Pongo (Fiver #26.2017)

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Kevin Morby

Ci guardavamo un po’ intorno l’altra sera al Festival Arti Vive a Soliera, prima e dopo gli eccellenti concerti di Kevin Morby e His Clancyness. Si ragionava sul fatto che la logica che regolamenta l’ affluenza ai concerti che ci interessano si può riassumere in una regola. Una regola rigorosa. Una regola non scritta ma che ci accompagna da sempre.
La regola della pallina di pongo.
Giá, come le palline gommose che aveva mia figlia, che potevi tirare fino a farle diventare una specie di frittata o comprimerle fino a ridursi a poco di più di una noce.
E non c’è niente da fare, puoi fare il concerto più bello nel posto più affascinante, di venerdì sera, in una sera di estate con ottimi artisti, farlo gratis, ma alla fine, al netto di quelli che passano con i passeggini, dei curiosi col gelato in mano o la piadina, di quelli che sí, sono venuti, ma parlano col loro vicino rumorosamente (magari di Vasco), quelli che restano sono sempre gli stessi. Li potremmo numerare, tipo squadra di calcio con i nomi stampati ad arco sul dorso delle magliette.

Kevin Morby – City Music

Siamo sempre gli stessi, ci conosciamo bene, siamo quelli che si fanno 1200 km per venire a suonare in un festival davanti a facce amiche, siamo quelli che lasciano la famiglia al mare, nonostante 40°, e si fanno centinaia di chilometri raccogliendo amici per strada per esserci e poi rifare la stessa strada al contrario. Siamo quelli che alla fine di un concerto si riuniscono in piccoli gruppetti che, visti dall’alto, probabilmente figurerebbero anche come perfettamente geometrici. Scompattandosi e ricompattandosi come quelle palline di mercurio che le dividi ma poi si rincorrono si cercano e si riuniscono.

His Clancyness- Isolation Culture

Quelli che tra una birra e l’altra si informano ansiosamente, come se fosse un’informazione da cui dipenda la loro stessa esistenza, su quale fosse la cover suonata da Morby a fine concerto.

Velvet Underground – Rock And Roll

Quelli accalcati al banchetto dei vinili e delle magliette, quelli che “hai sentito i Rips, che cazzo di disco…” o che parlano di quel cretino di Morrissey che si fa in contromano via del Corso al grido di “non sa chi sono io” argomentando sull’ eterna diferenza tra grande artista e piccolo uomo.

Rips – Malibu Entropy

Quelli che vanno affamati a novembre a Milano di lunedi sera per vedere i Parquet Courts e ancora, con una lucidità da sballati, si stupiscono di trovare un pubblico delle dimensioni della pallina di cui sopra.

Parquet Courts – Stoned And Starving

Non mancano le eccezioni, le mode, le fortunate congiunzioni astrali.
La pallina che diventa frittata.
“Ma come, a vedere gli Sleaford Mods poche settimane fa eravamo centinaia.. ” “e ai Black Mountain?”
Tutto vero ma, provando a fare un passo indietro per poter comprendere meglio il quadro generale, ed i suoi contorni, emerge un insieme facilmente decifrabile.
Quelli come noi, che hanno partecipato a concerti da una quantitá di tempo troppo imbarazzante per essere riferita guidati da un’esigenza vitale, sono solo una pallina.
E a molti che abbiamo conosciuto o incontrato lungo il percorso di quello che per noi è vitale non frega niente.
A molti piace, per un momento fuggevole, sentirsi parte di qualcosa per poi prendere altre strade.
Lasciando tutto indietro. E molto probabilmente la ragione è dalla loro parte.
Resta poco. Giusto una pallina difficile da distruggere di resistente, sbiadito, ostinato, pongo.

MASSIMILIANO BUCCHIERI

Hang The DJ (Fiver #24.2017)

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The Smiths

L’indiano all’inizio di Portobello Road è stato per anni il mio ristorante preferito. Non mi ricordo se si mangiasse davvero bene oppure fosse solo una questione di fascino esotico, di sapori, spezie, colori che a casa mia non esistevano. Forse era solo la soddisfazione e l’eccitazione di essere ancora una volta in quel posto, il quartiere giamaicano di Londra, Nothing Hill. A poche centinaia di metri dal mio luogo di culto preferito all’epoca: il negozio di Rough Trade in Talbot Road.
Erano strade sulle quali mi fiondavo appena potevo, una volta all’anno come minimo ma se capitava l’occasione anche più spesso. Le mie vacanze estive sono state così per un bel po’ di anni consecutivi: Bologna-Londra andata e ritorno. Incurante dei racconti degli amici ventenni dell’epoca che, reduci da Ibiza o da qualche isola greca, non si capacitavano che qualcuno potesse consapevolmente rinunciare a tutto il pacchetto fatto di quelle cose legate alla tarda adolescenza.

Quando da ragazzo li ascoltai per la prima volta (i Velvet) fu per me come una chiamata alle armi, si trattava esattamente del genere di musica che avrei voluto suonare
(Thurston Moore)

Per me era invece tutta una questione di senso di appartenenza, di sentirsi rappresentati in una tribù. Avevo scelto quel mondo in maniera inconsapevole e, sia chiaro, non rimpiango neppure un momento quello che il destino mi ha portato in dote e se potessi scegliere, oggi come allora, ad un club di Ibiza preferisco mille volte il carnevale giamaicano londinese o qualche concertino in un garage di periferia. Il ragionamento era semplice: i ragazzi di Rough Trade hanno aperto a Nothing Hill. Quindi Nothing Hill è figo. Il carnevale giamaicano è a Nothing Hill, quindi è figo di conseguenza. Anche i Clash amavano il dub. Avere mezzo catalogo dell On-U Sound in casa è la diretta conseguenza di quei giorni, insomma. Questo gioco dell’appartenenza, fatto a colpi d’accetta e senza troppo filosofeggiare mi ha fatto finire in luoghi e conoscere persone che sono diventate semplicemente la mia vita.

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SG Posse…..Londra primissimi novanta…..

Scegliere che musica ascoltare era una scelta di campo. La nostra era presunzione allo stato puro, in fondo ma non potevamo saperlo. Pensavamo che fosse l’arte contro il mercato, figuriamoci. Ma era bello crederci e sì, ci sentivamo rappresentati davvero. Bisognava avere anche fortuna, però. Ogni tanto mi chiedo come sarebbe stato se invece che incontrare nel percorso alcuni di quelli che sono diventati e che sono tuttora  i miei migliori amici avessi incrociato subito le teste di cazzo che mi è capitato di ritrovarmi tra i piedi più tardi. I peggiori in assoluto, gente che nonostante avesse il repertorio completo della Stax in casa serbava un rancore e una mancanza di umanità davvero sorprendenti.
Del resto ognuno si sceglie la musica che vuole e, ho imparato nel tempo, per le ragioni più diverse. Indossare la maglietta degli Smiths non rende automaticamente persone migliori, anche se mi pare ancora adesso incredibile che non sia così.
Mi diverte ogni tanto curiosare nel dashboard di Sniffin’ Glucose, vedere il numero di accessi (sempre in crescendo, grazie) e spulciare tra i termini di ricerca che utilizzate per arrivare fino a noi. Questa è la parte più esilarante. Al di là delle in qualche modo scontate ricerche a sfondo musicale (“figli hope sandoval”, “vita rowland s howard”, “perfume genius frasi”) si alternano cose fantastiche (“mi fa male la testa e mi bruciano i capelli la testa e mi fa male e dove stanno andando via i capelli mi cascano diventano bianchi”, “compriamo cose di cui non abbiamo bisogno di soldi che non abbiamo”) ma anche altre che sono particolarmente indicative. Una recentissima ricerca recitava “canzoni morrissey per mandare affanculo”. Ecco, spulciare tra il repertorio degli Smiths per trovare l’ispirazione e mandare a quel paese qualcuno è una pratica decisamente sottovalutata. Talvolta cantare hang the dj, hang the dj, hang the dj…. a squarciagola 141fe55e090ec314b0c57092684ef534.500x150x1rivitalizza anche l’umore più nero e aiuta a mettere tutto nella giusta prospettiva. Perché la musica rimane a discapito di tutti gli hater che ci complicano l’esistenza giorno dopo giorno, perché se siamo ancora qui significa che non abbiamo nessuna intenzione di farci rovinare le giornate e che se abbiamo bisogno di un posto dove andare a rifugiarci cerchiamo canzoni come questa, adesso più che mai.

THE SMITHS – Panic

 
FILTHY FRIENDS – The Arrival

Corin Tucker spacca più di tutti, piú di me e voi messi insieme, più di qualsiasi gruppo con una chitarra a tracolla di questi tempi. Corin Tucker tira fendenti che arrivano alla bocca dello stomaco. Talmente risoluta che, sembra impossibile, Peter Buck viene relegato al ruolo di comparsa. Filthy Friends è una sigla che raccoglie un manipolo di grandi musicisti, tutti con un passato importante alle spalle. Ma Corin Tucker monopolizza la scena, 240 secondi di rock coniugato come se fosse punk con la dose d’energia e il piglio di una grande, grandissima canzone.

THE DREAM SYNDICATE – How Did I Find Myself Here

Steve Wynn non è mai andato via, in fondo. Di conseguenza sembra impossibile che l’ultimo album uscito come Dream Syndicate sia una faccenda di 29 anni fa! Tra incursioni soliste o con altre formazioni ha continuato a scrivere canzoni e solcare palcoscenici. Ma il ritorno dei Dream Syndicate è faccenda capace di smuovere anche il più smaliziato dei nostalgici. La canzone che anticipa il nuovo album ha il solo difetto di sembrare costruita a tavolino proprio per risvegliare vecchi entusiasmi ma non aggiunge nulla di nuovo alla formula. I fan del gruppo non lo considereranno certamente un difetto, del resto. Nemmeno io di conseguenza.

KEVIN MORBY – Come To Me Now

Questa canzone apre il nuovo album di Morby. Velluto, un organo splendido, classe che straborda in tutte le direzioni. Lo ammetto: non pensavo che potesse arrivare a tanto. Morby mi è sempre piaciuto, l’ho seguito fin dai tempi della prima formazione (The Babies) e anche nelle prime fasi della carriera da solista. Veniva liquidato sempre come il bassista dei Woods che si è messo in testa di fare il cantante. Aveva ragione lui. Avevamo torto noi. Perché al di lá della canzone tutto l’album si muove a livelli di pura eccellenza e sembra destinato a diventare uno dei migliori dischi dell’intera annata, senza troppi dubbi.

RIPS – LOSING II

Debutto con i fiocchi, da Brooklyn, prodotto da uno dei tizi di Parquet Courts. Non servirebbe aggiungere nulla, a questo punto, perché sarà sufficientemente chiaro il quadro: chitarre, spigoli e melodie accennate. Television, Feelies, Felt, Parquet Courts. Bellissimo, insomma.

CESARE LORENZI

5 x 2016 (Fiver #42.2016)

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BIRTHH

PARQUET COURTS – ONE MAN, NO CITY

Aveva sempre guardato un po’ sconcertato il collega che, sospirando, si rigirava tra le mani foto che mostravano una veduta marina. Lo sconcerto non si attenuava nello scorrere i post che ritraevano visi beati in posa all’ombra della grande chiesa cittadina o trepidanti nella calca della grande processione religiosa locale.
Non veniva da nessun posto. Oppure, meglio, veniva da troppi posti per riconoscerne uno come proprio. Un grande limite che ne aveva afflitto l’esistenza o un incalcolabile privilegio che gli era toccato in sorte?
Come si dice dalle tue parti?” osò il simpatico commensale alla tavolata di amici.
Io non vengo da nessuna parte.

No town no city
No identity no city
No thoughts, no feelings no city
No you just me i think no city
No words i speak no city
No outside no city
Nothin’ at all no city
No way home no city
No relief no city
No sympathy no city
No understanding no city
There’s no one else and no city

CAR SEAT HEADREST – DRUNK DRIVERS/KILLER WHALES

Ti guardi nello specchio e non ti piace quello che vedi. Ti odi perché non esci abbastanza la sera. Non prenoti mai uno di quei bei voli low cost per il week end. Non porti abbastanza fuori il tuo cane. Non mangi sano. Bevi troppo. Non fai sport. Non vai più al cinema. Non leggi abbastanza. Perché passi più tempo con gente che detesti che con i tuoi amici.
Ma speri sempre di saper, comunque, tornare a casa.

…but if we learn how o ive like this
Maybe we can learn how to start again
Like a child who’s never done wrong
Who hasn’t taken that first step
We are not a proud race
It’s not a race at all
We’re just trying
I’m only trying to get home
Drunk drivers, drunk drivers
Put it out of your mind
And perish the thought
There’s no comfort in responsibility
Drunk drivers, drunk drivers

BIRTHH – CHLORINE

Il palco viene montato con l’aiuto di tanti, piove a dirotto ma la gente continua ad arrivare e le preoccupazioni svaniscono velocemente.
Sembra un film di Frank Capra. Tutti sorridono e si abbracciano.
Alice inizia a cantare, la storia che racconta è triste ma l’incanto cristallizza questo momento magico nella grigia zona fieristica di Bologna che solo per stasera si colora di un colore vivido.
Ci ritroviamo a scaricare casse pesantissime alle quattro del mattino nel centro storico deserto.
Ci guardiamo e abbiamo lo stesso largo sorriso.
No Glucose 2016, uno di quei momenti che rendono un anno meritevole di essere stato vissuto.

I thought love was enough
But truth is love is dead
I’m pretending I’m a ghost
So you can sleep well in your bed
But you just make me sick
And you just haunt my dreams
Like a demon in my head that kills
The happiness in me
You’re not wanted here, you’re not wanted here
And I’d rather drown into the sea than let you save me
And you make me sick, and you make me sick
And I’d rather fall into the void than cling to your limbs
And you’re a soulless creature
And you’re death’s worst feature
And you just pretend that you’re a saint but you’re a godless preacher
and you just make me scream
You’re chlorine in my veins
The blood flooding to my brain the times I begged for you to stay

JESU AND SUN KILL MOON- AMERICA’S MOST WANTED MARK KOZELEK

I’m older now and I can’t handle being out that late.
Forse perché, ormai, è cosi anche per me ma il viaggio per vedere i Sun Kill Moon a Rockin’ Umbria me lo ricordo bene. Ricordo tutto.
La E45 scivolata via placida ridendo forte. La Toscana che diventa Umbria. La bella piazza di Umbertide.
Mark Kozelek che si lamenta, fissandomi dritto negli occhi, “dei troppi pelati in prima fila”. I telefoni sequestrati. Il bambino tenuto per mano. Quei due rompicoglioni “con le formiche nei pantaloni”.
E Weeping Song sussurrata, un omaggio a Nick Cave, a suo figlio. Alla tragedia che bussa alla porta.
Ma in una sera così, forse, fa un po’ meno male.

…Fields of sunflowers along the way
I picked some Roma tomatoes from a farmer’s garden
I ate them in the van and invited a child up on stage
And I sang while I held her little hand
Told her to quit eating sweets, that they were bad for her teeth
Took the gum from her hand and put a piece in my mouth and it was really sweet
And I invited some guys up on stage cause they had ants in their pants
And “This is My First Day and I’m Indian and I Work at a Gas Station”
And they danced and they danced
We played “The Weeping Song” for Nick Cave and his family
The passing of his son has been a daily thing on my mind
Since arriving at Heathrow and my guitarist had told me
Now the cars keep blowing down the highway
And the guys are out at the festival, watching James Blake
But I got a ride back, I would’ve stuck around if I was still 28
But I’m older now and I can’t handle being out that late…

DAVID BOWIE – DOLLARS DAYS

La morte dell’artista che ami da sempre.
La grande mostra, dopo pochi mesi, nella tua città.
Le visite ripetute con amici e familiari.
Questo voler, inutilmente, cercare di trasmettere la tua commozione, la tua passione, i tuoi ricordi che però, appunto, sono solo tuoi.
Perché ognuno ha i suoi English evergreens a cui sognare di tornare.

I’m falling down
It’s nothing to me
It’s nothing to see
If I’ll never see the English evergreens I’m running to
It’s nothing to me
It’s nothing to see
I’m dying to
Push their backs against the grain
And fool them all again and again
I’m trying to
It’s all gone wrong but on and on
IThe bitter nerve ends never end
I’m falling down
Don’t believe for just one second I’m forgetting you
I’m trying to
I’m dying to
I’m trying to
I’m dying to
I’m trying to
I’m dying to

Massimiliano Bucchieri

Rid of myself (Fiver # 06.2016)

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La vita è fatta di scelte. Alcune importanti, altre meno. In questi giorni ne sto, ne stiamo, prendendo una di quelle importanti. Scelta della scuola superiore. Una cazzata, pensavo. Perché preoccuparsi? Se anche non va bene possiamo cambiare, correggere il tiro.
Senza rendermene conto ho cominciato a ragionare con la logica dei documenti .doc. Premere canc e ripartire. Eppure questo non dovrebbe essere un tratto distintivo della mia generazione. La mia generazione era quella della penna sul foglio di carta, della carta carbone. Dell’errore non rimediabile con un semplice clic. Bisognava pensarci bene a quello che scrivevi. Presupposto era un pensiero anteriore ben definito o almeno frutto di un ragionamento con basi solide.
La perdita del rigore. Questa logica del poter tornare indietro sempre e comunque senza grosse ripercussioni ha finito per inquinare il modo di ragionare, di comportarsi e, con una delle solite evoluzioni insensate ai più, mi è venuta in mente PJ Harvey.IMG_4652
Più o meno una storia d’amore. Una storia nata esattamente 24 anni fa. Io sulla gradinata della ULU a Londra con in tasca la mia copia fiammante di Dry a tiratura limitata (roba, oggi, da azzerare la salivazione dell’utente medio di Discogs). Lei, creatura timida e affogata in un giubbotto di pelle sul palco in uno di suoi primi concerti. Un veloce sbocciare, testimoniato in varie occasioni, fino alla statura acquisita negli anni successivi di artista importante, se non fondamentale, per noi ascoltatori e, in termini di influenza, per legioni di giovani artiste.
Ricordo nitidamente la seconda volta che la vidi, ad un festival di Reading, poco tempo dopo. Molto meno intimidita. Successe una cosa inaspettata. Partito un pezzo da Rid Of Me, non ricordo quale, Pj interruppe la canzone perché il batterista non la stava suonando come erano d’accordo, come lei voleva. Ripartirono e la interruppe di nuovo, e poi di nuovo e di nuovo ancora, incurante della marea di gente e dell’importanza dell’evento.
Quel piccolo particolare, che nessuno di noi aveva colto, lei non poteva lasciarlo passare.
Una gran rompicoglioni? Non direi. Etica, rigore, rispetto. Principi che dovrebbero dettare ogni scelta importante o semplicemente essere un indirizzo di massima (che poi tutti possono rivendicare il sacrosanto diritto a fare ogni tanto i cazzoni).
Pj Harvey sta tornando ed il video per The Wheel girato in Kosovo è bello e importante come la canzone, anche se non riserva grandi sorprese. Uno sguardo dritto senza compiacimenti su universi “altri” al di fuori delle cronache quotidiane che stanno devastando e insozzando le nostre coscienze. Per chi ne ha una.
Per gli altri, perché preoccuparsi? Basta premere il tasto canc.

PJ Harvey – The Wheel

Parquet Courts – Dust

Ho un rapporto complicato con i Parquet Courts. Esce il primo disco e lo consumo, lo consiglio, lo urlo a perdifiato. Vado a vedermeli a Milano con tanto di biglietto comprato in prevendita. Mi ritrovo con 30 sfigati come me. Vabbè, sarà uno di quei concerti che potrò raccontare in giro.. Macchè, concerto di merda. Esce il secondo album, mi approccio diffidente. Bang! Grande album ancora. Vado al Bronson a farmi smentire sulle loro capacità dal vivo. Una serata storta come quella di Milano ci sta, giusto? Secondo concerto del cazzo. Non vorrei sbagliarmi ma mi sembra che sono anche decisamente antipatici. Ora siamo alle soglie del terzo album e ci ho quasi messo una pietra sopra. Poi ascolto Dust e…cerco la data live più prossima e vicina. Benvenuto nel club Masoch.

Honduras – Hollywood

Fanno parte della nuova scena di NYC insieme a gente come Sunflower Bean e Wall, già ospiti di Fiver passati. Qualcosina dei Parquet Courts loro ce l’hanno. Un riff circolare e dissonante che sembra imboccare rettilinei melodici per poi sterzare subito dopo e complicarsi, senza perdersi mai. Una strada complessa da seguire ma è indubbiamente la strada giusta verso i nostri cuori.

Sulk – The tape of you

Nei primi anni 90 ogni scusa era buona per passare un paio di giorni a Londra. Scendere a Bayswater e farsi un giro da Rough Trade a Talbot Road, al Nothing Hill Music Exchange, allungarsi da Sister Ray a Berwick Street e farsi un cartoccio di patate non sbucciate con la panna acida sopra. Nme, Melody Maker, Lime Lizard, Selct nelle mie mani insieme a carrettate di singoli di piccole band inglesi che ora non ricordo neanche più chi siano nonostante campeggino nella mia libreria a pochi centimetri da me. Singoli inutili, tutto sommato, ma che all’epoca mi facevano sentire bene, simbolo della leggerezza, dimenticata, di quegli anni. Un po’ lo stesso inutile, effimero benessere che mi regala The Tape Of You.

Brothers In Law – Life Burns

Quando si parla di gruppi italiani, del proprio giro, gente che conosci, con cui magari dividi concerti, tavolate e macchine il rischio è molto grande. La capacità di giudicare in maniera equilibrata può offuscarsi. Ma c’è il rischio contrario. Ignorare per partito preso musicisti che non è un caso se dividono con te locali, concerti, cene e macchine. Semplicemente una questione di medesime sensibilità con la differenza che loro hanno preso in mano uno strumento e hanno avuto la capacità di concretizzare queste sensibilità sotto forma di canzone. Sta uscendo il nuovo disco dei Brothers In Law. Alla mia età se un disco mi fa schifo lo dico. Invece, guarda un po’, Raise è bello, rigoroso, ispirato e da ogni solco traspare un grande amore per quello che si sta facendo. Chapeau.

Massimiliano Bucchieri

Fiver # 03.10 (Rassicurazioni)

Parqay Quarts

Parqay Quarts

But, still, it was a strange time for people heavily invested in the underground, a pre-internet moment when indie groups didn’t appear on late night TV as regularly as they do now, you never gave much thought to advertising or PR, and you could walk up to someone wearing a Jesus Lizard t-shirt and know you’d have a lot in common. So, even if you didn’t pay much attention to Nirvana’s ascension, when punk did break, previously small bands were swept up and placed in a context they were unfamiliar with until that moment; as a result, more people were coming to shows, wearing those shirts, and muddying the waters“.
(dalla recensione della ristampa di 24 Hour Revenge Therapy dei Jawbreaker, Pitchfork 16/10/2014)

Sono consapevole di vivere nell’anno 2014, così come sono cosciente del fatto che non riuscirò mai a stare dietro ai mutamenti che l’informatica propone quotidianamente alla mia vita. Questo non perché i cambiamenti non mi piacciano aprioristicamente o li ritenga superflui (non sempre, almeno) ma solo perché sono troppo pigro e tecnologicamente ignorante per tener dietro alle novità.
L’unico social network che frequento è facebook. Non vi dico quanto mi stia sulle palle utilizzare termini inglesi in un discorso espresso in italiano. Eppure di parole inglesi ne ho appena utilizzate tre in un’unica frase. L’ho fatto, come fanno tutti, perché d’altro canto non mi piace per nulla italianizzare definizioni inglesi che viceversa non avrebbero un equivalente per essere espresse nella nostra lingua. Così come utilizzo facebook, allo stesso modo in cui lo utilizzano quasi tutte le persone che conosco, pur non condividendo l’impiego che la maggior parte delle persone che conosco fa di questo strumento. Un congegno che mi pare sia capace di rendere apparentemente stupide anche le persone più intelligenti.
Le due cose, facebook e l’uso di vocaboli anglofoni, ovviamente non sono correlate tra loro, ma il parallelo mi occorre per esprimere un concetto: ci sono cose che non mi piace fare ma che ritengo sia necessario fare. Affermare che certe cose, tipo avere un profilo facebook, siano indispensabili è un pelo esagerato, ne convengo. E’ comunque un modo per dire che capisco come il rifiuto di certi meccanismi possa finire per tagliarti fuori dal mondo, anacronisticamente arroccato su posizioni che ricordano quelle del soldato giapponese trincerato in cima alla montagna, ignaro del fatto che la guerra è finita da un pezzo. Chiarito ciò aggiungo che quando qualcuno decide di prendere una posizione antiquata e fuori dal tempo su questi argomenti, a me quel qualcuno piace da morire. Soprattutto se quel qualcuno non è una persona arcaica quanto me.
Prendete i Parquet Courts ad esempio. Mi è appena capitata per le mani un’intervista da loro rilasciata al Guardian a fine giugno di quest’anno, dove i ragazzi (28 anni il più anziano dei 4) in buona sostanza dichiaravano il loro rifiuto all’utilizzo dei social media a fini promozionali, considerandoli un veicolo niente affatto necessario per far circolare il proprio nome. Un rifiuto che va di pari passo con la scelta di concentrarsi nella pubblicazione di dischi preferenzialmente su supporti analogici (cassette e vinili), anche tramite un’etichetta (Dull Tools) di proprietà del cantante, il pubblicizzare i propri concerti con flyer e poster disegnati a mano dalla band, l’avventurarsi in tour capillari e costanti organizzati da loro stessi, l’affidare la realizzazione dei video nelle mani di amici. Tutte cose che fanno migliaia di band ogni giorno in giro per il mondo, per carità, ma azioni non così usuali per gente che abbia una visibilità simile a quella già ottenuta da loro. Sostanzialmente si parla di fare le cose secondo regole dettate da nessun altro che non se stessi, nel solco che tanti anni fa tracciarono etichette quali SST (corporate rock still sucks, isn’t it?) e Dischord.
Vogliamo mantenere il controllo di ciò che mettiamo in giro: prestiamo attenzione a come vengono pubblicati i nostri dischi e a come vengono organizzati i nostri tour. Il come ti considera qualcuno che vive dall’altra parte del mondo, dipende anche dal fatto che tu decida di andare a fare concerti nella sua città, da quali sono i gruppi assieme ai quali suoni, da come i tuoi dischi vengono pubblicati e pubblicizzati. Ci interessa conservare una visione d’insieme“.
Per descrivere questi nuovi gruppi (Protomartyr, Yuppies, Xerox, Future Punx, Total Control, Eagulls), che provengono da aree diverse del globo e sanno parecchio di antico, c’è già pronto un acronimo tra il serio e il faceto, DIYUSECDIB: do it yourself unless someone else can do it better.
Può darsi sia retorica spicciola buona solo a farsi pubblicità presso una nicchia di pubblico ben precisa.
O è possibile sia quella nostalgia per situazioni ed epoche mai vissute che oggi pare affliggere chiunque e sulla quale i fanatici della modernità sarebbe bene cominciassero a porsi qualche domanda.
Può essere tutto e può essere – anzi quasi certamente sarà – nulla.
Ma la cosa, oltre che farmi sorridere, in qualche modo mi rassicura. E tanto basta, per ora.

Parkay Quarts “Uncast Shadow of a Southern Myth

Ebbene si, i Parquet Courts hanno una pagina a loro nome su facebook. E si è da quella pagina, prima ancora che dalla sezione news di Pitchfork, che ho appreso dell’uscita di un album a nome Parkay Quarts, sigla del progetto che vede coinvolti Andrew Savage e Austin Brown, entrambi chitarristi e cantanti nella band principale. Voi che trafficate con facebook dalla mattina alla sera, vi sarete però senz’altro accorti che quella non è una pagina gestita dal gruppo bensì a fan page of Parquet Courts. La differenza può essere sottile come un foglio di carta velina o spessa come la crosta di una fetta di pane raffermo ma, come direbbe il Merighi, poco importa. Questo primo estratto da quel disco è molto più rilassato delle cose che i PQ hanno infilato nei loro primi due dischi, ma non meno bello. Ha il sapore chill out di un’alba che viene dopo una notte livida, sudata e grondante alcol. Esattamente come questa domenica mattina in cui sto scrivendo, dopo il sabato notte passato. Canzone perfetta.

So Cow “Sugar Factory

Di loro ha già scritto Massimiliano un paio di settimane fa ma non posso fare a meno di tornarci sopra perché almeno quattro delle canzoni infilate nel nuovo album di questi tre irlandesi mi si sono appiccicate addosso e non riesco più a scollarle. Quando ho fatto ascoltare il disco a Cesare mi ha semplicemente detto che questo è un disco 100% Compagnoni. Ho trovato la definizione assolutamente appropriata, allora ho cercato di capire cosa rendesse questo disco un disco Compagnoni al 100%. Sinceramente non mi è venuto in mente niente di meglio di quello che ha scritto Massimiliano per descrivere il trio: storti, strambi, e a tratti irresistibilmente ottusi. Aggiungerei anche: hanno il ritmo, hanno i ritornelli, sono irlandesi ma sembrano americani. Meglio di così.

Viet Cong “Continental Shelf

Il primo album dei Viet Cong in arrivo è uno dei dischi più attesi qui da noi. La canzone che lo anticipa ha una intro marziale molto wave e la voce che la accompagna non fa nulla per sviare i sospetti che laggiù affondano le radici di questa giovane band canadese. Sembra un pezzo dei Bunnymen pitturato con la vernice nera dei Bauhaus se non che in mezzo partono break melodici di un certo rilievo. Gran bella cosa.

Vic Godard and the Subway Sect “Holiday Hymn

Ieri sera sono stato a vedere il concerto di Vic Godard e il giorno prima ero a quello di Morrissey. Con quello che ho visto e ascoltato nelle due sere avrei talmente tanto materiale in mente da poter scrivere un trattato sulla cultura popolare britannica, la musica che ne consegue e il ruolo dei perdenti (e dei vincenti) nella società di oggi. Ho troppa confusione in testa e troppo poco tempo davanti, quindi rimando il trattato a quando sarò troppo vecchio e stanco per fare cose e avrò lo spazio giusto per mettermi a sedere e scrivere sul serio di qualcosa, anzichè starmene qui in rete a cazzeggiare. Nel disco nuovo di Vic Godard che ho comperato al concerto ieri sera c’è anche questa canzone, uscita su singolo nel 1985, poi ripresa anche dagli Orange Juice di Edwyn Collins. Storie di pop inglese e di perdenti, appunto. Magnifico.

Allo Darlin’ “Romance and Adventure

Gli Allo Darlin’ sono il tipico gruppo di cui si dice che se il mondo fosse un posto migliore loro sarebbero in cima alle classifiche di preferenza di milioni di persone. Così non è e tocca farsene una ragione, come di tante cose che in questa vita non girano come dovrebbero. Dovessi consigliare uno dei tre dischi che hanno pubblicato sinora non saprei quale scegliere perché sono tutti ugualmente belli. Dovessi scegliere una delle 11 canzoni di questo loro nuovo album per convincervi che sono il vostro gruppo preferito non saprei quale scegliere per lo stesso motivo. Metto questa solo perché è quella cui sono arrivato ora, tenendo il disco in sottofondo mentre scrivo. Adesso però spengo il pc e mi alzo: mi è venuta voglia di ballare.

ARTURO COMPAGNONI

Fiver#03.06

Own Boo

Own Boo

É un’estate che é partita come meglio non si poteva. Lo avete letto: tra Beaches Brew e Handmade siamo stati bene. Cosí bene che ci sembra quasi impossibile. Essere qui, a pochi km di macchina, a pochi minuti di distanza da quelle serate, dai nostri amici, dalla nostra musica. E siamo solo all’inizio. Intanto segnatevi queste date: 4 e 5 luglio. Sotto la tettoia dell’Hana-Bi ci saremo anche noi in compagnia di qualche amico, a smanettare con il mixer e mettere qualche disco ma, sopratutto, a veder suonare dal vivo Soviet Soviet, His Clancyness, Own Boo e Havah. Vale a dire il meglio o quasi che gira in Italia in questi giorni. Sará il tempo di Ceremony, un festivalino che diventerá un evento, ne siamo certi.

Intanto, come ogni lunedí, le nostre 5 canzoni della settimana….

Own Boo “Edie”

Di una band come Own Boo mi piace praticamente tutto. Ad iniziare dalle foto promozionali che circolano in rete. Mi ricordano i My Bloody Valentine quando ancora si facevano ritrarre negli appartamenti che occupavano nel nord di Londra e pubblicavano EP di un fascino che rimarrá ineguagliato. O forse é solo suggestione causata dai suoni: chitarre distorte e fascinazioni psichedeliche. Un EP di quattro canzoni che é anche debutto discografico, un gioiellino che rimanda a band come i primissimi MBV e i Telescopes. La mia nuova band italiana preferita degli ultimi 12 mesi, senza ombra di dubbio.

Chad VanGaalen “Cut off My Hands”

Un brano, uno qualsiasi di un disco strepitoso. Un pretesto per parlare non tanto della canzone in sé (comunque adorabile: si apre con una semplice chitarra alla quale faranno poi da contraltare una serie di arrangiamenti bizzarri che rendono alla perfezione l’atmosfera evocata anche con il cantato….close my eyes and dream of different skies…) ma per segnalarvi  appunto un disco che sta raccogliendo recensioni entusiaste un pó ovunque ma che rischia comunque di passare sotto silenzio. Se ci fosse un pó di giustizia ci toglieremmo definitivamente dalle balle Wayne Coyne per lasciar spazio a roba come questa: che dei Flaming Lips raccoglie la visione ma la coniuga con la tradizione del folk a stelle e strisce.

Conor Oberst “Your are Your Mother’s Child”

A proposito dei Bright Eyes di Conor Oberst prima o poi mi toccherá scriverci qualcosa di serio, una di quelle cose che ogni tanto vi propongo alla voce “band della vita”. Peccato che i dischi solisti non siano mai stati all’altezza, arrivando addirittura ad indisporre in quel pedante tentativo di imboccare le strade del “classic rock”. In attesa che decida di ritornare a casa nutriamo la nostra fiducia di piccoli episodi che comunque continuano a sottolineare la straordinarietá del personaggio. Non é un caso che uno dei brani che rimangono del disco piú recente sia completamente acustico, una canzone che rischia di farvi tirare fuori il fazzoletto dalla tasca. Lo odierete per questo, allo stesso modo di quando vi commuovete guardando Titanic in televisione e odiate voi stessi.

Parquet Courts “Black and White”

La New York di fine anni ’70, i Pavement, i Modest Mouse……. i Parquet Courts. E pensare che il nuovo disco mi ha lasciato completamente spiazzato all’inizio. Perché non é un disco immediato, proprio per nulla. Ha bisogno, al contrario, di qualche ascolto ripetuto ma una volta che ci si prende confidenza diventa assolutamente indispensabile. Ho sempre avuto una visione in testa. La band perfetta: due chitarre, basso e batteria, l’urgenza degli Husker Du coniugata al talento compositivo di Bob Dylan. Sará pure una mezza chimera ma ogni tanto continuo a crederci. I Parquet Courts alimentano semplicemente  il sogno.

Total Control “Flesh War”

Santino dei New Order alla parete, assalto di synth a fare da colonna sonora. Ritmi che portano alla mente le vicende del post-punk dei primi anni ottanta. Passaporto australiano e secondo album in uscita a giorni. “Flesh War” é un estratto del disco in questione, ne hanno parlato i tizi di Pitchfork e ancora una volta sembrano aver ragione. Questa é una canzone che possiede l’epicitá ed il mistero per trasformarsi in un piccolo inno. Gran pezzo.

CESARE LORENZI

Novanta e non sentirli

Cloud-Nothings---Gemma-Harris

CLOUD NOTHINGS

Si fa un gran parlare di anni ‘90, di quanto fosse meglio allora.
La musica, innanzitutto. Ma non solo quella. No, si dice che è stata l’ultima stagione del rock inteso nella sua forma classica. L’ultima epoca che consentiva di immedesimarsi, di trovare addirittura rappresentazione. Tutto vero, probabilmente.

Ma in questa ricostruzione non è che mi ci ritrovo proprio, oppure più semplicemente vedo le cose da un’altra prospettiva. Forse perchè non ho mai affrontato le vicende legate alla musica come se si dovesse scegliere davvero da che parte stare, come se ci fosse una contesa da dirimere. Non mi sono neppure mai preoccupato di prendere posizione nella celebre querelle Oasis vs Blur, per dire.

Dei primi amavo l’ignoranza sopra le righe coniugata al talento di scrivere canzoni capaci di celebrare l’adolescenza. Dei secondi la capacità di omaggiare la storia del pop inglese in maniera così ruffiana. Oppure, per andare ancora più in là nel tempo, davvero sarei costretto a scegliere tra Rolling Stones e Beatles? Anche volendo, mi risulta pressochè impossibile.
Alla fin fine mi sono sempre limitato a seguire un gruppo, una band, un cantante, un dj, qualsiasi cosa mi piacesse, per quello che proponeva, per come lo faceva. Per la maniera di affrontare il mondo, insomma. Questione di attitudine, innanzitutto. Poi anche di suoni e canzoni, naturalmente. Come già diceva qualcuno più autorevole e importante di me: l’arte che più ci piace è quella dove ci si ritrova almeno un poco.
Ecco, magari la domanda da porsi è se davvero le cose si sono trasformate così tanto, dagli anni novanta fino ai giorni nostri.
Sinceramente non me ne sono accorto.
Il mio modello di ascoltatore, presumo particolarmente attento, in quanto appassionato, funziona sempre allo stesso modo. Nel 2014 come nel 1994. Sono cambiati tanti dettagli di contorno. Ma la sostanza mi pare immutata.
Nel 1994 lo schema era: comprare la stampa musicale inglese per segnarsi nomi, date e luoghi. Vent’anni dopo è cambiato il modo, in effetti. Adesso è il web a fornirci le informazioni. Ma il risultato è sempre il solito: nomi che non è più necessario segnarsi come un tempo in un’agenda in quanto si approfondisce subito. Un clic e si ascolta.

In maniera più superficiale? Boh, non mi sembra. Se una band mi piace, compro il disco, allo stesso modo di un tempo, con la differenza che adesso è più semplice. Lo ascolto, se mi capita vado a vedere il gruppo dal vivo. Magari mi programmo una vacanza appositamente. Giusto per avere un’occasione di capitare ad Utrecht, che altrimenti chi mai ci sarebbe andato.
Mi viene il dubbio che alla fin fine sono rimasto uguale io, il mondo attorno è cambiato e non me ne sono accorto. Non che mi stupirebbe particolarmente, poi.

Ma questi anni ‘90? Di cosa parliamo in fondo? Dell’ultima epoca dove l’industria discografica ha provato a portare i gruppi “alternativi” in classifica? Parliamo di quello? Allora diciamo pure che quella stagione si è conclusa amaramente, con un colpo di fucile in una camera da letto disfatta nel nord-ovest americano.
O parliamo di quel suono? Anni ‘90 è diventato sinonimo di band con chitarre, che possibilmente pubblicano dischi per un’etichetta indipendente. Esattamente quella roba che è in via di demolizione nei blog più fighetti della penisola. Scordando magari che alcune delle migliori nuove proposte degli ultimi mesi suonano proprio in quel modo. Roba tipo Speedy Ortiz, Parquet Courts o Cloud Nothings. Roba suonata da gruppi giovani, chi più chi meno, senza nessuna patina nostalgica che fa capolino. E questo è dettaglio non da poco.

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CLOUD NOTHINGS Here and Nowhere Else

Prendiamo i Cloud Nothings, per esempio. Il gruppo del momento. Capitanato da Dylan Baldi, 22 anni. No, dico VENTIDUE anni.
Una band che ha avuto un percorso lineare, come altre 1.000 prima di loro. Disco d’esordio per una piccolissima “indie”. Centinaia di concerti nelle cantine e nei bar più scassati d’America a fare da contorno. Volume al massimo, vecchi amplificatori e chitarre sgangherate. Tutte le sere davanti ad un pubblico di pochi scettici che a forza di insistere si trasformano in amici. Gira la voce, insomma. Dai, e ancora dai. Alza il volume, guida il furgone, sopravvivi a 200 giorni dormendo sul pavimento. E poi un disco ancora, magari con Steve Albini in regia. E poi, di nuovo, via andare. Questa volta in Europa. Prima volta in assoluto da queste parti. Concerti davanti a 4 gatti ma non importa, tanto sai che alla fine qualche amico comunque lo porti a casa. E puoi raccontare, a Cleveland, che hai suonato a Parigi.

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PARQUET COURTS

A forza di insistere hai capito come funziona, cosa ti serve in studio di registrazione, adesso hai l’esperienza necessaria. E pubblichi un nuovo album, ci canti dentro tutto il disagio che hai accumulato, tutta la frustrazione. No, non è il momento ancora di abbassare il volume. Indovini un paio di melodie, fai un disco clamoroso. Pigi sull’acceleratore e rialzi il piede dopo otto canzoni. Lo intitoli Here and Nowhere Else. Ti prepari a sbarcare nuovamente in Europa, questa volta ti aspettano buoni slot nei festival più importanti. Non vedi l’ora di suonare in quel posto sulla spiaggia, sotto a una tettoia, come l’altra volta. Questa volta sai già che ti aspetterà molta più gente. Qualcuno canterà a memoria alcune delle tue nuove canzoni, puoi giurarci.
E’ il 2014, l’anno dei Cloud Nothings. In attesa del nuovo Parquet Courts. E le cose funzionano ancora come allora. Lo abbiamo già visto, già vissuto in passato. E’ il 2014 e gli anni novanta non li abbiamo dimenticati. Il mondo ci cambia attorno, alla velocità della luce, e noi siamo ancora qui, con i soliti tre accordi a farci da colonna sonora.
Non saranno i nuovi Hüsker Dü, magari. Ma chi se ne importa. Ne parleremo ancora tra qualche anno, probabilmente.
Chissà cosa si racconterà ancora di quei famigerati anni novanta.

CESARE LORENZI

Dovendo scegliere preferirei niente

Con le classifiche, in generale, ho un rapporto difficile.
Potrei quasi definirlo di amore e odio, se solo amore e odio non fossero sentimenti tali che associarli a una classifica fa venir da ridere.

Invidio uno come Nick Hornby.
La sua capacità – quand’anche al solo servizio della fiction – di elencare fatti e persone infilando nomi in scaletta: i cinque libri, i cinque film, le cinque canzoni di Elvis Costello, le cinque separazioni più importanti della vita.

Ammiro anche quelli che ogni anno per tutto il mese di dicembre, si impegnano meticolosamente a mettere assieme le proprie liste di preferenze per poi renderle pubbliche.
Al contrario detesto quelli che si pigliano la briga di analizzare e disquisire sulla giustezza delle proprie scelte e di quelle altrui, piazzando a pioggia commenti e like come se a qualcuno davvero interessasse la loro opinione.
Discussioni che per inutilità sono seconde soltanto a quelle ascoltate e lette al momento dell’uscita degli ultimi dischi di Daft Punk e Arcade Fire, giusto per restare a quanto ascoltato e letto in giro nell’anno appena trascorso. 
Dimenticandosi che tutto quello che c’è da sapere riguardo ad una qualsiasi playlist è che questa non è nient’altro che l’espressione del gusto e della personalità di chi la compila.    

A me in generale proprio non riesce di classificare le cose mettendo un simile ordine nelle mie faccende, soprattutto in quelle importanti.
Faccio fatica a fare mente locale, concentrarmi e ricordare tutte le cose che mi piacciono e quelle che non mi piacciono e ho sempre il timore di dimenticare qualcosa.
Poi devo anche ammettere che i miei gusti cambiano in continuazione e fissarli in un determinato momento non mi sembra giusto.
Sono volubile e meteoropatico.
Circoscrivendo la questione ai soli dischi, argomento di cui mi dovrei occupare ora, a volte mi basta ascoltare un album in un momento piuttosto che in un altro – anche a distanza di un brevissimo frammento temporale – per ottenerne una prospettiva nuova, posizionarlo da un’altra parte.
Un po’ come con le fotografie: cambi una luce per uno stesso soggetto e ottieni una visione completamente nuova.
E’ solo una questione di messa a fuoco.
Alla fine le mie preferenze sono del tutto volatili, casuali e tirate via.
Più che altro sono una questione di angolazioni da cui mi fermo ad osservare le cose, nei pochissimi momenti in cui effettivamente mi fermo.
Umori differenti assecondati da musiche differenti, voglia di un certo tipo di canzoni piuttosto che di un altro.
Del resto nell’arco di un anno possono cambiare molte cose, e i cambiamenti necessitano di una colonna sonora adeguata. 
Musiche che li accompagnino e li assecondino, giorno dopo giorno.
Per questo la lista che mi verrebbe da scrivere ora sarebbe molto diversa da quella che avrei stilato anche solo un mese fa, dunque a mio modo di vedere non ha alcun senso che io pubblichi un elenco delle mie scelte.
Dovessi farlo allora risolverei la cosa facendo un solo nome.
Quello dei tizi del video qui sotto.
Amen.

Arturo Compagnoni