Di carne e di sangue: NO GLUCOSE FESTIVAL 21 e 22 maggio 2015

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L’idea iniziale era davvero quella di organizzare una piccola festa tra amici una sera di metà maggio, chiamando a suonare uno o due gruppi di quelli che ci piacciono e passando qualche disco per ballare tra di noi la musica che ci piace. Fondamentalmente c’era voglia di fare una cosa assieme, una cosa che parlasse di noi – Sniffin’ Glucose e No Hope – e che andasse oltre le parole che siamo abituati a scrivere e che qualcuno di voi si è benevolmente impegnato a leggere in rete o su carta in questi anni. Qualcosa di concreto che potesse essere condiviso e potesse coinvolgere il maggior numero possibile di persone che ci stanno a cuore, sia in qualità di interpreti che in quella di spettatori. Con queste premesse era abbastanza logico che la faccenda non si sarebbe risolta in una semplice festa di fine stagione. Eppure a conti fatti le cose sono state semplici. Sorprendentemente naturali e sequenziali, come se inconsapevolmente avessimo messo in moto un meccanismo capace di progredire da solo e auto generare nuove idee e situazioni lungo il suo cammino.
Hanno suonato otto gruppi, tutte band che in un modo o nell’altro condividono con noi l’idea di musica, non solo e non tanto come genere, bensì come attitudine ed è stata una grande festa a cui tutti abbiamo partecipato con entusiasmo e passione e in cui tutti abbiamo deciso di essere parte attiva. Quella condivisione che era negli intenti iniziali ma che non è semplice si verifichi è effettivamente stata il filo conduttore che ha legato il tutto. Ci piace pensare che non sia stato un caso fortuito. Ci piace pensare che se band, pubblico e anche ragazzi degli stand hanno mostrato stesso spirito, uguale passione e medesima attitudine ci sia un significato. Ci piace credere che tutte quelle persone che pensavamo ci fossero in giro ma che non eravamo così sicuri esistessero davvero invece esistano sul serio. E siamo riusciti a metterle tutte assieme per due sere di fila.

Sono stato troppo coinvolto nella preparazione e nella messa in opera del No Glucose per poterne scrivere con un minimo di lucidità. La cronaca di questi due giorni la lascio a Giovanni di No Hope, firma che in futuro troverete nuovamente anche qui da noi, a consolidare un gemellaggio che sta dando vita a un qualcosa di nuovo e, a mio modo di vedere, bellissimo.
Arturo Compagnoni

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Rivedere tutto come un enorme flashback: le birre spillate, le pacche sulle spalle, il percorso sinusoidale dei cavi, le vibrazioni degli amplificatori, guardare il cielo e pensare “forse pioverà”. La due giorni del No Glucose Festival è fatta di tante fugaci immagini che si depositano nel retro del cervello ed esplodono nei momenti più inaspettati, rimettendo in moto l’autocarro dei ricordi. Ma è bene non farsi travolgere, bisogna archiviare, incasellare, per capire quanto questo piccolo festival nato da un’idea, si sia rivelato qualcosa di grande, dimostrazione di una tesi tanto banale quanto insperata: rendere viva la propria passione, realizzare ciò che si è immaginato. Il Mikasa è un locale di recente apertura in una zona, un fazzoletto di asfalto, due strade dissestate a ridosso di un ponte, che fra locali, sale concerti e centri sociali, sta diventando l’espressione tangibile della proficua coesistenza delle molteplici realtà sottoculturali di Bologna. Il 21 maggio l’occasione è ghiotta: divertimento, rock n’ roll, una serata fra amici e l’ennesimo episodio nella saga della musica. Ogni meccanismo è stato oliato, gli stand espongono cd, vinili, poster e serigrafie; il cielo minaccia pioggia, ma le sporadiche stilettate non sembrano bagnare le copie di No Hope Fanzine che, anche stavolta, fra notti insonni e montagne di matite spezzate, ci racconta come gira nel mondo della musica, o meglio: cosa passa nelle nostre teste quando sono assorbite da ciò che passa nelle nostre orecchie. Ad avere l’onore (e l’onere) di dare il via alle danze sono le Naughty Betsy, un compatto quintetto tutto al femminile. Quando si parla di band formate da sole donne è facile cadere nell’abitudine di tirare in ballo l’immaginario riot grrrl e i riferimenti al foxcore; penso che, in molti casi, sia un atteggiamento pigro e passatista, indice di un maschilismo latente: le categorie vanno adoperate quando ce n’è davvero ragion d’essere. In questo caso le Naughty Betsy dimostrano come la musica si sia evoluta da quella grande stagione di female power, non c’è più il bisogno di superare gli uomini a destra sulla via del noise, il loro indie rock è vellutato e leggero, ma non avaro di momenti più ruvidi, segue perfettamente il saliscendi del nostro elettrocardiogramma. Le ragazze hanno scaldato le chitarre e ora è impossibile far scendere la temperatura, sul palco si avvicendano i Baseball Gregg, strana combo nata dall’interazione fra California e Sasso Marconi, ed è proprio così che suona la loro musica: folk malinconico, da scazzo perpetuo di provincia, frammisto ad atmosfere dreamy in perfetto stile Mac DeMarco. Certo, manca il batterista, che forse avrebbe dato più peso specifico all’esecuzione, ma i Baseball Gregg riescono comunque nell’intento di trasportarci in un’infanzia che non abbiamo mai vissuto. A farci tornare alla dura realtà, fatta di teste che si muovono a ritmo e corpi sbattuti nel pogo, ci pensano i Clever Square che portano in giro il recente album Nude Cavalcade. Il leitmotiv delle serata sembra essere la coesistenza di odio e amore, anche nella musica dei Clever Square possiamo trovare l’avvicendamento di queste potenze archetipe, fra le chitarre struggenti, i momenti di commozione, le lunghe cavalcate e i ritmi sincopati. Due canzoni estratte dall’ultimo album si intitolano Dream Eater e Lord Garbage, possiamo dire che fra questi due poli viaggia la loro musica: quando i sogni sono finiti non resta che sedersi sul trono della propria spazzatura, cucirsi le ferite e ricominciare a vivere. Annotavo: il pogo. Se già nel live dei Clever Square si vedevano timidi accenni di gomito contro gomito, questo era solo l’antipasto di ciò che sarebbe successo di lì a poco. Sul palco salgono i Parrots, l’act internazionale di No Glucose, dalle lande assolate della Spagna sono venuti a portare la loro incontenibile energia nella bolgia del Mikasa. I madrileni smerciano tonnellate di garage purissimo, mettono in scena un live tiratissimo in cui l’interazione con il pubblico è il fondamento per la costruzione di una festa. E allora le prime file si scatenano, un groviglio di corpi accoglie i molteplici stage-diving dei membri dei Parrots, il pogo esonda in tutte le direzioni, il pavimento si macchia di vino e sudore, gli amplificatori tremano sotto le spinte balorde. E’ l’inizio della fine e ormai la gradazione alcolica ha alterato l’andamento delle parole, così questa notte al Mikasa le braci della festa si rinfocolano ad ogni folata di vento provenienti dal freddo clima al di fuori. Il giorno seguente pare impossibile che il sole tramonterà nuovamente sugli impianti pronti per il sound-check, eppure se il primo atto è stato consegnato alla storia, il secondo è tutto ancora da scrivere, e altre quattro band scalpitano alle posizioni di partenza.IMG_9117
E’ venerdì: se già l’affluenza del giorno precedente aveva confermato la voglia di musica che c’è in quel di Bologna, il fiume di persone con le mani timbrate questa sera supera ogni più rosea aspettativa. Poco dopo le dieci è il momento dei Qlowski: la giovane band bolognese propone un gustoso menù, mixando atmosfere scanzonate indie-pop, attitudine surf rock e una solida struttura scippata al post-punk. Sembra che, pur essendo ai primi live, questi ragazzi intravedano un futuro appetibile, come è stata appetibile la loro musica per le nostre orecchie. IMG_9116
E se in questo primo capitolo abbiamo avuto l’irruenza giovanile, nel secondo live abbiamo invece l’esperienza: gli X-Ray Picnic hanno passato molto tempo ad ascoltare l’indie lo-fi americano scuola Dinosaur Jr.- Sebadoh, l’esito non può essere che felice. Fra solide ballad e momenti di rock muscolare, gli X-Ray interpretano magistralmente gli umori del pubblico, conducendolo per mano nel loro immaginario nineties. Mi chiedo se non siano i Built to Spill sotto copertura e forse farei meglio a smettere di scrivere e mandare la loro demo a Stephen Malkmus, magari ha voglia di sostituire i Jicks. La strada è segnata, dopo gli X-Ray Picnic si respira un’atmosfera di epica post-grunge, i Pueblo People caricano gli strumenti con un sacco di fuzz, le pistole non spareranno a salve. La band presenta il nuovo disco Giving Up on People, e per noi è tutto un caracollare fra distorsioni, intermezzi garage e liriche salmodiate con voce impastata, le palpebre si fanno pesanti sotto il peso delle personali visioni, tornano i fantasmi del passato, ma magari sono qui solo per sfiorarci, senza farci del male. Dopo questo florilegio di chitarre, essere proiettati nell’universo rarefatto della synthwave può risultare traumatico, derealizzante. Ma anche nelle vie tracciate dai Wolther Goes Stranger le emozioni non si nascondono dietro maschere. Fra le geometriche architetture delle new wave e le tastiere anni ’80 lo spazio sonoro del dancefloor può diventare un luogo in cui riflettere riappropriandosi del proprio corpo, senza dimenticare l’ironia. I Wolther Goes Stranger ci suggeriscono questa soluzione, sommessamente ma con polso saldo, nelle melodie spigolose e poligonali si fa strada il dolce naufragio dell’entropia. Ormai il locale è pieno all’inverosimile, tutti sono dimentichi della pioggia battente all’esterno, con i Wolther Goes Stranger si chiudono i live della prima edizione del No Glucose Festival, però c’è ancora spazio per la disco perpetua che annulla i confini fra i corpi. Ma qui i ricordi si perdono nella notte, si frammentano in uno sciame impazzito di sensazioni che come colibrì attraversano ogni fibra, ogni nervo. Non c’è più tempo per avvolgersi nelle spire delle parole, meglio chiosare con un’espressione banale ma carica di semplice significato.
E’ stato bello.
Rifacciamolo.
Giovani Bitetto

Hüsker Dü “Warehouse: Songs and Stories”

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Non ho tempo di registrartelo” – disse Gabri (anzi “Gabbri” perché dalle nostre parti di raddoppia tutto il raddoppiabile) mentre mi passava la sua copia di Warehouse: Songs And Stories degli Hüsker Dü- “Ma tu questo disco lo devi ascoltare! Te lo presto così lo porti a casa, lo ascolti e se ti piace te lo metti su cassetta“.
Presi dalle sue mani quel doppio LP e iniziai subito a contemplarne la copertina stranissima: un giardino ricostruito al chiuso e fotografato sotto una luce livida e artificiale. Non riuscivo a capire che cosa volessero dire quelle immagini, cosa potessero racchiudere in termini musicali e soprattutto non potevo prevedere quello che le canzoni di quel disco avrebbero significato per me negli anni a venire.
Fu così che nacque il mio rapporto con uno degli album che mi avrebbero definitivamente cambiato la vita.
Era il 1987 e avevo 15 anni. Le mie visite a casa sua erano rarissime, ma Gabbri era forse l’unica saltuaria guida che avevo per addentrarmi nel mondo che da un paio di anni stavo faticosamente cercando di esplorare, ovvero quello del rock indipendente o meglio underground: un mondo pieno di misteri, rituali oscuri e suoni così eccitanti da star male. Erano cose completamente lontane dalla realtà del piccolo paese della costa adriatica nel quale consumavo la mia adolescenza. Eppure non c’era nulla che mi facesse sentire così a casa come quei dischi, quelle canzoni, quelle urla, quei rumori che sembravano senza senso a chiunque mi circondasse. Mi sembrava che il mio posto fosse lì, in una specie di iperspazio dove le persone come me, che si sentivano “out of step with the world” potevano trovare asilo. Quelle facce che mi fissavano dalle copertine dei dischi mi rassicuravano sul fatto che non fossi solo, che altre persone al mondo provavano, dicevano e pensavano cose che li tagliavano fuori dal grosso dei loro simili e nonostante tutto lanciavano segnali di vita e si facevano sentire: arrotolavano messaggi musicali in bottiglie di vinile e cartone senza aspettarsi nessun soccorso, nessuna salvezza, ma solo il contatto con altri naufraghi alla deriva come loro nel mare di plastica degli anni ‘80. Quei dischi non se li cagava nessuno per gli stessi motivi per cui nessuno si cagava me e il modo in cui ero fatto. Un cane dello spazio sotto un cielo liquido: era normale sentirsi così per me, ed è ancora così che mi sento la maggior parte del tempo.
Sapevo però che solo con la musica, con quella musica in particolare, potevo avere un dialogo, perché chi aveva fatto quei dischi sapeva di cosa stavamo parlando: WHAT WE DO IS SECRET, SECRET!  e pensavo che sarebbe stato per sempre così. Tutto sommato, ripensandoci dopo tanti anni di sottoesposizione e poi di sovraesposizione di questa musica e di questo mondo forse avevo ragione, nella mia ingenuità.
Me ne tornai a casa senza riuscire a staccare gli occhi da quella copertina. Volai dentro l’ufficio di mio padre, dove facevo i compiti e dove era collocato l’unico giradischi di casa.
Lo misi su e iniziai a tirare fuori dallo zaino il vocabolario e il libro di greco. Ancora un’altra cazzo di versione, ancora un altro pomeriggio di sole piegato sui libri. Ma c’era un disco nuovo da ascoltare, un disco che avevo bramato, desiderato per mesi.
Ovviamente avevo già sentito parlare degli Hüsker Dü, ne avevo letto su quelle riviste dai nomi strani che puntualmente causavano imbarazzo con gli edicolanti di paese: Rockerilla, Il Mucchio Selvaggio, gli unici dispacci da quell’iperspazio di cui dicevo prima. Le recensioni e gli articoli avevano acceso le mie più febbrili aspettative nei loro confronti. Tuttavia quel primo ascolto non mi colpì molto, non so perché. All’epoca si lavorava molto di immaginazione: leggevi un articolo e per mesi, a volte anni se vivevi in un posto simile al mio, non potevi far altro che fantasticare di quella band e di quei dischi. A quell’epoca nella mia mente ho ascoltato migliaia di album e sono andato a concerti che avrei avuto la possibilità di vedere e sentire realmente solo anni, se non decenni, dopo. A volta capitava che, un po’ come succede con le prime esperienze con il sesso, il confronto con la “cosa reale” fosse diverso dalle aspettative: questo non voleva dire che il disco o il concerto non mi piacesse, o che fosse meglio o peggio di quello che avevo immaginato, era solo che l’esperienza emotiva che avevo già vissuto per così tanto tempo aveva avuto connotati diversi. Mi sarebbe successo ancora con alcuni di quelli che sarebbero poi entrati nel novero dei miei album preferiti di sempre come Marquee Moon dei Television o The Velvet Underground & Nico. Per fortuna a quei tempi ai dischi si davano sempre molte chance. Del resto quello degli Hüsker Dü era l’unico disco che avrei avuto a disposizione nelle settimane successive, per questioni economiche e di reperibilità di materia prima diciamo, ed era un disco importante, cazzo: bisognava capire bene di cosa si trattava. E allora ci riprovai, per altri pomeriggi di sole passati sull’aoristo e sul neutro, senza troppi risultati sia dal punto di vista scolastico che musicale. Finché un giorno…LA FOLGORAZIONE! Stavo mettendo a posto i libri, mestamente arrampicato su una sedia, quando l’intro di Ice Cold Ice mi colpì come una martellata sulla fronte. Come avevo fatto a non capirlo subito? Questo era il disco che stavo aspettando, il disco che descriveva esattamente come mi sentivo e quello che confusamente desideravo nel modo in cui avrei sempre voluto, cioè alla massima velocità e potenza possibile. Piazzai la puntina nuovamente sul primo brano:  These Important Years. Questi sono i tuoi anni importanti, la tua vita. Diari pieni di autografi di amici che avresti potuto avere. Dov’erano quelle persone? Erano loro, erano Bob Mould e Grant Hart, quei punk rocker improbabili, dall’aspetto assolutamente normale proprio come il mio, ma che parlavano con sincerità, abbandono e trasporto, che racchiudevano le loro emozioni più profonde in proiettili punk hardcore incredibilmente melodici e strazianti. Esattamente come me inadeguati in qualsiasi contesto e a differenza del sottoscritto perfettamente in grado di far sentire la propria voce a chi condivideva la loro sensibilità. Una sensibilità che non poteva far altro che consegnarti alle schiere dei reietti: trying to fly away might have been your first mistake.  Lo spazio a mia disposizione è poco e non è il caso che passi in rassegna i brani di uno dei più bei dischi della storia del rock sul quale tanto è stato già scritto: voglio solo cercare di esprimere quanto necessaria fosse questo tipo di resistenza musicale (è solo così che riesco a descriverla) all’epoca e in quel clima culturale. Era fondamentale che qualcuno ci dicesse che non eravamo pazzi, che se stavi male e se non te ne fregava un cazzo di metterti il Moncler, di sorridere, di andare in palestra e di ascoltare i Simply Red o Madonna non era perché eri sempre e comunque tu il problema. Era fondamentale che qualcuno urlasse che non era importante essere un vincente nella vita, che non c’era bisogno di abbracciare quella visione competitiva dell’esistenza che stavano cercando di venderci. Non dovevi essere per forza Rocky Balboa e neppure Ivan Drago. Erano loro, i Reagan, le Thatcher, i Craxi con i loro Berlusconi in provetta, tutti quei bastardi di merda che stavano preparando il terreno per la devastazione culturale che sarebbe arrivata dopo, senza incontrare più alcun ostacolo. Vedete ora si parla con nostalgia degli anni ‘80, beh lasciatevelo dire da chi c’era: gli anni ‘80 erano una merda assoluta. Però noi avevamo un posto dove andare ed era quello dove erano collocati, seppure in punti diversi, gli Hüsker Dü, gli Smiths, i Go-Betweens, i Sonic Youth, gli Screaming Trees, i Replacements, i Fugazi e mille altri: vi posso garantire che quello era un luogo in cui la merda non entrava. Ecco io non ho alcuna nostalgia degli anni ottanta, ma di certo ho nostalgia di quel posto e per me, quando penso a quegli anni così importanti, quel posto somiglia molto al giardino impossibile della copertina di “Warehouse: Songs and Stories”.

PS: dopo qualche settimana tornai a casa di Gabbri per restituirgli il disco. L’avevo registrato in cassetta e mi ero rassegnato all’idea di possederlo solo in quel formato per chissà ancora quanto tempo. Gabbri mi liquidò velocemente: “La sai una cosa? Nel frattempo me lo sono ricomprato in CD e si sente molto meglio! Mi porti diecimila lire con calma e te lo puoi tenere“. Nel frattempo era già arrivato il 1988. Grazie ancora Gabbri.

Ferruccio Quercetti

Questo pezzo, come tutti quelli che state leggendo in questi giorni, sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa.

Pueblo People live @ No Glucose – 22.05.15

Qui in streaming il loro nuovo album.