I dischi che piacciono solo a me, credo #26

Plastic Bertrand – An 1 (RKM, 1977)

Come passa il tempo, quando sei giovane, insofferente e stupido. È davvero un attimo ritrovarsi vecchio, insofferente e stupido. Un piccolo attimo insignificante, un lampo e gran parte della tua vita te la sei già risucchiata in un domino di errori, scelte sbagliate, macigni e responsabilità. Ti guardi e quello che vedi sono cicatrici, adipe attorno al giro vita, rimpianti, stempiature e giorni tutti uguali. Vuoi mettere quando la stupidità era il tuo vero valore aggiunto? Magari condita da quella sicumera adolescenziale che ti permette di farla franca quasi ovunque e figuriamoci in provincia? Non devi vergognarti di nulla quando sei giovane, ampiamente scusato dalla carta d’identità.

Sono qui, in riva ad un mare che non mi appartiene, a rimuginare sulle complessità della vita, attorniato da condizioni climatiche incerte e una probabile pisciata che mi incombe sulla testa. Non so come vestirmi, il sole gioca a tetris con le nuvole, la spiaggia è stranamente deserta e in questo chiosco abbandonato da dominiddio sono – tolto un tavolo di foemine complex – l’unico avventore. The Only One I Know. Adriatico rozzo e incolto, senza patria; unica striscia di terra e risate che si snoda come un’ininterrotta collana di perle e sabbia lungo tutto il midollo spinale del nostro paese. Puoi essere a Grado, Caorle o a Senigallia ma le nostre spiagge sono un brand come il McDonald’s: tutte uguali, tutte con la loro italica impronta. Un misto di Dolce Vita e Sapore di Mare, ferme in qualche imprecisato punto tra gli anni sessanta e gli ottanta. Basta sedersi da qualche parte e ti rendi conto di essere sul set di qualche regista indipendente, non sei tu a muoverti, è la sceneggiatura che ti viene incontro. Ho appena visto passare Serena Grandi, mi attendo un ectoplasma di Tondelli o (dovesse proprio andarmi male) un verboso Jerry Calà. Le Foemine Complex sono un poker di thirtysomething che sembrano di casa in quel pezzetto di Aperopoli e Sangrilandia, forse reduci da un addio al nubilato, forse parenti delle titolari. Forse, più semplicemente, cameriere dello stesso pronte ad azzannare la giornata libera senza pensarci troppo sopra. Resta il fatto che si muovono agevolmente in questa balera alcolica, sembrano viverci. Schiamazzano con inflessioni dialettali e – a modo loro – sono persino simpatiche, tanto che la più spigliata del lotto impone musica proveniente dal suo smartphone alle titolari di ‘sto chiringuito del piffero. Tra una patatina e l’altra (e non si voglian vedere crassi doppi sensi).

Approvo ma senza darlo a vedere, non posso intromettermi, ho delle missioni pregne alle quali far fronte. Tipo farmi venire un’idea riguardo il prossimo disco da trattare per Sniffin’ Glucose. Giovedì è dietro l’angolo e in questa estate ormai deceduta sul filo di lana lo svicolare coatto dagli impegni non può e non deve diventare un alibi. Passo in rassegna files mnemonici e appunti sparsi, mi arrovello, sento addirittura il femmineo poker chiedere ai passanti – rari invero – una fotografia da pubblicare su Instagram. “Ma mi raccomando – sottolinea quella che sembra più nordica – in primo piano che così si vedono bene le tette”. Come no. Non avessi ospiti al tavolo mi sarei proposto per lo scatto, tanto più che la compila spotifai delle squinzie non è nemmeno male e pure il sole fa posto alla vita quando quel Three Of A Perfect Pair rinfresca il palato. Ho ospiti, già: sono con due Americani (non statunitensi: Americani). Martini, Campari e Selz. Selz non conosce una parola di italiano. Quindi sono già tre e per forza di cose uno di codesti dev’essere lo Spirito Santo; spirito nel senso di alcool, Martini senza ombra di dubbio. Di giocare a carte col morto non se ne parla.

Poi Transmission dei Joy Division si palesa sulla spiaggia e lo Spirito Santo si sente chiamato in causa, aleggiandomi attorno davvero: che ci fai qui, Ian? I’ve got the spirit, but lose the feeling. Pare un corto circuito emotivo. I Joy Division in spiaggia. Un concetto che il pensiero non considera. Chiederei un attimo di silenzio e raccoglimento ma nemmeno il bagnino (sorta di vichingo immerso nel testosterone) è deciso a darmi una mano. Così ascolto quella gragnuola di pezzi, tra un sorso e l’altro. In silenzio. Figlia degli anni 90 codesta playlist, mi dico. E così la di lei titolare. Lettrice di Rumore senza dubbio. È oltre l’indie mi sa, a sentire le scelte. Su su, verso il cerebro. Manco un Libertines a farmi muovere le chiappe di cemento, un Blur, un Happy Mondays. Un miagolìo dei Suede, che le donne ne andavan pazze, a quanto ricordo. Ma a caval donato non si guarda in bocca, soprattutto se ti fermi a pensare quale potesse essere l’alternativa, in quel chioschetto sfondato da quel clima stronzo. Una spiaggia deserta tagliata a metà dalle nuvole ma che ti abbronza il volto. Se è vero che qui non viene mai nessuno a trascinarmi via è altresì sacrosanto che questo vento agita anche me, con buona pace della Loredana e di Enrico. Poi si erge il riff di Ça Plane Pour Moi e tutto, improvvisamente si palesa. La combinazione fa scattare la serratura che fa scattare il forziere che prosciuga i bicchieri. Eccolo il disco! È un attimo perché il nastro si riavvolga, i nuvoloni prendano il sopravvento, le quattro paperelle foie gras si gettino in acqua e io veda le ruote del cosmo mettersi in fila, allupate. Eccolo il fottuto, stramaledetto, disco. E avrei dovuto pensarci prima dacchè materia che avevo già avuto modo di vergare per goduria personale qualche anno addietro. La sabbia annuisce, la coppia di Americani anche. Le tizie sono già lontane, perse dietro un immaginario divertimento acquatico: che Bertrandino sia, allora!!

Credo che An 1 sia stato – assieme a Trapezio di Renato Zero e una compilation della K-Tel dove svettava Asha Putli – il primo ellepi a me interamente ascrivibile, regalo di compleanno fortissimamente voluto e altrettanto forsennatamente rovinato da migliaia di ascolti coatti tanto da doverne bissare – qualche anno dopo – l’acquisto. Per un emaciato pre-puberale, ingenuo et padano era il punk all’acqua di rose che non poteva fare grandi danni alle sinapsi (sarebbero serviti i Ramones, per quello, giusto un paio di lune appresso). Ne sono legato da una sorta di gioiosa complicità, dall’afflato estivo (suona come dei Supergrass addormentati dall’imperizia alla corte dei Buzzcocks), da delle canzoncine frizzanti e da quella grande truffa del pop che si sarebbe rivelata solo molti anni dopo. Truffa che è (e resta) puro genio del male e del marketing. Del Plastic Bertrand poppettaro sciocco (Supercool fu il mio ultimo acquisto, e vi potrei anche dire quando arrivò in casa se non fosse oltremodo doloroso ricordarlo), del riciclato acid house o del presentatore televisivo contrito non mi interessa nulla. L’avevo abbandonato subito al suo triste destino, usandolo come palestra per fare il grande salto nel mondo che conta(va). Per me, per voi, per tutti Roger Allen François Jouret è innanzitutto quello di Ça Plane Pour Moi e poi – forse – di An 1. Stop. Non ci sarebbe altro da aggiungere se non fosse che quella canzone contagiosa e malandrina aveva del sale nelle sue ferite. Lo vidi e la udii in una vetusta trasmissione televisiva, lui zompettava querulo dandomi per la prima volta l’immediato significato della parola ‘anfetaminico’ mentre la canzoncina si spandeva elettrica per l’aere, immobilizzandomi come un taser sonoro. Plastic Bertrand, recitava la scritta in sovrimpressione sul tubo catodico, un nome buono per del mangiare per gatti (Wham Bam, Mon Cat Splash!) o un vibratore venduto per corrispondenza. Tre minuti di contagioso power pop punk che mi urtava i neuroni ma che non riuscii a spazzare via nemmeno il mattino dopo quando, nell’unico negozio di dischi ed elettronica del mio paese, domandai il 45 giri. Un anthem power pop più o meno innocuo spiegato alle masse che però conterà innumerevoli (e talvolta regali: dai Sonic Youth a Richard Thompson) riletture nel corso degli anni.

A me ne serviranno venti per scoprirne con mestizia i tristi retroscena, e come dietro a quei centoottanta secondi scarsi ci sia stata – appunto – una delle più grandi truffe del pop organizzata e astutamente congegnata dal vero MacLaren fiammingo: Lou Deprijck, produttore, fac totum (Fuck Totum) e Pigmalione. Con l’accento su Pig. Insomma, è una storia torbida, memore dei Bay City Rollers (dei quali Jouret era la continuazione virata King’s Road) e mai completamente chiarita questa, storia che periodicamente mi piace rimembrare. Seguitemi e sedetevi qui, le squinzie sono in acqua. Offro io.

Siamo nei primi mesi del 1977, i Sex Pistols ed i Ramones hanno già portato avanti la Rivoluzione Copernicana, l’impeto si è esteso in ogni angolo del pianeta e tutti vogliono farsi scompigliare i capelli da quella salutare brezza già pronta a perdere d’intensità; Alan Ward, uomo già del giro dei Damned (aveva militato nei Bastard assieme a Brian Robertson, di lì a poco James), si inventa gli Elton Motello. Vuole qualcosa che tenga l’intensità umorale del punk ma che indugi anche nella scrittura, nella melodia e che abbia canzoni delle quali non vergognarsi, qualcosa che unisca Marc Bolan ai fiori nella spazzatura. Lì fuori – dice – ci sono troppe spille e poche canzoni; io ne ho solo due, ma sono di quelle che possono intrufolarsi in parecchi pertugi aperti dal tellurico sconvolgimento dei Sex Pistols.

La prima soprattutto, si chiama Jet Boy Jet Girl e l’ha scritta assieme a Yvan Lacomblez, uno dei primi punk francesi. Recluta vecchi amici quali Alan Timms, Mike Butcher, Yves Kengen e Nobby Goff. Quest’ultimo (già nei Bastard) siede alle pelli ma l’insofferenza è troppa; lascia subito e viene sostituito da tal Roger Jouret, pronto ad entrare in studio per registrare gli unici due articoli di catalogo, ovvero la succitata e Pogo Pogo, singoletto al fulmicotone che (nelle intenzioni di Ward) avrebbe dovuto essere l’anello mancante tra le Runaways e gli stessi Damned.

Le forti e pruriginose tensioni del testo invece di propugnare salutare scandalo mediatico ne cassano qualsivoglia visibilità. E’ proprio mentre le dinamiche della band cominciano a sfaldarsi che Jouret tesse una tela attorno a Ward. Una tela che sa di ammutinamento bello e buono. Intanto lo silura in silenzio portandosi appresso Timms, Butcher e Kengen prima di contattare spalle discograficamente forti (la RKM) e un paroliere (eccolo, Lou Deprijck) che ne assicuri i passaggi radio e che getti un po’ di confusione nei media; poi in sordina e sempre in combutta con Deprijck chiede di poterne registrare una versione francese. Ward acconsente. Con uno scioglilingua vergato in un francese d’antan, l’appoggio della AMC, un titolo cambiato in Ça Plane Pur Moi e un nome repentinamente convertito in Plastic Bertrand il furbo Jouret – ad un mese esatto dalla versione primigenia – esce in Francia con il singolo.

Mancano 15 giorni al Natale del 1977.

Il 6 Gennaio del 1978 il 45 giri è in classifica in 7 paesi, prima che l’estate sfiorisca va a lambire – dall’alto delle tre ristampe – la Top40 americana. Ward si accorge troppo tardi d’essere stato abbandonato in mare aperto con una scialuppa fallata e una manciata di royalties (poche, pochissime dacché autore del testo inglese) ma le sue spalle non sono quelle della RKM, e gli aggiustamenti messi in atto da Deprijck (aiutato, va sottolineato, da Lacomblez) mettono in cassaforte qualsiasi possibile ingiunzione legale. Cosa più importante: ciò che rimane della band è ovviamente schierata col Bertrand (pecunia non olet, no?) e sul povero autore cade una mannaia ed un silenzio mediatico tra i più feroci.

Fa di più Jouret la scaltra faina, aiutato dal McLaren fiammingo: inserisce nella prima tiratura del singolo persino Pogo Pogo (l’originario lato b), prima di ricredersi per non fomentare ulteriori dubbi da un Ward da allora e per sempre destinato all’oblio con una signorilità d’altri tempi (“è solo la versione francese del nostro pezzo, né più né meno” avrà a dire in tempi recenti, rinunciando a qualsivoglia vis polemica). E, mentre il Lou(rido) scombussola le carte e crea una incredibile, confusionaria e inestricabile ragnatela di date errate e versioni primigenie il Plasticoso Bertrand sopra quei tre minuti costruirà una altalenante carriera da miracolato che dura da quaranta lunghi anni, nonostante il rovinoso outing con il quale ha tentato di gettare l’intera croce addosso al Deprijck, vera – dice – voce nei suoi primi quattro album.

E invece, guarda un po’, nonostante tutto questo shakespeariano sconvolgimento in guisa di sceneggiatura, An 1 è un signor disco che ancora regge e suona bene, forse meglio di allora nonostante sia stato responsabile della rovina di almeno un poker di amicizie (una delle quali ancora m’offende). È rinfrescante, ha una scrittura furba e diretta, è provvisto di canzoni (spesso prese in prestito, come si è visto), e fila via come un Hugo. Che non è propriamente un vero aperitivo, ma ci va appresso di un’inezia, come un muscolo senza fibra proteica. E come quella sciocca bevanda da parvenues anche questo disco non è punk ma ne lambisce le coste, e quante battaglie dialettiche dovetti sopportare sul mio conto da conoscenti più scafati o semplicemente duri e puri per ammettere il mio gradimento verso questi 11 brani. Lo riascolto ora e – tolta – una compressione sonora di fondo davvero fastidiosa – la qualità delle canzoncine mi rimane appiccicata come sabbia salmastra. O come la playlist di queste quattro paperelle che non vogliono saperne di tornare a riva.

Quasi tutto il disco è farina del sacco Deprijck, sin dall’iniziale Le Petit Tortillard, continuazione binaria del mega hit di cui sopra. Ma c’è altro. C’è la isterica versione di Bambino di Dalida (a sua volta presa da Guaglione, firmata Fanciulli/Salerno e portata al successo da Aurelio Fierro), pezzo che avrebbe potuto scalfire qualsiasi classifica, dall’Egitto alla Norvegia. C’è una Sha La La La Lee degli Small Faces che non si fa sacrilegio ma omaggio e si lascia ascoltare col piedin battente e un sorriso beota stampato in faccia. C’è altresì una caraibica Dance Dance, una Naif Song che puote declinarsi reggae senza fatica alcuna (soprattutto nella conclusiva versione Solo Naif Song) e una Pogo Pogo, spogliata dal furore del Motello e resa Ramones così come la minimale ma debole Wha ! Wha! che pare presa di peso da Leave Home. 5,4,3,2,1,0 guarda a New Rose masticando blubble gum e un sax mentre Pognon Pognon è un inutile riempitivo che nulla aggiunge ad un disco sbarazzino ma assolutamente non stupido, a dispetto della sua estetica frizzante.

Resta il fatto che, del povero Alan Ward, non rimane più nulla oltre quei pochissimi minuti di scanzonato power pop, una tragedia servita a far da palestra a generazioni di musicisti, spesso ignari di osannarne soltanto lo scaltro esecutore e il suo burattinaio. Jouret oggi – tolta una recente e sporadica partecipazione al Grande Fratello Vip belga – si dedica alla sua galleria d’arte. Lo chiamano pop, baby. Ma ora mi alzo e torno in hotel con un temporale che bussa forsennatamente nel cielo e ben altri pensieri da indossare, che quelli han sempre taglia unica e slim fit. Eyes, dark grey lenses frightened of the sun… Dance, dance, dance, dance, dance to the radio.

Michele Benetello