Fiver # 03.10 (Rassicurazioni)

Parqay Quarts

Parqay Quarts

But, still, it was a strange time for people heavily invested in the underground, a pre-internet moment when indie groups didn’t appear on late night TV as regularly as they do now, you never gave much thought to advertising or PR, and you could walk up to someone wearing a Jesus Lizard t-shirt and know you’d have a lot in common. So, even if you didn’t pay much attention to Nirvana’s ascension, when punk did break, previously small bands were swept up and placed in a context they were unfamiliar with until that moment; as a result, more people were coming to shows, wearing those shirts, and muddying the waters“.
(dalla recensione della ristampa di 24 Hour Revenge Therapy dei Jawbreaker, Pitchfork 16/10/2014)

Sono consapevole di vivere nell’anno 2014, così come sono cosciente del fatto che non riuscirò mai a stare dietro ai mutamenti che l’informatica propone quotidianamente alla mia vita. Questo non perché i cambiamenti non mi piacciano aprioristicamente o li ritenga superflui (non sempre, almeno) ma solo perché sono troppo pigro e tecnologicamente ignorante per tener dietro alle novità.
L’unico social network che frequento è facebook. Non vi dico quanto mi stia sulle palle utilizzare termini inglesi in un discorso espresso in italiano. Eppure di parole inglesi ne ho appena utilizzate tre in un’unica frase. L’ho fatto, come fanno tutti, perché d’altro canto non mi piace per nulla italianizzare definizioni inglesi che viceversa non avrebbero un equivalente per essere espresse nella nostra lingua. Così come utilizzo facebook, allo stesso modo in cui lo utilizzano quasi tutte le persone che conosco, pur non condividendo l’impiego che la maggior parte delle persone che conosco fa di questo strumento. Un congegno che mi pare sia capace di rendere apparentemente stupide anche le persone più intelligenti.
Le due cose, facebook e l’uso di vocaboli anglofoni, ovviamente non sono correlate tra loro, ma il parallelo mi occorre per esprimere un concetto: ci sono cose che non mi piace fare ma che ritengo sia necessario fare. Affermare che certe cose, tipo avere un profilo facebook, siano indispensabili è un pelo esagerato, ne convengo. E’ comunque un modo per dire che capisco come il rifiuto di certi meccanismi possa finire per tagliarti fuori dal mondo, anacronisticamente arroccato su posizioni che ricordano quelle del soldato giapponese trincerato in cima alla montagna, ignaro del fatto che la guerra è finita da un pezzo. Chiarito ciò aggiungo che quando qualcuno decide di prendere una posizione antiquata e fuori dal tempo su questi argomenti, a me quel qualcuno piace da morire. Soprattutto se quel qualcuno non è una persona arcaica quanto me.
Prendete i Parquet Courts ad esempio. Mi è appena capitata per le mani un’intervista da loro rilasciata al Guardian a fine giugno di quest’anno, dove i ragazzi (28 anni il più anziano dei 4) in buona sostanza dichiaravano il loro rifiuto all’utilizzo dei social media a fini promozionali, considerandoli un veicolo niente affatto necessario per far circolare il proprio nome. Un rifiuto che va di pari passo con la scelta di concentrarsi nella pubblicazione di dischi preferenzialmente su supporti analogici (cassette e vinili), anche tramite un’etichetta (Dull Tools) di proprietà del cantante, il pubblicizzare i propri concerti con flyer e poster disegnati a mano dalla band, l’avventurarsi in tour capillari e costanti organizzati da loro stessi, l’affidare la realizzazione dei video nelle mani di amici. Tutte cose che fanno migliaia di band ogni giorno in giro per il mondo, per carità, ma azioni non così usuali per gente che abbia una visibilità simile a quella già ottenuta da loro. Sostanzialmente si parla di fare le cose secondo regole dettate da nessun altro che non se stessi, nel solco che tanti anni fa tracciarono etichette quali SST (corporate rock still sucks, isn’t it?) e Dischord.
Vogliamo mantenere il controllo di ciò che mettiamo in giro: prestiamo attenzione a come vengono pubblicati i nostri dischi e a come vengono organizzati i nostri tour. Il come ti considera qualcuno che vive dall’altra parte del mondo, dipende anche dal fatto che tu decida di andare a fare concerti nella sua città, da quali sono i gruppi assieme ai quali suoni, da come i tuoi dischi vengono pubblicati e pubblicizzati. Ci interessa conservare una visione d’insieme“.
Per descrivere questi nuovi gruppi (Protomartyr, Yuppies, Xerox, Future Punx, Total Control, Eagulls), che provengono da aree diverse del globo e sanno parecchio di antico, c’è già pronto un acronimo tra il serio e il faceto, DIYUSECDIB: do it yourself unless someone else can do it better.
Può darsi sia retorica spicciola buona solo a farsi pubblicità presso una nicchia di pubblico ben precisa.
O è possibile sia quella nostalgia per situazioni ed epoche mai vissute che oggi pare affliggere chiunque e sulla quale i fanatici della modernità sarebbe bene cominciassero a porsi qualche domanda.
Può essere tutto e può essere – anzi quasi certamente sarà – nulla.
Ma la cosa, oltre che farmi sorridere, in qualche modo mi rassicura. E tanto basta, per ora.

Parkay Quarts “Uncast Shadow of a Southern Myth

Ebbene si, i Parquet Courts hanno una pagina a loro nome su facebook. E si è da quella pagina, prima ancora che dalla sezione news di Pitchfork, che ho appreso dell’uscita di un album a nome Parkay Quarts, sigla del progetto che vede coinvolti Andrew Savage e Austin Brown, entrambi chitarristi e cantanti nella band principale. Voi che trafficate con facebook dalla mattina alla sera, vi sarete però senz’altro accorti che quella non è una pagina gestita dal gruppo bensì a fan page of Parquet Courts. La differenza può essere sottile come un foglio di carta velina o spessa come la crosta di una fetta di pane raffermo ma, come direbbe il Merighi, poco importa. Questo primo estratto da quel disco è molto più rilassato delle cose che i PQ hanno infilato nei loro primi due dischi, ma non meno bello. Ha il sapore chill out di un’alba che viene dopo una notte livida, sudata e grondante alcol. Esattamente come questa domenica mattina in cui sto scrivendo, dopo il sabato notte passato. Canzone perfetta.

So Cow “Sugar Factory

Di loro ha già scritto Massimiliano un paio di settimane fa ma non posso fare a meno di tornarci sopra perché almeno quattro delle canzoni infilate nel nuovo album di questi tre irlandesi mi si sono appiccicate addosso e non riesco più a scollarle. Quando ho fatto ascoltare il disco a Cesare mi ha semplicemente detto che questo è un disco 100% Compagnoni. Ho trovato la definizione assolutamente appropriata, allora ho cercato di capire cosa rendesse questo disco un disco Compagnoni al 100%. Sinceramente non mi è venuto in mente niente di meglio di quello che ha scritto Massimiliano per descrivere il trio: storti, strambi, e a tratti irresistibilmente ottusi. Aggiungerei anche: hanno il ritmo, hanno i ritornelli, sono irlandesi ma sembrano americani. Meglio di così.

Viet Cong “Continental Shelf

Il primo album dei Viet Cong in arrivo è uno dei dischi più attesi qui da noi. La canzone che lo anticipa ha una intro marziale molto wave e la voce che la accompagna non fa nulla per sviare i sospetti che laggiù affondano le radici di questa giovane band canadese. Sembra un pezzo dei Bunnymen pitturato con la vernice nera dei Bauhaus se non che in mezzo partono break melodici di un certo rilievo. Gran bella cosa.

Vic Godard and the Subway Sect “Holiday Hymn

Ieri sera sono stato a vedere il concerto di Vic Godard e il giorno prima ero a quello di Morrissey. Con quello che ho visto e ascoltato nelle due sere avrei talmente tanto materiale in mente da poter scrivere un trattato sulla cultura popolare britannica, la musica che ne consegue e il ruolo dei perdenti (e dei vincenti) nella società di oggi. Ho troppa confusione in testa e troppo poco tempo davanti, quindi rimando il trattato a quando sarò troppo vecchio e stanco per fare cose e avrò lo spazio giusto per mettermi a sedere e scrivere sul serio di qualcosa, anzichè starmene qui in rete a cazzeggiare. Nel disco nuovo di Vic Godard che ho comperato al concerto ieri sera c’è anche questa canzone, uscita su singolo nel 1985, poi ripresa anche dagli Orange Juice di Edwyn Collins. Storie di pop inglese e di perdenti, appunto. Magnifico.

Allo Darlin’ “Romance and Adventure

Gli Allo Darlin’ sono il tipico gruppo di cui si dice che se il mondo fosse un posto migliore loro sarebbero in cima alle classifiche di preferenza di milioni di persone. Così non è e tocca farsene una ragione, come di tante cose che in questa vita non girano come dovrebbero. Dovessi consigliare uno dei tre dischi che hanno pubblicato sinora non saprei quale scegliere perché sono tutti ugualmente belli. Dovessi scegliere una delle 11 canzoni di questo loro nuovo album per convincervi che sono il vostro gruppo preferito non saprei quale scegliere per lo stesso motivo. Metto questa solo perché è quella cui sono arrivato ora, tenendo il disco in sottofondo mentre scrivo. Adesso però spengo il pc e mi alzo: mi è venuta voglia di ballare.

ARTURO COMPAGNONI

Fiver#03.06

Own Boo

Own Boo

É un’estate che é partita come meglio non si poteva. Lo avete letto: tra Beaches Brew e Handmade siamo stati bene. Cosí bene che ci sembra quasi impossibile. Essere qui, a pochi km di macchina, a pochi minuti di distanza da quelle serate, dai nostri amici, dalla nostra musica. E siamo solo all’inizio. Intanto segnatevi queste date: 4 e 5 luglio. Sotto la tettoia dell’Hana-Bi ci saremo anche noi in compagnia di qualche amico, a smanettare con il mixer e mettere qualche disco ma, sopratutto, a veder suonare dal vivo Soviet Soviet, His Clancyness, Own Boo e Havah. Vale a dire il meglio o quasi che gira in Italia in questi giorni. Sará il tempo di Ceremony, un festivalino che diventerá un evento, ne siamo certi.

Intanto, come ogni lunedí, le nostre 5 canzoni della settimana….

Own Boo “Edie”

Di una band come Own Boo mi piace praticamente tutto. Ad iniziare dalle foto promozionali che circolano in rete. Mi ricordano i My Bloody Valentine quando ancora si facevano ritrarre negli appartamenti che occupavano nel nord di Londra e pubblicavano EP di un fascino che rimarrá ineguagliato. O forse é solo suggestione causata dai suoni: chitarre distorte e fascinazioni psichedeliche. Un EP di quattro canzoni che é anche debutto discografico, un gioiellino che rimanda a band come i primissimi MBV e i Telescopes. La mia nuova band italiana preferita degli ultimi 12 mesi, senza ombra di dubbio.

Chad VanGaalen “Cut off My Hands”

Un brano, uno qualsiasi di un disco strepitoso. Un pretesto per parlare non tanto della canzone in sé (comunque adorabile: si apre con una semplice chitarra alla quale faranno poi da contraltare una serie di arrangiamenti bizzarri che rendono alla perfezione l’atmosfera evocata anche con il cantato….close my eyes and dream of different skies…) ma per segnalarvi  appunto un disco che sta raccogliendo recensioni entusiaste un pó ovunque ma che rischia comunque di passare sotto silenzio. Se ci fosse un pó di giustizia ci toglieremmo definitivamente dalle balle Wayne Coyne per lasciar spazio a roba come questa: che dei Flaming Lips raccoglie la visione ma la coniuga con la tradizione del folk a stelle e strisce.

Conor Oberst “Your are Your Mother’s Child”

A proposito dei Bright Eyes di Conor Oberst prima o poi mi toccherá scriverci qualcosa di serio, una di quelle cose che ogni tanto vi propongo alla voce “band della vita”. Peccato che i dischi solisti non siano mai stati all’altezza, arrivando addirittura ad indisporre in quel pedante tentativo di imboccare le strade del “classic rock”. In attesa che decida di ritornare a casa nutriamo la nostra fiducia di piccoli episodi che comunque continuano a sottolineare la straordinarietá del personaggio. Non é un caso che uno dei brani che rimangono del disco piú recente sia completamente acustico, una canzone che rischia di farvi tirare fuori il fazzoletto dalla tasca. Lo odierete per questo, allo stesso modo di quando vi commuovete guardando Titanic in televisione e odiate voi stessi.

Parquet Courts “Black and White”

La New York di fine anni ’70, i Pavement, i Modest Mouse……. i Parquet Courts. E pensare che il nuovo disco mi ha lasciato completamente spiazzato all’inizio. Perché non é un disco immediato, proprio per nulla. Ha bisogno, al contrario, di qualche ascolto ripetuto ma una volta che ci si prende confidenza diventa assolutamente indispensabile. Ho sempre avuto una visione in testa. La band perfetta: due chitarre, basso e batteria, l’urgenza degli Husker Du coniugata al talento compositivo di Bob Dylan. Sará pure una mezza chimera ma ogni tanto continuo a crederci. I Parquet Courts alimentano semplicemente  il sogno.

Total Control “Flesh War”

Santino dei New Order alla parete, assalto di synth a fare da colonna sonora. Ritmi che portano alla mente le vicende del post-punk dei primi anni ottanta. Passaporto australiano e secondo album in uscita a giorni. “Flesh War” é un estratto del disco in questione, ne hanno parlato i tizi di Pitchfork e ancora una volta sembrano aver ragione. Questa é una canzone che possiede l’epicitá ed il mistero per trasformarsi in un piccolo inno. Gran pezzo.

CESARE LORENZI

Novanta e non sentirli

Cloud-Nothings---Gemma-Harris

CLOUD NOTHINGS

Si fa un gran parlare di anni ‘90, di quanto fosse meglio allora.
La musica, innanzitutto. Ma non solo quella. No, si dice che è stata l’ultima stagione del rock inteso nella sua forma classica. L’ultima epoca che consentiva di immedesimarsi, di trovare addirittura rappresentazione. Tutto vero, probabilmente.

Ma in questa ricostruzione non è che mi ci ritrovo proprio, oppure più semplicemente vedo le cose da un’altra prospettiva. Forse perchè non ho mai affrontato le vicende legate alla musica come se si dovesse scegliere davvero da che parte stare, come se ci fosse una contesa da dirimere. Non mi sono neppure mai preoccupato di prendere posizione nella celebre querelle Oasis vs Blur, per dire.

Dei primi amavo l’ignoranza sopra le righe coniugata al talento di scrivere canzoni capaci di celebrare l’adolescenza. Dei secondi la capacità di omaggiare la storia del pop inglese in maniera così ruffiana. Oppure, per andare ancora più in là nel tempo, davvero sarei costretto a scegliere tra Rolling Stones e Beatles? Anche volendo, mi risulta pressochè impossibile.
Alla fin fine mi sono sempre limitato a seguire un gruppo, una band, un cantante, un dj, qualsiasi cosa mi piacesse, per quello che proponeva, per come lo faceva. Per la maniera di affrontare il mondo, insomma. Questione di attitudine, innanzitutto. Poi anche di suoni e canzoni, naturalmente. Come già diceva qualcuno più autorevole e importante di me: l’arte che più ci piace è quella dove ci si ritrova almeno un poco.
Ecco, magari la domanda da porsi è se davvero le cose si sono trasformate così tanto, dagli anni novanta fino ai giorni nostri.
Sinceramente non me ne sono accorto.
Il mio modello di ascoltatore, presumo particolarmente attento, in quanto appassionato, funziona sempre allo stesso modo. Nel 2014 come nel 1994. Sono cambiati tanti dettagli di contorno. Ma la sostanza mi pare immutata.
Nel 1994 lo schema era: comprare la stampa musicale inglese per segnarsi nomi, date e luoghi. Vent’anni dopo è cambiato il modo, in effetti. Adesso è il web a fornirci le informazioni. Ma il risultato è sempre il solito: nomi che non è più necessario segnarsi come un tempo in un’agenda in quanto si approfondisce subito. Un clic e si ascolta.

In maniera più superficiale? Boh, non mi sembra. Se una band mi piace, compro il disco, allo stesso modo di un tempo, con la differenza che adesso è più semplice. Lo ascolto, se mi capita vado a vedere il gruppo dal vivo. Magari mi programmo una vacanza appositamente. Giusto per avere un’occasione di capitare ad Utrecht, che altrimenti chi mai ci sarebbe andato.
Mi viene il dubbio che alla fin fine sono rimasto uguale io, il mondo attorno è cambiato e non me ne sono accorto. Non che mi stupirebbe particolarmente, poi.

Ma questi anni ‘90? Di cosa parliamo in fondo? Dell’ultima epoca dove l’industria discografica ha provato a portare i gruppi “alternativi” in classifica? Parliamo di quello? Allora diciamo pure che quella stagione si è conclusa amaramente, con un colpo di fucile in una camera da letto disfatta nel nord-ovest americano.
O parliamo di quel suono? Anni ‘90 è diventato sinonimo di band con chitarre, che possibilmente pubblicano dischi per un’etichetta indipendente. Esattamente quella roba che è in via di demolizione nei blog più fighetti della penisola. Scordando magari che alcune delle migliori nuove proposte degli ultimi mesi suonano proprio in quel modo. Roba tipo Speedy Ortiz, Parquet Courts o Cloud Nothings. Roba suonata da gruppi giovani, chi più chi meno, senza nessuna patina nostalgica che fa capolino. E questo è dettaglio non da poco.

cloud nothings here-and-nowhere-else

CLOUD NOTHINGS Here and Nowhere Else

Prendiamo i Cloud Nothings, per esempio. Il gruppo del momento. Capitanato da Dylan Baldi, 22 anni. No, dico VENTIDUE anni.
Una band che ha avuto un percorso lineare, come altre 1.000 prima di loro. Disco d’esordio per una piccolissima “indie”. Centinaia di concerti nelle cantine e nei bar più scassati d’America a fare da contorno. Volume al massimo, vecchi amplificatori e chitarre sgangherate. Tutte le sere davanti ad un pubblico di pochi scettici che a forza di insistere si trasformano in amici. Gira la voce, insomma. Dai, e ancora dai. Alza il volume, guida il furgone, sopravvivi a 200 giorni dormendo sul pavimento. E poi un disco ancora, magari con Steve Albini in regia. E poi, di nuovo, via andare. Questa volta in Europa. Prima volta in assoluto da queste parti. Concerti davanti a 4 gatti ma non importa, tanto sai che alla fine qualche amico comunque lo porti a casa. E puoi raccontare, a Cleveland, che hai suonato a Parigi.

parquetcourtsb201313w

PARQUET COURTS

A forza di insistere hai capito come funziona, cosa ti serve in studio di registrazione, adesso hai l’esperienza necessaria. E pubblichi un nuovo album, ci canti dentro tutto il disagio che hai accumulato, tutta la frustrazione. No, non è il momento ancora di abbassare il volume. Indovini un paio di melodie, fai un disco clamoroso. Pigi sull’acceleratore e rialzi il piede dopo otto canzoni. Lo intitoli Here and Nowhere Else. Ti prepari a sbarcare nuovamente in Europa, questa volta ti aspettano buoni slot nei festival più importanti. Non vedi l’ora di suonare in quel posto sulla spiaggia, sotto a una tettoia, come l’altra volta. Questa volta sai già che ti aspetterà molta più gente. Qualcuno canterà a memoria alcune delle tue nuove canzoni, puoi giurarci.
E’ il 2014, l’anno dei Cloud Nothings. In attesa del nuovo Parquet Courts. E le cose funzionano ancora come allora. Lo abbiamo già visto, già vissuto in passato. E’ il 2014 e gli anni novanta non li abbiamo dimenticati. Il mondo ci cambia attorno, alla velocità della luce, e noi siamo ancora qui, con i soliti tre accordi a farci da colonna sonora.
Non saranno i nuovi Hüsker Dü, magari. Ma chi se ne importa. Ne parleremo ancora tra qualche anno, probabilmente.
Chissà cosa si racconterà ancora di quei famigerati anni novanta.

CESARE LORENZI

Dovendo scegliere preferirei niente

Con le classifiche, in generale, ho un rapporto difficile.
Potrei quasi definirlo di amore e odio, se solo amore e odio non fossero sentimenti tali che associarli a una classifica fa venir da ridere.

Invidio uno come Nick Hornby.
La sua capacità – quand’anche al solo servizio della fiction – di elencare fatti e persone infilando nomi in scaletta: i cinque libri, i cinque film, le cinque canzoni di Elvis Costello, le cinque separazioni più importanti della vita.

Ammiro anche quelli che ogni anno per tutto il mese di dicembre, si impegnano meticolosamente a mettere assieme le proprie liste di preferenze per poi renderle pubbliche.
Al contrario detesto quelli che si pigliano la briga di analizzare e disquisire sulla giustezza delle proprie scelte e di quelle altrui, piazzando a pioggia commenti e like come se a qualcuno davvero interessasse la loro opinione.
Discussioni che per inutilità sono seconde soltanto a quelle ascoltate e lette al momento dell’uscita degli ultimi dischi di Daft Punk e Arcade Fire, giusto per restare a quanto ascoltato e letto in giro nell’anno appena trascorso. 
Dimenticandosi che tutto quello che c’è da sapere riguardo ad una qualsiasi playlist è che questa non è nient’altro che l’espressione del gusto e della personalità di chi la compila.    

A me in generale proprio non riesce di classificare le cose mettendo un simile ordine nelle mie faccende, soprattutto in quelle importanti.
Faccio fatica a fare mente locale, concentrarmi e ricordare tutte le cose che mi piacciono e quelle che non mi piacciono e ho sempre il timore di dimenticare qualcosa.
Poi devo anche ammettere che i miei gusti cambiano in continuazione e fissarli in un determinato momento non mi sembra giusto.
Sono volubile e meteoropatico.
Circoscrivendo la questione ai soli dischi, argomento di cui mi dovrei occupare ora, a volte mi basta ascoltare un album in un momento piuttosto che in un altro – anche a distanza di un brevissimo frammento temporale – per ottenerne una prospettiva nuova, posizionarlo da un’altra parte.
Un po’ come con le fotografie: cambi una luce per uno stesso soggetto e ottieni una visione completamente nuova.
E’ solo una questione di messa a fuoco.
Alla fine le mie preferenze sono del tutto volatili, casuali e tirate via.
Più che altro sono una questione di angolazioni da cui mi fermo ad osservare le cose, nei pochissimi momenti in cui effettivamente mi fermo.
Umori differenti assecondati da musiche differenti, voglia di un certo tipo di canzoni piuttosto che di un altro.
Del resto nell’arco di un anno possono cambiare molte cose, e i cambiamenti necessitano di una colonna sonora adeguata. 
Musiche che li accompagnino e li assecondino, giorno dopo giorno.
Per questo la lista che mi verrebbe da scrivere ora sarebbe molto diversa da quella che avrei stilato anche solo un mese fa, dunque a mio modo di vedere non ha alcun senso che io pubblichi un elenco delle mie scelte.
Dovessi farlo allora risolverei la cosa facendo un solo nome.
Quello dei tizi del video qui sotto.
Amen.

Arturo Compagnoni