Momenti (Fiver # 36.2016)

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Il 4 giugno del millenovecentosettantasei i Sex Pistols suonarono alla Lesser Free Trade Hall di Manchester, una piccola stanza piazzata sopra la sala concerti della più nota Free Trade Hall, sala in cui il 17 maggio di dieci anni prima Bob Dylan aveva tenuto uno dei suoi primi concerti elettrici dopo il clamoroso outing rock appena consumato sul palco del festival di Newport. Mezzo secolo dopo quel suo concerto di Manchester a Bob Dylan sarà assegnato il premio nobel per la letteratura, nomina accolta bene da qualcuno meno bene da altri.
Un po’ come la svolta elettrica del’65.
Non c’entra nulla con il concerto dei Sex Pistols d’accordo, era solo per dire che a saper cercare il filo e poi ad avere la pazienza di seguirlo ci si rende conto come a volte possano esistere collegamenti che assegnano al quadro d’insieme un senso molto più ampio di quanto si potrebbe pensare dopo una prima occhiata. Oppure no, forse è tutto completamente casuale e cercare di decifrare i giochi del destino è solo un esercizio di equilibrismo fine a se stesso.
In ogni caso al concerto dei Pistols alla Lesser Free Trade Hall erano presenti non più di una cinquantina di persone. Tra queste Howard Devoto, Pete Shelley e Steve Diggle, Morrissey, Ian Curtis, Bernard Sumner e Peter Hook, Mark E. Smith, Martin Hannett e Tony Wilson.
Potremmo affermare con un margine di errore risibile che la storia dei Joy Division e quella della Factory Records cominciarono quella notte. Così come quella dei  Fall e dei Buzzcocks e forse pure quella degli Smiths. Niente male.

Ci sono momenti a volte immediatamente decifrabili da chi vi prende parte altre volte apparentemente insignificanti per coloro i quali li stanno vivendo in prima persona, in cui la storia cambia fatalmente il proprio corso. Momenti destinati ad essere esaminati  e documentati in trattati e libri che poi ne gonfiano il racconto trasformandolo in leggenda.
Ci sono invece istanti in cui non è il corso degli eventi collettivi a cambiare ma è la nostra storia personale che muta percorso. Dopodiché nulla rimane uguale a prima. Quegli attimi sono nostri e solamente nostri e il fatto che a volte siano dei piccolissimi eventi privati a determinarli  rende quegli istanti incredibilmente speciali. La loro epica, in questi casi del tutto intima, non viene tramandata da cronaca e letteratura ma prende forma lievitando tra i ricordi e modellando la sua sagoma elastica sul formato degli accadimenti futuri che ne decreteranno nuove chiavi di lettura fornendo una cassa di risonanza dall’eco potenzialmente infinito.

a_ avrebbe potuto citare molti episodi in cui la sua vita aveva messo la freccia per svoltare e andare da un’altra parte. Ricordava perfettamente il suo primo giorno di scuola, quello che poi avrebbe sempre identificato come il momento della fine dell’innocenza sino ad allora custodita scrupolosamente dai suoi genitori nel perimetro delle mura di casa. E serbava ancora una nitida memoria del pomeriggio in cui aveva scambiato il primo bacio con una ragazza, eoni di anni fa, e tutto quello che di lì in poi era cambiato nei rapporti con l’intero genere umano, da quell’istante esaminato in una prospettiva totalmente differente.
Poi a seguire tutto il resto, curve e controcurve secche e scoscese come i 21 tornanti che portano il Tour de France in cima all’Alpe d’Huez. Troppi episodi anche solo per provare a stilarne un elenco.
Con tutte le cose che gli erano capitate nella vita era però quasi imbarazzato nel constatare come i momenti di svolta vera, quelli che avevano effettivamente determinato la persona che era ora e che a ben vedere era sempre stata, avessero a che fare in maniera assolutamente prevalente con la musica. Non con le persone, né con il lavoro o con qualunque altra cosa.
Stante questo assunto, che mai avrebbe potuto negare a se stesso, gli sarebbe allora piaciuto pensare  che quell’istante fosse coinciso con un accadimento eclatante, una faccenda nota a tutti e di cui trar vanto nelle discussioni con i suoi amici più giovani. Una roba tipo la notte in cui i Clash vennero a suonare nella piazza della sua città, il primo giugno del millenovecentottanta ad esempio. E ogni tanto ci credeva davvero che fosse stato proprio quello l’istante. Anche perché quella sera in piazza lui effettivamente c’era. Ma quella notte era arrivata presto, troppo presto nella sua vita per imprimere davvero una svolta alla sua vita stessa.
Quando si è molto giovani può essere sufficiente un piccolo sfalsamento temporale per determinare la circostanza che tra due eventi simili quello in valore assoluto infinitamente meno rilevante finisca col diventare decisivo per la propria formazione semplicemente per il fatto di essere arrivato al momento giusto. E per lui il momento giusto, quello che separa l’incoscienza dalla consapevolezza,  capitò poco dopo il concerto dei Clash in piazza, innescato da una situazione quasi identica ma di portata infinitesimale rispetto a quella notte. Capitò nella primavera dell’anno successivo, quando la programmazione del cinema d’essai in via Rialto infilò una breve rassegna di film a tematica punk: Rude Boy e The Great Rock’n’Roll Swindle, i film documentario su Clash e Sex Pistols e Rock’n’Roll High School, commediola in stile college partecipata dai Ramones.
Tre film nemmeno lontanamente iscrivibili alla categoria dei capolavori, una piccola sala cinematografica della sua città, lui con il suo miglior amico e un piccolo registratore nascosto in una borsa per catturare l’audio che scorreva sotto le immagini.
Nelle settimane seguenti a_ e il suo amico trascorsero interi pomeriggi al ritorno da scuola a riascoltare quei nastri, imprimendosi nella memoria le battute e ancor più la musica che le accompagnava, fantasticando su giubbotti di pelle nera, a cerchiate e sogni di rivolta, ma soprattutto scoprendo una cosa che di lì in poi li avrebbe cambiati e accompagnati per sempre: il magico mondo del rock and roll.
In sostanza un biografo avrebbe potuto affermare a posteriori e senza timore di smentita che a_ fosse nato in quel cinema di via Rialto con il punk rock come colonna sonora in un’epoca in cui il punk rock era già morto e sepolto da un pezzo.

A pensarci bene no, non poteva essere fonte di imbarazzo quella storia.
Una faccenda formativa che avesse a che fare con la musica e con l’amicizia davvero non dovrebbe imbarazzare nessuno, pensò.
Quelle erano le cose che contavano sul serio.
Si alzò dalla poltrona, sfilò il vinile di Give ‘Em Enough Rope dalla sua copertina di cartone sottile e appoggiò la puntina sul solco all’inizio della terza canzone della seconda facciata.

The Clash “Stay Free

We met when we were in school / Never took no shit from no one, we weren’t fools / The teacher says we’re dumb / We’re only having fun / We piss on everyone / In the classroom.
‘Cause years have passed and things have changed / And I move anyway I want to go / I’ll never forget the feeling I got / When I heard that you’d got home / An’ I’ll never forget the smile on my face / ‘Cause I knew where you would be / An’ if you’re in the crown tonight / Have a drink on me
But go easy…step lightly…stay free.

The Terminals “Uncoffined

Prosegue la ricerca neozelandese delle radici di quel che siamo oggi da parte delle più attente etichette indie americane. Dopo il benemerito saccheggio del catalogo Flying Nun da parte della Captured Tracks ora si sveglia anche la Hozac che ripesca i Terminals, band trascurata, esordiente proprio sul catalogo della suora volante nel ’90 con un album che portava il titolo della canzone qui sopra. Da recuperare.

The Chills “Kaleidoscope World

Per la stessa serie di cui sopra, solo che i Chills dovrebbero essere un po’ più conosciuti. La loro raccolta di singoli del primo periodo che si chiama come questa canzone uscì nell’86. Erano anni che la cercavo ma ho sempre pensato che un disco vada pagato per il costo di un disco e non per il prezzo di un oggetto da collezione, quindi non avendolo comperato all’epoca e non avendo in seguito avuto intenzione di acquistarlo a cifre incongrue non l’ho mai potuto infilare nel mio scaffale tra la CHILD di Childish e la CHIN di China Crisis. Ora qualcuno si è deciso a ristampare quel disco e finalmente sono riuscito a portarmelo a casa, in una edizione peraltro spalmata su due vinili con l’aggiunta di qualche lato b, demo e registrazioni dal vivo. Bomba.

Purling Hiss “Follow You Around

I dischi della Drag City, come quelli della Sacred Bones, andrebbero acquistati a scatola chiusa. Non tutti mi piacciono ma le due etichette seguono un percorso, e questa si che è una cosa che mi piace. Danno un senso a quello che fanno. In ogni caso questo pezzo dal nuovo Purling Hiss è una di quelle meraviglie che ti pare di aver ascoltato mille altre volte prima di oggi, eppure mille volte non è ancora abbastanza.

Jacuzzi Boys “Lucky Blade

Sembra una canzone di Wavves coi giri appena un po’ rallentati con quell’uhuhuh che si ripete sull’incalzare di basso e batteria. Se questa è la strada, il nuovo disco di Jacuzzi Boys promette bene.

Arturo Compagnoni

Fiver #01.10

Perfume Genius

Perfume Genius

Poche sere fa, dopo alcune giornate nella capitale, esasperato ed estasiato in parti uguali, scrivevo ai miei sodali “Roma: perennemente in bilico tra l’insopportabile e il sublime”.
Frasi dettate dalla amara constatazione che in quella che, peraltro, è praticamente la mia cittá, ogni giorno si avverte, a tutti i livelli, la lotta per trovare il proprio spazio.
Mi scuserà Massimo, “firma cinematografica” e non solo di questo blog, se gli rubo l’aneddoto ma, coincidenza, proprio ieri sera mi raccontava che, nel vedere macchine incolonnate su un solo lato, abituato al tetris delle strade romane dove spesso non resta spazio neanche per una bicicletta, recentemente un suo amico romano scuoteva la testa sconsolato commentando “non capisco perchè voi non occupate gli spazi..”
Frase immaginifica che cade a proposito perchè questo è un fiver composto perlopiù da magnifici perdenti.
Gente che, per un motivo o per un altro, non ha saputo “occupare gli spazi” ma che nonostante ciò, anzi forse proprio per questo, qui a Sniffing Glucose la portiamo nel cuore.

Jamie T – Trouble

Bizzarra la sorte di Jamie T.  Anni per mettere a punto la sua formula di “wordy rappinghood strummeriano”, mantenendo la giusta street credibility, e lo sbarbato Kid Krule, senza mettere la freccia, lo supera a destra nella considerazione di tutti facendogli solo intravedere le luci posteriori che scompaiono in lontananza.
Probabilmente Jamie se ne frega dall’alto dei suoi molti dischi venduti ma il destino sarebbe ancora piu beffardo se Carry on the Grudge fosse veramente un album da 9 come frettolosamente stabilito da Nme invece no, non ci va neanche vicino.
Peccato perche Trouble mostra quello di cui il Wimbledon chap è capace quando azzecca le dosi giuste dei suoi ingredienti.

Perfume Genius – Queen

La definizione “Antony dopo una cura di bistecche” coniata da un amico è semplicistica ma rende abbastanza l’idea. Inviso a molti, con punte di autentico livore sul web ho constatato, Mike Hadreas con questo album sembra essere finalmente riuscito ad invertire la rotta. Aggiungiamo una fascinazione per tastiere electropop tardi 80 che resa in piccole dosi centra il bersaglio. Con un pezzo come Queen chiudo gli occhi e mi lascio trasportare. Al terzo pezzo come questo apro gli occhi infastidito e metto su i Growlers.

The Growlers – Good Advice

Quarto album per i californiani e, se ci fosse una giustizia a questo mondo, sarebbe l’album della loro esplosione. Ma la giustizia, si sa, è come la moneta da 3 euro. Non esiste.
Una tastiera che solleva polvere del deserto, chitarra intossicata e basso pulsante. Stappo una bud, indosso i miei stivali a punta e oscillo per casa silenziosamente che il resto della famiglia dorme.

So Cow – Science Fiction

La Goner Records di Eric Friedl degli Oblivians da Memphis Tennessee, dal 1993 premiata “house of garage” ed etichetta figa se ce n’è una, offre asilo agli irlandesi con strane connessioni sud coreane (!), So Cow. Quattro album, molto trascurati da tutti. Pitchfork un po’ li maltratta ma noi ce ne freghiamo perchè sono storti, strambi, e a tratti irresistibilmente ottusi. Hanno il pregio di strattonarci per il bavero per tutta la durata del nuovo The Long Con come solo a Dublino, o a Seul (?), sanno fare.

Purling Hiss – Forcefield of Solitude

Mike Polizze è un tipo strano, recuperate il teaser del nuovo album Weirdon e mi darete ragione. Nel 2009 imbraccia la chitarra e la tortura sotto lo sguardo compiaciuto dei suoi amici con base a Psycadelphia Kurt Vile e War On Drugs. Nel 2013 firma con Drag City e sforna due album che frullano grunge e slacker pop magnificamente mentre i santini di J Mascis e Doug Martsch lo osservano compiaciuti dal comodino.

Massimiliano Bucchieri