Mio fratello Tyler

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« Le cose che possiedi, alla fine ti possiedono. »
(Tyler Durden / Brad Pitt)

Fight Club è un film diretto da David Fincher, basato sull’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk. Ma dopo aver letto il libro e visto (più volte) il film, non posso negare che il mio rapporto con il soggetto dicotomico (Edward Norton/Brad Pitt nel film) Senza-Nome / Tyler Durden, non si è mai del tutto estinto e, ogni tanto, mi capita di finire nuovamente in mezzo a questo meccanismo di divisione/unità, di conversazione a due, stando solo (solo?)….
Deve essere stato l’altra sera…sì…parlavo con mio fratello Tyler e, inevitabilmente, siamo finiti a ricordare la scena conclusiva di Fight Club..quando lui..o io..boh..insomma noi… siamo lì davanti alla grande vetrata del centonovantunesimo piano del Parker-Morris Building, accanto a Marla Singer (e ognuno può figurarsi chi preferisce al posto di Marla Singer), proprio nel preciso istante in cui il palazzo sta per esplodere e giusto nel momento in cui l’effetto a catena delle esplosioni di altri cinque palazzi attiva la distruzione totale intorno a noi.

Io gli dico ancora, e glielo dico sempre, che anche se l’idea della distruzione totale non è mai riuscita a prendermi bene fino in fondo…beh…quel momento in cui tutte quelle montagne di vetro e ferro e mobili e oggetti e tutto il resto che un attimo prima erano il simbolo della vera schiavitù consumistica, tutte sedi di carte di credito e finanziarie assortite, saltano per aria afflosciandosi lentamente, e dietro a noi partono le note di “Where is my mind?” dei Pixies che poi, mentre noi restiamo in fermo immagine, va avanti sui titoli di coda…
..beh…quel momento è grande…
Ma lui se ne frega e sghignazza, neanche simula interesse per queste storie…nulla di ciò che si ferma lo interessa…è sempre un metro (o un chilometro) avanti..a scartare altri pacchi dono per levare lo zucchero e mettere al suo posto la dinamite…
È fatto così Tyler, che ci posso fare?
E poi, tanto, dopo un po’ non mi sta più a sentire… specialmente adesso che sa che scrivo su Facebook ..
Facebook secondo lui (e anche secondo me, per la verità), serve solo a chi non sa cosa dire ma muore dalla voglia di dirlo…alle signorine di tutti i sessi che non trovano più praticabile il Caro Diario soprattutto perché non sanno tenere una penna in mano…ai frustrati di ogni tipo e razza (come ME) che trovano irresistibile sottoporre al mondo le tremende foto che scattano durante i loro viaggi e, peggio ancora, le corredano di note giornaliere…hai capito? Giornaliere…su tutto quello che fanno e su come e in quali condizioni hanno scattato quella foto…agli artisti deficienti (come ME) che credono interessante documentare lo sciocco lavoro che fanno sepolti in qualche studio…ai poeti come te (come ME)…che non sanno neanche camminare senza un briciolo di approvazione sdrucciola…agli operatori culturali…alle casalinghe che si scambiano ricette della nonna…
Mah..lui la pensa così…ma quando sono al posto suo e lui è al posto mio…sì, lo so..è un casino…
ma se vi guardate allo specchio attentamente vedrete che non è poi così strano…e che in fondo ognuno sa di cosa sto parlando…segretamente trascriviamo le rispettive informazioni…e ce ne serviamo…e ho pensato (ma credo l’abbia pensato anche lui…) che in fondo FB è una comunità di gente anche come noi..voglio dire..di gente che è più di una semplice individualità ..e che forse getta un’ombra un po’ più grande di quanto pensa…e che per ognuno che legge..magari l’altro qualcosa sente…
Ecco…io (e Tyler, dai..diciamolo) crediamo che tutti siano da moltiplicare per due..e che sarebbe una buona missione spingere qualcuno a levare l’ombra dal deposito dove è stata nascosta…
Un compito buono per chi ha smarrito un poeta da qualche parte, nella vita, o un pezzo di realtà o un sogno, di quelli che si potrebbero ricordare, con un po’ di sforzo…

Chuck Palahniuk

Chuck Palahniuk

E mi viene in mente un altro libro di Palahniuk, che dopo Fight Club ne ha scritti un sacco di altri, che si chiama Ninna nanna..
In questa storia il protagonista che fra le altre cose è ossessionato dai rumori, dai vicini che urlano e tengono la televisione accesa a tutto volume, da condomini che tremano perché tutto sembra programmato per funzionare col massimo del disturbo possibile…dagli idioti che urlano al cellulare le loro stronzate…dalla pubblicità ossessiva…dagli annunci..dai talk show urlati…dai reality show popolati da imbecilli…trova in un libro di fiabe una antica filastrocca che se recitata a voce alta provoca in chi ascolta la Dolce Morte…cioè il tipo semplicemente si affloscia e muore…
Naturalmente se il livello di stress di chi conosce la filastrocca è molto alto..come quello del protagonista..basta recitarla mentalmente e si può colpire anche in modo multiplo…addirittura a distanza…addirittura qualcuno che è in TV o alla radio…
Ho pensato a questo…e anche a quanto stavo dicendo prima…l’altro giorno sulla Freccia Rossa Milano-Bologna..
in mezzo a cretini ululanti con voce stentorea idiozie nei loro bei cellulari, evidentemente conversanti con speculari idioti a loro volta ululanti risposte e controbattute di ugual segno,…sotto l’incombere di messaggi dall’altoparlante che ricordavano – a volume disumano – di abbassare la suoneria del cellulare, che intimavano di tenere pulito il treno perché “un treno pulito è bello” (ma un treno in ritardo di almeno mezz’ora è normale…soprattutto se costa 40 euro)…e poi ripetevano le stesse cose (forse..) in una specie di inglese-ciociaro…
Ho pensato a quell’inizio e a quella fine, a quella filastrocca, soprattutto, che se l’avessi avuta in mente…e..credetemi…nello specchio del bagno (sporco e con la porta difettosa, ovviamente) ..mentre lo pensavo..c’era solo mio fratello Tyler

Marco Bucchieri

Marco Bucchieri è Artista Visivo, Scrittore e Poeta.

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Fiver#01.06

Invece delle abituali 5 canzoni del lunedì oggi sono 5 momenti: i 5 momenti dell’appena conclusosi Primavera Sound, o quantomeno dei primi 2 giorni del festival spagnolo cui ho assistito.
Più semplice a dirsi che a farsi, ho scoperto a mie spese. Complice anche una delle più fiacche edizioni degli ultimi anni.
Ecco, si potrebbe pure partire da qui: da come e quanto si é trasformato il Primavera nel corso del tempo. Perché al di là delle dichiarazioni ufficiali le cose sono cambiate. Ed io, piccolo indie-nerd snob dal quoziente elettivo e visione del mondo limitata (me lo dico da solo prima che ci pensi qualcun’altro), ad un certo punto della prima serata, sotto il palco targato Sony con gli Arcade Fire tutti lustrini in versione U2 mi sono semplicemente chiesto: che cazzo ci faccio qui?

Majical Cloudz

Momento “entusiasmo adolescenziale incontrollato parte 1”
Devon Welsh, il cantante di Majical Cloudz, tiene stretto tra le mani il cavo del microfono come se da quella presa dipendessero i destini del mondo. Si scusa prima di cominciare perché la musica che andrà a proporre é “quiet”, dicendolo si guarda attorno e anche lui sembra pensare che cazzo ci faccio qui? Trema. Insomma é una di quelle faccende dove il termometro di emotività repressa segna i picchi massimi. Poi é un diluvio di synth e parole. Voce filtrata che diventa a sua volta strumento. Tempo 4 canzoni ed il pubblico si è dimezzato. Chi rimane però è letteralmente rapito e il concerto si trasforma in un trionfo. Il giorno dopo, di primo pomeriggio vado a rivederli in un palco improvvisato in centro cittadino. E confermano tutte le cose buone del giorno prima. Qualcuno che si è spellato le mani a forza di applausi per James Blake farebbe bene a non passarci sopra con troppa noncuranza.

Momento “vorrei ma non posso, non ancora almeno”
Speedy Ortiz hanno 3 buone canzoni. Quando le suonano quelle 3 canzoni ti fanno chiudere gli occhi e ciondolare il capo seguendo il ritmo. Regalano qualche brivido, insomma. Per il resto sembrano un gruppo un po’ in crisi esistenziale che fatica a mantenere le attese di un hype ingombrante, tra suoni confusi e un chitarrista che sembra prestato da una band hardcore (no, questa non è una buona cosa). Il prossimo disco probabilmente farà da spartiacque e capiremo da che parte della lavagna metterli.

Momento “superclassificashow”
L’ultima volta che ho visto i Pixies dal vivo era il 1990. Sono andato a controllare prima di partire e questa cosa non mi lasciava affatto sereno, comprenderete. Comunque, al Primavera ero in compagnia di qualcuno che i Pixies non li aveva ancora mai visti. Ho pensato: tocca sacrificarsi. Alla fine il tempo è volato via in un baleno. Mi sono ritrovato a battere il tempo e pure a cantare qualche ritornello che ancora mi era rimasto in memoria. Lo so, sono indifendibili. L’ultimo album è una roba inascoltabile ma, cazzo, quante grandi canzoni hanno in repertorio. Uno finisce al Primavera anche per questo: un po’ di sano divertimento senza pretese, e che diamine!

Momento “dall’ufficio del catasto al palcoscenico del festival indie più importante del pianeta non è in fondo chissà quale salto”
Il tastierista, sono sicuro, da’ ripetizioni di musica ai ragazzini delle medie. I rimanenti quattro Real Estate in compenso sembrano la rappresentazione del perfetto nerd. Un’immagine pubblica del genere regala speranza a tutti gli adolescenti rinchiusi nelle loro camerette. Tocca avere talento, però. E quello ai Real Estate non manca. L’ultimo album è un piccolo gioiello che loro ripropongono tale e quale. Brividi. Poi, alla fine di ogni canzone ringraziano, contenti come non abbiamo mai visto nessun altro su quel palcoscenico.

Momento “entusiasmo adolescenziale incontrollato parte 2”
John Grant avrà pensato: sono io o è proprio la sfiga che mi perseguita? Perché alla fine è stato l’unico ad esibirsi sotto una tempesta tropicale, durata per l’appunto il tempo della sua esibizione. Che detto sinceramente avrei voluto non finisse mai. Perché le canzoni sono di un altro livello e la band che lo accompagnava spaccava letteralmente. Conclude con il classico The Queen of Denmark, sprezzante della pioggia, si alza e guarda verso il cielo. Rimane così, fermo immobile per qualche secondo e il sole fa capolino tra le nuvole. Me ne vado bagnato fino alle mutande, contento come un bambino al quale hanno appena regalato qualcosa di grande e inaspettato.

CESARE LORENZI