The scene that celebrates itself

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Da qualche tempo Pitchfork ha deciso di uscire sul mercato in formato cartaceo. Il sito web che ha nella sostanza modificato il nostro recente modo di vivere le notizie e la critica legati alla musica che più ci piace, ha sorpreso tutti in questo 2014 lanciandosi in un’avventura editoriale inattesa. Qui non si vogliono dare giudizi di merito né sul sito (che comunque sarebbero positivi) né sulla rivista in sé (che é a mio giudizio riuscitissima). Dopo 17 anni di vita online é come se si volesse prendere le distanze da quello che si é contribuito a creare o quantomeno trasformarlo in qualcosa di nuovo. Hanno probabilmente compreso che ancora l’unica maniera per approfondire qualsiasi discorso legato alla musica non può prescindere dalla carta stampata.

L’elegante primo numero (ne pubblicheranno 4 all’anno) é un libro più che un magazine che vuole, fin dal formato, mettere in chiaro che le parole e i contenuti dovranno occupare la scena. Una grafica all’insegna del understatement che rovescia in maniera radicale quello che é stato il lavoro di web designer (si dirà così poi, mah) e grafici di riviste musicali varie negli ultimi anni. L’esperimento va seguito con attenzione, naturalmente.

Non è mia intenzione affrontare nel dettaglio gli argomenti di cui si occupa The Pitchfork Reviewma l’articolo posizionato in apertura ha catturato la mia attenzione. La firma é quella di Simon Reynolds, inglese trapiantato a New York, autore di libri di successo come Retromania e Rip It Up and Start Again ma sopratutto giornalista di punta per il Melody Maker per quasi 20 anni.

Reynolds, cerco di riassumere in poche parole, analizza la storia della stampa musicale britannica, dell’impatto incredibile che i settimanali avevano all’epoca (diciamo dal 1975 al 2000) e di come e quanto si sia evoluto (o involuto), grazie ad internet, il modo di parlare e scrivere di musica in maniera quantomeno consapevole.

Sottolinea in modo decisamente critico l’attuale situazione: l’uscita di qualsiasi disco provoca nel giro di poche ore una valanga di decine di opinioni. Giudizi che solitamente si muovono a 360 gradi, dall’ entusiasmo alla stroncatura più feroce. Il risultato é che nessuno legge più veramente se non in maniera estremamente distratta. Si sa già in anticipo cosa aspettarsi, del resto. E di qualsiasi disco, con un minimo di ricerca, é possibile individuare la recensione che più si avvicina ai propri gusti musicali. Si genera insomma un grande rumore di sottofondo ma nessuno ha ormai l’autorità di elevarsi da questo mare di mediocrità.

Il problema non é solo del pubblico, aggiunge Reynolds, ma anche dei critici stessi. Se prima scrivere una recensione comportava in qualche modo una responsabilità ora non é più così. In qualsiasi caso sarà sotterrata da decine di opinioni simili e contrarie nel giro di poche ore. Tutto questo meccanismo, legato a doppia mandata al fatto di poter ascoltare gratuitamente e in tempo reale tutta la musica del mondo, ha generato un ulteriore problema. Non solo la lettura é diventata più superficiale ma anche l’ascolto e il rapporto che abbiamo con le band o con la musica che più ci piace é completamente cambiato. Non si vivono più grandi storie d’amore ma piccole avventure da fine settimana, per azzardare una metafora.pitchfork

L’articolo di Reynolds é brillante e il mio tentativo di riassumerlo in poche parole non gli rende giustizia. In alcuni passaggi mi ci sono ritrovato: quando racconta la corsa del martedì a recuperare la nuova copia del NME mi ha fatto ricordare i miei mercoledì mattina (7 giorni di ritardo sull’uscita inglese) dove puntualmente in via Mazzini, circondato dai pensionati e casalinghe che si recavano alle poste, andavo a ritirare la mia preziosissima copia del Melody Maker. Proprio questo dettaglio mi ha fatto ricordare un articolo che avevo letto da qualche parte. Ho fatto mente locale e mi é tornato in mente il vecchio blog di Arturo Compagnoni, che altro non è stato se non il progenitore del sito che state leggendo in questo momento. Ve lo ripropongo perché merita e sopratutto perché ci permetterà di fare qualche altra considerazione:

Oggi tornando a casa dal lavoro me la sono presa comoda.
Anziché infilare la rampa della tangenziale a Borgo Panigale, ho proseguito dritto lungo l’asse attrezzato, sbucando sui viali poco prima di Porta San Felice, proseguendo poi in circolo verso il ponte di via Stalingrado.
Così facendo sono passato davanti alla stazione dei treni e proprio mentre ero fermo al semaforo piantato poco prima la tabaccheria A.B., quella delle prevendite, ricordavo.
Non tanto quel 2 agosto, la vecchia radio Grundig posata sotto l’ombrellone che stava trasmettendo l’hit parade della RAI a quei tempi, 1980, un piccolo evento mediatico per un adolescente precocemente infatuato dalla musica e da quello che alla musica ruota attorno.
No, non è stato tanto quello a venirmi in mente.
Che a quello penso ogni volta mi capiti l’occhio sull’orologio sospeso in alto a sinistra, appeso al muro della stazione.
Immaginandolo sempre immobile sulle dieci e venticinque della mattina.
Rammentavo piuttosto le tante sgambate del mercoledì, diretto all’edicola, quella che ai tempi era piazzata di fronte all’ingresso, proprio sotto l’enorme tabellone nero dei treni in partenza ed in arrivo.
Era a quell’edicola che per primo arrivava il Melody Maker, ed era dunque da quell’edicola che si avviava settimanalmente il processo di conoscenza. Rozzo, basilare, fatto di dieci nomi a settimana da appuntare sull’agenda in un ordine via via più confuso.
Fatto di quarantacinque giri che sarebbe comunque stato impossibile procurarsi ed elenchi di concerti londinesi e favolosi in posti che avremmo poi testato negli anni a venire essere poco più che pub sgangherati.

Prima ancora che il semaforo girasse al verde pensavo, come spesso mi capita, a come le cose siano cambiate in un lasso di tempo tutto sommato poco rilevante.
A quanto comoda e raggiungibile sia oggi l’informazione, diffusa attraverso tecnologia a (relativamente) basso prezzo, e al contempo quanto poco rimanga di questa immensa massa di dati, notizie, pareri e riflessioni variamente assortite che ogni giorno si affastellano sugli scaffali della nostra memoria sempre più sovraccarica.
Quasi quanto l’hard disk del computer dal quale sto scrivendo ora.
E dunque a quanto inutile sia questa enorme quantità di informazioni.
Anzi a volte persino controproducente.
A meno che queste informazioni non si decida di elaborarle e trasformarle in conoscenza.
Intendiamoci, non è che il Melody Maker e la sua carta ruvida, di quelle con l’inchiostro che rimaneva appiccicato al polpastrello delle dita, potesse essere considerato uno strumento di cultura.
Anche se certi articoli del vecchio Everett True hanno concorso in maniera inconfutabile a forgiare parte del mio gusto.
E’ che il piacere di leggere e rileggere parole scritte su carta, sin quasi a mandarle a memoria, rimane per me unico, ora come allora.
E la parola scritta sulla carta rimane ancora, almeno a livello psicologico, una fonte di sapere più solida, un qualcosa a cui prestare attenzione maggiore.
Quello che è andato perduto e mai più sarà ritrovato è il successivo fascino delle ricerca che quelle pagine stimolavano (e tuttora sollecitano), irrimediabilmente smarrito dentro migliaia di cartelle condivise dagli utenti di un soul seek qualunque.
E poco dopo, mentre svoltavo a sinistra, sbirciando il portone colorato e decrepito che annuncia da lontano l’ingresso al Livello 57, pensavo a quanto assoluta, totale e granitica sia la convinzione che l’informazione sia cosa ben diversa dalla conoscenza e che se l’informazione totale ed immediata è oggi alla portata di tutti, non altrettanto lo è la conoscenza.
Quella la si acquisisce negli anni, e bisogna averne voglia, perché non basta avere una connessione veloce e tempo da investire in viaggio tra un link e l’altro.
Perché la conoscenza sta sempre là fuori.
E bisogna alzarsi e muoversi e faticare e resistere per accumularla.
(Artuto Compagnoni, dalla prima versione di Sniffin’ Glucose, ottobre 2007)

the-stone-roses-on-the-cover-of-melody-maker-9th-december-1989Quello che scrive oggi Reynolds, Arturo lo aveva semplicemente anticipato di qualche anno. Utilizzando un’altra forma naturalmente ma arrivando, seppur in tempi diversi, ad esporre concetti molto simili.

Non che tutto ciò abbia un significato particolare. È solo un fatto.

Certamente The Pitchfork Review concorrerà all’evoluzione del cartaceo che tratta di musica in maniera si spera rilevante. Qualcuno lo ha già detto e scritto, le vecchie riviste musicali rischiano di diventare cool quanto il vinile, destinate però sempre più ad un pubblico di nicchia. Disposto magari a pagare qualcosa in più per avere edizioni lussuose e approfondimenti. Tutto il resto finirà in rete, inevitabilmente.

Questa combinazione rete/cartaceo, come proposta dai tizi di Pitchfork (ripeto: al di lá di quello che se ne pensi in proposito) rischia di diventare un primo passo verso qualcosa che non si era ancora visto.

Recensioni, news, ascolti multimediali che per forza di cose finiranno on-line. Tutto il resto, per chi vorrà, in un magazine di iper-approfondimento. Considerando che le riviste specializzate del nostro paese sono ancorate ad un formato che ormai ha oltre vent’anni (quantomeno) di vita sarà interessante vedere chi riuscirà per primo a capire come muoversi e sopratutto in quale direzione.

Intanto i mensili italiani malinconicamente chiudono uno dopo l’altro. Novità non se ne vedono (ok, il sito e l’attività social di Rumore possono essere considerati un piccolissimo passo verso la modernità che arriva però con almeno due lustri di ritardo). L’impressione é che si sia messo in moto un meccanismo che trasformerà in maniera rilevante il nostro modo di raccogliere informazioni e leggere di musica. Purtroppo di qualsiasi cambiamento o rivoluzione si possa trattare non si vede proprio all’orizzonte qualcuno pronto a cavalcare l’onda. Piuttosto toccherà ancora una volta subire: in maniera provinciale, come é nostro destino.

Una precisazione a questo punto: la stampa musicale mi sta a cuore. Ho passato 10 anni straordinari in redazione a Rumore finché ho deciso che ne avevo avuto abbastanza. Ma i contatti sono rimasti, alcune amicizie pure. Non ho nessuna intenzione di partecipare alla sagra dei picconatori di professione, quindi. Anzi, a dirla tutta, molte delle opinioni qualunquistiche, irrispettose di professionalità forgiate da anni di militanza, che si sono viste spuntare come funghi in tempi più o meno recenti tra blog e social mi risultano veramente insopportabili. Il meccanismo è mutuato dalla politica, il che è tutto dire. Si martella, si distrugge, si spara ad alzo zero. Leoni da tastiera che però a muovere il culo per vedere un concerto manco parlarne.

Gente che vomita giudizi definitivi per poi, alla prima proposta di una di quelle riviste tanto vituperate, fare il salto dall’altra parte. Improvvisamente giornalista musicale e non più blogger d’assalto con la verità in tasca da sventolare sul web. Che tristezza.

Quello che però va senz’altro sottolineato, parlando di stampa musicale, è la mancanza di coraggio. Si è rimasti ancorati ad un formato e ad una struttura pressochè identica da oltre trent’anni. Non c’è stato ricambio generazionale, inoltre. E sì che in questo momento di rivoluzione del mercato discografico davvero si potrebbe azzardare un nuovo formato. Intanto concentrandosi sulle straordinarie storie musicali che ha regalato il nostro paese negli ultimi tempi.

Non vorrei aprire uno spazio dedicato di consigli non richiesti ma è possibile che Pitchfork, ma anche Mojo, oppure Uncut, quando si tratta di fare approfondimento vero lo facciano in una maniera che a noi risulta impossibile. Leggevo una recente intervista a Mac De Marco, per esempio. Fatta in tre periodi temporali differenti. In studio di registrazione, a casa sua ed infine il giorno della pubblicazione dell’album. Poi uno mi chiede ancora perché dovrei leggere la stampa straniera? Perché non possiamo farlo noi? Non dico all’estero ma con i Massimo Volume, Julie’s Haircut, Teho Teardo o con His Clancyness (e sono solo i primi nomi che mi vengono in mente), per dire? Cos’altro abbiamo di meglio da fare? Stare tutto il giorno attaccati a facebook a sparare minchiate? Ecco, da lettore mi piacerebbe proprio vedere robe così, scritte da gente che muove il culo e sta sul pezzo, in occasioni diverse, magari facendoci qualche ragionamento attorno. Roba che valga la pena leggere, in definitiva, che ti offra almeno qualcosa in più delle banalità da comunicato stampa. O magari, visto che il web si è iniziato ad utilizzarlo, trovare una via più creativa che non limitarsi a riprendere le news delle case discografiche che abbiamo già letto ore prima da qualche altra parte.

Alla fin fine si torna a quello che scriveva Arturo Compagnoni un bel po’ di tempo fa: la conoscenza sta sempre là fuori, bisogna alzarsi e muoversi e faticare e resistere per accumularla.

Altre strade non ne conosciamo e le scorciatoie spesso ti fanno sbattere la faccia contro il muro.

Cesare Lorenzi

You hit me with a flower*

« Strada di schiavi e di puttane. Di protettori e ladri di polli. Di mangiatori di topi. Anche di gatti, ovviamente. Origini oscure. Suburbia. Suburbia anche dopo, una volta inglobata alla città. Addossata alle mura. Terrorizzata dai mutamenti. Quasi campagna e quasi città. Rifugio di giocatori d’azzardo, esperti in truffa alla francese, preti, uomini arrapati, alcolizzati, cacciatori di topi, spie, travestiti. Fame perenne. Regno del precariato. Indolenza. Nel corso dei secoli. »
(Emidio Clementi, La notte del Pratello 2001)

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Ci vediamo in via del Pratello?
Mi blocco un’istante e non riesco a replicare, sbalordito. È solo questione di secondi e poi finalmente rispondo: va bene, via del Pratello va bene.
Jonathan Clancy é il mio interlocutore.
Ci salutiamo e realizzo che i casi della vita sono talvolta sorprendenti.
Penso a quel pomeriggio del 1994 quando ebbi una conversazione identica (questo é il motivo della mia sorpresa) con un gruppo di giovani musicisti che aveva appena pubblicato l’album d’esordio.
Mimí era il cantante, Vittoria la batterista.
Ci vediamo in via del Pratello per l’ intervista?

In quel caso finimmo in un appartamento a discutere di musica ed aspirazioni varie per un paio d’ore, questa volta l’appuntamento é in un bar.
Dai Massimo Volume a His Clancyness, comunque il meglio che musicalmente é uscito dalle cantine di questa cittá.
Via del Pratello non é una via amata dai bolognesi doc, a dire il vero. Ma quelli che a Bologna ci gravitano finiscono inevitabilmente per penzolarci attorno.
Come se quel “lavorare con lentezza” propagato giornalmente dalle frequenze di radio Alice, che in via del Pratello aveva la sede, fosse ancora in qualche modo nell’aria.

.Amo il Pratello -esordisce Jonathan– anche se non è più il posto di una volta. Ma sta migliorando, sopratutto in questi ultimi due tre anni hanno aperto un paio di locali nuovi che hanno rilanciato la zona. Posti non necessariamente per giovani ma comunque fighi. Abito qui vicino e di conseguenza vedo quello che succede in zona. Negli ultimi anni si era trasferito molto del movimento in via Mascarella, il Pratello si era fossilizzato negli stessi locali che erano invecchiati con la propria clientela ma, come dicevo, ultimamente è assai migliorato. La giunta Cofferati aveva tagliato le gambe un pò a tutte queste situazioni, piano piano ci si sta riprendendo.

Jonathan Clancy é un giovane uomo di 31 anni che ha pubblicato da pochi mesi uno di quei dischi che tracciano il sentiero. Un disco che ha fatto smuovere i figaccioni di Pitchfork, tanto per dire. Il NME, primo mondo per quanto riguarda le vicende musicali, sbrodola a proposito di “psych-pop che ha trovato accenti ruvidi e aggressivitá”, mentre nientemeno che il Guardian se ne esce con una recensione dai riferimenti che definire lusinghieri é fin poco: Galaxie 500, Ultra Vivid Scene, Suicide e Joy Division.

Al di lá delle formule, Vicious é un disco che in realtà ha concluso un percorso ma che per la freschezza e anche per quanto si distanzia dalle produzioni precedenti ho personalmente vissuto come un vero e proprio debutto. Mi fa piacere che la vedi così -continua Jonathansopratutto in Italia si rimane ancorati al proprio passato, a tutto quello che si è fatto prima. Tutte le recensioni iniziano facendo riferimento ai Settlefish o a A Classic Education, io invece penso: chi se ne frega di quello che è stato prima. Mi verrebbe da dire: ascoltate il disco. Non è che ho problemi con la mia produzione precedente, ne sono orgoglioso ma è roba che fa parte del passato. Ogni tanto ci capita di ascoltare quelle cose in furgone, quando siamo in tour, ma più come gag che altro.  Mi diverte invece notare come quel tipo di suono, in particolare le prime cose dei Settlefish, un certo tipo di emo stia tornando in auge, sopratutto in America in questo momento.

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Vicious è un album che arriva invece al culmine di un processo di maturazione e lo si nota ascoltando anche le parti strumentali che non vengono mai sacrificate, come se si fosse finalmente trovata una propria dimensione ed una propria consapevolezza. Effetivamente è così -prosegue Jonathanma è dovuto al fatto che per la prima volta non ho fatto tutto da solo. Ero abituato a lavorare su loop o tracce registrate o mi arrangiavo suonando la batteria ma non sono in grado tecnicamente di fare determinate cose.
Suonando per la prima volta come band invece abbiamo trovato una dimensione che non avevamo in precedenza.  In realtà sono stato sempre un grande fan di band strumentali, sono cresciuto con il post-rock, mi ricordo a 16 anni il sold-out del Covo con i June of ‘44 che fu per me un vero avvenimento. Interessante notare come quella generazione di musicisti, pre my space, sia stata in qualche modo completamente cancellata. Rodan, Rachel’s tutte band che ho amato molto che sono semplicemente sparite.
Comunque è il primo disco di cui non cambierei neanche una virgola anche a distanza di tempo, sono soddisfatto del suono, delle canzoni, è la prima volta che mi succede.

Torniamo a parlare della scena post-rock, sparita nel nulla come inghiottita. In questo caso non è semplicemente un problema di ricambio generazionale, Jonathan è difatti convinto che: la scena indie è cambiata e non è più quella che era appena 10 anni fa. Se guardi adesso una classifica di fine anno di Pitchfork e di Rolling Stone, ti rendi conto che su 20 nomi 10 sono identici, fino a 5-6 anni fa non era così. In questo momento diventa difficile trovare spazio. Quando i Make-Up facevano sold-out al Covo, non è che si andava a vedere un gruppo ostico o particolarmente difficile. Erano semplicemente cool, ma proprio quel genere di gruppi fanno più fatica ad emergere in questo momento. Adesso parliamo di Chvrches e Sky Ferreira, che per carità sono interessanti, ma è roba mainstream e non indie nel senso che l’intendiamo noi. Quando mi hanno detto che i No Age hanno fatto 80 persone qui a Bologna ci sono rimasto male.

Arturo Compagnoni e Massimiliano Bucchieri (redazione di Sniffin’Glucose presente al gran completo per l’occasione!) scuotono la testa e raccontano della nostra recente trasferta milanese per Parquet Courts. Nella nostra testa semplicemente l’avvenimento dell’anno che si è risolto con 40 paganti e la solita fastidiosa sensazione di trovarsi disconnessi da una realtà che si limita all’ultima ennesima e sterile polemica sul singolo di Brunori Sas (mi sembra si chiami così).
Jonathan Clancy in Italia in questo momento viaggia semplicemente in un’altra dimensione. Non è un caso che sia un italiano sui generis, per metà canadese, nel suo girovagare planetario si è scrollato di dosso il consueto provincialismo che da sempre accompagna la nostra scena. Sono fisso in Italia da quando ho 16 anni -racconta– prima ho vissuto praticamente ogni anno in un luogo differente tra Canada, Stati Uniti, Napoli, Lecce, Bari e Trieste, per via del lavoro di mia mamma che è professoressa universitaria. La mia prima lingua? Non esiste, in pratica, perchè a seconda delle situazioni penso indifferentemente in italiano o in inglese. La mia educazione musicale invece è merito di mia madre, che ha sempre vissuto con la musica in sottofondo: Van Morrison, Bowie, Stones, queste cose qua. Poi i due anni che ho passato a Toronto, in Canada, tra i 13 e i 15 anni mi hanno definitivamente formato musicalmente. Erano gli anni dei Nirvana, Soundgarden, tutti ascoltavano quel genere in quel periodo. Quando è morto Kurt Cobain ero a Toronto me lo ricordo benissimo. Poi si vivono le classiche situazioni che da quel tipo di band si passa a qualcos’altro. Quando ho visto Eddie Vedder con una maglietta dei Fugazi mi si è aperta una porta che mi ha introdotto inevitabilmente ai Pavement, Dinosaur Jr., etc;
Quando sono ritornato in Italia a 16 anni una roba fondamentale è stata Blow Up, la rivista. Che all’epoca era ancora una fanzine, ce l’ho in casa dal numero 2 anche se adesso sono un paio di anni che ho smesso di comprarla. Ma loro mi hanno formato musicalmente in maniera anche rilevante, mi ricordo il primo numero che ho comprato con David Grubbs in copertina che ho visto poi un paio di mesi dopo dal vivo a Bologna. All’epoca trattavano ancora parecchie cose che venivano dal post-punk comunque, che poi sono state quelle che ho sempre seguito. Per 3-4 anni sono stati veramente fighi poi, non saprei spiegare bene perchè, si sono un pò persi. Erano gli anni di Dischord, di Kranky, della Thrill Jockey, di Touch and Go, tutte etichette per me fondamentali.

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His Clancyness, come si diceva, da progetto solista si è trasformato in una band. Vicious è l’album che ha raccolto e sintetizzato in musica tutti i viaggi, fisici e musicali, di Jonathan nel corso degli anni. E’ il disco della consapevolezza, è anche un punto d’arrivo in qualche modo. Trentun’anni, un disco osannato dalla critica, una band che suona in contesti prestigiosi in Europa ma anche al di là dell’oceano. Difficile però pensare a quello che verrà dopo.
In effetti non sarà semplice -racconta Jonathan– proprio questi giorni ci siamo fermati per la prima volta da quando è stato pubblicato il disco. Siamo stati sempre in giro, fino ad ora. Ho avuto tempo di pensare al passo successivo e non è facile immaginarsi cosa possa venire. Sono contento di Vicious, così soddisfatto che non ho ancora pensato a come si potrà evolvere la nostra situazione. Andare oltre sarà una bella sfida ed ammetto che in questo momento non so dove andremo a parare. E’ una cosa che mi piace, però. E’ la prima volta che mi ritrovo in un certo senso libero di trovare una nuova strada. Poi i dischi mi piace che abbiano una propria storia ed un proprio immaginario di riferimento. Non ho ancora trovato il prossimo ma ci sto iniziando a pensare.

Immagini che vanno di pari passo con le sonorità, cosa che non sorprende se si osserva l’attenzione che la band ripone ai dettagli anche visuali. Ha sorpreso il Jonathan in versione glam con tanto di rossetto e l’atmosfera tendente al nero delle foto promozionali che hanno accompagnato l’uscita del disco. Ho bisogno di crearmi un aspetto visuale che possa in qualche modo riassumere i suoni. In questo è molto brava la mia compagna e tastierista della band, Giulia, che cura tutta la parte fotografica e anche i video del gruppo ma che sopratutto mi offre tanti input su cui lavorare. Sono aspetti che secondo me vanno curati anche se rischiano di arrivare solo ad una minoranza di persone, anche tra quelli che ci seguono. Sopratutto i più giovani non ci hanno fatto molto caso, ho l’impressione
Ma certe cose vogliamo comunque continuare a farle. Come la fanzine che abbiamo allegato all’uscita in vinile. Non so che impatto possa aver avuto ma intanto è importante che ci sia, importante sopratutto per noi come band.

Vicious come si diceva ha avuto recensioni importanti ma ha anche spiazzato: è un disco diffcile da inquadrare e difatti in sede di recensione si sono individuati i riferimenti più vari. Clancy forse per la storia che ha alle spalle si posiziona proprio a metà strada tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra, e la sua band suona come una sorta di Deerhunter (l’unico nome che veramente mi sento di fare come riferimento riconoscibile) coniugati in un alfabeto pop tipicamente continentale.
Mi sento più americano, non tanto come suoni ma come attitudine -ci confida Jonathan– è una situazione più libera. In Inghilterra è tutto più controllato: anche se sei in una band piccola si parla già di manager, di avvocati, di situazioni molto orientate al business. In america non è così ed anche band grosse hanno un approccio più libero che si ripercuote anche nella musica.

Si finisce a parlare di gap generazionali, di età e di prospettive. Perchè al di là delle ottime recensioni e dei tour in due continenti gli His Clancyness ancora il lunario, grazie alla musica, non riescono a sbarcarlo. No, ci dobbiamo arrangiare con altri lavoretti – racconta Jonathan– io ad esempio faccio traduzioni e qualche dj set. I margini sono limitati, anche in tour. Per esempio dalla vendita dei dischi si tira fuori comunque troppo poco. Ma bisogna fare delle scelte. La mia è chiara: ho deciso che voglio suonare e lo farò per i prossimi dieci anni. Devo aggiustare la mia vita per seguire questa decisione, si tratta solo di trovare un sistema che mi permetta di tenere un buon equilibrio.

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 Non avrò una sicurezza economica ma in questo momento non m’importa. Non è una questione legata all’Italia questa, spesso all’estero è anche peggio. Noi siamo usciti subito fuori dai confini, già con i Settlefish all’epoca e quindi abbiamo avuto la fortuna di rendercene immediatamente conto. L’ultimo tour è durato un mese, almeno dieci volte abbiamo dormito per terra, altre dieci su un divano e alcune volte in hotel. Ma è la normalità, sopratutto negli Stati Uniti. Fin che non fai 500 paganti a data non esistono altre situazioni. Ma va bene così. Se ami quello che fai certe cose non pesano.

Il giorno dopo Clancy armato di sola chitarra affronta con piglio deciso il folto pubblico che si é radunato all’interno di una galleria d’arte, che é anche bar e pasticceria, lo Zoo. L’occasione é quella di Arte Fiera: Bologna brulica di avvenimenti e situazioni create per l’occasione.clancy

Clancy affronta la situazione con naturalezza, canta su di un palco improvvisato a pochi centimetri dalla prima fila. Le canzoni anche in versione solista mantengono il loro fascino. È una roba breve, intensa,  mezz’ora conclusa dalla cover di Promise Me  dei Gun Club.

Esco dalla porta, mi incammino sotto i portici: Bologna questa sera é splendida. Mi sento finalmente lontano dalla provincia, come se qui e adesso avesse finalmente un senso. In testa mi risuonano le note di una canzone…..Never spit on an icy day, Turn it around and make me say, You are pure, you are pure…..**

* Vicious, Lou Reed
** Zenith Diamond, His Clancyness

Cesare Lorenzi

In allegato qui sotto un estratto dalla fanzine di His Clancyness, contenuta nella prima edizione della stampa in vinile.
La potete ordinare qui.

Oppure la potete scaricare in formato pdf qui His Clancyness FANZINE

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Ed infine un omaggio ai 16 anni di Jonathan, un breve articolo che realizzai nel 1998 a proposito dei June of ’44, uscito originariamente per la rivista Rumore.

june of 44 articolo 02-1998