Timeless Melody (Fiver #22.2016)

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The La’s

Accendo la televisione solo per il calcio, ormai. Al pari delle vicende musicali l’altra mia grande passione che occupa la stragrande maggioranza del tempo libero e anche un po’ di quello che non sarebbe libero per nulla. Mi sono piazzato davanti allo schermo per seguire recentemente la finale di Europa League tra Liverpool e Siviglia. Ad un certo punto, dopo che gli inglesi sono passati in vantaggio, si è levato un coro dagli spalti che non era il solito inflazionato, seppure sempre emozionante, You’ll never walk alone. Ci ho messo un attimo a fare mente locale, stupito da quello che stavo ascoltando, ma si trattava proprio di There She Goes dei La’s, una delle mie canzoni pop preferite di sempre. O forse era la fine del primo tempo e il pezzo è partito dagli altoparlanti e la curva del Liverpool si è messa ad accompagnare il testo con un coro potente. Comunque brividi. Anche se i dettagli di questa storia potrebbero non essere precisi.

Il Marquee di Londra è uno di quei luoghi che è entrato di diritto nell’ambito dei club che hanno fatto la storia della musica. Un club che ha avuto un paio di incarnazioni differenti, personalmente mi è capitato di frequentarlo in qualche occasione all’indirizzo di Charing Cross Road, in pieno centro. Erano i tempi in cui si attendeva con trepidazione l’uscita del Melody Maker, quando si aveva la fortuna di trovarlo in qualche edicola ben fornita, per capire cosa avvenisse di importante a Londra che era il centro di tutto. In quei giorni (fine anni ottanta) si iniziò a parlare con insistenza di una nuova band di Liverpool, i La’s. Quello che conoscevo di quel gruppo lo avevo letto lì, tra le pagine di quei settimanali che ti lasciavano le dita sporche d’inchiostro. Fu un incontro fortunato, un puro caso: trovarsi a Londra e riuscire a procurarsi un biglietto di un gruppo di cui non avevo mai sentito neppure una singola nota. Funzionava così, allora. Ricordo un concerto brevissimo, poco più di mezz’ora e l’impressione di aver assistito a qualcosa di grande. Il giorno dopo entrai in un negozio di dischi e comprai There She Goes in sette pollici. L’album di debutto impiegò ancora qualche mese ad uscire: tra ritardi, registrazione interrotte e scazzi con la casa discografica, si intuì che non tutto filava liscio. Quel disco in effetti rimarrà l’unica pubblicazione del gruppo.

THE LA’S – There She Goes

Quando mi dicono pop penso sempre ai Beatles. Il gruppo perfetto, in fondo. Quando una canzone diventa patrimonio collettivo è come se fosse davvero di tutti e il suo significato originario si perde, si trasforma in qualcosa d’altro. Arriva nella curva di uno stadio, addirittura.
There she goes è una canzone che è finita dove nessuno poteva immaginare, come le migliori canzoni pop. Come le canzoni dei Beatles. Nonostante i riferimenti nemmeno troppo velati alla droga, all’eroina…..There she blows again, Pulsing through my vein…..ma ognuno, ad una canzone del genere, è libero di dare l’interpretazione che preferisce. Un amore, la squadra del cuore, per l’appunto. La magia della musica pop nel senso migliore e più compiuto: capace di travalicare barriere e confini, di modificare il corredo genetico delle persone. Musica che rimane dentro di noi per sempre, in rappresentazioni sempre nuove e, in certo modo, sempre uguali. Beatles, Kinks, Blur, gli Smiths….il brit-pop, direbbe qualcuno. La musica pop della nostra anima, sostanzialmente.

Wire – Forward Position

Ascolto musica in molti modi. I dischi che mi piacciono solitamente li compro in vinile. Ma mi piace anche raccogliere in una playlist su Spotify le nuove uscite che fin dal principio penso possano interessarmi e poi attivare la funzione shuffle. Una sorta di gran nastrone digitale da 500-600 canzoni che mi porto in macchina, in cuffia, in strada camminando. Ogni singola canzone del nuovo Wire mi ha fatto fermare, qualsiasi fosse l’attività in cui fossi impegnato in quel momento. Mi dicevo: grande pezzo, questo. Ogni volta che partiva una delle otto canzoni del nuovo album la stessa scena, come se dovessi rassicurarmi da solo. Ah, gli Wire!
Mi piacciono in tutte le forme, quando spingono sull’acceleratore ma anche quando si fanno improvvisamente eterei. Qui sono nella seconda variante: la particolare voce di Colin Newman si staglia su di un tappeto di synth e una chitarra appena accennata. Promesse non mantenute, momenti di pensierosa riflessione, atmosfera che fa a pugni con questa nuova estate che avanza. Come se ce ne importasse davvero qualcosa.

Pity Sex – Plum

C’è qualcosa di tremendamente classico in questa canzone. Le chitarre che deragliano rumorose  e al limite del controllo nel finale, come se si trattasse di fare il verso ai My Bloody Valentine, ma anche il lungo intro voce e chitarra che ricorda una qualsiasi band del catalogo della 4AD, versione primi anni novanta. Aldilà della cifra stilistica però, ci si ritrova tra le mani una canzone (e tutto un album) decisamente riuscita. Poi trovatemi un solo gruppo che alterna una ragazza e un ragazzo alla voce, spesso nella stessa canzone, che non sia finito nella lista dei miei preferiti ma questi sono dettagli, alla fin fine.

Courtney Barnett – New Speedway Boogie

Mai fregato nulla dei Grateful Dead, lo confesso. L’unico album che possiedo è quello che hanno fatto in compagnia di Dylan. Lo odiano i fan di entrambe le fazioni, ed io non faccio eccezione.
Va detto però che la recente mega compilation di tributo, curata dai National, contiene tanto materiale interessante, che mette in luce i Dead decisamente in un altro modo. Quello che tocca Courtney Barnett si trasforma in oro comunque, fosse pure la peggiore canzone dei Dead in circolazione e non è questo il caso. Ne esce una versione decisamente doorsiana, in particolare in questa versione dal vivo ( http://www.nbc.com/the-tonight-show/video/courtney-barnett-new-speedway-boogie/3043258) con l’organo suonato per l’occasione da Mauro Remiddi (Porcelain Raft) che diventa assoluto protagonista. A me sono tornati in mente gli Opal di David Roback: non potrei spendere miglior complimento, ecco.

Dinosaur Jr. – Tiny

Il 2016 sarà un buon anno. Un anno con un nuovo disco dei Dinosaur Jr.!
Come tutti i nati vecchi, mai stati giovani per davvero, i Dinosaur Jr. sono a proprio agio in qualsiasi era geologica e questa non fa eccezione. Pity è nella sua semplice riproposizione dei soliti standard una gran canzone, inoltre.

Cesare Lorenzi

No Value (Fiver #19.2016)

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PITY SEX

L’altra sera facendo ordine ho trovato una manciata di cd singoli acquistati nel corso di scorribande inglesi di molti anni fa. Anni di felice spensieratezza. Nomi come Sultans Of Ping Fc, Marxman, State Of Grace. Cose che non ascolto più da anni. Li ho buttati in una busta di plastica con il fermo intento di farli fuori.

Mi è venuta in mente Juliana Hatfield che vuole vendere a 20.000 dollari una lettera che le scrisse Kurt Cobain.IMG_5317

Juliana Hatfield è un nome che oggi probabilmente dirà poco a molti ma ci fu un momento nel quale tanti erano segretamente innamorati di lei. Il timido e composto contraltare bostoniano alla sguaiatezza di Courtney Love.

Conservo gelosamente una copia autografata dell’album delle sue Blake Babies che impacciatamente gli allungai nel basement del Rough Trade di Neal’s Yard.  Un incontro tutt’altro che memorabile. Due timidezze a contatto con un “thank you” ed un “you’re welcome” sussurrati che si scontravano e scivolavano sul pavimento  senza lasciare traccia. Anche se avessero già inventato gli smartphone un selfie sarebbe stato impensabile.

Era quel periodo, al principio dei 90, nel quale Juliana andava in tour con i Buffalo Tom ed era molto di più di un controcanto nell’album indie pop più o meno definitivo di quegli anni: ”It’s a shame about Ray” dei Lemonheads con annessi tutti i gossip legati alla sua presunta liaison amorosa con Evan Dando.

Le cose poi non sono andate come sembrava. Pur continuando a fare dischi Juliana è un po’sparita.

“Non sono una collezionista, abito in una zona cara e devo pagarmi affitti, rate della macchina, rette universitarie, internet…” si giustifica lei aggiungendo, per pudore, un “e poi potrei cambiare idea..”.

Tutto molto comprensibile ma qualcosa stona.IMG_5330.JPG

La lettera è commovente nella sua semplicità. Cobain scrive:  Julianna (sbaglia il nome…), grazie per averci dedicato una canzone (I was flattered), il vostro album mi piace molto, scusa se non ti ho dato la giusta attenzione l’altra sera quando ci hanno presentati (I didn’t try to snub you) e un goffo tentativo di fare il simpatico (Have a nice time in England and don’t eat kebabs..), poco altro.

La lettera di una persona sensibile che, seppur in poche righe, fa capire che sa chi sei e che ci tiene all’impressione che ha suscitato. A quello che lei può aver pensato.

Si, ma 20.000 dollari per un pezzo di carta! Vorrei vedere te…

Non discuto e non giudico (20.000 dollari farebbero molto comodo anche a me) ma questa idea che tutto abbia un prezzo, anche i ricordi legati a momenti unici della nostra vita, mi deprime e mai come in questi  periodi così aridi avverto la necessità di riportare un pizzico di poesia nelle nostre vite.

Sono un paio di sere che scuoto la testa sorridendo, spesso con una piega amara, mentre ascolto ‘sti cazzo di cd singoli che volevo far fuori e che non valgono sicuramente 20.000 dollari (forse 2 euro al massimo…).

Credo che non li ascolterò mai più. Credo anche che li metterò in un punto non troppo a portata della mia libreria ma neanche inaccessibile.

Se non altro per ricordarmi ogni tanto chi sono o chi sono stato.

BLAKE BABIES – Nirvana

“Now, here comes the song I love so much

Makes me wanna go fuck shit up
Now, I got Nirvana in my head, I’m so glad I’m not dead”

PITY SEX – A Satisfactory World For Reasonable People

Amore con la A maiuscola. Sopra a un tappeto confezionato con sapienza degna di numi tutelari come Ride,  Swervedriver, Mbv il cantato di Brennan Greaves prepara il terreno per la voce di Britty Drake che arriva ad accarezzarti il cuore. I due si inseguono emozionalmente per tutti gli episodi di White Hot Moon e il secondo album del gruppo di Ann Arbor-Michigan diventa una piccola meraviglia di cui invaghirsi promettendo di bissare l’incanto del primo Nothing (o quasi).

BLOWOUT – Indiana

Si parlava del momento magico di Portland qualche settimana fa. Blowout si inseriscono in quella schiera di band che timidamente si sta facendo largo a furia di chitarre modicamente dissonanti ed un gran gusto per la melodia contagiosa. Indiana sarebbe un pezzo ideale da ballare tra un concerto e l’altro del prossimo No Glucose Festival. In questo particolare caso il cantato di Laken Wright mi porta alla mente in maniera sorprendente la voce di una certa Juliana.

ULRIKA SPACEK – She’s A Cult (Live)

Il loro The Album Paranoia è in giro già da un po’ ma non ci sono ancora “entrato” veramente. Questa versione live in studio della potente She’s A Cult potrebbe funzionare da detonatore per la mia passione, la spinta definitiva ad adottare i ragazzi britannici. Tutto quello che amiamo stipato in 4 minuti. Dissonanza, melodia, tono scazzato, stile. Gioventù sonica alla quale è impossibile rimanere indifferenti. Un posto perfetto dove seppellire stranieri.

Feels – Tell Me

Credenziali ottime per i Feels da Los Angeles.  Album di debutto prodotto da Ty Segall in uscita per la Castle Face Records. Tell me parte placida, si impenna, sfreccia sui binari di una melodia deragliante con il tipico basso imploso di Ty a sottolineare.  Laena Geronimo deve essere un bel personaggio, attira nella rete e poi sfodera gli artigli pretendendo chiarezza da un amante distratto. “‘Tell Me’ is my ‘Should I Stay Or Should I Go’ it goes like: ‘Look: I love you, I’ll wait for you, I would walk 500 miles…but ONLY if you want me to, and I need to know NOW.’ Da maneggiare con cura.

Massimiliano Bucchieri

Talk Talk Talk (Fiver #12.2015)

The Spirit Club

The Spirit Club


Ci sono due dischi che hanno messo d’accordo un po’ tutti negli ultimi tempi. Quelli di D’Angelo e Kendrick Lamar. Anche negli ambiti “indie”. Dimostrazione di ampie vedute, di amore per la musica purchè sia buona, parrebbe. Io, invece, ho aspettato impazientemente lo scorso weekend che ha proposto cose, a mio parere, imperdibili. Sono uscito di casa e sono andato a vedere una giovane promessa (in realtá ha giá alcuni album all’attivo ma si è affacciato sulle scene relativamente di recente) come Purling Hiss al Covo, disco molto chiacchierato e ammirato: circa 50 persone presenti. Ok. Sera successiva. Evan Dando, personaggio che ha venduto dischi, è andato sulle copertine dei rotocalchi (termine desueto ma che rende l’idea di “popolare”), ha fatto da headliner nei festival: 70/80 persone (adoranti) sotto il palco. Ci guardiamo in faccia ci conosciamo più o meno tutti.

E con gli Ought, Ariel Pink, Ty Segall (con le dovute differenze) era stata più o meno la stessa cosa, persino Morrissey solo nel nostro disastrato paese ha registrato ampi vuoti sugli spalti mentre altrove è andato sold out in poche ore.
Mi faccio delle domande. Ma tutto questo amore per la musica come mai si ferma sulla porta di casa, davanti alla tastiera del pc? Io, fruitore informatizzato di musica 2015 voglio conoscere tutto e dire la mia su tutto intervenendo entusiasta e polemico. Non c’è bacheca che non meriti la mia competente opinione. Mi esprimo sulle nuove tendenze come Romare, dibatto sull’indie neoclassico di Tobias Jesso, argomento sul ritorno dei Libertines, attendo con ansia la reunion di quello o quell’altro, mi incazzo se qualcuno tocca i Verdena (per dire).. ma poi quando è il momento di concretizzare questa passione, quando, più prosaicamente, devo infilarmi le scarpe e togliere la macchina dal parcheggio un immane fatica mi pervade. Ho forse speso troppe energie davanti alla tastiera? Tutto questo amore dove è andato a finire? Non lo so. So solo che, dalla persona di non ampie vedute quale io sicuramente sono, D’Angelo mi annoia e Kendrick Lamar non lo capisco. Spengo il pc e mi preparo per andare a vedere Zola Jesus, per dirne uno, giovedì prossimo. Non ho una vera opinione su di lei ancora, conto di farmela da solo e, per una volta, mi farebbe piacere non trovare parcheggio…

Pity Sex – Acid Reflex

Sarà stato l’incerto incidere slacker/grungey alla Dinosaur Jr a farmi superare l’iniziale diffidenza verso un testo che tratta di reflussi gastrici. I Pity Sex dal Michigan azzeccano finalmente “il pezzo”  per lo split appena uscito con gli Adventures. Una traccia nata quasi per caso che rischia seriamente di trasformarsi nel loro passaporto per cose più importanti. Già mi vedo sotto una tenda stipata ad urlare I need love, I need drugs, I need looks, I need God, I need comfort, I need fortune, I need something.. Tutto molto slacker, effettivamente.

Spirit Club- Still Life

Mio fratello suonava la chitarra ma più che prenderla in mano qualche volta, facendo finta di essere il David Bowie di Ziggy Stardust, non sono andato. Dev’essere figo fare i dischi col proprio fratello. Nathan Williams (Wavves) ha deciso di farsi aiutare dal fratello Joel per questo nuovo progetto. Innesta il pilota automatico, lo stesso che nei suoi dischi quando funziona, funziona alla grande, a volte un po’ meno. Comunque il pezzo è buono con quella chitarra jangle pop che sottolinea la voce che subisce il tipico trattamento Wavves. Piace la sensazione che si stiano divertendo facendo esattamente quello che hanno voglia di fare. Anche di fare un video che fa veramente schifo, sissignori.

Nai Harvest – All the time

Vengono da Sheffield i Nai Harvest, sono molto giovani e danno l’idea di divertirsi un sacco. Soprattutto hanno un sacco di buone idee come aprire i barattoli con su scritto garage e surf per mischiarli fino a tirare fuori questa stramba canzone che mi stampa un sorriso sulla faccia ogni volta. Sta partendo il loro tour con i Best Friends magnificati su queste pagine poche settimane or sono e scommetto che saranno serate esplosive. Chissá se hanno bisogno di un roadie che potrebbe essere, quasi, loro nonno..

All Tvvins – Thank You

Sembra che sia uno dei nomi caldi per il prossimo SXSW. Di sicuro le dichiarazioni del cantante Conor Adams mi divertono..”We can be seven hours into some tune and realise we’ve written a Christina Aguilera song” o ancora “Usually I don’t have any idea of what I’m doing”.. E anche il video da l’idea di una persona che non si prende troppo sul serio. Al netto di queste cose resta questo basso new wave e una melodia che nelle mani del giovane gruppo inglese di turno con i  capelli alla moda volerebbe fuori dalla mia finestra in pochi secondi e che invece, pur nella sua apparente ovvietá, avvolge e si fa apprezzare.

Swervedriver – Last Rites

Che senso hanno le reunion? Ne ho già parlato fino alla nausea. Nessuno nella maggior parte dei casi. Gli Swervedriver mi piacevano un sacco, ascolto Last Rites e chiudo gli occhi estasiato. Al primo ascolto mi sembra di sapere giá quando il rumore lascerà spazio a quell’apertura melodica che mi spaccherá il cuore. In realtá non mi “sembra” di saperlo giá, lo so proprio.. Riascolto Never Lose That Feeling, loro pezzo del 1992. E’ praticamente identico. C’è da incazzarsi? Da urlare il proprio disappunto? Non so. Andate avanti voi. Io resto dietro ad ondeggiare la testa deliziato, senza farmi vedere. Se qualcuno me lo chiede faccio finta di non conoscerli.

Massimiliano Bucchieri