Brividi (Fiver # 04.2016)

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DIIV

Quando ho visto le foto promozionali del nuovo album dei Primal Scream ho avuto un flashback. Il cappello da lupo dell’Ontario che porta con nonchalance sul capo Bobby Gillespie da qualche parte l’avevo già visto.
I Primal Scream sono stati i miei Byrds ed anche i miei Rolling Stones. Immaginatevi vivere in provincia alla fine degli anni ‘80. Decidere di leggere Rockerilla, senza nemmeno sapere perché. Saranno state le solite menate di disagio adolescenziale, immagino, che non andavano d’accordo con i Duran Duran e Madonna.
La conseguenza: Smiths sul piatto del giradischi come se non ci fosse un domani. Uno dei pochi gruppi di cui si trovavano i dischi anche qui, dove il nord è estremo per davvero. Rockerilla era la bibbia. Cazzo se lo era.
Mi ricordo che uscì un lungo articolo che favoleggiava di una rinascita psichedelica. Il resto lo fecero le camicie a fiori, gli stivaletti a punta e i pantaloni in pelle. Si parlava dei Byrds (suonavano anche loro una Rickenbecker, si diceva nell’articolo), dei Rolling Stones e dei Seeds ma i protagonisti erano quattro adolescenti di Glasgow, appunto. Quartiere Mount Florida. La casa di Bobby stava a 100 metri da Hampton Park (lo stadio), ma questo lo scopri in seguito e non so perché mi sembra una notizia in qualche modo rilevante. desktop
Ordinai i primi due album dei Primal Scream per posta.
I dischi si ascoltavano in maniera diversa, allora. Non so se fosse meglio o peggio, non m’interessa neppure. Era differente, però. Due dischi ti duravano delle settimane. Non si skippava niente. Non era semplicemente possibile. Insomma, ti toccavano in sorte e in qualche modo dovevi farteli piacere.
I Primal Scream dei primi due album me li sono fatti piacere in quei giorni lì, sul finire degli anni ottanta. I miei Byrds, i miei Rolling Stones. I riferimenti erano quelli per Gillespie e compagni, all’epoca. Erano considerati un semplice gruppo di revival psichedelico, in fondo. Con un pizzico di disprezzo neppure tanto velato che faceva sempre capolino tra le righe.
Dal vivo erano una pena, dicevano tutti. Ricordo il concerto del gennaio 1990, in un capannone che doveva essere un club, dove la periferia bolognese si trasforma in campagna e la nebbia, in quel periodo dell’anno, ti fa perdere l’orientamento. La prima volta che vidi da vicino Bobby Gillespie e il suo cappello da comandante Mark fu invece uno di quei passaggi che segnano il percorso in maniera indelebile. Quella sera i Primal Scream tracciarono una via, mi ci buttai dentro senza pensarci e non sono ancora tornato indietro.
Quando ascoltai per la prima volta Fifth Dimension dei Byrds, alcuni anni dopo quel concerto, pensai che ricordavano davvero i primi Primal Scream. Era un mondo rovesciato, il mio.
Sembra una faccenda quasi esilarante, in fondo. Invece una riflessione sulla riproducibilità dell’arte ha generato un dibattito filosofico ben prima che nascessero i Byrds. La riproduzione è sempre stata parte integrante della pratica artistica, dell’apprendimento e della messa in circolazione delle opere.
Il mondo rovesciato di Bobby Gillespie porta in dote delle combinazioni travolgenti allo stesso modo: Roland S. Howard e Lydia Lunch che rifanno Some Velvet Morning, per esempio. I suoi Lee Hazewoold e Nancy Sinatra, come ha recentemente confidato. Quando i Primal Scream ripresero questa canzone, tanto per completare un cerchio, in testa avevano questa versione.

ROLAND S. HOWARD & LYDIA LUNCH – Some velvet morning

Non è nient’altro che l’infinita bellezza della musica pop, in fondo. In particolare quando è capace di pagare tributi, di lanciare segnali, quando permette di scoprire sempre un piccolo pezzettino di mondo nuovo, in un gioco continuo di rimandi e citazioni che si trasformano in una sorta di filo d’arianna che ci guida nelle nostre giornate. Qualcuno, più importante del sottoscritto, diceva che l’arte salva la vita. È sufficente seguirne il respiro.
Roland S. Howard e Lydia Lunch sono personaggi che meriterebbero ben di meglio che una veloce citazione in un Fiver del lunedì mattina. Gente che ha discografie intere che meritano di essere assolutamente ascoltate e riscoperte. Basta seguire il filo.
BOYS NEXT DOOR – Shivers


La chitarra di Roland S. Howard è un tremito elettrico dissonante che sale e non si controlla come un brivido. Ma questo in fondo è solo uno stereotipo pigro che lo ha accompagnato per tutta la sua carriera di chitarrista di lusso ma anche di autore. Come se fosse impossibile scrollarsi di dosso quel riff malato di Shivers (vedi alla voce Boys Next Door oppure The Birthday Party) che il pubblico ha domandato fino alla fine dei suoi giorni. La realtà è ben differente, invece. Una discografia di piccole gemme che attendono solo un cuore con la giusta predisposizione. Le Savages, tanto per dire, per scrivere una canzone come questa farebbero follie.

ELEANOR FRIEDBERGER – He didn’t mention his mother

Ci sono tappe che hanno un significato particolare. I primi 40 anni solitamente lasciano il segno. Uno si ferma un attimo e poi continua come se nulla fosse ma due conti, in gran segreto, magari se li fa lo stesso. A maggior ragione se vivi tra Brooklyn e Chicago da più di quindici anni. Hai fatto la cantante in un gruppo indie di moderato successo prima e poi ti sei lanciata in una carriera solista che ti ha regalato attenzioni, soddisfazioni e successo senza esagerare. Hai sempre vissuto in un buco di camera, in un appartamento condiviso che hai fatto fatica a pagare. I tuoi coinquilini sono diventati di anno in anno più giovani. A casa, a mille chilometri di distanza da New York, le tue amiche di un tempo ti massacrano il diario di facebook a forza di figli e famiglia. Senti che il ritmo non è più il tuo, che hai bisogno di uno spazio diverso. Di una luna differente, la notte.
Con gli stessi soldi con cui ti pagavi un affitto per un buco, 200 km più a nord stai in una casa tutta tua, con il giardino e spazio per tutti gli strumenti che hai sempre dovuto sacrificare, e quel piano elettrico della Wurlitzer finisce in bella mostra in soggiorno. Invece che le Perfect Pussy ascolti i Fleetwood Mac. Inizi a scrivere le nuove canzoni e tutto quello che ti è capitato negli ultimi mesi finisce lì dentro.
Se non è un capolavoro poco ci manca.

BONNIE “PRINCE” BILLY – The cross
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Un disco nuovo di vecchie canzoni. Escono dall’archivio di John Peel e regalano momenti impressionanti, in particolare quest’ incredibile versione del famoso brano di Prince. La voce amabilmente scassata, accompagnata da un’acustica improbabile, accellera leggermente il tempo e coglie l’essenza di un gospel disperato e mistico. Si azzera tutto il superfluo: rimane un’invocazione di puro spirito che lascia letteralmente senza fiato. Tutto in poco più di 120 secondi. Brividi.

DIIV – Under the sun

Ad un punto avevo smesso di crederci. Pensavo che al secondo album non ci sarebbero mai arrivati. Troppi scazzi, droghe sbagliate, cliniche di disintossicazione, problemi con la giustizia di mezzo. La lancetta dell’orologio faceva il suo corso inesorabile, intanto e ci ricordava che da quel disco di debutto che ci aveva catturato ormai erano passati quattro anni. Poco meno del tempo che hanno impiegato i LCD Soundsystem a riformarsi. Poi voci di sessioni di registrazione interrotte. Tour incasinati. Interviste concordate e poi saltate.
Invece, un po’ a sorpresa ci ritroviamo un nuovo disco, per giunta doppio, tra le mani. Questa, a mio giudizio se non è la migliore canzone della loro discografia ci va dannatamente vicino ed è proprio il tipo di brano che era lecito aspettarsi da una band che vuole mettere una pietra sopra ad un passato per certi versi drammatico. Il tono è solare, quasi gioioso, decisamente pop. Una grande sorpresa per chi, come il sottoscritto, pensava che potessero al massimo ambire alla realizzazione di un disco che suonasse come una raccolta di b-sides dei Cure (ce ne fossero, detto tra parentesi).

CESARE LORENZI

Mosche, muli, asine e cuori – parte seconda (Fiver #37.2015)

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Un racconto in tre Fiver di Fabio (prima parte)
soggetto: Rebecca
colonna sonora: Dario

Sono proprio in una situazione dimmerda perché non posso rifiutare e non posso ricambiare. Posso solo buttar giù un altro stronzissimo verme che mi comincia a mangiare lo stomaco da dentro e sorridere a Steb: «al grande Steb!» alzo il bicchiere giallo al cielo e ingoio ad occhi chiusi aspettando di cadere per terra svenuto. Steb risponde al mio brindisi con uno sguardo di odio mentre Goldie adesso indossa una camicia bianca e un gonnellino a pieghe nere, parigine chiare con due righe grigie appena sotto il ginocchio e scarpe basse, una divisa da College si direbbe che quando cazzo mai se la sarà messa? Goldie è in mezzo alla sala che balla da sola quel pezzo lento di cui si intuisce solo il basso e la batteria pettinata e fra me e Steb non c’è che uno sgabello vuoto e il suo sguardo di morte.

Cazzo, mi ammezzerebbe adesso se potesse e in realtà può perché chi mi verrebbe in soccorso? Il polipo gigante, che parla con lui una lingua che non sembra neanche terrestre?

Goldie balla al centro del pavimento a scacchi, la gonna nera che oscilla lenta e mi guarda e scivola con le mani su quelle gambe che vorrei solo mordere fino a staccarne la pelle.

Steb è sempre più rosso di rabbia, sembra un crostaceo. È un cristo di granchio gigante, un astice, un gamberone, un coso orrendo che cambia facendo sbattere chele enormi sopra la testa e io non riesco ad alzarmi dallo sgabello non mi posso più muovere e credo che sia veramente la fine. Adesso mi staccherà la testa con la merdosa chela e poi mi succhierà il cervello con quel becco di aragosta.

Sto per morire.

Chiudo gli occhi.

Poi la porta con un botto si spalanca e dalla tempesta fuori entra una bionda, un metro e mezzo di gambe nude, occhi da gatta e il grembiulino da cameriera, unico pezzo di stoffa a coprirle le cosce. Attraversa il corridoio come su una passerella di Victoria’s Secrets fra tuoni che la porta ancora aperta non riesce a tener fuori e fuochi d’artificio ad ogni passo.

S’infila agile sotto al pass del bar e corre incontro al gigante che adesso ha un sacco di spazio attorno lì dietro – ma com’è possibile che sto posto cambia, i vestiti cambiano, le persone cambiano? Mi guardo allo specchio e controllo il riflesso: sono sempre io. Che non so chi è, ma almeno è la stessa faccia di quando sono entrato – e gli stampa un bacio sulla fronte. Lui risponde con un grugnito all’indirizzo di Steb che ride sbattendo rumorosamente chele e baffi che sembrano di ferro.

La bionda lo vede, Steb ride eccitato, lei si siede sul bancone e sul culo di marmo fa fare il giro a quel chilometro di gambe in All Star basse rosa che quasi mi colpiscono dritto in faccia. Mi scanso e lei non sembra curarsi minimamente di avermi quasi preso a calci il naso e butta le braccia al collo di Steb che risponde stringendole il culo, quel culo che neanche se lo disegni viene fuori così perfetto. Lo stringe con una mano, una chela, cazzo è  quella roba e le morde il collo mentre lei ride divina bellezza in questo cazzo di delirio.

Non ci posso credere, eppure tutto questo mi sta succedendo davanti alla faccia e allora mi volto e Goldie è seduta con le sue calze bianche con la riga sotto al ginocchio sullo sgabello alla mia destra e fissa Steb. E butta giù un’altra vodka liscia e si riempie subito il bicchiere.

Il centone è ancora sul banco e Steb mi fissa da dietro i capelli della bionda che nel frattempo è diventata una coniglietta di Playboy con tanto di orecchione di paillettes. Guarda me e poi il bicchiere vuoto e fa un cenno al polipo che intanto sta asciugando i boccali lavati. Il gigante risponde con un sorriso e mi versa l’ennesimo shot. Questa volta niente verme. Lo ringrazio e sollevo il bicchierino verso Steb. Lui continua a massaggiare la chiappa della cameriera che si struscia come una gattina sul suo completo nero – è di nuovo il maledetto pinguino di batman – e si fa le unghie sulla cravatta.

Poi sulla testa di manidipolipo appare una campana grande come quelle dei campanili delle chiese medievali e lui si attacca con tutto il suo peso alla corda che pende dall’alto. Tre tiri e rilascia e il gong è così potente che i vetri dietro di me esplodono, io mi sento spostare e cadere dallo sgabello, Steb mi prende al volo e sento il suo alito fetido da sigaro e gintonic e acciughe: «ultimo giro, straniero. Poi, con me!». Mi rimette seduto con una spinta e riprende il massaggio alle natiche perfette della gattina bionda.

Raccolgo la giacca di pelle dallo sgabello e faccio per salutare. Steb mi prende la mano sinistra: «tu accompagni la mia signora e me nel prossimo locale» dice un secondo prima di infilare mezzo metro di lingua in gola alla bionda che risponde: «ehi, appena stacco vi raggiungo, non divertitevi troppo senza di me» e ondeggia con quel culo che potresti impazzirci solo a guardarlo.

Si va al Kadlie’s Bar. Mentre Steb si alza, Goldie mi precede. Va verso l’uscita, mi fa cenno di passare. Poi muove lei il primo passo: ci troviamo di colpo incastrati nello spazio della porta aperta. Lei si avvicina, si avvicina così tanto con le labbra alle mie che sento il suo cuore vibrare sotto la pelle liscia e bianca come la neve. Con gli occhi mi lancia una promessa che brucia già nel fondo dello stomaco, che fa vibrare la pancia e tutto il resto.

I battenti del Kadlie’s si spalancano su noi tre e la musica ci investe come un camion di cassa in quattro e luci stroboscopiche. Ma dove cazzo sono finito?

La sala è piena di fumo di sigarette e nebbia che un dj impazzito, Borsalino e occhiali da sole, fa sputare alla fog machine di fianco alla consolle. Vedo muoversi corpi che non riesco a capire se sono uomini, donne o cosa.

Le cameriere si mettono ad urlare neanche fosse entrato Mick Jagger e ovviamente tutte quelle grida non sono rivolte a me: dieci secondi e Steb è ricoperto dalle ragazze che sembrano non aspettare altro. Dieci secondi e al posto di Steb c’è un groviglio di tette e culi che vogliono solo togliersi quei pochi centimetri di stoffa e farsi mordere dalla bocca di quel vecchio bavoso. Steb risponde infilando nel cordoncino dei tanga banconote da cento come se questa fosse l’ultima notte della storia del mondo.

Cerco Goldie nella nebbia e riconosco il suo profilo – ora è fasciata in una tuta di vinile nero, stivali col risvolto sotto al ginocchio, di nuovo tacco a stiletto – già al bancone, già un bicchiere in mano, già quella che scommetterei la vita sia vodka nella bocca.

Faccio un passo verso di lei, ma Steb mi ha già letteralmente lanciato addosso una mora con gli occhi blu che mentre balla su di me diventa una coniglietta, poi mi abbraccia e mi usa  come un palo da lap dance e diventa una gattina nera che si struscia fra le gambe.

Se al bancone non ci fossero le labbra di fuoco di Goldie resterei qui, attaccato al culo in tanga nero che adesso scivola appoggiato al mio bacino. Lei sente che io mi sto spostando, si volta, mi guarda e capisce che sto andando via. E’ di nuovo una gatta nera e mi graffia un braccio che non comincia a grondare sangue solo grazie al chiodo di pelle spessa. Tagliato, quattro graffi in diagonale, la gattina che adesso è tornata sculettando da Steb e lecca l’orecchio di una bionda.

Ma io voglio le labbra di Goldie, voglio prendermi quello che mi ha promesso scopandomi  con gli occhi mentre uscivamo dal bar del cazzo di polipo.

Sono al banco. Bevo vodka che non ho ordinato nel fumo con lei. Ci fissiamo senza mai abbassare lo sguardo. Posso leggere nei suoi attorno alle sue pupille il sangue di mille notti di fuoco.

Mi chiede di nuovo d’accendere e tiro fuori dalla tasca l’accendino che è diventato una scatola di fiammiferi. Ne accendo uno e l’avvicino alla sigaretta. Goldie mi prende il polso e lo stringe e rimaniamo fermi fissandoci negli occhi mentre il cerino mi incendia indice e pollice ma io non batto ciglio, non chiudo gli occhi, non soffio sulle dita, non cerco nemmeno di divincolarmi dalla sua stretta.

Restiamo così ed è sesso ed è il sesso più feroce che abbia mai fatto. Siamo un unica palla di fuoco sul bancone di pietra.

Due mani mi coprono gli occhi. Una voce che non ricordo mi sussurra nell’orecchio con il timbro più sexy che abbia mai sentito: «Ehi cowboy, ti ricordi di me?» e sono le labbra rosa di Betty, la cameriera del bar di polipo-cazzo-di-mostro-gigante. E, di fianco a lei, la sua fotocopia: stesso sguardo e stesse mani che però s’infilano direttamente una sotto la camicia, l’altra a slacciare la cintura dei jeans.

Sono stanco e ubriaco, la testa pesante e quelle due paia di mani mi trascinano verso la pista. Non riesco ad opporre resistenza, non riesco a rimanere al banco anche se voglio la bocca rosso sangue di Goldie, ma Betti e Betti2 ballano una davanti ed una dietro di me e infilano a turno la loro lingua nella mia bocca e le loro mani sotto i miei pantaloni e io non riesco più a controllarmi ed in ogni angolo di questo cazzo di posto pare ci sia un’orgia e non vedo più Steb né Goldie e adesso ballo o forse scopo Betty o Betty2 contro il muro mentre l’altra mi morde il collo e mi graffia la pancia da dietro. E poi si cambiano e sono urla da felino che lotta.

Ma vedo Goldie. Di nuovo al bancone e mi fissa. In mezzo al fumo, al caos di corpi che si avvinghiano, si staccano, si voltano e ricominciano, diventano animali, scompaiono nei muri. Vedo lei e lei vede me.

Mi stacco dalle unghie delle due Betti e barcollo verso il bancone. Un drink rosa in mano. Non l’avevo un secondo fa. Il bar si muove slow motion. La pista è vuota. Steb sembra sparito e con lui buona parte delle cameriere e Goldie si sta accendendo un’ennesima sigaretta da un braccio teso dal bancone e vedo il fumo che esce da quelle labbra. Cazzo, quelle labbra. Devo avere quelle maledette labbra e ormai sono ad un passo da lei e questa volta non la guarderò, non le dirò niente: la prenderò semplicemente buttandola sul bancone e me la scoperò mentre lecco la sua bocca d’inferno.

«Mi chiamo Ginkgo»

«Cosa?»

«Ho detto: mi chiamo Ginkgo»

«Cosa?»

il locale è vuoto. Le luci alte. Il barista è un jack russel isterico che lava i bicchieri con la lingua e scodinzola.

«Ma che è successo? Dov’è Goldie?»

«Chi?»

«Goldie, Steb, dove cazzo sono tutti?»

«Amico sei fatto duro» e ride e si mette a rincorrere impazzito una pallina che rimbalza in mezzo alla pista al centro della pista sulla stessa verticale e Ginkgo salta e salta sempre più folle cercando di prendere la pallina che lenta continua a cadere con un rumore che mi spacca i timpani come un martello che frantuma vasi di porcellana.

«Che cazzo ci faccio qui, cane del cazzo?!»

Tutto si ferma. La palla a mezz’aria, il cane che salta. Poi lui è sul banco. Stesso muso ma corpo di uomo. Lecca i bicchieri ed è carta vetrata nelle mie orecchie: «Sei fattooooo durooooo!» e ride e lecca e mi tocco l’orecchio e c’è sangue e non vedo Goldie non vedo quello schifo di Steb e la gattina bionda e sono su questo sgabello che sale sale e il cane adesso è un cane che salta e cerca di mordermi i piedi e vorrei alzare le gambe ma non ci riesco non ci riesco e riparte la musica nelle orecchie un basso che entra nella pancia e lo sgabello sale e adesso sono a venti metri da terra e il cane, piccolissimo laggiù, salta e abbaia e grida e diventa Goldie e Steb e la bionda e poi me e salta e cade e guaisce poi torna a saltare e io comincio a ricordare ma forse è un sogno un acido e sono Giulia. Chi è Giulia? E perché sono qui? Qui dove?

Allargo le braccia. Sarò al decimo piano di un palazzo vuoto. Tutto intorno bianco lattiginoso. Sorrido. Mi lascio cadere indietro. Cado e continuo a cadere e credo che cadrò per sempre.

Fabio Rodda

(appuntamento a mercoledì 07 ottobre per la terza e ultima parte)

Remember Bannockburn (Fiver # 31.2015)

The Pastels

The Pastels

Qualche settimana fa sono andato a veder suonare i Pastels. E’ stata la prima volta nella mia città e nel “mio club” (in versione estiva ma pur sempre il “mio club”), la seconda in assoluto. L’occasione precedente capitò nel ’93, l’estate in cui decisi di salire per il mio terzo e ultimo giro al festival di Reading. La presenza dei Pastels nel tardo pomeriggio, sotto la tenda che ospitava il secondo palco della rassegna, fu in pratica l’unico vero motivo che mi spinse a volare verso l’Inghilterra. Non ricordo molto di quel concerto, ma la sensazione che ancora oggi mi rimane a distanza di 22 anni non è quella che potrei associare ad un evento particolarmente memorabile. Tra anni più tardi, con la mia seconda vita arenata nella bassa marea di un preoccupante stand by passionale, in attesa di un disincaglio che di lì a poco avrebbe portato a un naufragio senza superstiti, organizzai un viaggio di una settimana in Scozia, una sorta di back to roots alla ricerca di radici che in realtà non avevo mai avuto. In quell’epoca la Scozia più che una passione era per me una vera e propria ossessione. Un’ossessione che, guarda caso, trovava nella musica la sua ragion d’essere. In particolare l’epicentro era localizzato nella mitologia indie della mia tarda adolescenza: la Postcard e la Creation, i Jesus and Mary Chain, gli Orange Juice, i Fire Engines, le Shop Assistants, i Vaselines, i Josef K e, naturalmente, i Pastels. Mitologia poi nutrita dal proseguo della storia: la Chemikal Underground, i Delgados, i Mogwai, gli Arab Strap, i Teenage Fanclub, fino a quel concerto dei Primal Scream a Benicassim ‘98 quando Gillespie e la sua band montarono sul palco all’ombra di un grande stendardo con ritratto un leone rosso in campo giallo sovrastato dalla scritta remember Bannockburn*.
Da quel giorno per diverso tempo accarezzai l’idea di stamparmi sul braccio un bel tatuaggio col disegno del cardo simbolo di Scozia o in nobile alternativa, un leone sormontato da quella stessa scritta: ricordatevi di Bannockburn. Ho sempre amato la retorica, lo ammetto.
Quel viaggio che poneva ovviamente Glasgow – città turisticamente non proprio appetibile – come meta ultima, aveva tra i suoi nemmeno tanto velati scopi il pellegrinaggio al negozio di dischi e libri gestito da Stephen McRobbie (alias Stephen Pastel, cantante, chitarrista e anima dei Pastels).
Questo per dire quanto questo gruppo possa aver significato per me.

Prima del concerto di qualche settimana fa, quello nella mia città, mi sono ripassato la loro intera discografia rendendomi conto che, in tutta sincerità, a me dei Pastels piacciono veramente ed incondizionatamente solamente due dischi tra i cinque pubblicati in oltre 30 anni di attività. Sono i primi due, roba di 25 e passa anni fa, che fanno poker con le raccolte di singoli Suck On e la successiva Truckload of Trouble, doppio vinile con dentro una delle mie canzoni preferite di sempre (Truck Train Tractor) e la formidabile coppia di ep del ‘91: Thru’ Your Heart e Speeding Motorcycle, con l’omonima cover strappa lacrime della canzone di Daniel Johnston.
Chiaro che il giudizio su un gruppo come i Pastels non può essere limitato alla musica. Stephen McRobbie ha – in maniera forse involontaria – codificato uno stile di vita più ancora che un genere musicale. Ma non è mia intenzione analizzare questa faccenda, né investigare la biografia del gruppo e neppure analizzarne la discografia. Ciò che pensavo quella sera, mentre assistevo al concerto, riguardava più che altro me stesso, mettendo in moto il più classico dei miei personali meccanismi di transfer: quello che utilizza la musica come chiave di lettura della vita o anche solo come traduttore istantaneo di singole situazioni quotidiane. Ragionavo sul fatto che al principio, negli anni di Up for a Bit (1987) e Sittin’ Pretty (1989) e di tutti i singoli di allora, i Pastels non solo mi piacevano ma di più, possedendo le due caratteristiche distintive del me stesso di allora, erano letteralmente lo specchio dentro cui mi riflettevo. Erano difatti dotati di una timidezza ai limiti del patologico associata all’allegra velocità con cui affrontavano le canzoni e attraverso la quale – probabilmente – schermavano anche una parte del loro impaccio relazionale (ora, non che le loro canzoni fossero particolarmente veloci, in ogni caso avevano però ritmo) . Pensavo questo proprio in chiusura di concerto sulla doppietta Baby Honey/Nothing to Be Done, indubbiamente un momento che ha ribaltato emotivamente l’intera serata, rilevando i differenti effetti che l’invecchiare ha prodotto su di loro e su di me.
Pensavo che loro negli anni hanno mantenuto inalterata la timidezza senza scalfirla con la tempra della maturità, mentre la saggezza degli anni trascorsi ne ha frenato la velocità. Da parte mia ho invece invertito il dosaggio degli elementi base. Lo scorrere del tempo ha in parte levigato la mia naturale introversione mentre la velocità, per non dire la fretta, è ancora l’unico ritmo che conosco per fare le cose a modo mio. Come se domani fosse sempre troppo tardi. Il che naturalmente non riveste un particolare significato. Però mi ha fornito lo spunto per parlare un po’ di uno di quei gruppi che in qualche modo hanno cambiato la mia vita. E tanto basta.

*La battaglia di Bannockburn (23/24 giugno 1314) fu una grande vittoria scozzese durante la prima guerra di indipendenza dall’Inghilterra. Lo scontro fu decisivo per le sorti della guerra e produsse come conseguenza di fatto la restaurazione dell’autonomia da parte della Scozia.

The Pastels “Truck Train Tractor

Una volta, tantissimi anni fa, il mio amico Alberto mi raccontò di un suo viaggio in Inghilterra. Una sera era stato in un club e il dj aveva suonato questa canzone. Pensai che un posto dove suonavano quella canzone doveva essere per forza il posto migliore del mondo, e per tanti anni ho sperato di trovare un locale del genere anche dalle mie parti. Ovviamente non l’ho mai trovato un posto così. Nemmeno quando ho cominciato a passare io i dischi ho mai messo questa canzone. Toccherà rimediare prima o poi.

Shop Assistants “I don’t Wanna Be Friends with You

Sono sempre rimasto in buoni rapporti con le mie ex. Ma guardandomi indietro e con il senno di poi credo che in almeno un paio di occasioni avrei dovuto metter su questa canzone a tutto volume, poi avrei dovuto girare le spalle e andarmene canticchiando astiosamente: You loved me and now you wanna leave me/think too much of me to deceive me/Say you wanna go while were still friends/ but I believe in the bitter end/If you don’t love me anymore/just tell me you don’t want to know/But I don’t wanna be civilized/You leave me and I’ll scratch your eyes out/I dont wanna be friends with you/I will never be friends with you/Honey, I will not lie to you/Honey, I would have died for you/But I could never be friends with you/I will never be friends with you.

Josef K “Sorry for Laughing

Praticamente i Franz Ferdinand con 30 anni di anticipo (loro, i Franz Ferdinand intendo, del resto non ne hanno mai fatto mistero). Solo con più spigoli e nervi scoperti. Del resto partivano da un nome scippato a Kafka (Josef K per quei 2 o 3 che non lo sapessero era il protagonista de Il Processo) e non avevano alcuna intenzione di semplificarsi la vita. Enormi.

Teenage Fanclub “Live at Reading Festival 1992

Questo concerto lo vidi assieme a Cesare se non sbaglio, a fianco di Bobby Gillespie. Naturalmente non eravamo in mezzo al fango. L’accoppiata The Concept/Everything Flow la suonarono nel finale e tra le 9 canzoni di quel set (la lista l’ho ritrovata in rete, mica me la ricordavo) piazzarono una cover di Dylan e una loro versione di Take the Skinheads Bowling dei Camper Van Beethoven. Come direbbero i miei amici giovani: ma di cosa stiamo parlando?

Primal Scream “Velocity Girl

Una volta qualcuno, molto più autorevole di me, scrisse che questa è la canzone pop perfetta. Non so, troppo difficile dirlo, ma se non lo è ci va molto molto vicino. Di sicuro rimane uno dei modi migliori per impiegare 85 secondi della propria vita.

Arturo Compagnoni

indie pop ain’t noise pollution (parte 5) 10-1

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

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10) Primal Scream – Velocity Girl (1986)

Bobbie Gillespie, anche se inviso a molti, è un uomo con una visione. Cominciata dietro i tamburi dei Jesus And mary Chain e approdata spesso “altrove”. Uno dei passaggi fondamentali del suo itinerario è sicuramente questo singolo. (M.B.)
Sono stanco di essere frainteso quando parlo di musica. Capiamoci una volta per tutte: a me non interessa tutta la musica. Se capita che parliamo di musica POP io non intendo Madonna e Michael Jackson o Pharrell Williams e Lady Gaga: quelle cose sono totalmente fuori dai miei orizzonti, non mi interessano, non le ascolto e non ho alcuna opinione da esprimere in merito. Se parliamo di musica POP gli ottantacinque secondi di Velocity Girl sono per me pura, semplice e perfetta musica POP.
Esattamente come i centosettantadue secondi che trovate poco sotto alla posizione numero 8. (A.C.)
È una vita che rompo le balle ad Arturo. Me lo ha visto scrivere più di una volta, immagino. Me lo ha sentito dire in ogni tipo di situazione: in compagnia dietro ai microfoni di una radio, per esempio; o nelle conversazioni tra amici alle tre di mattino con un grado alcoolico oltre ogni limite. Lui sa, insomma. Sa quanto ami questo gruppo. Questa canzone in particolare. Impossibile spiegarne i motivi. Semplicemente la canzone che ho sempre sognato di poter scrivere, un giorno. (C.L.)

9) The Stone Roses – The Stone Roses (1989)

Analizzare i motivi della grandezza di questo disco è difficile nonchè inutile. Non so se Madchester è stata solo l’epoca della felicitá chimica e non mi interessa. So solo che cè una scena in Spike Island, il film sul mitico concerto dei Roses del 90, che riassume bene tutto. I protagonisti, senza biglietto, sono confinati fuori dall’area dove si svolge il concerto quando, da dentro, parte I Am The Revolution. Compare la Felicitá sui loro visi e io, con la pelle d’oca, ballo e canto davanti alla tv mosso da una forza soprannaturale. (M.B.)
Il primo Stone Roses è un grande disco, capace di riassumere i venti anni precedenti la sua uscita mischiando con semplicità disarmante rock, pop, funky, dance. Eppure in fondo in fondo continua a sfuggirmi l’importanza capitale che viene ancora oggi attribuita a quel disco e a quel gruppo. (A.C.)
Consumai letteralmente i primi singoli, quelli cha anticiparono questo disco. L’album, inutile dirlo, fu uno dei “miei” dischi e tale è rimasto. Mi ricordo che una stroncatura del primissimo concerto italiano sul Mucchio Selvaggio mi diede la certezza assoluta che ero sulla strada buona. Poi uno dice l’importanza della stampa musicale. (C.L.)

8) The La’s – There she goes (1990)

Un album unico ed enorme. Lee Mavers, il Brian Wilson della nostra generazione senza uno Smile a guastarne il ricordo. (M.B.)
Ecco, appunto: centosettantadue secondi di pura e semplice perfezione POP. Vedi alla posizione numero 10. (A.C.)
Ho sempre letto la stampa musicale inglese. Lo facevo anche in quei giorni a Londra. Era aprile del 1989 e i La’s erano il gruppo del momento in Inghilterra, nonostante non avessero ancora inciso nient’altro che due singoli. I soldi lasciati ai bagarini fuori dal locale non li ho mai rimpianti. Mi feci travolgere da quaranta minuti scarsi di perfezione pop. Il giorno dopo acquistai There She Goes e divenne immediatamente una delle mie canzoni preferite di sempre. (C.L.)

7) Arctic Monkeys – I bet you look good on the dancefloor (2005)

Copio e incollo il giudizio che diedi, sulla vecchia versione di questo blog, all’indomani dell’esibizione al Pukkelpop festival del 2006. Arctic Monkeys: molto giovani. Molto spocchiosi. Un paio di pezzi molto belli. Molto sopravvalutati… Dopo 8 anni il mio giudizio non è cambiato di una virgola. Questa musica, per me, non è “importante”. (M.B.)
Ho stimato gli Arctic Monkeys in ogni fase della loro carriera e continuo a nutrire verso di loro sincera stima e ammirazione. Ma non mi sono mai piaciuti sul serio. Questo pezzo però era e rimane una bomba. (A.C.)
Che questa sia una grande canzone non c’è nessun dubbio. Poi capita che le strade delle persone si dividano, anche di quelle che condividevano storie d’amore veramente importanti. Per gli Arctic Monkeys ho avuto una cotta passeggera. Mi è passata da un pezzo e vederli ora non mi fa veramente più nessun effetto. Non si tratta nemmeno di cuore spezzato, ormai è semplice indifferenza. (C.L.)

6) Joy Division – Transmission (1979)

Sinceramente faccio fatica a scrivere qualsiasi cosa a proposito dei Joy Division. Diventare banali è una certezza, in questo caso. Cosa volete che vi dica? Ho fatto la trafila: recuperato gli album, li ho ascoltati fino a consumarli. Di più non so. Ci sono certe bands dove davvero diventa superfluo parlarne. (C.L.)
I dischi che ho in casa ho smesso di contarli da un pezzo. L’ultima volta che ho provato a farlo eravamo sopra i 5.000 titoli. I più vecchi li ho in cassetta, poi vinili e cd. Di alcuni dischi ne ho due copie, di altri addirittura tre, generalmente in formati diversi. Dei due album dei Joy Division ho la versione in cassetta, quella in vinile, le ristampe rimasterizzate in cd con aggiunta di un disco dal vivo cadauna e per non farmi mancare proprio nulla acquistai pure il cofanetto quadruplo Heart and Soul e la raccolta Substance. Non so se i Joy Division siano il mio gruppo della vita, di certo ci vanno vicini. (A.C.)
Arturo aveva Still. Era doppio, quattro facciate. Lo ascoltavamo in religioso silenzio. Pomeriggi passati così, senza fare altro. Tornavo a casa con tutti i compiti da fare ma ne era valsa la pena. (M.B.)

5) My Bloody Valentine – You made me realise (1988)

Qui si spingono al limite….e vanno oltre. I MBV mi hanno sempre dato l’impressione di partire dove molti hanno mosso a loro volta i primi passi ma di riuscire sempre a spostare i confini appena più avanti. Adoro ascoltarli in cuffia e ancora oggi non finiscono di stupirmi. Penso che sia il miglior complimento che si possa fare ad un musicista. (C.L.)
Questa canzone è come una linea spartiacque per l’indie rock: c’è un prima e c’è un dopo. I MBV, dal canto loro, sono il durante. (A.C.)
Musica “importante”, altro che Arctic Monkeys. Musica grazie alla quale, un giorno, non mi vergognerò di rispondere orgogliosamente a chi mi chiederá cosa facessi quando avevo vent’anni: “ascoltavo i My Bloody Valentine, cazzo”. (M.B.)

4) The Fall – How I wrote “Elastic Man” (1980)

Ne abbiamo parlato a lungo. Dei Fall di Mark E. Smith. O meglio, lo ha fatto Compagnoni in questo articolo qui. Meglio di lui non riuscirei comunque a dirlo, tanto vale rileggerlo. (C.L.)
Ogni loro disco ha almeno una canzone da ricordare. E di dischi ne hanno fatti davvero parecchi. Ancora oggi quando voglio raccontare a qualcuno di un nuovo gruppo che accende il mio entusiasmo ma che non so esattamente come catalogare tiro fuori il nome dei Fall. Poi per evitare approfondimenti mi giro e me ne vado. (A.C.)
Il mio pezzo dei Fall è Hit The North pt 1. Me ne innamorai dopo aver visto Mark Smith biasciarlo annoiato in un concerto londinese di tanti anni fa. Ognuno dovrebbe avere un pezzo dei Fall preferito. Dovrebbe essere una domanda obbligatoria nei test attitudinali. “Pezzo dei Fall preferito?” Il mondo sarebbe un posto migliore. (M.B.)

3) Orange Juice – You can’t hide your love forever (1982)

Un gruppo che dovrebbe essere amato solo per il nome che si è scelto e un album che andrebbe consumato allo sfinimento fosse anche solo per il titolo. Se non siete così romantici da convincervi con le parole puntate subito tre canzoni come sampler del disco intero: Falling and Laughing, Tender Object e Consolation Prize. Dopo non potrete più farne a meno. (A.C.)
Ci sono gruppi che piacciono solo per la musica. Gli Orange Juice no, non solo per quella. Quelle giacche troppo strette, gli occhiali da sole e quel ciuffo ribelle che cadeva sugli occhi, lo confesso, sono stati l’immagine che vanamente ho cercato di replicare negli anni della mia adolescenza. Sempre meglio che paninaro, no? (C.L.)
Stile e sostanza. Rip it up and start again, un monito al quale ho cercato di attenermi nel corso degli anni. Con alterne fortune. (M.B.)

2) The Jesus and Mary Chain – Psychocandy (1985)

Ci sono dischi che diventano capi saldi della tua formazione musicale. Alcuni te li tiri dietro per sempre, altri nel tempo sfumano quell’importanza che inizialmente avevano. Se hai la fortuna di vivere in diretta l’attesa per l’uscita di uno di quei dischi, il privilegio di ascoltarne in diretta la musica al momento della sua uscita, la botta di fortuna di vedere il gruppo nel tour che accompagna al tempo l’uscita di quel disco (Vidia Club, Cesena, 25/5/1986), la voglia di ascoltare ancora quell’album, quasi trent’anni dopo la sua uscita oggi con lo stesso entusiasmo di allora. Ecco, se ti capita tutto questo sei un privilegiato. Me ne rendo conto. (A.C.)
Era una uno bianca, mi sembra di ricordare. Eravamo in 4 e ci sparammo 600 km in poche ore, tra andata e ritorno. Non avevo ancora compiuto diciotto anni.  Jesus and Mary Chain a Correggio fu uno dei primi concerti seri della mia vita. Psychocandy me l’aveva già cambiata appena qualche mese prima. (C.L.)
Ne avevo sentito parlare da Rockerilla. Feci una richiesta radiofonica a Radio Città Futura. Il primo singolo Never Understand. Qualche minuto di attesa e poi scariche di energia statica a invadere l’aria. Sotto intuivo della melodia. Mi ricordo distintamente in ginocchio sul letto a controllare se la radio si fosse desintonizzata. Era, invece, il rumore del futuro. (M.B.)

1) The Smiths – This Charming Man (1983)

Ci sono gruppi, ci sono dischi e ci sono canzoni che cambiano la vita, non ci sono cazzi. Se la pensate diversamente vuol dire che la musica la vivete diversamente da come la viviamo noi. Dico di più: ci sono giri di chitarra, meglio se suonati impiegando il minor numero di note possibili, che ti lasciano addosso cicatrici che nemmeno il solco di una lama lascerebbe. Penso a giri come quello che apre Marquee Moon o ai primi sei secondi di This Charming Man: a punctured bicycle, on a hillside desolate, will nature make a man of me yet ?. (A.C.)
Quello che sono diventato, nel bene e nel male, lo devo a due bands in particolare. Una sono i R.E.M. e l’altra gli Smiths. Tutto il resto è venuto dopo. (C.L.)
14/5/1985, gli Smiths a Roma. C’ero. Avevo 21 anni. Niente è stato più come prima. (M.B.)

leggi la prima parte, i dischi dal  50 – 41

leggi la seconda parte, i dischi dal  40 – 31

leggi la terza parte, i dischi dal  30 – 21

leggi la quarta parte, i dischi dal  20 – 11

Traiettorie

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Life Without Buildings

Una cosa che mi ha sempre divertito è osservare quei personalissimi processi mentali che periodicamente – invero piuttosto spesso – fissano la mia attenzione su specifiche faccende legate al mondo della musica unendo eventi e persone secondo traiettorie che agli occhi di uno spettatore esterno potrebbero apparire del tutto gratuite.
Occupandomi più o meno da 35 anni di dischi e canzoni, per diletto prima ancora che per lavoro (molto prima, perché in effetti il lavoro che mi paga le bollette nulla ha a che vedere con la musica), ho accumulato nel mio subconscio una mole tale di dati e situazioni che nel quotidiano capita spesso si mettano in moto meccanismi di rimando a situazioni già vissute fornendo spunti per collegamenti che poi a raffica dilagano tra i pensieri.
Vedere da quale punto esatto si staccano improvvisamente queste schegge di memoria e seguire le parabole attraverso cui le stesse vanno a conficcarsi nel presente, può considerarsi una sorta di cartina tornasole dell’evoluzione (o mancata evoluzione) del mio gusto e a volte può diventare anche occasione per avviare un (blando) processo di auto analisi.
Se agganciare il ricordo di un passaggio dei This Mortal Coil ad un vocalizzo di Zola Jesus è questione in certo senso abbastanza ovvia così come può esserlo sovrapporre un giro di chitarra dei Proper Ornaments a quello ascoltato in una delle prime canzoni dei Primal Scream, intravedere il profilo ispido e rotondo del cantante dei Fucked Up riflesso sulla lucida buccia rossa di una ciliegia appare senz’altro una storia un pelo più complicata da decifrare (questa ve la spiego qui*).
Fatto sta che ogni giorno mi capitano episodi di questo tipo in un rutilante dai e vai di rimandi che fornirebbero ad uno scrittore più in gamba del sottoscritto materiale per scriverci almeno un paio di libri i quali, va da se, interesserebbero poi nessun altro se non il loro stesso autore.

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Life Without Buildings

Qualche giorno fa ad esempio mi è capitata sotto gli occhi una recensione di Any Other City, primo ed unico disco degli scozzesi Life Without Buildings in origine pubblicato da Rough Trade nel 2001 e ristampato dai sempre benemeriti tipi di What’s Your Rupture? in occasione del Record Store Day di quest’anno.8594a427
I Life Without Buildings mi piacevano parecchio (del resto i gruppi nati a Glasgow sono da sempre stati una mia esplicita passione) ed ho acquistato ai tempi (2000/2001) tutti i loro dischi (tre ep e l’album di cui sopra), tralasciando solo il live pubblicato nel 2007, diversi anni dopo il loro scioglimento.
Anche dalle parti di Pitchfork i Life Without Buidings li devono apprezzare un bel po’: la ristampa dell’album in studio si è aggiudicato un più che lusinghiero 8.7 ed in precedenza quello stesso disco era stato inserito dallo staff editoriale della web zine nella top 200 degli lp fondamentali usciti negli anni zero (centoventottesimo posto per la cronaca) mentre The Leanover (lato a del primo singolo) venne a sua volta piazzata nella top cinquecento delle migliori canzoni di quel decennio (posizione numero centocinquantadue, sempre per la cronaca).

I Life Without Buildings erano studenti d’arte e art rock – sfruttando una delle tante definizioni paracule cui noi sedicenti giornalisti musicali spesso ci aggrappiamo – potrebbe definirsi la loro musica. Uno di quei neologismi rock adatti per descrivere qualunque cosa abbia a che vedere con gente tipo Fall e Wire. Roba buona insomma.
Il nome lo presero da una canzone dei Japan (stava sul lato b del singolo The Art of Parties) e già questo mi parve da subito un esercizio di stile da tenere in debito conto, mentre il loro core business era centrato indubbiamente sulla voce della cantante, Sue Tompkins, ultima aggiunta ad un gruppo che era partito da presupposti esclusivamente strumentali col preciso scopo di emulare gli idoli d’oltre oceano Don Caballero.
Sue Tompkins, artista e pittrice, era tutto fuorché una cantante, ma il modo in cui decise di affrontare il compito che le assegnarono diventò poi un marchio di fabbrica unico: una specie di spoken word a tratti incomprensibile, narrato da una bimba che ha in memoria la voce di Kate Bush e quella ascoltata una volta nei dischi dei Sugarcubes, che ripete all’infinito una serie di frasi con la stessa convinzione con cui un adulto declamerebbe i versi di un poema mentre nelle orecchie le girano in loop canzoni di Raincoats e Slits.
Questa prassi vocale sostanzialmente circolare, come se le parole fossero strumenti di un qualche gruppo kraut dei 70’s, combinato ad un approccio strumentale tarato su progressioni geometriche vagamente prese a prestito dal post rock, generava una specie di corto circuito straniante e bellissimo.

Se stessi parlando e non avessi dunque la possibilità tramite la rilettura di fare il punto su quanto sin qui detto, confesso che ora avrei perso il senso del discorso che viceversa ero inizialmente intenzionato a portare avanti.
E in effetti poi il punto che volevo trattare era proprio questo: l’accavallarsi di ricordi, idee e situazioni generatrici di sinapsi che si frantumano a ventaglio in tante diverse direzioni.

Nello specifico quando l’altra mattina mi sono imbattuto nella recensione di Pitchfork la scheggia che è schizzata via aveva sopra un nome, un luogo ed una data precisi: Grandaddy, Cambridge, 6 febbraio 2001.
In quel periodo i Grandaddy erano uno dei miei gruppi preferiti e il tour di supporto al loro nuovo album, The Sophtware Slump, prevedeva un’unica data in Italia, alla vecchia sede del Link di Bologna in via Fioravanti. Praticamente dietro casa mia. Quella data saltò e stante il fatto che i Grandaddy non sarebbero venuti da noi con Fabio e Flavia decidemmo di andare noi da loro. Il 6 febbraio del 2001 era un martedì e i Grandaddy avrebbero suonato allo Junction di Cambridge. Prendemmo un volo Ryan Air, una microscopica stanza in un piccolo albergo vicino la stazione della città e passammo un paio di giorni in Inghilterra. Le sere a nostra disposizione erano due. La prima, appunto il 6 di febbraio era già opzionata dal concerto per il quale eravamo partiti da Bologna quella stessa mattina, la seconda era libera. Scorrendo l’elenco dei concerti l’unica cosa interessante in programma il 7 febbraio era una data londinese dei Life Without Buildings. Suonavano al Barfly, di spalla avevano un nuovo gruppo americano che sbarcava in Inghilterra per la prima volta. Qualcuno ne aveva già iniziato a parlare ma il loro primo singolo, un ep contenente tre canzoni, sarebbe uscito proprio quel giorno.
Venni poi a sapere che all’ultimo momento era stato deciso di invertire i ruoli piazzando il gruppo spalla quale attrazione principale della serata: gli americani headliner, i Life Without Buildings di spalla.
Gli organizzatori ci videro evidentemente lungo, noi no.
Con la precisa sensazione che stavamo facendo una cazzata decidemmo infatti di rimanere a Cambridge, devolvendo il budget del concerto londinese per una cena a base di cibo indiano. Poi andammo a smaltire il tandoori chicken a botte di coca cola seduti sulle panchine sotto la pensilina della stazione, guardando come precoci pensionati i treni che passavano sfrecciando sul primo binario.
La mattina dopo prima di salire sull’aereo feci un salto all’HMV di Cambridge e comperai un paio di dischi. Uno era un 45 giri degli Starsailor, l’altro era il primo ep degli Strokes, il gruppo di New York che aveva scippato il ruolo di headliner ai Life Without Buildings la sera prima a Londra. C’erano tre canzoni in quel disco: The Modern Age (velocizzata rispetto alla versione che sarebbe poi apparsa sul primo album), Last Nite (probabilmente il più fortunato pezzo rock da dancefloor degli ultimi quindici anni) e Barely Legal.
Quando arrivai a casa la sera ascoltai quell’ep e mi fu subito chiaro che la sensazione del giorno prima non era per nulla sbagliata: avevamo fatto una cazzata.
Per espiare la colpa giusto un anno dopo Fabio, la Flavia ed io caricammo altri 4 amici su un van da sette e partimmo per Praga. L’8 marzo del 2002 in un piccolo teatro della città suonavano gli Strokes.
Era il tour di Is This It, il loro primo album.

*I Fucked Up, gruppo hardcore di Toronto, in barba a quelli che dividono rigidamente la musica in buona e cattiva a seconda del genere o peggio ancora della provenienza geografica, nel corso della loro brillante carriera hanno pubblicato una cover di Anorak City degli Another Sunny Day ed un intero ep di tributo alle Shop Assistants contenente due versioni di I Don’t Wanna Be Friends With You ed altrettante di Looking Back.
Una coppia di ciliegie rosse erano invece il simbolo della Sarah Records, etichetta feticcio dell’indie pop britannico.

Arturo Compagnoni