno quindici anni. Così come le tracce riempipista di MGMT, The Naked and Famous, Clap Your Hands Say Yeah. Gli anni zero sono stati, abbiam detto, gli anni delle chitarre. Dei “bei tempi” per chi amava l’alternativo, il lo-fi, il rock che non andava nei palazzetti e poi, all’improvviso, riempiva le arene.
E in Italia? Qualche giorno fa Mainstream di Calcutta ha compiuto tre anni. Inutile negarlo: quel disco – quello e il mondo che gli gravita attorno, ma quel disco come simbolo, riassunto di un’attitudine – ha ribaltato gli schemi. It pop. Dieci anni fa se non cantavi in inglese qui da noi non facevi date. A meno che non fossi da “Amici” o “X Factor”. Oggi se non canti in italiano nei club indie non suoni. Qualcosa dev’essere successo.

It pop. Un po’ di Luca Carboni, Tozzi, tastierine anni ottanta, pezzi semplici e ritornelli che dopo il primo ascolto si piazzano in testa. Felpe anni novanta comprate in Montagnola. Il berretto, che se lo metteva Bon Iver lo mettiamo anche noi che fa citazionismo del decennio passato, dei fratelli maggiori.
Piaccia o no, la scena è cambiata. E, piaccia o no, tre anni fa tutte voi avete postato su Instagram una foto di una pizzetta con il commento “mangio la pizza e sono il solo sveglioooooo”.
Quindi, onore al merito. Ma la mia domanda è: e adesso? Citando il Raf scopiazzato da Paradiso and friends, “cosa resterà di questi anni” Dieci? C’è chi dice da un po’ che dovevano essere gli anni della fine delle chitarre. Ma Courtney Barnett, Kurt Vile e Ty Segal? Mac DeMarco e Angel Olsen? Quel ragazzino di King Krule che mi ha lasciato a bocca aperta con un live pazzesco questo aprile a NY? Oltre l’It pop c’è vita?
Chiedo aiuto ai maestri.
Arturo, già ti vedo scuotere la testa col tuo piglio da “non mi gaso più veramente per un nuovo disco dai tempi della battaglia di Waterloo”, però, aiutaci tu: cosa resteraaaaaaaaaa, di questi anniii dieciiiiii?
Fabietto, sindaco del Pigneto e cugino di Mac (si dice anche marito di Angel Olsen ma c’è chi vocifera sia solo gossip), almeno tu che stai sul pezzo, che di musica e vini nessuno ne sa più di te, dimmi qualcosa. Anzi, dicci di più con Merola, che mi illumina su Kalporz.
Fabio Nirta, che di mash-up e tendenze ne sai a pacchi più di me, indicami la via.
Palla e Mazz, voi che della musica fate il vostro pane quotidiano, ditemi voi.
Damir, che lo so che sotto sotto ridacchi e godi perché il clubbing ha ormai soppiantato i concerti e pure il rap gode di nuova giovinezza mentre noi rocker ormai non sappiamo più contare le rughe, dimmi qualcosa tu.
Cosa ricorderemo di questi anni dieci? Soprattutto di quello che ci circonda, della nostra musica nelle nostre città.
Vero, l’Italia non è il mondo e forse questo momento dei figliastri del buon Edoardo che fanno soldout nei club che noi amavamo, pardon, amiamo; dei quasi rapper deroma che fanno doppio soldout all’Estragon (e non cominciamo a snocciolare i nomi di chi non riempie neanche il Freakout che mi metto a piangere) forse è solo una fase. Qualcosa che passerà e qualcuno tirerà un sospiro di sollievo e gli altri, semplicemente, dimenticheranno.
Ma qualcosa è successo anche lì fuori. O no?
Non lo so. Spesso noi italiani tendiamo a italianizzare il mondo e pensare che davvero tutti abbiano un DiMaio al tg e un Canova soldout. Però non lo. Ho una certa età e poi, si scrivono pezzi così un po’ per provocare, un po’ per divertirsi che comunque è musica e non fa male a nessuno: quella brutta basta non ascoltarla.
Ma adesso sono davvero curioso e quindi, dopo tutto ‘sto pippone sugli ultimi vent’anni, giovani, voi che siete più sul pezzo di me, che avete ancora le orecchie fresche e sicuramente più piene di me di attitudine pop, rnb e magari sopportate la trap eccetera eccetera, ditemi.
Cosa resterà di questi anni dieci?

Fabio Rodda

Abbi dubbi (Fiver #23.2018)


Avevo da poco passato i vent’anni e frequentavo controvoglia la facoltà di Economia e Commercio all’Università della mia città, una delle più antiche del mondo come ci hanno sempre raccontato. Vai a sapere se poi effettivamente lo era; a quei tempi nessuna rete si preoccupava di smentire o confermare qualunque ipotesi. L’età dell’innocenza, bei tempi, certo.
Comunque sia noi ci credevamo ed eravamo pronti al ruolo da comparse di secondo piano alla fiera circense delle celebrazioni per il suo nono centenario. Una discreta pagliacciata a dire il vero.
Non è che mi trovassi granché bene in quell’ambiente, ma lì ero e lì stavo, senza peraltro giovare dei tanti vantaggi fruiti dagli studenti fuori sede, arroccati dentro il perimetro di quelle mura che un tempo delimitavano il centro storico. Abitazioni fruste, addobbate con mobili di formica sbrecciata, linoleum ondulati e materassi informi, manco quegli alloggi fossero impegnati in una eterna sfida all’emulazione del padre di tutti gli appartamenti da fuori sede della città: la leggendaria Traumfabrik di via Clavature 20. Che poi se a quegli studenti miei coetanei avessi azzardato una domanda sui Gaznevada, gli Stupid Set, gli Hi-Fi Bros o i Confusional Quartet quelli neanche sarebbero andati vicino a indovinare di cosa si trattava. Tanto a loro erano sufficienti due dritte su Pentothal e Zanardi per ritenere autorizzata la propria iscrizione al club bohémien degli anticonformisti da weekend. L’importante era credersi parte dell’avanguardia, perché l’avanguardia è un cuneo – si sa – e a fronteggiare quel cuneo in trincea meglio lasciarci gli altri, come ricordava Radio Città 103 col suo jingle in onda ogni mattina all’apertura delle trasmissioni.

Io invece vivevo con la mia famiglia in un borghesissimo appartamento appena fuori Murri, là dove la strada misurava l’arrampicata verso la collina per poi ritirarsi in fretta tornando rassegnata verso la città, prima morbida sulla linea ondivaga di via Fleming, poi giù a strapiombo dritta per via La Castiglia, sfociando come un fiume in piena sul mercato rionale di Chiesanuova.
In quei giorni, a uno dei due cinema di via San Felice che oggi non esistono più, programmavano un film canadese: Il declino dell’impero Americano. Non ricordo con chi andai a vederlo, probabilmente da solo.
Il Sundance non era ancora nemmeno nei pensieri di Robert Redford e io avevo pochi amici che si interessassero ai film del circuito indipendente. Anzi non avevo molti amici in generale, poi mi è sempre piaciuto andare al cinema da solo, per quanto poche volte mi sia in realtà capitato di farlo. Volendo stare in compagnia quell’anno sarebbe senz’altro stato più comodo puntare sul Tom Cruise di Top Gun, il Lambert di Highlander o l’accoppiata Rourke/Basinger di 9 settimane e ½, che peraltro avrebbe anche asfaltato il percorso verso serate di un certo rilievo in compagnia della fidanzata di turno.

Ammetto di averli visti tutti e tre quei film, inutile bullarsi del contrario. Anch’io una morosa da accontentare l’avevo e spianarmi la strada con lei mi pareva cosa saggia, anche a costo di pagar pegno di fronte a qualche pellicola di dubbio gusto. Del resto non ho mai fatto coppia con una studentessa del Dams che avrebbe indubbiamente meglio assecondato il mio interesse nei confronti di pellicole certamente più interessanti, tipo Velluto Blu, La mosca, True Stories e soprattutto Manhunter, uno dei miei preferiti di sempre. Tutti film usciti quello stesso anno, ché ora internet esiste, wikipedia pure ed è troppo comodo rivolgerglisi per poter dubitare della sua effettiva onniscienza. Ma, a parte le citazioni a caso appena dispensate, non è effettivamente di cinema che mi interessa scrivere ora. Anche perché se lo facessi cadrei presto in buca con uno dei tanti allievi del Dipartimento di Arti Musica e Spettacolo che oggi, al contrario di allora, conosco e frequento.

Volevo solo ricordare come a un certo punto di quel film canadese uno dei personaggi pronunciasse una frase che da allora si è inserita stabilmente nel catalogo dei miei aforismi preferiti: i migliori affondano nel dubbio mentre i peggiori sono pieni di incrollabile fervore.
Non so perché ma in questi giorni quella frase, che da allora conservo appuntata in una vecchia agenda, mi torna in mente spesso. Anzi il perché lo conosco benissimo ma non ho voglia di trattarlo. Non qui perlomeno.
In un’epoca in cui ogni opinione viene confusa con l’enunciazione di un preciso e incontrovertibile teorema matematico, avere dubbi è talmente fuori moda che ogni volta che me ne sorge uno preferisco tenerlo per me.

Nella vita ho messo in dubbio tantissime cose, ponendomi mille domande riguardo situazioni importanti ma anche rispetto faccende risibili e piuttosto inutili ai fini pratici. Così facendo mi sono terribilmente complicato l’esistenza e di converso non saprei proprio dire se in tal modo mi sia effettivamente guadagnato un posto tra “i migliori”, come recitato dalla massima del film canadese di cui sopra. Né mi interessa a dire il vero, ché tanto coltivare dubbi per me è sempre stata una necessità, non una scelta.
Ma a conti fatti devo ammettere di provare un pizzico di invidia per la stragrande maggioranza delle persone che viceversa detengono uno sterminato elenco di certezze riguardo ogni argomento. Quelli che hanno sempre un’opinione, quelli che non si pongono quasi mai domande, quelli che marciano per sequenze di dogmi senza sollevarsi problemi e non si prendono mai la briga di verificare la correttezza del proprio pensiero.
Il confronto è faticoso e rischia di far vacillare il giudizio, meglio evitarlo.
Vorrei essere come loro, anche solo per un giorno.

Chi dubbi non ne ha chissà cosa farà
dimmi dimmi dimmi dimmi, tu quanti dubbi hai
ebbi dei dubbi già il primo giorno di scuola
e all’Università ebbi dei dubbi ancora
non ebbi dubbi solo sul rock ‘n’ roll
non ebbi dubbi solo sul rock ‘n’ roll
nemmeno un dubbio solo sul rock ‘n’ roll!

(Edoardo Bennato)

Consigli per gli acquisti

Terry ” Bureau da I’m Terry (Upset the Rhythm, lp) in uscita il 16/11/2018

Terzo album, terzo centro.

Our Girl “In my Head da Stranger Today (Cannibal Hymns, lp)

Trio femminile di Brighton, album di debutto tra shoegaze e grunge.

The Shifters “Straight Lines da Have a Cunning Plan (Trouble in Mind, lp) in uscita il 21/9/2018

Melbourne oggi (ma anche Glasgow 1979, Auckland 1989, Londra 1986, Olympia 1990).

Bad Moves “Spirit FM da Tell No One (Don Giovanni Records, lp) in uscita il 21/9/2018

Da Washington DC, primo album: a perfect power-pop album, alternately explosive and vulnerable, loud and tender.

Parquet Courts “Wide Awake! – Danny Krivit Re-Edit da Wide Awake Remixes (Rough Trade, 12″) in uscita il 28/9/2018

Dance to the underground, one more time.

Arturo Compagnoni

Case e canzoni (Fiver #17.2018)

50829-image_5a943ef55f83fQuando era piccolo viveva in questo posto abbastanza assurdo. Una casa arrampicata su un costone di una montagna. Davanti, sopra e sotto nulla, se non mare. L’immensa doppia finestra era spalancata su un immensità blu. La doppia finestra nel suo ricordo serviva per posizionarci le statuine del presepe o i soldatini e non altro visto che nelle notti di vento costituiva un baluardo risibile. E il suo sonno era tormentato da fischi e ululati. Voci di vecchi marinai. E spiriti di donne in attesa sul molo.
Alza. Alza le braccia. Afferralo prima che caschi. Guarda. Guarda giù. Senza vertigini.
Fine anni ’60 primi ’70, anni austeri senza fronzoli. Molta anima. A pensarci bene come le canzoni degli Iceage.
Un vecchio cabaret scrostato. Deschi imbanditi di cuori sanguinanti. La grande immagine di Nick Cave sul bancone mentre loro si versano l’ennesimo whiskey.
Come make me real, real
You reel in then you catch it
Catch it, catch it, catch it, catch it

ICEAGE – CATCH IT

La prima casa padana era silenziosa. Nel cortile aveva una fontana. Circondata da assurdi nanetti. Posta sulla sommità di una discesa ripida tornare a casa era sempre complicato. Zona precollinare sommersa dal grigiore autunnale. Pomeriggi con la copertina di Heroes sulle ginocchia. Altrove esplodeva tutto mentre lui combatteva con quel senso di irrisolutezza tipico dell’età minore maschile.
Scivola. Scivola come l’acqua. Come le mie ginocchia. Bravo bambino. Cattivo ragazzo. Sali. Sali con cautela.
Decennio ’79-’80. Malinconia sospesa mista a spensieratezza. Il mare che mancava e una torta da mangiare senza scrupoli. Sea And The Cake.
Pop matematico, non una nota fuori posto. Quando ci posizionano dentro anche il cuore sprigionano scintille.
Standing here with nothing to find
It’s been cold for days alone
I’ve been holding on

SEA AND THE CAKE – COVER THE MOUNTAIN

Spostarsi di poche centinaia di metri mentre dentro ci si spostava di centinaia di chilometri. Casa grande sommersa dal verde senza personalità, perfetta per questi anni ’80 belli e senza anima per molti ma non per noi. Esplodeva la musica nelle nostre vite. I Clash in Piazza Maggiore e a Firenze e, dopo, tutto il resto. Nuovi sogni dorati mentre si amava fortemente questa strada.
Corri. Corri senza fermarti. Apri. Apri quella porta e un altra ancora. Sorridi. Sorridi forte fino a farti cadere la faccia.
Ci si sentiva centrati. Lucidi. Come forse solo i Parquet Courts e pochi altri in tempi recenti.
Nothing is normal
Manipulated into believing
I’m exercising skepticism
Honesty is everything

PARQUET COURTS – NORMALIZATION

La Capitale.. Uno spostamento fisico ma non dell’anima. La strada era tracciata. Lui aveva la Cura all’epoca. Musicalmente disfunzionale. Avventure a perdifiato con la location migliore al mondo. Ogni tanto si dispiaceva che, dopotutto, non la aveva mai vista con la luce del sole.
Un disco. E poi un altro ancora. Bacia. Bacia ancora. Bevi. Bevi forte. Il Muro Torto. Meno torto di te quasi sempre.
I sanpietrini solcati da tante Courtney Barnett.
Potenti e con quel ghigno alla “faccio quelchecazzochemipare” semplicemente irresistibile.
You must be having so much fun
Everything’s amazing
So subservient I make myself sick
Are you listening?

COURTNEY BARNETT – CHARITY

Il ritorno. Un altro paio di case. Tutto sembra trovare un senso dietro a un microfono o con una penna in mano. Fuori, nel mondo vero, molto meno. Grandi gioie, altrettanti dolori. Finta risolutezza, senso da fine gara ma quando apri gli occhi scopri che non sei neanche a metà strada. Scarsa affinità con la realtà, la forte sensazione di aver cominciato a capirci qualcosa tardi. Molto tardi.
La consapevolezza che, per quanto puoi esserti mosso, per quanto hai provato a scuoterla, alla vita non sei neanche riuscito a scompigliarli i riccioli. Forse.
Mangia. Mangiami l’anima. Insisti. Resisti. Passa. Non passa. Passerà. Stai. Stai male. Parti. Riparti.
Malkmus a cavallo gli fa un po’ girare le palle. I pezzi potenti e dissonanti dei Pavement erano grandiosi ma erano le loro cose più malinconiche che gli facevano sanguinare il cuore.
Ma Stephen non ha perso questa capacità. Oh proprio no.
Make up an innocent, average girl
Kissing under prairie moon, no one knows
She’s so amazing
Love and poverty, wealth and hate
How you gonna beat it out if you don’t know?
You don’t have to forget

STEPHEN MALKMUS – SOLID SILK

Massimiliano Bucchieri

And all I got left is this shit attitude (Fiver #11.2018)

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Parquet Courts è il gruppo che parla alla mia coscienza. Uno dei pochi rimasti. Mi dice che non è ancora tempo di mollare, che i vecchi rituali hanno ancora un senso: mettere un disco sul piatto del giradischi e premere il tasto play, per esempio.
Ricordi, sensazioni, vissuti ancestrali, migliaia di canzoni ascoltate anno dopo anno, letture, concerti, discussioni, tutto per vivere quel momento ancora una volta: sentirsi a casa, finalmente.
Un ritorno a se stessi e al mondo, verso l’inizio, verso quell’inconoscibile che mi appartiene da quel giorno che ascoltai per la prima volta le note di Radio Free Europe. Trentacinque anni fa.
I Parquet Courts suonano come una razza in via d’estinzione.

PARQUET COURTS – WIDE AWAKE!

Sei anni fa pubblicarono un disco clamoroso, da tutti accolto come un esordio anche se in realtà non lo era davvero. La stampa specializzata lo elogiò con un certo distacco. I discepoli dell’ Ancien Régime come noi si fecero conquistare all’istante.
L’anno successivo, il primo concerto in suolo italico. Una roba da biglietti in prevendita, trasferta come si faceva un tempo, SG al gran completo. Convinti di trovarsi dinanzi ai nuovi Sonic Youth. Del nostro stesso avviso altri 35 disperati, sopravvissuti a chissà quale epoca. Ci eravamo immaginati la salvezza dell’indie-rock e ci ritrovammo tra le mani una band che non ne voleva mezza di indicare una via d’uscita. Meglio così, in fondo.
Nel frattempo hanno pubblicato un disco all’anno, come si faceva una volta, tra collaborazioni anche sorprendenti (l’ultima in ordine di tempo con Daniele Luppi) e pure un disco solista (quello di A. Savage) splendido. Preludio all’ inevitabile cambiamento. Il tempo sarà pur un’illusione ma intanto una metamorfosi diventa necessaria, come se fosse una questione di sopravvivenza.
Lo si capisce fin dalle scelte più banali: Danger Mouse alla produzione con gli inevitabili allarmi che scattano manco ci fosse uno tsunami in arrivo e relative scene di panico. Poi ti accorgi che al massimo suona come un brano della Blues Explosion e tiri un sospiro di sollievo. Il nuovo disco può arrivare. Noi saremo al nostro posto, come sempre.

PARQUET COURTS – Almost Had To Start A Fight / In And Out Of Patience

I primi 90 secondi suonano come i Fugazi, alla faccia di aver assunto dietro il desk uno dei maggiori produttori pop del momento. Tanto che ti chiedi che senso abbia. Sembra solo una maniera di sparigliare le carte in tavola pur sapendo fin da subito che alla fine indosserai le stessa vecchia camicia e finirai per accendere il solito amplificatore. Con un pizzico di funk bastardo, vigliacco, sporco e assassino che farà capolino qui e là……. Funky music playing in my head…che spettacolo, ragazzi!

COURTNEY BARNETT – Need a little time

Non so come sarà il nuovo album di Courtney Barnett. Non m’interessa proprio, a dire il vero. Per quanto mi riguarda potremmo fermarci pure qui, a questa canzone.
Primo: adoro il tono scazzato con cui canta.
Secondo: avrei anch’io bisogno di un attimo di tregua.
Terzo: ho pensato ad Evan Dando.
Quarto: ho ascoltato i Big Star, subito dopo.
Quinto: c’è speranza, alla fin fine!

ELEONOR FRIEDBERGER – In Between Stars

Mi immagino a guidare una cabrio, su una qualsiasi delle autostrade che da downtown portano a Santa Monica. Fermarsi al semaforo proprio sotto il palazzo della Capitol Records. Tower Records è lì a due passi, sul Sunset Strip. Le vetrine espongono la pubblicità del nuovo Stevie Wonder, Innervision è un capolavoro e non si ascolta altro. Anche noi bianchi, piccolo borghesi, che amiamo il rock ma certi dischi, insomma, sono di un’altra categoria, non c’è neppure bisogno di spiegarlo.
Il nuovo singolo di Eleonor è una roba così: ti fa battere a tempo il piedino. Ha un groove leggero e un velo di malinconia che ti prende la gola.

It happened so very long ago
We don’t know when or how
Nobody knows what we’re doing here even now

Una canzone come se il punk non fosse mai esistito. Come se fosse il 1973. Non so esattamente se sia una buona cosa ma ogni tanto lo è di certo. In quei momenti prima che mi venga voglia di ascoltare gli X di Exene Cervenka, per dire. LOOOS ANGEEELEEESS……

CAVERN OF ANTI MATTER – Make Out Fade Out

Uno dice Stereolab per comodità che sfocia nella pigrizia. Ma Cavern Of Anti Matter stanno prendendo una direzione che con il passato ha poco da spartire, ormai. Se vi interessa come registrano in studio leggete The Quietus ve lo sanno spiegare meglio di quanto io possa provare a fare, ma è tutta una storia di incisioni che vengono riprese, smontate e rimontate. Di sintetizzatori e parti di pc che non ho mai nemmeno sentito nominare. Una di quelle faccende da nerd che agli ignoranti come il sottoscritto piace da morire, del resto parlate con uno che ancora oggi crede che Kevin Shields sia un fottuto genio. La verità è che questa roba qui suona alle mie orecchie come qualcosa di inedito, nonostante le influenze che con un po’ di buona volontà diventano riconoscibili. Proprio questa difficoltà di collocarsi, di muoversi in un territorio che non si capisce bene, di suoni e ritmi che ti lasciano stupito e interdetto, è la forza di canzoni assolutamente singolari, per certi versi assolutamente irripetibili.

CESARE LORENZI

Good Stories are Bad Lives (Fiver # 09.2018)

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Le persone dal pianto facile non mi hanno mai persuaso. Le lacrime sono una faccenda importante e non andrebbero spese invano, un po’ come le parole.
Così come le parole più belle sono quelle che non si ha il coraggio di pronunciare, le lacrime più belle sono quelle trattenute. Quelle che velano lo sguardo e pare vogliano straripare da un momento all’altro ma restano lì, frenate dagli argini del pudore. Un tempo mi capitava più di frequente di vivere certi momenti, quelli in cui il pianto galleggia sul bordo delle ciglia come acqua di un fiume a un passo dall’esondazione dopo un diluvio. Ora è molto più raro. Se è vero che le lacrime possono rappresentare lo sciogliersi dello strato di ghiaccio che avvolge l’anima (questa non è mia, confesso), dovrei ammettere – non senza dispiacere – che il tempo ha reso sempre più spessa la coperta di ghiaccio che come un drappo funebre incarta la mia di anima, rendendo in tal modo arduo il disgelo.
Quando capita tengo il momento in debita considerazione e ne faccio tesoro.

Iceage “Pain Killer

La musica mi entusiasma sempre meno. Ma non è colpa sua. Anche perché in realtà non è solo la musica a coinvolgermi poco. Ne parlavo l’altro giorno con un’amica. Si discorreva a proposito degli ultimi film visti; arrivato alla fine di un lungo elenco mi sono accorto che di quei film non ce n’era uno che mi avesse davvero convinto, nessuno adatto a far scattare la scintilla. Encefalogramma tendente al piatto, averli visti o non averli visti tutto sommato non ha spostato nulla. Allora ho provato a ampliare il discorso. Magari si tratta solo di un periodo sfortunato per la creatività di sceneggiatori, registi e attori. Sono andato indietro nel tempo per quanto potessi ricordarmi ma niente, ancora il vuoto.

Parquet Courts “Almost Had to Start a Fight/In and Out of Patience

Da un paio d’anni ho deciso di riprendere a leggere libri con una certa costanza. Mi sono iscritto alla biblioteca comunale ché ormai nella libreria di casa mia non ho più spazio per la carta. E ho cominciato a macinare pagine. Da allora mi sono passati per le mani una cinquantina di libri, per lo più romanzi di narrativa contemporanea. Franzen, Albinati, Cognetti, Zadie Smith, Lauren Groff. Di quanto ho letto mi è rimasta addosso solo qualche frase a effetto che ho diligentemente appuntato sul quaderno. Citazioni buone per catturare l’attenzione di qualche interlocutore impreparato. Nessuna storia che valesse sul serio il tempo speso a leggerla. Livello di coinvolgimento personale non pervenuto.
Suppongo sia normale dopotutto. Sono quasi sicuro che dipenda da me e non dagli autori. Immagino che arrivati a una certa età la mancanza di entusiasmo sia inevitabile, soprattutto se negli anni si sono fatte molte cose. Tutto visto, tutto ascoltato, tutto analizzato e discusso. E’ una storia vecchia.
Negli anni ho divorato film, libri e dischi con frenesia, con la febbrile impazienza di scovare ciò che mi piaceva, quello che pensavo avrebbe alzato il livello, migliorato la qualità della mia vita. Forse avrei fatto meglio a rallentare la ricerca dosando le scoperte. Avrei dovuto tenermi qualcosa per dopo. Rimanere leggero e scivolare sopra le cose anziché provare a passarci attraverso.

Insecure Men “I don’t Wanna Dance (with My Baby)

Non mi piace più andare ai concerti. No, non è vero. Non è che non mi piaccia più, del resto andare in un locale a vedere suonare qualcuno è la sola forma di attività sociale che per quanto mi riguarda abbia sempre avuto un senso. Però non mi diverto più, questo è innegabile. Per lungo tempo ho pensato che a un concerto gli assenti avessero sempre torto. Qualunque cosa succeda sul palco vale sempre la pena essere lì davanti, a guardare e ascoltare. Ultimamente non ne sono più così sicuro. Al netto del contorno accessorio ad un concerto (amici, bar e qualche sporadica occasione di flirt per quelli che ancora ci credono), mi trovo sempre più spesso a confrontare la qualità del piacere sperimentato nel tempo trascorso in un club per il solo gusto di assistere a un live, con quello che avrei provato facendo altro. E il risultato del confronto non mi piace per niente. Anche perché “l’altro” che avrei potuto fare ha a che vedere perlopiù con i cuscini del mio divano e uno schermo a led, che sia il video di un televisore, il monitor di uno smart phone, di un tablet o di un pc poco cambia.

Go-Kart Mozart “When You’re Depressed

E’ per tutto questo e in questo personalissimo contesto che i dischi di Will Toledo valgono così tanto per me. Un ragazzo che ha meno della metà dei miei anni, che è nato a Leesburg (Virginia), vive a Seattle e ha orientamenti affettivi, definiamoli così per non offendere nessuno, diversi dai mei. Tanto per misurare tutta la distanza che c’è tra lui e me. Eppure Will Toledo è uno che scrive canzoni che dicono davvero qualcosa riguardo la mia vita. Uno che arriva a toccare punti che nessun altro lambiva più da tempo, sia con la musica che con le parole. Uno che frantuma le difese e raggiunge dritto il centro.
Mi ricorda quello di cui ogni tanto ho bisogno e che sempre più spesso dimentico di cercare.
La necessità di piangere.
E la voglia di sanguinare.

Car Seat Headrest “Bodys

Arturo Compagnoni

Soul Food (Fiver #39.2017)


Quand’ero piccolo non avevo un rapporto particolare col cibo.
Mangiavo quello che mi serviva, punto.
Negli anni successivi l’argomento mi ha interessato un po’ di più.
Non so cucinare, credo che la cucina sia quella stanza dove c’è del fuoco e alla quale l’ingresso mi è precluso per manifesta inettitudine, ma ammiro chi ne è capace.
Il cibo. Se ne parla tanto. Se ne scrive tanto. Una questione culturale viene detto da molte parti.
Non mi permetto di dissentire, anche se talvolta è un tema che mi comincia ad annoiare.
Se parlare di musica è danzare d’architettura, discettare di cibo è recitare di scultura?
Bologna in questi giorni è stata nominata (si è autonominata?) capitale del cibo.
Un’operazione commerciale audace. Immoralmente commerciale si sussurra da più parti.
Ci sono stato. Non mi sono sentito molto Fico in realtà.
Un’incredibile, immensa cattedrale nel vuoto squallore della zona artigianale.
Un’operazione, per noi che abitiamo questa città, ai limiti dell’assurdo.
E che probabilmente sarà un successo.
Perché, dopotutto, che ne sappiamo noi di logiche commerciali? Noi poveri sfigati che ci litighiamo pezzi di plastica rotondi e affolliamo piccoli locali scalcinati per omaggiare altri sfigati come noi?
Tutto apparentemente assurdo dicevamo.
Un po’ come “Milano”, un progetto estemporaneo che rende omaggio all’edonismo anni ottanta della capitale lombarda con citazioni di Antonioni, Alda Merini e mobili d’autore confezionato dallo strambo sodalizio messo in piedi da Daniele Luppi e dai “nostri” Parquet Courts ed al quale, inizialmente, avrebbe dovuto partecipare anche Mark Mothersbaugh dei Devo.
Un produttore, arrangiatore, compositore, cesellatore di suoni dalle esperienze più disparate (Danger Mouse/Norah Jones/Mike Patton/ Gnarls Barkley..) ed i degni eredi dei fasti newyorchesi, degni abitanti di una casella nella grande scacchiera che parte dai Velvet Underground e attraverso Ramones e Sonic Youth, per citare solo alcuni tra centinaia di nomi, arriva fino a loro.
Un giovane amico romano osservava argutamente che al loro meglio, dissonante e melodico, i PC “te fanno salì la rivolta”.
E anche gli strilli di Karen O (bentornata, cazzo!) te la fanno salí. Di brutto.
Un gigantesco pentolone dove gli ingredienti sono le solite robuste dosi Lou Reediane, l’usuale gusto melodico sghembo pavementiano e imprevedibili sapori cinematici, il tutto amalgamato dalle sapienti doti produttive di Luppi.
Il risultato è un disco breve, intenso, strambo e divertente.
Con un buon sapore.

DANIELE LUPPI & PARQUET COURTS – Soul & Cigarette

A SAVAGE – Indian Style

A Savage è uno dei due cantanti dei Parquet Courts e sta emergendo come figura di prima grandezza nell’odierna scena musicale. Ha una faccia da professore universitario e una grande passione per i Crass. Il suo primo disco solista è un affare per anime disincantate ma con un sorriso amaro che affiora alle labbra. Il nome che sovviene più spesso è quello di Bill “Smog” Callahan.
Indian Summer ha un incedere classico ed è calda e dolce come lo zabaione di tua madre dopo la partita di calcio al campetto.

KING KRULE – Dum Surfer

Quante volte usiamo a sproposito il termine genio? Nel caso del ventitrenne Archy Marshall di certo non è sprecato.
Tra Joe Strummer e Chet Baker the OOZ è un viaggio notturno diperato, rabbioso che ti accarezza, ti scuote e ti entra dentro. Ti costringe a pensare e ti fa male. Don’t suffer sembra sussurrare Archy lungo questo blues da terzomillennio ma non puoi fare a meno di farti male ancora ed ancora, così come ingolli l’ennesimo Moscow Mule.

SHAME – One Rizla

Considerato quanto si mangia male in Inghilterra viene da pensare che il tempo risparmiato senza cucinare sia da sempre investito in sala prove.
Gli Shame arriveranno a maggio dalle nostre parti ed è un nome su cui molti scommettono.
Più malinconici del classico gruppo britpop. Infinitamente più catchy del classico gruppo di loser shoegaze.
Una felice anomalia da cui attendersi belle cose.

KINDLING – Destroy Yrself

Perchè nel suo cervello c’è tutto il giorno il suono di una chitarra distorta soffocata da una melodia dolce e disperata.
Perchè nei suoi occhi ci sono solo giorni di poggia sottile e insistente su vasti prati verdi scintillanti.
Perchè Lush per lui non sarà mai un negozio di saponi.
Perchè lui sui biglietti di auguri non scrive mai TVB ma MBV.

Massimiliano Bucchieri

Pongo (Fiver #26.2017)

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Kevin Morby

Ci guardavamo un po’ intorno l’altra sera al Festival Arti Vive a Soliera, prima e dopo gli eccellenti concerti di Kevin Morby e His Clancyness. Si ragionava sul fatto che la logica che regolamenta l’ affluenza ai concerti che ci interessano si può riassumere in una regola. Una regola rigorosa. Una regola non scritta ma che ci accompagna da sempre.
La regola della pallina di pongo.
Giá, come le palline gommose che aveva mia figlia, che potevi tirare fino a farle diventare una specie di frittata o comprimerle fino a ridursi a poco di più di una noce.
E non c’è niente da fare, puoi fare il concerto più bello nel posto più affascinante, di venerdì sera, in una sera di estate con ottimi artisti, farlo gratis, ma alla fine, al netto di quelli che passano con i passeggini, dei curiosi col gelato in mano o la piadina, di quelli che sí, sono venuti, ma parlano col loro vicino rumorosamente (magari di Vasco), quelli che restano sono sempre gli stessi. Li potremmo numerare, tipo squadra di calcio con i nomi stampati ad arco sul dorso delle magliette.

Kevin Morby – City Music

Siamo sempre gli stessi, ci conosciamo bene, siamo quelli che si fanno 1200 km per venire a suonare in un festival davanti a facce amiche, siamo quelli che lasciano la famiglia al mare, nonostante 40°, e si fanno centinaia di chilometri raccogliendo amici per strada per esserci e poi rifare la stessa strada al contrario. Siamo quelli che alla fine di un concerto si riuniscono in piccoli gruppetti che, visti dall’alto, probabilmente figurerebbero anche come perfettamente geometrici. Scompattandosi e ricompattandosi come quelle palline di mercurio che le dividi ma poi si rincorrono si cercano e si riuniscono.

His Clancyness- Isolation Culture

Quelli che tra una birra e l’altra si informano ansiosamente, come se fosse un’informazione da cui dipenda la loro stessa esistenza, su quale fosse la cover suonata da Morby a fine concerto.

Velvet Underground – Rock And Roll

Quelli accalcati al banchetto dei vinili e delle magliette, quelli che “hai sentito i Rips, che cazzo di disco…” o che parlano di quel cretino di Morrissey che si fa in contromano via del Corso al grido di “non sa chi sono io” argomentando sull’ eterna diferenza tra grande artista e piccolo uomo.

Rips – Malibu Entropy

Quelli che vanno affamati a novembre a Milano di lunedi sera per vedere i Parquet Courts e ancora, con una lucidità da sballati, si stupiscono di trovare un pubblico delle dimensioni della pallina di cui sopra.

Parquet Courts – Stoned And Starving

Non mancano le eccezioni, le mode, le fortunate congiunzioni astrali.
La pallina che diventa frittata.
“Ma come, a vedere gli Sleaford Mods poche settimane fa eravamo centinaia.. ” “e ai Black Mountain?”
Tutto vero ma, provando a fare un passo indietro per poter comprendere meglio il quadro generale, ed i suoi contorni, emerge un insieme facilmente decifrabile.
Quelli come noi, che hanno partecipato a concerti da una quantitá di tempo troppo imbarazzante per essere riferita guidati da un’esigenza vitale, sono solo una pallina.
E a molti che abbiamo conosciuto o incontrato lungo il percorso di quello che per noi è vitale non frega niente.
A molti piace, per un momento fuggevole, sentirsi parte di qualcosa per poi prendere altre strade.
Lasciando tutto indietro. E molto probabilmente la ragione è dalla loro parte.
Resta poco. Giusto una pallina difficile da distruggere di resistente, sbiadito, ostinato, pongo.

MASSIMILIANO BUCCHIERI

Hang The DJ (Fiver #24.2017)

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The Smiths

L’indiano all’inizio di Portobello Road è stato per anni il mio ristorante preferito. Non mi ricordo se si mangiasse davvero bene oppure fosse solo una questione di fascino esotico, di sapori, spezie, colori che a casa mia non esistevano. Forse era solo la soddisfazione e l’eccitazione di essere ancora una volta in quel posto, il quartiere giamaicano di Londra, Nothing Hill. A poche centinaia di metri dal mio luogo di culto preferito all’epoca: il negozio di Rough Trade in Talbot Road.
Erano strade sulle quali mi fiondavo appena potevo, una volta all’anno come minimo ma se capitava l’occasione anche più spesso. Le mie vacanze estive sono state così per un bel po’ di anni consecutivi: Bologna-Londra andata e ritorno. Incurante dei racconti degli amici ventenni dell’epoca che, reduci da Ibiza o da qualche isola greca, non si capacitavano che qualcuno potesse consapevolmente rinunciare a tutto il pacchetto fatto di quelle cose legate alla tarda adolescenza.

Quando da ragazzo li ascoltai per la prima volta (i Velvet) fu per me come una chiamata alle armi, si trattava esattamente del genere di musica che avrei voluto suonare
(Thurston Moore)

Per me era invece tutta una questione di senso di appartenenza, di sentirsi rappresentati in una tribù. Avevo scelto quel mondo in maniera inconsapevole e, sia chiaro, non rimpiango neppure un momento quello che il destino mi ha portato in dote e se potessi scegliere, oggi come allora, ad un club di Ibiza preferisco mille volte il carnevale giamaicano londinese o qualche concertino in un garage di periferia. Il ragionamento era semplice: i ragazzi di Rough Trade hanno aperto a Nothing Hill. Quindi Nothing Hill è figo. Il carnevale giamaicano è a Nothing Hill, quindi è figo di conseguenza. Anche i Clash amavano il dub. Avere mezzo catalogo dell On-U Sound in casa è la diretta conseguenza di quei giorni, insomma. Questo gioco dell’appartenenza, fatto a colpi d’accetta e senza troppo filosofeggiare mi ha fatto finire in luoghi e conoscere persone che sono diventate semplicemente la mia vita.

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SG Posse…..Londra primissimi novanta…..

Scegliere che musica ascoltare era una scelta di campo. La nostra era presunzione allo stato puro, in fondo ma non potevamo saperlo. Pensavamo che fosse l’arte contro il mercato, figuriamoci. Ma era bello crederci e sì, ci sentivamo rappresentati davvero. Bisognava avere anche fortuna, però. Ogni tanto mi chiedo come sarebbe stato se invece che incontrare nel percorso alcuni di quelli che sono diventati e che sono tuttora  i miei migliori amici avessi incrociato subito le teste di cazzo che mi è capitato di ritrovarmi tra i piedi più tardi. I peggiori in assoluto, gente che nonostante avesse il repertorio completo della Stax in casa serbava un rancore e una mancanza di umanità davvero sorprendenti.
Del resto ognuno si sceglie la musica che vuole e, ho imparato nel tempo, per le ragioni più diverse. Indossare la maglietta degli Smiths non rende automaticamente persone migliori, anche se mi pare ancora adesso incredibile che non sia così.
Mi diverte ogni tanto curiosare nel dashboard di Sniffin’ Glucose, vedere il numero di accessi (sempre in crescendo, grazie) e spulciare tra i termini di ricerca che utilizzate per arrivare fino a noi. Questa è la parte più esilarante. Al di là delle in qualche modo scontate ricerche a sfondo musicale (“figli hope sandoval”, “vita rowland s howard”, “perfume genius frasi”) si alternano cose fantastiche (“mi fa male la testa e mi bruciano i capelli la testa e mi fa male e dove stanno andando via i capelli mi cascano diventano bianchi”, “compriamo cose di cui non abbiamo bisogno di soldi che non abbiamo”) ma anche altre che sono particolarmente indicative. Una recentissima ricerca recitava “canzoni morrissey per mandare affanculo”. Ecco, spulciare tra il repertorio degli Smiths per trovare l’ispirazione e mandare a quel paese qualcuno è una pratica decisamente sottovalutata. Talvolta cantare hang the dj, hang the dj, hang the dj…. a squarciagola 141fe55e090ec314b0c57092684ef534.500x150x1rivitalizza anche l’umore più nero e aiuta a mettere tutto nella giusta prospettiva. Perché la musica rimane a discapito di tutti gli hater che ci complicano l’esistenza giorno dopo giorno, perché se siamo ancora qui significa che non abbiamo nessuna intenzione di farci rovinare le giornate e che se abbiamo bisogno di un posto dove andare a rifugiarci cerchiamo canzoni come questa, adesso più che mai.

THE SMITHS – Panic

 
FILTHY FRIENDS – The Arrival

Corin Tucker spacca più di tutti, piú di me e voi messi insieme, più di qualsiasi gruppo con una chitarra a tracolla di questi tempi. Corin Tucker tira fendenti che arrivano alla bocca dello stomaco. Talmente risoluta che, sembra impossibile, Peter Buck viene relegato al ruolo di comparsa. Filthy Friends è una sigla che raccoglie un manipolo di grandi musicisti, tutti con un passato importante alle spalle. Ma Corin Tucker monopolizza la scena, 240 secondi di rock coniugato come se fosse punk con la dose d’energia e il piglio di una grande, grandissima canzone.

THE DREAM SYNDICATE – How Did I Find Myself Here

Steve Wynn non è mai andato via, in fondo. Di conseguenza sembra impossibile che l’ultimo album uscito come Dream Syndicate sia una faccenda di 29 anni fa! Tra incursioni soliste o con altre formazioni ha continuato a scrivere canzoni e solcare palcoscenici. Ma il ritorno dei Dream Syndicate è faccenda capace di smuovere anche il più smaliziato dei nostalgici. La canzone che anticipa il nuovo album ha il solo difetto di sembrare costruita a tavolino proprio per risvegliare vecchi entusiasmi ma non aggiunge nulla di nuovo alla formula. I fan del gruppo non lo considereranno certamente un difetto, del resto. Nemmeno io di conseguenza.

KEVIN MORBY – Come To Me Now

Questa canzone apre il nuovo album di Morby. Velluto, un organo splendido, classe che straborda in tutte le direzioni. Lo ammetto: non pensavo che potesse arrivare a tanto. Morby mi è sempre piaciuto, l’ho seguito fin dai tempi della prima formazione (The Babies) e anche nelle prime fasi della carriera da solista. Veniva liquidato sempre come il bassista dei Woods che si è messo in testa di fare il cantante. Aveva ragione lui. Avevamo torto noi. Perché al di lá della canzone tutto l’album si muove a livelli di pura eccellenza e sembra destinato a diventare uno dei migliori dischi dell’intera annata, senza troppi dubbi.

RIPS – LOSING II

Debutto con i fiocchi, da Brooklyn, prodotto da uno dei tizi di Parquet Courts. Non servirebbe aggiungere nulla, a questo punto, perché sarà sufficientemente chiaro il quadro: chitarre, spigoli e melodie accennate. Television, Feelies, Felt, Parquet Courts. Bellissimo, insomma.

CESARE LORENZI

5 x 2016 (Fiver #42.2016)

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BIRTHH

PARQUET COURTS – ONE MAN, NO CITY

Aveva sempre guardato un po’ sconcertato il collega che, sospirando, si rigirava tra le mani foto che mostravano una veduta marina. Lo sconcerto non si attenuava nello scorrere i post che ritraevano visi beati in posa all’ombra della grande chiesa cittadina o trepidanti nella calca della grande processione religiosa locale.
Non veniva da nessun posto. Oppure, meglio, veniva da troppi posti per riconoscerne uno come proprio. Un grande limite che ne aveva afflitto l’esistenza o un incalcolabile privilegio che gli era toccato in sorte?
Come si dice dalle tue parti?” osò il simpatico commensale alla tavolata di amici.
Io non vengo da nessuna parte.

No town no city
No identity no city
No thoughts, no feelings no city
No you just me i think no city
No words i speak no city
No outside no city
Nothin’ at all no city
No way home no city
No relief no city
No sympathy no city
No understanding no city
There’s no one else and no city

CAR SEAT HEADREST – DRUNK DRIVERS/KILLER WHALES

Ti guardi nello specchio e non ti piace quello che vedi. Ti odi perché non esci abbastanza la sera. Non prenoti mai uno di quei bei voli low cost per il week end. Non porti abbastanza fuori il tuo cane. Non mangi sano. Bevi troppo. Non fai sport. Non vai più al cinema. Non leggi abbastanza. Perché passi più tempo con gente che detesti che con i tuoi amici.
Ma speri sempre di saper, comunque, tornare a casa.

…but if we learn how o ive like this
Maybe we can learn how to start again
Like a child who’s never done wrong
Who hasn’t taken that first step
We are not a proud race
It’s not a race at all
We’re just trying
I’m only trying to get home
Drunk drivers, drunk drivers
Put it out of your mind
And perish the thought
There’s no comfort in responsibility
Drunk drivers, drunk drivers

BIRTHH – CHLORINE

Il palco viene montato con l’aiuto di tanti, piove a dirotto ma la gente continua ad arrivare e le preoccupazioni svaniscono velocemente.
Sembra un film di Frank Capra. Tutti sorridono e si abbracciano.
Alice inizia a cantare, la storia che racconta è triste ma l’incanto cristallizza questo momento magico nella grigia zona fieristica di Bologna che solo per stasera si colora di un colore vivido.
Ci ritroviamo a scaricare casse pesantissime alle quattro del mattino nel centro storico deserto.
Ci guardiamo e abbiamo lo stesso largo sorriso.
No Glucose 2016, uno di quei momenti che rendono un anno meritevole di essere stato vissuto.

I thought love was enough
But truth is love is dead
I’m pretending I’m a ghost
So you can sleep well in your bed
But you just make me sick
And you just haunt my dreams
Like a demon in my head that kills
The happiness in me
You’re not wanted here, you’re not wanted here
And I’d rather drown into the sea than let you save me
And you make me sick, and you make me sick
And I’d rather fall into the void than cling to your limbs
And you’re a soulless creature
And you’re death’s worst feature
And you just pretend that you’re a saint but you’re a godless preacher
and you just make me scream
You’re chlorine in my veins
The blood flooding to my brain the times I begged for you to stay

JESU AND SUN KILL MOON- AMERICA’S MOST WANTED MARK KOZELEK

I’m older now and I can’t handle being out that late.
Forse perché, ormai, è cosi anche per me ma il viaggio per vedere i Sun Kill Moon a Rockin’ Umbria me lo ricordo bene. Ricordo tutto.
La E45 scivolata via placida ridendo forte. La Toscana che diventa Umbria. La bella piazza di Umbertide.
Mark Kozelek che si lamenta, fissandomi dritto negli occhi, “dei troppi pelati in prima fila”. I telefoni sequestrati. Il bambino tenuto per mano. Quei due rompicoglioni “con le formiche nei pantaloni”.
E Weeping Song sussurrata, un omaggio a Nick Cave, a suo figlio. Alla tragedia che bussa alla porta.
Ma in una sera così, forse, fa un po’ meno male.

…Fields of sunflowers along the way
I picked some Roma tomatoes from a farmer’s garden
I ate them in the van and invited a child up on stage
And I sang while I held her little hand
Told her to quit eating sweets, that they were bad for her teeth
Took the gum from her hand and put a piece in my mouth and it was really sweet
And I invited some guys up on stage cause they had ants in their pants
And “This is My First Day and I’m Indian and I Work at a Gas Station”
And they danced and they danced
We played “The Weeping Song” for Nick Cave and his family
The passing of his son has been a daily thing on my mind
Since arriving at Heathrow and my guitarist had told me
Now the cars keep blowing down the highway
And the guys are out at the festival, watching James Blake
But I got a ride back, I would’ve stuck around if I was still 28
But I’m older now and I can’t handle being out that late…

DAVID BOWIE – DOLLARS DAYS

La morte dell’artista che ami da sempre.
La grande mostra, dopo pochi mesi, nella tua città.
Le visite ripetute con amici e familiari.
Questo voler, inutilmente, cercare di trasmettere la tua commozione, la tua passione, i tuoi ricordi che però, appunto, sono solo tuoi.
Perché ognuno ha i suoi English evergreens a cui sognare di tornare.

I’m falling down
It’s nothing to me
It’s nothing to see
If I’ll never see the English evergreens I’m running to
It’s nothing to me
It’s nothing to see
I’m dying to
Push their backs against the grain
And fool them all again and again
I’m trying to
It’s all gone wrong but on and on
IThe bitter nerve ends never end
I’m falling down
Don’t believe for just one second I’m forgetting you
I’m trying to
I’m dying to
I’m trying to
I’m dying to
I’m trying to
I’m dying to

Massimiliano Bucchieri

Rid of myself (Fiver # 06.2016)

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La vita è fatta di scelte. Alcune importanti, altre meno. In questi giorni ne sto, ne stiamo, prendendo una di quelle importanti. Scelta della scuola superiore. Una cazzata, pensavo. Perché preoccuparsi? Se anche non va bene possiamo cambiare, correggere il tiro.
Senza rendermene conto ho cominciato a ragionare con la logica dei documenti .doc. Premere canc e ripartire. Eppure questo non dovrebbe essere un tratto distintivo della mia generazione. La mia generazione era quella della penna sul foglio di carta, della carta carbone. Dell’errore non rimediabile con un semplice clic. Bisognava pensarci bene a quello che scrivevi. Presupposto era un pensiero anteriore ben definito o almeno frutto di un ragionamento con basi solide.
La perdita del rigore. Questa logica del poter tornare indietro sempre e comunque senza grosse ripercussioni ha finito per inquinare il modo di ragionare, di comportarsi e, con una delle solite evoluzioni insensate ai più, mi è venuta in mente PJ Harvey.IMG_4652
Più o meno una storia d’amore. Una storia nata esattamente 24 anni fa. Io sulla gradinata della ULU a Londra con in tasca la mia copia fiammante di Dry a tiratura limitata (roba, oggi, da azzerare la salivazione dell’utente medio di Discogs). Lei, creatura timida e affogata in un giubbotto di pelle sul palco in uno di suoi primi concerti. Un veloce sbocciare, testimoniato in varie occasioni, fino alla statura acquisita negli anni successivi di artista importante, se non fondamentale, per noi ascoltatori e, in termini di influenza, per legioni di giovani artiste.
Ricordo nitidamente la seconda volta che la vidi, ad un festival di Reading, poco tempo dopo. Molto meno intimidita. Successe una cosa inaspettata. Partito un pezzo da Rid Of Me, non ricordo quale, Pj interruppe la canzone perché il batterista non la stava suonando come erano d’accordo, come lei voleva. Ripartirono e la interruppe di nuovo, e poi di nuovo e di nuovo ancora, incurante della marea di gente e dell’importanza dell’evento.
Quel piccolo particolare, che nessuno di noi aveva colto, lei non poteva lasciarlo passare.
Una gran rompicoglioni? Non direi. Etica, rigore, rispetto. Principi che dovrebbero dettare ogni scelta importante o semplicemente essere un indirizzo di massima (che poi tutti possono rivendicare il sacrosanto diritto a fare ogni tanto i cazzoni).
Pj Harvey sta tornando ed il video per The Wheel girato in Kosovo è bello e importante come la canzone, anche se non riserva grandi sorprese. Uno sguardo dritto senza compiacimenti su universi “altri” al di fuori delle cronache quotidiane che stanno devastando e insozzando le nostre coscienze. Per chi ne ha una.
Per gli altri, perché preoccuparsi? Basta premere il tasto canc.

PJ Harvey – The Wheel

Parquet Courts – Dust

Ho un rapporto complicato con i Parquet Courts. Esce il primo disco e lo consumo, lo consiglio, lo urlo a perdifiato. Vado a vedermeli a Milano con tanto di biglietto comprato in prevendita. Mi ritrovo con 30 sfigati come me. Vabbè, sarà uno di quei concerti che potrò raccontare in giro.. Macchè, concerto di merda. Esce il secondo album, mi approccio diffidente. Bang! Grande album ancora. Vado al Bronson a farmi smentire sulle loro capacità dal vivo. Una serata storta come quella di Milano ci sta, giusto? Secondo concerto del cazzo. Non vorrei sbagliarmi ma mi sembra che sono anche decisamente antipatici. Ora siamo alle soglie del terzo album e ci ho quasi messo una pietra sopra. Poi ascolto Dust e…cerco la data live più prossima e vicina. Benvenuto nel club Masoch.

Honduras – Hollywood

Fanno parte della nuova scena di NYC insieme a gente come Sunflower Bean e Wall, già ospiti di Fiver passati. Qualcosina dei Parquet Courts loro ce l’hanno. Un riff circolare e dissonante che sembra imboccare rettilinei melodici per poi sterzare subito dopo e complicarsi, senza perdersi mai. Una strada complessa da seguire ma è indubbiamente la strada giusta verso i nostri cuori.

Sulk – The tape of you

Nei primi anni 90 ogni scusa era buona per passare un paio di giorni a Londra. Scendere a Bayswater e farsi un giro da Rough Trade a Talbot Road, al Nothing Hill Music Exchange, allungarsi da Sister Ray a Berwick Street e farsi un cartoccio di patate non sbucciate con la panna acida sopra. Nme, Melody Maker, Lime Lizard, Selct nelle mie mani insieme a carrettate di singoli di piccole band inglesi che ora non ricordo neanche più chi siano nonostante campeggino nella mia libreria a pochi centimetri da me. Singoli inutili, tutto sommato, ma che all’epoca mi facevano sentire bene, simbolo della leggerezza, dimenticata, di quegli anni. Un po’ lo stesso inutile, effimero benessere che mi regala The Tape Of You.

Brothers In Law – Life Burns

Quando si parla di gruppi italiani, del proprio giro, gente che conosci, con cui magari dividi concerti, tavolate e macchine il rischio è molto grande. La capacità di giudicare in maniera equilibrata può offuscarsi. Ma c’è il rischio contrario. Ignorare per partito preso musicisti che non è un caso se dividono con te locali, concerti, cene e macchine. Semplicemente una questione di medesime sensibilità con la differenza che loro hanno preso in mano uno strumento e hanno avuto la capacità di concretizzare queste sensibilità sotto forma di canzone. Sta uscendo il nuovo disco dei Brothers In Law. Alla mia età se un disco mi fa schifo lo dico. Invece, guarda un po’, Raise è bello, rigoroso, ispirato e da ogni solco traspare un grande amore per quello che si sta facendo. Chapeau.

Massimiliano Bucchieri