Indispensabile (Fiver #06.2017)

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C’è stato un momento nella vita in cui ho pensato che forse me la sarei anche potuta cavare con poco. Che poteva esistere, nascosto da qualche parte, un tipo di mestiere che mi avrebbe consentito di mettere assieme uno stipendio sufficiente a campare realizzando cose che mi piacevano veramente e poteva anche esserci un tipo di vita che avrei potuto portare avanti per conto mio arrivando in fondo senza attirare attenzione, facendomi gli affari miei. Sarei rimasto rannicchiato in qualche angolo dove la luce non sarebbe mai arrivata a far vedere la polvere, mettere in evidenza i graffi e le ammaccature, rimarcare le cicatrici. Immagino che avrei potuto farlo sul serio con un po’ di convinzione e di coraggio in più. Se non ne sono stato capace la colpa è solamente mia che non ci ho creduto abbastanza e alla fine ho fatto altre scelte, quindi non me la prendo con nessuno.
Nel tempo il rimpianto per non aver tentato di andare fino in fondo si è attenuato e ormai capita raramente che ci pensi, me la son fatta andar bene così e non è nemmeno andata tanto male. Però quando mi capita di incontrare un tipo come Andrew Fern questa faccenda mi torna in mente e mi strappa un sorriso più dolce che amaro al pensiero che lui è quello che volevo essere io. Lui ce l’ha fatta.
Non ho effettivamente idea se a Andrew Fern per vivere sia sufficiente il lavoro che gli vedo fare, ma se lo è lui è il mio modello ideale. Andrew Fern è l’uomo che negli Sleaford Mods fa quello che non canta. Se non li avete mai visti dal vivo date un occhiata a un video qualunque. Se ne sta in un angolo con una mano impegnata a tenere stretta una birra e l’altra in tasca, probabilmente indaffarata a grattare le palle. Si muove con dinamismo decisamente moderato e annuisce. Quando crede sia il momento di agire pigia, presumibilmente a caso, il tasto di un qualche aggeggio elettronico appoggiato nei suoi paraggi. La sua presenza è di quelle a bassissimo valore aggiunto dal punto di vista tecnico ma di enorme potenzialità ideologica, oltreché estetica. Andrew Fern non è mosso dalla rabbiosa acidità alcolica che carica la molla al suo amico Jason Williamson. A lui pare non importare un accidenti di niente di nulla e di nessuno. Lui si astrae, se ne tira fuori e utilizza l’unico sistema per restare sereno in un’epoca come quella che stiamo vivendo, un’epoca in cui la gente secondo logica dovrebbe stare in strada giorno e notte con un fucile carico in mano spianato contro qualcosa e contro qualcuno. Ognuno scelga a proprio gusto chi è il qualcuno e qual è il qualcosa. Lui guarda le cose, ci passa vicino e riesce a ignorarle consapevole del fatto che quando non ti frega un cazzo di nulla, nulla ti può scalfire. Essendosi come chiunque altro ormai arreso a tutto, nelle ideologie così come in qualunque passaggio della vita quotidiana, Andrew Fern attua l’unica mossa possibile: non potendo cambiare il mondo agisce in modo che il mondo non cambi lui. E così vince. Tanto a macinare incazzatura ci pensa il socio, che è anche quello che si espone alla luce mostrando graffi, ammaccature e cicatrici. Assieme loro due, Andrew Fern e Jason Williamson, mi ricordano incidentalmente che la musica con cui sono nato, quella che un tempo qualcuno definiva alternativa perché effettivamente era un’alternativa a tutto il resto non solo per come suonava ma anche perché era un’attitudine che indicava uno stile di vita altro, non è una musica con cui teorizzare con gli amici al bar di un social network pesando ogni parola per stare attenti a non urtare la sensibilità di qualcuno. Ancor più questi due mi rammentano che la musica che mi piace sul serio non è solo musica ma è una chiave per accedere a altri immaginari e (sotto) culture diverse. Che la musica che mi piace per davvero può anche non essere formalmente bella e socialmente corretta ma può avere il sapore guasto di una vodka da due soldi comperata al discount, l’odore acre del piscio schizzato contro il muro di un vicolo e il ritmo ostile del ringhio hooligano in curva a Millwall.
Per questo, al di là di qualunque gusto musicale, al di là della bontà dei dischi e delle canzoni, al di là del bene e del male, oggi gli Sleaford Mods sono l’unico gruppo che mi è indispensabile tra quelli che conosco. 
L’unico che mi fa sentire vivo per davvero. 
L’unico.

Sleaford Mods “B.H.S.

Il nuovo disco degli Sleaford Mods si intitolerà English Tapas e uscirà per Rough Trade il 3 marzo.
Gli Sleaford Mods saranno in Italia a fine maggio per quattro date: il 27 al Santeria Social Club di Milano, il 28 allo Spazio 211 di Torino, il 30 al Locomotiv di Bologna e il 31 al Monk di Roma.

Priests “JJ

La voce di Katie Alice Greer, tipo piuttosto interessante a giudicare da quel che dice, mi ricorda quella di Beth Ditto delle Gossip, e non è un complimento da poco. La musica dei Priests è tirata e saltellante e il fatto che arrivino da Washington D.C. con la benedizione di casa madre Dischord è già di per se una garanzia. Sono in giro da un quinquennio ma il primo album, quello che contiene questo pezzo e che si chiama Nothing Feels Natural, esce solo ora per un’etichetta che gestiscono direttamente loro, la Sister Polygon Records. Mi mancava da un pezzo ascoltare un disco del genere.

Spartiti “Elena e i Nirvana

Con la musica italiana cantata in italiano ho sempre avuto un rapporto complicato, rapporto che negli ultimi mesi è diventato decisamente difficile, ai limiti della vera e propria rissa. Eppure gli Offlaga Disco Pax mi sono sempre andati a genio. Ai tempi di SG 1.0 scrissi anche una cosa su di loro. Se mi piacevano gli Offlaga ovvio che mi siano graditi anche gli Spartiti che in qualche modo possono considerarsi il logico proseguo. Max Collini ha un approccio al racconto capace al tempo stesso farmi ridere, pensare e in certi momenti pure commuovere e sulle qualità di Jukka Reverberi come musicista inutile stare a parlare. Questa canzone, per come la vedo io, racconta più cose sul rapporto tra un ragazzo e una ragazza di un qualunque trattato sociologico da mille pagine e la suspense riguardo a quale sia il disco che Elena porta in regalo a lui da Londra, sciolta attorno al minuto sei per quanto già svelata nel titolo della canzone, è la stessa che accompagna il tiro di un calcio di rigore al novantesimo.

Rat Columns “Someone Else’s Dream

I Rat Columns sono il classico gruppo che quando mi ritrovo tra le mani mi chiedo come mai non mi sia mai capitato di sentirne parlare prima. Hanno già due album e diversi ep fuori, un paio pubblicati peraltro da etichette che sono solito seguire (R.I.P. Society e Blackest Ever Black). Il disco nuovo, Candle Power in uscita a inizio marzo, sarà pubblicato da un’altra label che mi è cara, la Upset the Rhythm. Copio e incollo una frase che ho appena letto e che definisce questa canzone meglio di qualunque altra parola mi possa venire in mente al momento: is a sparkling piece of jangle pop bliss that sounds like it was ripped out of the catalogs of Razorcuts, Sea Urchins or early Go-Betweens. Punto e basta.

Fazerdaze “Lucky Girl

Fazerdaze è Amelia Murray, ragazza di Auckland con due ep autoprodotti a referto e un album in arrivo tra qualche mese. Morningside sarà il suo titolo e uscirà il 5 di maggio per la Flying Nun. Questo è il singolo che lo anticipa promettendo benissimo.
La prossima volta che nasco devo assolutamente ricordarmi di farlo in una di quelle isole sparpagliate in mezzo al Pacifico all’estremo est, laggiù sotto l’Australia.
Arturo Compagnoni

Fiver#05.06

Merchandise

Merchandise

C’è un momento, nella vita di ciascuno di noi, nel quale si fa un piccolo bilancio di quello che si è combinato. Di buono o meno, dell’immagine che si è data di se stessi. Lo sappiamo bene tutti. Certe volte questo momento te lo scegli, altre volte viene accelerato dagli eventi e ti si presenta un po’ all’improvviso.

Ulimamente la vita mi ha messo davanti un muro da scavalcare. Non un muro di cemento armato, per fortuna, ma un bel muro di mattoni sì, decisamente.
La cosa che mi ha lasciato sorpreso è come in quei momenti, nei quali il muro era davanti a me alto e apparantemente invalicabile, sia partito una sorta di tam tam sotteraneo (non incentivato in quanto la voglia di parlare era veramente inesistente) che ha chiamato a raccolta una quantità insospettabile e insperata di .. vogliamo chiamarli good thoughts?
Non saprei, ognuno li chiami come vuole. Una montagna di abbracci e buoni consigli (“Sguardo dritto e tutto andrà bene”.. ) che mi hanno aiutato come una spinta invisiblie a valicare quel muro che ora vedo nello specchietto retrovisore allontanarsi, molto lentamente, ma allontanarsi.

Non so come, anzi forse lo so ma tant’è.. mi è tornata alla mente una serata di diversi anni fa. Era il 25 novembre 1998 (serve a qualcosa tenere una maniacale agenda dei concerti..) e in una piccola stanza col soffitto basso chiamata Ex Machina a Forlì Robin Proper-Sheppard dava forma alle sue prime composizioni sotto la sigla Sophia e raccontava piccole storie tra una interpretazione e l’altra. Avevo amato molto Fixed Water, l’album d’esordio, e la piccola sala era impregnata di una malinconia tangibile e di sospiri sospesi.
La storia che mi è rimasta impressa, sin da allora, riguarda Jimmy Fernandez il bassista dei God Machine nei quali Robin aveva militato negli anni precedenti. I God Machine io li ho anche visti in un festival di Reading di pochi anni prima ma francamente ricordo poco e niente. Ricordo invece distintamente il racconto commosso di Robin. Di come, dopo aver visto il loro album tra i dischi consigliati in un negozio londinese, i due amici erano usciti sotto la pioggia correndo e piangendo di felicità. La comunanza spirituale provata in quel preciso momento.  Pochi mesi dopo Jimmy Fernandez moriva improvvisamente per un brutto male.

Due amici, attimi condivisi, segni lasciati per sempre.
Non é facile comportarsi sempre decentemente con chi incrocia il tuo cammino ma anche racconti come questi, cosi commossi e partecipi, hanno rappresentato un insegnamento che nel mio piccolo ho cercato di seguire.
La quantità di buoni pensieri che mi hanno sospinto in questi giorni difficili mi fa intravedere, fortunamente, un bilancio fortemente positivo.

Nothing – Bent nail

La vita spesso fa schifo, lo sappiamo. Dominic Palermo si ritrova in prigione a 21 anni per aver accoltellato un tizio. Si aggrappa agli ascolti fatti da ragazzo. La madre era una grande fan della 4Ad e dosi massicce di Cocteau Twins e Pale Saints oltre a Siouxsie e Cure venivano inoculate al figlio con suo grande turbamento, come confessato nelle rare interviste.
Finalmente fuori Dominic attacca la chitarra ad un amplificatore e alza il volume al massimo con lo sguardo ben fisso sulle proprie scarpe.
Swervedriver, Ride, primi Smashing Pumpkins (quando ancora il nome di Corgan non era diventato una parolaccia) il tutto al calor bianco, siamo su Relapse dopotutto.
Come i Cheatahs prima di loro, quest’anno, Nothing è il nome appeso alla mia parete con tre chiodi arrugginiti.

Priests – right wing

Preti. Non proprio una categoria con la quale ho una grande frequentazione nè mi confronto volentieri.
Per riguadagnare credibiltá ai miei occhi dovrebbero arruolare tra le loro fila un tipino come Katie Alice Glass.
Sguardo disorientato ma intenso, urla come se non ci fosse un dopo ma solo un adesso e, dietro, i suoi sodali incalzano con un assalto sonoro senza compromessi.
Post punk da Washington Dc ma nella gran parte delle loro schegge sonore la parola post casca a pezzi sul pavimento.

Happyness – Great Minds Think Alike, All Brains Taste The Same

Vento di terra. Non bisogna mettere le cose in acqua quando c’è vento di terra. Tristemente l’ho imparato dopo aver gonfiato per ore una costosa poltroncina  acquatica per mia figlia. Sembrava facilmente raggiungibile ma, beffardamente, appena ero a portata il vento maligno la spingeva un po’ piu in là fino a sparire all’orizzonte. Spero che qualche ragazzino di altra nazionalità se la stia godendo a quest’ora.
Gli Happyness mi fanno un po la stessa impressione. I riferimenti sono tutti davanti a me ben ordinati: Sparklehorse-Yo La Tengo-Pavement. Ma come cerchi di “metterli in acqua” ti sfuggono e non li raggiungi più.

The Phantom Band – The Wind That Cried The World

Negli ospedali la notte c’è un silenzio fragile spesso rotto, quando va male, da lamenti lontani o vicini e quando va bene dalle risate degli infermieri che cercano di alleggerire turni interminabili.
Rifugiarsi in cuffia è l’unica soluzione e se trovi anche qualcuno che ti “racconta una storia” come quei fantastici cialtroni della Phantom Band è ancora meglio.
Niente di meglio di un arcobaleno storto made in Glasgow per farsi trasportare altrove.

Merchandise – Little Killers

Da wikipedia: “Il chroma key o chiave cromatica (più precisamente intarsio a chiave colore), è una delle tecniche usate per realizzare i cosiddetti “effetti di Keying” (come il Luma Key o chiave di luminanza ed il Matte), effetti speciali usati soprattutto in ambito televisivo, ad esempio per le previsioni del tempo”.
Ecco il video del nuovo singolo dei Merchandise ne fa un gran uso di questa tecnica e posso dire, senza timore di smentita, che sia uno dei video più brutti degli ultimi anni.
Per fortuna in auto i video, ancora per poco immagino, non si possono vedere e allora Little Killers la posso ascoltare ancora ed ancora anche perchè con quel giro Strokes e quella voce Morrisseyana questa canzone porta impresso a lettere di fuoco la dicitura SONG OF THE SUMMER ’14.

Massimiliano Bucchieri