Eisenbahnstrasse 3, Berlin (Fiver #34.2017)


Gorlitzer Park si colora d’autunno mentre l’attraverso in uno sprazzo di sole. Cammino a zigzag tra le pozzanghere e gli spacciatori, qualche perditempo che, come me, se ne va a zonzo senza meta.
Una pausa di luce tra due acquazzoni e camminare respirando l’odore dell’erba bagnata placa i nervi, la tensione di ore a cercare di scrivere quel pezzo che non viene mai. Camminare muove anche l’anima, farlo per strade che non sono tue, ma che senti tue, ancora di più. Incontri occhi che non conosci, senti una lingua che non sai.
Quasi vent’anni fa, qui, uno di quei momenti che ti cambiano la vita. Se a Capodanno non fossi entrato in quel locale. Se fossi tornato in quello squat a Prenzlauerberg. La città dei “se”.
Ma i binari poi partono e corrono in una direzione sola. Chissà cosa c’era dall’altra parte.

Ricomincia a piovere e non ne ho voglia di inzupparmi. Ovviamente l’ombrello è bello asciutto sul divano di casa. Casa per qualche giorno, dall’altra parte del parco. M’infilo in un caffè e mi faccio riempire una tazzona di liquido scuro e fumante. Guardo la strada colpita dalle gocce sempre più aggressive, ora da folate d’acqua che cambia il colore del cielo, delle foglie sugli alberi. Non capisco tutti quelli che dicono che la vita è un impegno, che bisogna fare fatica per arrivare.
Certo, se per te conta un cazzo di lavoro, una carriera, certo che devi faticare, che devi studiare, sudare, imparare, provare e cadere. E ripartire e poi arrivare dove volevi arrivare. Forse. Se ce la fai.
Se te lo lasciano fare. Se la vita non decide di correre da un’altra parte. Ma questa, cazzo, è una gara. Non è una vita. Non è la vita.
Ok, fai il tuo master, godi della tua promozione. Brinda all’aumento. Va tutto bene.
Ma non pretendere che io sia impazzisca di gioia per tutto questo.
Una manciata di anni. Se tutto va bene. Questo abbiamo. E davvero vuoi farmi credere che conti il tuo lavoro? Quello che fai davanti al computer per otto ore al giorno? Davvero vuoi che io sia emozionato perché non sei stato su youporn per lo stesso tempo? Davvero vuoi che ti dica che sì, certo, tu sei unico. Io anche. Noi, poi… cazzo, e chi c’è come noi?

E se la vita fosse un’altra cosa? Se l’importante fosse qualcosa d’altro?
La porta si apre, entra una ragazza. Occhi blu enormi, sotto una chioma rossa bagnata. Si siede vicino alla stufa e si stringe per un momento nel maglione zuppo, prima di toglierlo e appoggiarlo
sul divano più vecchio di me. Gli sguardi s’incrociano per un momento. Un cenno istintivo di saluto, lei risponde con un sorriso e
va a ordinare. E se sbattersi tanto per raggiungere gli obiettivi non fosse la cosa più importante?
Ieri un’amica mi ha detto che qui, a Berlino, le persone parlano per ore nei club. Poi si salutano. Ognuno per la sua strada. E basta, fine.
Io le dicevo ok, ma se io non ti conosco ed è una bella serata e siamo presi bene, dopo due ore che chiacchieriamo e balliamo assieme ti dico di andare a bere qualcosa da un’altra parte. Magari di
venire da me. Non è normale? Lei mi detto qui no.
Ok. Quindi: due ore di blabla blabla. Poi, ciao. Ognuno per la sua strada. E nessuno scopa in questa città?
Certo. Torni a casa e vai su Tinder. Non ti fideresti mai ad andare a casa di uno sconosciuto.

Berlin I love you, but you’re bringing me down.
Come fai a parlare per ore con qualcuno, occhi negli occhi, e non volere mai andare oltre.
Certo, una volta hai voglia di fare due chiacchiere e basta, va bene. Ma non hai mai voglia di sentire altro? Che odore ha chi hai davanti? Che sapore? Mai?
La mia amica, berlinese doc, mi ha risposto: è solo un’altra persona, tanto non la rivedresti mai per caso e ne incontrerai comunque un’altra. Certo. Solo un’altra persona. Solo un’altra persona? Perché esiste qualcosa di più bello e importante di un’altra persona? Puoi anteporre “solo” a “un’altra persona”?
Tutto per non rischiare. Mai.
E se, invece, la chiave fosse buttarsi? Andare, conoscere, scavare. Amare, anche per un momento solamente.
Amare fino ad impazzire. Consumare, un corpo sull’altro, ogni secondo possibile, fino a che le gambe non tengono più in piedi. Fino a che fa male anche l’anima. Amare così, perché è l’unico modo vero di amare. Qualcuno dirà che poi si cresce.
Che l’amore sarà un impegno, che sarà un percorso, che sarà un lavoro. Un lavoro? Quanta stupidità, quanta paura.
Amarsi è tremare, è sentire la sua pelle, è pensare che nessuno abbia mai sentito quell’odore così forte, che nessun cuore abbia battuto così in fondo, che sembra stia scoppiando.
Ed è vero. È così: nessun cuore ha mai battuto così forte come il tuo. Nessuno ha mai respirato la sua pelle come tu, quella notte. Nessuno ha mai guardato un viso così bello che dormiva mentre fumavi quella sigaretta davanti alla finestra senza niente addosso e l’aria fresca entrava, ed era quasi l’alba. È vero.
È che poi si dimentica. Si dimentica per poter andare avanti, per continuare a vivere. Forse non eravamo fatti per vivere cent’anni ma trenta e allora a venti quell’amore pazzo era, non poteva che essere, l’unico, il più grande. Forse abbiamo dovuto imparare a smettere di amare. Ad accontentarci, a cercare un compagno perché quando torni a casa la sera da solo, a volte, è proprio dura. Perché la domenica senza calcio o droga non passa. Forse.

Majakovskij diceva che amore e lotta sono la stessa cosa. Come i pesci che sembra si stiano baciando e invece combattono. Come il graffito su quel muro qui vicino, con quei due che si baciano. Quello che hai fotografato anche tu.
Fare l’amore fino a quando manca il fiato è fare la rivoluzione. La libertà di un corpo felice è la libertà di un’anima che non ha paura.
Siamo bipedi col pollice opponibile e qualche pelo in meno dei nostri parenti a sangue caldo che stanno nella foresta o, poveri loro, negli zoo, ma siamo qui esattamente come loro: buttati quasi a caso – probabilmente solo a caso – a cercare qualcuno che ci scaldi nelle ore più difficili.

Io sono folle, folle, folle d’amore per te .
Io gemo di tenerezza perché sono folle, folle, folle
perché ti ho perduto .
Stamane il mattino era cosi caldo
che a me dettava quasi confusione
ma io ero malata di tormento
ero malata di tua perdizione.
(Alda Merini, Folle, folle, folle di Amore per te)

La città dei “se”, di quei momenti capitali in cui un caso, un passo fatto o meno, una porta aperta o no, una strada attraversata o una panchina su cui stare seduto cambia la vita; la città che poteva essere mia e non lo è stata. O forse sì. Lo è diventata comunque, che lo volessi o no.
Guardo i sampietrini calpestati da persone che corrono cercando riparo sotto le tende dei bar. I fari di poche auto illuminano, per un momento, l’orizzonte. Mi viene voglia di sorridere. Penso che qui non ci vivrei più, ma che non smetterò di tornarci. Che non invecchierò nemmeno dove vivo ora, sono solo di passaggio, ma ci rimarrò ancora per un po’.
Le cose vanno sempre come devono andare. L’importante è non rimpiangere mai una strada che non hai voluto imboccare: mentre stai a frignare potresti non vedere quella, perfetta, che ti è appena
stata messa davanti dal caso, o caos, o destino. Tutte parole che dicono la stessa cosa.

Solo un’altra persona. Berlino, Berlino, dai, lo sai: non puoi credere a chi ti dice che “tornerà” che “chissà quante troverai come lei”. Non è vero. Lo sai. Lo so. Lo sappiamo: non la troverai mai più.
La cercherai in mille occhi, su mille letti, ma non la troverai mai più. Quello che lasci andare via se ne va. E basta. Lo sappiamo, dai.

Come un serial killer
faccio pagare alle altre donne
la colpa
di non essere te
(Miche Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawke)

Io non lo so se ero sempre da solo o se mi sentivo così solo che nei ricordi sono sempre solo io.
Berlin I love you, e non ci credo a questa storia che qui non si sa amare, non è possibile. Con quest’aria che ti riempie, con i colori che hai, con le giornate di pioggia e le case coi pavimenti di legno e le stufe a carbone, cos’altro c’è da fare nei lunghi pomeriggi d’inverno se non consumarsi uno sull’altro?
Quell’odore di carbone nell’ingresso dei palazzi che per me sarai sempre tu, Berlin.
Non ci credo che non sai amare.
Lotta, ama, godi. Senza queste tre cose, niente verrà mai bene.
Un sacco di pensieri, come sempre, quando cammino per le tue strade. Stasera un bel concerto in un locale che non conosco, domani un’aereo e si torna. Solo per un po’, solo per ripartire.
Il mio caffè è finito.
Lei è veramente bellissima e chissà dove vive e cosa fa, magari se è sposata: forse si ripara qui prima di andare a prendere sua figlia a scuola di danza, proprio qui dietro. Chissà. O forse stava
passeggiando nel parco perché non trovava le parole per finire il suo romanzo, come me. E si sta domandando le stesse cose che mi domando io, guardandola ancora.
Fuori non accenna a smettere. Mi alzo, chiedo un’altra tazzona di brodaglia. Mi giro. Lei sfoglia
una rivista. Incrociamo gli occhi di nuovo.
Ciao, mi chiamo

Fabio Rodda

Fucked Up, Once Again (Fiver # 42.2015)

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Quando ho cominciato ad ascoltare musica seriamente avevo un’età in cui per essere suggestionato non occorreva necessariamente osservare la realtà ma poteva bastare anche solo lasciar spazio all’immaginazione. Era un’epoca in cui per quanto riguarda la musica che mi interessava le informazioni viaggiavano lentamente, le immagini circolavano molto poco e la stessa musica era reperibile in maniera sommaria e fruibile con modalità tutt’altro che istantanee. Ma questa storia l’avete sentita mille volte ormai, da me e da altri come me. In ogni caso il risultato era che le faccende riguardanti l’argomento erano ammantate da una certa dose di mistero e in quanto misteriose mi spaventavano: temevo l’approccio a certi suoni e ancor più temevo l’immaginario che certi gruppi richiamavano. Erano cose che in generale nemmeno arrivavo ad ascoltare. Con pochi soldi in tasca non potevo permettermi l’acquisto dei costosi vinili import al vecchio Disco d’Oro di via Marconi, e neanche riuscivo economicamente ad avvicinarmi alle stampe italiane della Base Records, etichetta bolognese che all’epoca pubblicava i cataloghi praticamente di tutte le migliori indie straniere. Erano gruppi che spesso nemmeno vedevo in foto, men che mai in concerto o in video, però leggevo cronache e descrizioni straordinarie, redatte da qualche temerario e omnisciente reporter. Racconti di suoni ostili prodotti da ragazzi pericolosi. O almeno così mi pareva.
Quando penso alla musica che agitava la mia fantasia a quei tempi, affascinandomi in maniera totale, mi tornano alla mente due canzoni in particolare. Una è Religion dei Public Image Limited che si apriva come fosse il sermone di un prete anarchico, con il basso e la batteria che entrando più avanti spingevano indietro quella voce idrofoba: This is religion/There’s a liar on the altar/The sermon never falter/This is religion/This is religion and Jesus Christ/This is religion, cheaply priced. Una scheggia di odio puro piantata nella gola di qualunque religione. La mia, la tua, la loro.
L’altra era Frankie Teardrop, dieci minuti e ventisei secondi di metronomica follia piazzati dentro al primo Suicide. Una canzone che raccontava in maniera ossessiva e con toni per nulla rassicuranti la storia di un giovane operaio licenziato che tornando a casa sterminava l’intera famiglia: Frankie can’t make enough money/Frankie can’t buy enough food/Frankie is so desperate/He’s gonna kill his wife and kids/Frankie’s gonna kill his kid/Frankie picked up a gun.
Poi in un angolo accomodati nell’ombra, c’erano i Flipper. Ma loro erano una storia a parte. Li consideravo un monolite nero, un macigno che lentissimo era rotolato sopra al punk tra fine anni ’70 e inizio ’80 segnando una strada che solo 10 anni dopo qualcun altro (praticamente una buona metà dei gruppi appartenenti al nord ovest grunge) avrebbe individuato quale via maestra da seguire. Musicalmente non avevano nulla a che fare né con il punk inteso come allora lo si intendeva (il primo ep è del ’79 per collocare temporalmente la loro entrata in scena) né con il suo post allora piuttosto in voga. In un momento storico in cui il basso non era propriamente lo strumento più ricercato loro piazzavano due bassisti in formazione e proprio con una linea di basso inconfondibile si apriva Sex Bomb, la loro hit. Quando la ascoltai per la prima volta mi aspettavo una canzone che avesse qualcosa a che vedere con il suo titolo. Una roba con una gran carica tipo che so, Sex Beat dei Gun Club. Invece no. Se non l’avete mai ascoltata fatelo. Un pezzo lentissimo, con un basso che tuona minaccia da subito, un testo che si limita a sette parole ripetute all’infinito: She’s a sex bomb my baby , yeah e poi un sax che svirgola come un auto impazzita in mezzo alla folla di un mercato. L’apologia della lentezza in un’epoca in cui tutti andavano velocissimi – basti pensare che l’epicentro alternativo musicale della loro zona, la Bay Area di San Francisco – era dominio pubblico dei Dead Kennedys e della loro Alternative Tentacles. I Flipper non erano adatti al mondo e a loro di essere adeguati al mondo non poteva interessare meno.
A me di quel primo disco, quello con la copertina giallo fosforo e il pesce stilizzato scuola elementare piazzato in alto a sinistra, piaceva in particolare il pezzo d’apertura, Ever. Era forse l’unica canzone con un minimo di ritmo, aveva l’handclapping, elemento che già allora mi irretiva e si chiudeva con un finale così disperato che peggio non si potrebbe: Ever wish the human race didn’t exist/And then realize you’re one too/Well, have you … ever .. I have/So what.
Quando nel ‘92 tornarono dopo quasi un decennio d’assenza e dopo la morte di uno dei due cantanti era la loro grande occasione: Kurt Cobain dichiarava amore posando con una t-shirt autoprodotta una sessione fotografica si e l’altra pure (scatti nel booklet di In Utero inclusi) e Rick Rubin li portava in palmo di mano. Loro se ne uscirono per la Def American con una canzone che dichiarava la sconfitta prima ancora di suonare una sola nota. Fucked Up Once Again, un inno alla consapevolezza piena e totalmente lucida che il futuro per certa gente è già scritto: Fucked up once again/No more rivers of blood/Taking over my dream of love/Feel a bit of poetry in my life/But it all could change in just one night.
Negli anni i Flipper hanno incassato una quantità di moneta inversamente proporzionale alla pletora di attestati di stima: Krist Novoselic si accomodò al basso ai tempi di una reunion nella seconda metà degli anni zero, Mark Arm scrisse note accorate sulla copertina di una loro raccolta di singoli, Michael Stipe scelse di confezionare un singolo natalizio (!!) dei R.E.M. proponendo una cover di Sex Bomb e Moby (!!!) si vanta da sempre di aver rimpiazzato per qualche giorno il loro cantante durante un breve periodo di detenzione in cella di quest’ultimo.
Dei vari membri dei Flipper che si sono alternati in formazione in tutti questi anni tre sono morti in momenti diversi (1987, 1991 e 1992) ma per la stessa causa: overdose di eroina, un quarto è rimasto semi paralizzato in un incidente di macchina, destini tanto tristi quanto in linea con la loro storia cui l’aggettivo nichilista si adatta francamente come a nessun altro. In questi giorni si sono rimessi in pista, non so come ma posso immaginare il perché. In organico dovrebbero esserci due dei membri fondatori (chitarra e batteria) mentre alla voce ci sarà David Yow che ha cantato negli Scratch Acid prima e nei Jesus Lizard poi. Non avrei potuto immaginare una scelta migliore. Mi pare di capire che abbiano fatto gruppo specificatamente per tre concerti in Italia. Non mi sembra possibile che un insieme di persone del genere ce la possa fare, ma per sicurezza il biglietto per la data di Bologna l’ho comperato.
Sono passati tanti anni da Sex Bomb e mi fanno ancora paura, anzi forse mi fanno più paura oggi che allora. Ma è tempo di esorcizzare i timori e scacciare i fantasmi.
Siamo adulti, finalmente.

Tears “Maybe I Will Fuck Forever

Tollero sempre meno i social network. Che nel mio caso si riducono a Facebook, essendo l’unica piattaforma che frequento. Non sto ad elencare i motivi tanto li conoscete tutti bene, sono gli stessi motivi per i quali anche voi non sopportate più i social network. Però ritengo rimangano uno strumento di raccolta di informazioni in tempo reale impareggiabile. I morti famosi li scopro tutti da lì, ad esempio, come i compleanni di amici e conoscenti. E da lì scopro anche qualche nuovo gruppo. I Tears li ho trovati grazie a un link piazzato nella pagina Facebook degli Yung, i miei preferiti tra i nomi nuovi usciti negli ultimi tempi. Arrivano dalla Danimarca e a giudicare dai cognomi dentro ci deve essere il fratello proprio di uno degli Yung. Ma non vorrei azzardare troppe ipotesi, sul loro profilo è scritto tutto in danese quindi non ci capisco niente. In ogni caso questa canzone è proprio bella.

The Hussy “Asking for too Much

Sono in due e arrivano dal Wisconsin. Canta lui, che suona anche la chitarra, canta lei, che suona anche la batteria. Da qualche parte qualcuno suona il basso. Il loro secondo album, si chiama Galore e non c’è una canzone meno che bella.

Sealings “White Devil
Questi invece sono in tre e abitano a Brighton. Tra produzione e registrazione sul loro disco hanno messo le mani il tizio degli Hookworms e quello dei Total Control. E si sente. E’ come se i ragazzi si fossero chiusi in un bunker durante un week end portandosi appresso solo le copie dei primi dischi dei Cure, qualche ep dei Cabaret Voltaire e un paio di casse di vodka. Bomba.

Smash “Gloomy Sunday

Poi ci sono loro che stanno a Sassuolo (lo so, fa un pò meno figo) e fanno uscire un ep su cassetta per un’etichetta (La Barberia) a me carissima, gestita da persone splendide partite con un’idea stramba quanto bella: quella di far suonare gruppi in un negozio di barbiere di Modena la domenica pomeriggio. Più o meno. Gli Smash in questo pezzo mi ricordano un sacco i Grandaddy, hanno melodia e tiro. Per innamorarsi non serve molto di più.

Modern Baseball “Rock Bottom

Magari lo conoscete tutti benissimo e io sono l’unico che fino ad oggi ignorava l’esistenza di Brendan Lukens, studente universitario di Philadelphia cresciuto ad hamburger e (dice lui) a Tokyo Police Club e Los Campesinos. Due dischi già in catalogo e un terzo in arrivo. Questa canzone è vecchia di oltre un anno e stava sul suo secondo disco, You’re Gonna Miss It All. Per la serie: mai più senza.

Arturo Compagnoni