We Are All Bourgeois Now (Fiver # 16.2017)

Il matrimonio è stato messo a repentaglio dall’amore. Dopo il romanticismo è diventato inevitabile unirsi in matrimonio per amore e scioglierlo se l’amore non c’era più. Quando l’amore non c’era affatto, il matrimonio non perdeva nulla per strada, semmai acquisiva qualcosa attraverso la consuetudine e la dimestichezza. Il matrimonio è la tomba dell’amore solo nel caso vi sia qualcosa da uccidere, altrimenti prevale in esso un aspetto funzionale, pratico, sociale, protettivo, procreativo. Ecco perché è esemplare del modello di vita borghese: in esso agisce fortissima l’aspirazione al riconoscimento. Dunque si potrebbe invertire il detto: l’amore è la tomba del matrimonio”.
La scuola cattolica (Edoardo Albinati)

Il pensiero qui sopra l’ho trovato in mezzo alle 1.294 pagine del tomo che ho deciso di affrontare dopo aver letto da qualche parte una recensione in cui si diceva che il libro contiene la migliore lingua italiana narrativa in circolazione ed è un epitaffio toccante ma non malinconico alla borghesia romana: registra i tempi e il cuore della vita borghese prima che si estingua. Bella definizione; anche abbastanza fedele a quello che effettivamente sono la forma e il contenuto del romanzo.
Sono sostanzialmente d’accordo con l’analisi del rapporto tra matrimonio e amore formulata dall’autore, anche se non vorrei esserlo. Mi piacerebbe non esserlo.
In ogni caso non è di questo libro che volevo scrivere. Intendevo piuttosto buttar giù due cose riguardo la notizia che sta per uscire il primo album solista di Peter Perrett, un tempo chitarra e voce degli Only Ones.
Ma alla fine anche il matrimonio ha a che fare con la storia che viene fuori qui sotto, quindi va bene così.

Another Girl Another Planet degli Only Ones è una delle mie canzoni preferite. Non intendo uno dei miei ascolti favoriti di questi giorni, della settimana o della stagione, ma una delle canzoni che in assoluto mi piacciono di più tra tutte quelle che conosco. Tipo Teenage Kicks degli Undertones o Making Plans for Nigel degli XTC per dirne due. Per questo mi sorprende pensare quanto poco tempo della mia vita io abbia trascorso ad ascoltare le canzoni degli Only Ones, Another Girl Another Planet a parte si intende. Perché gli Only Ones sono stati comunque un’ottima band, Another Girl Another Planet a parte.
Non ricordo nemmeno più quando è stata l’ultima volta che ho tirato fuori uno dei loro tre album con l’intenzione di metterlo sul piatto e ascoltarlo per intero. Direi che sono passati almeno 10 anni, probabilmente di più. Ma anche prima, quando la loro presenza era più vicina all’attualità, li ho ascoltati poco e i loro dischi non li conosco bene quanto dovrei. Anche quando l’altro giorno ho infilato nel lettore della macchina la vecchia copia in cd di The Immortal Story, la raccolta che comperai ad una bancarella di Camden tanti anni fa, l’ho fatto per un motivo preciso piuttosto che per il semplice piacere di ascoltarla: avevo appunto appena letto la notizia che il loro cantante, Peter Perrett, avrebbe pubblicato a breve il suo primo disco solista e per l’occasione volevo dare una rinfrescata alla mia claudicante memoria.
Non appena è partita la musica mi sono reso conto di quanto poco ricordassi quelle canzoni e mentre le ascoltavo ho anche capito, senza la necessità di ricorrere a ragionamenti particolarmente profondi, il perché mi fossi così poco interessato a loro nei miei 30 anni abbondanti di ascolto compulsivo di ogni genere di band e di ogni tipo di disco. Alle mie orecchie gli Only Ones all’epoca dovevano suonare in maniera dannatamente classica, per come io intendo la classicità, assorbendo elementi del passato (Velvet Underground, Modern Lovers, il Lou Reed solista cui la voce di Perrett somiglia assai) e al tempo stesso anticipando pezzi del futuro (R.E.M. e Replacements su tutti). Gruppi americani, gruppi che a me piacciono molto. Solo che allora, all’epoca degli Only Ones, la classicità a me annoiava terribilmente e i gruppi americani interessavano molto meno di quelli inglesi. Dunque li misi da parte e in seguito non mi preoccupai di trovare il tempo per imparare a conoscerli meglio.

Gli Only Ones sono stati un gruppo fuori tempo, venuti al mondo troppo presto o troppo tardi fate voi, in ogni caso nati in un contesto di cambiamento – il punk inglese del ’77 – che relativamente poco aveva a che fare con loro, con quegli assoli di chitarra più vicini ad un qualunque disco di Neil Young che all’impulsivo minimalismo sghembo e violento dei loro coetanei e concittadini Clash e Sex Pistols.
Erano ragazzi calati in un ruolo – quello del perdente che trova la propria ragione di vita nel continuo rimbalzo tra la cruna dell’ago di una siringa imbottita di eroina e le braccia di una donna sbagliata – che quando ti capita in sorte è meglio ti rassegni perché l’unico sbocco possibile è quello di perdersi alla deriva, artisticamente e personalmente.
Che poi in realtà anche questi due aspetti – donne e droghe – che hanno segnato la vita dei singoli membri della band come della band nel suo indistinto insieme, sono in parte frutto di equivoci e contraddizioni. Proprio a partire da quella canzone, Another Girl Another Planet, il loro secondo singolo, interpretato dal pubblico dell’epoca come un insano tributo alla dipendenza dagli stupefacenti, mentre invece pare si trattasse più banalmente di una canzone dedicata a una ragazza.

I always flirt with Death / I look ill but I don’t care about it
I can face your threats / And stand up straight and tall and shout about it
I think I’m on another world with you / With you
I’m on another planet with you / With you

Equivoci e contraddizioni quelle in capo agli Only Ones, che convergono anche nel privato, considerato il fatto che Peter Albert Neil Perrett, cantante e immagine pubblica della band, uno che le femmine le aveva tatuate nel cervello prima ancora che nel cuore, nella sua vita si è in definitiva accompagnato con una sola donna, quella che ha sposato un paio di anni fa dopo esserne stato fidanzato per tutta la vita.
E se trovo piuttosto incredibile che gli Only Ones siano oggi ancora tutti al mondo, considerando lo stile di vita da cui hanno deciso di farsi accompagnare in tutti questi anni, trovo ancora più bizzarra la circostanza che la famiglia Perrett – probabilmente proprio in quanto modello di cui si può dir tutto fuorché definirlo borghese, per tornare al pensiero del libro che ha aperto questo Fiver – potrebbe, anzi dovrebbe, essere presa ad esempio come modello su cui disegnare la sagoma di un ipotetico family day di noialtri, esempio di stralunata eppure solida stabilità.
Peter e Zena entrambi affetti da broncopneumopatia cronica ostruttiva, che non so cosa sia ma non suona per niente bene, risultato di decenni passati ad inalare eroina e crack e i loro figli Jamie e Peter jr. piazzati a suonare chitarra e basso nel disco del padre, How the West Won in uscita per Domino il prossimo 30 giugno.
Una famiglia anche questa, una famiglia migliore di tante altre, dopotutto.

Real Estate “Diamond Eyes

Non sono mai stato un grande fan dei Real Estate eppure ho tutti i loro dischi. Sono uno di quei gruppi che hai l’impressione possano sempre piazzare la zampata vincente ma poi non lo fanno mai, mi pare girino attorno alle canzoni senza mai arrivare al punto. Eppure i loro dischi alla fine mi scaldano sempre qualche punto che non so bene individuare da qualche parte che non so bene dov’è.
Soprattutto quando suonano così.

B Boys “Energy

L’ep che fecero uscire lo scorso anno non è che mi convinse granchè. Questa canzone invece si. Mi ricorda gli Holograms: frenetici, ritmati e diretti. Finalmente un nuovo gruppo Captured Tracks che potrebbe tornare a interessarmi.

Waxahatchee “Silver

Loro per ora non hanno sbagliato un disco, le premesse per un altro centro ci sono tutte.
Il nuovo album si intitolerà Out in the Storm e uscirà il 14 luglio per Merge. Poi a settembre arriveranno in Italia per farci vedere anche cosa sono capaci di fare sopra a un palco.

Arturo Compagnoni

Fiver # 01.09

The Hive Dwellers

The Hive Dwellers

In questo agosto appena concluso – mese strano come tutta l’estate che va sfumando senza mai essere davvero cominciata – mi è capitato di assistere ad alcuni concerti che per un motivo o per l’altro se non sono stati tra i migliori visti nel corso dell’intero anno, sono stati senz’altro quelli dove più mi sono divertito. D’altra parte infilare in sequenza Black Lips, Belle and Sebastian, Van Pelt e Oh Sees era un po’ come srotolare un tappeto rosso davanti ai miei piedi e invitarmi a passeggiarci sopra, peraltro in un periodo che per sua natura – festival a parte – non dovrebbe offrire grandi emozioni. Una premessa allettante che alla prova dei fatti non si è per nulla rivelata deludente.
Questi quattro concerti meriterebbero ognuno un racconto a parte e può anche darsi che prima o poi mi venga da scriverne: abbandonata ormai da tempo l’idea di essere tra i primi a parlare di una cosa in un’epoca in cui la cronaca si fa in tempo reale con un tweet, sarebbe d’obbligo essere viceversa gli ultimi a farlo, ragionandoci sopra con calma.
Qui volevo solo rilevare una caratteristica comune ai gruppi che ho incontrato in quei giorni, un attributo difficilmente definibile e scarsamente considerato dai più: l’attitudine. In particolare un paio di episodi hanno stimolato la mia attenzione: John Dwyer, unica pedina rimasta in piedi negli Oh Sees, presentatisi per il resto in formazione rimaneggiata e stravolta (ok, a tutti è mancata la presenza della ragazza alle tastiere e il chitarrista mod tatuato fino al mento), prima del concerto ha chiesto che fossero rimosse le transenne che separavano il pubblico (che si immaginava piuttosto caldo, per questo erano state previste barriere altrimenti assenti in quel luogo) dal palco (che come i frequentatori dell’Hana Bi sanno è alto quanto il palmo di una mano) e a concerto iniziato è poi entrato immediatamente in rotta di collisione con il servizio d’ordine che provava, come da contratto, ad arginare crowd surfing ed irruenza delle prime file che si, in effetti, erano piuttosto entusiaste, facendo si che lo stesso servizio d’ordine si ritirasse rapidamente ai margini della scena.
Poi mi ha colpito il fatto che dal canto loro i Black Lips, gruppo ormai da tempo elevato ad uno status major, qualunque significato vogliate dare al termine, vadano ancora in giro scassati come la prima volta che si presentarono a suonare da queste parti (credo fosse il tour di Let it Bloom e si esibirono se ben ricordo in un centro sociale di Ravenna tipo 2005, io quel giorno avevo altro da fare quindi non dispongo di dettagli) e quando decidono di creare un effetto scenico per il proprio palco lo fanno appendendo alle spalle del batterista due lenzuoli cuciti male con verniciato sopra a spray il loro nome sbilenco e qualche fiore dai contorni incerti.
Tutto ciò non significa probabilmente nulla.  Ma a me che sono nato (musicalmente) quando si cominciava a teorizzare l’abbattimento delle barriere tra un artista e il suo pubblico, si iniziava a praticare il do it yourself e tutte quelle menate che andavano di moda quando c’era il punk, ste robe ancora un po’ di effetto lo fanno.
E mi fanno riflettere ancora una volta circa cosa intendiamo noi per musica e cultura indie e cosa invece intende il resto del mondo. Ma il pippone stavolta lo risparmio: a me stesso prima ancora che a voialtri.

Reigning SoundFalling Rain

A proposito di pubblico irrequieto: uno dei concerti più coinvolgenti ed elettrici mi sia mai capitato davanti agli occhi fu la data che abbinava sulla stessa spiaggia i festeggiamenti per le estemporanee reunion di Oblivians e Gories (Hana Bi, 17/7/2009).
Uno dei tre Oblivians, Greg Cartwright, è anche il cantante e chitarrista dei Reigning Sound. Mi avessero detto solo qualche anno fa che a un certo punto sarei finito ad ascoltare (anche) questa musica non ci avrei mai creduto: tradizione americana pura tra Bob Dylan e Bruce Springsteen (addirittura!!!!). Per aspetti diversi potrei pensare la stessa cosa riguardo i miei ascolti del nuovo Ty Segall o dei Woods o di Kurt Vile, tutta gente che mi piace parecchio ma che di nuovo ha ben poco. Intendiamoci: oggi nulla è nuovo. Ma di qui a mettermi ad ascoltare musica che ha molto a che fare con Dylan e Springsteen (da un gruppo nato a Memphis, Tennessee potremmo aspettarci altro?) e nulla da spartire con Suicide e Joy Division, pensavo corresse molta più strada di quella che in realtà ho percorso. In ogni caso questo è un gran bel disco e Falling Rain è un pezzo che ha la cadenza e la portata di un piccolo inno.

Real EstatePaper Dolls

Per quanto anch’io non apprezzi per nulla i dischi di sole cover di un unico artista (cfr. Fiver di Cesare la scorsa settimana a proposito di Arthur Russell), nella mia personale collezione ho diversi album del genere che pagano tributo a Velvet Underground, Jam, Galaxie 500, Suicide, Joy Division, Slowdive e andando a braccio, lontano dalla libreria dove sono depositati, credo di dimenticarne qualcuno. A conferma della premessa devo dire che questi dischi li comperai per curiosità e che nessuno di questi mi piace. Viceversa apprezzo quegli artisti che pagano pegno alle proprie influenze ed esplicitano le loro passioni suonando cover di canzoni altrui ai concerti o infilandone qualche registrazione su disco, in genere sui lati b dei singoli. Mi vengono in mente la Disorder dei Bedhead e le Ceremony di Galaxie 500 e Xiu Xiu, ad esempio. I Real Estate piazzano sul retro del loro nuovo singolo (Had to Hear, estratto dall’ultimo album Atlas) Paper Dolls, canzone dei Nerves, misconosciuta ma gloriosa band power pop californiana con un impressionante rapporto inverso tra dischi pubblicati (un solo ep) e influenza esercitata sui posteri (uno dei pezzi più conosciuti dei Blondie, Hanging on the Telephone era roba loro, per dire). Ottima scelta quella di interpretare un pezzo dei Nerves, canzone che peraltro si adatta ai morbidi giri di chitarra della coppia Courtney/ Mondanile molto più di quanto mai avessimo potuto prevedere.

Twin Peaks “Flavor

Big Star, Teenage Fanclub, Posies, Replacements a proposito di power pop su le antenne e una bella girata alla manopola del volume: da Chicago ecco i Twin Peaks, quattro ragazzi giovanissimi che in attesa di farci ascoltare un album intero (in uscita proprio in questi giorni) hanno messo fuori un ep che si intitola come la canzone qui sopra. Meno di due minuti sono sufficienti per metterci dentro tutto quello che ci deve stare.

Burnt Palms “Isolation

Fossero stati britannici e nati 20/30 anni fa, questi Burnt Palms avrebbero avuto ottime possibilità di infilarsi nella classifica dei 50 migliori dischi indie inglesi che abbiamo appena finito di commentare. In realtà queste due ragazze e il loro amico sono nati giusto l’altro ieri nella California del Nord e suonano veloci, ritmati e melodici come si confà a chi ha i Buzzcocks nel cuore e le spiagge del Pacifico nell’anima. La batteria è una mieti trebbia che macina i primi  settantacinque secondi di questa canzone spianando il campo e lasciando poi a quel punto alla voce lo spazio per aprirsi in un verso che è ossigeno puro. The Girl You Knew è il loro secondo album e a quanto pare sarà stampato  dai tipi della We Were Never Being Boring, il che, per quanto mi riguarda, equivale a una certificazione di qualità doc.

The Hive Dwellers “Streets Of Olympia Town

Ogni volta che esce un disco che vede coinvolto Calvin Johnson a casa mia si fa festa. Gli Hive Dwellers sono la sua anima folk e Moanin’ è il loro secondo album. Allegro e ciondolante come il rimbombo della sua vociona che ci parla della città che tanto gli è cara in questa canzone. Sul sito della K Records a gennaio del 2013 misero un annuncio con cui cercavano ragazzi di Olympia che sapessero ballare come Calvin Johnson per partecipare alle riprese del video del pezzo. In giro non ne ho visto traccia e dato che è passato un anno e mezzo temo che non abbiano trovato soggetti adatti. Oppure il video uscirà adesso, in concomitanza della pubblicazione dell’album. Se lo vedete avvisatemi, non vorrei perderlo per nulla al mondo.

Arturo Compagnoni

Fiver#01.06

Invece delle abituali 5 canzoni del lunedì oggi sono 5 momenti: i 5 momenti dell’appena conclusosi Primavera Sound, o quantomeno dei primi 2 giorni del festival spagnolo cui ho assistito.
Più semplice a dirsi che a farsi, ho scoperto a mie spese. Complice anche una delle più fiacche edizioni degli ultimi anni.
Ecco, si potrebbe pure partire da qui: da come e quanto si é trasformato il Primavera nel corso del tempo. Perché al di là delle dichiarazioni ufficiali le cose sono cambiate. Ed io, piccolo indie-nerd snob dal quoziente elettivo e visione del mondo limitata (me lo dico da solo prima che ci pensi qualcun’altro), ad un certo punto della prima serata, sotto il palco targato Sony con gli Arcade Fire tutti lustrini in versione U2 mi sono semplicemente chiesto: che cazzo ci faccio qui?

Majical Cloudz

Momento “entusiasmo adolescenziale incontrollato parte 1”
Devon Welsh, il cantante di Majical Cloudz, tiene stretto tra le mani il cavo del microfono come se da quella presa dipendessero i destini del mondo. Si scusa prima di cominciare perché la musica che andrà a proporre é “quiet”, dicendolo si guarda attorno e anche lui sembra pensare che cazzo ci faccio qui? Trema. Insomma é una di quelle faccende dove il termometro di emotività repressa segna i picchi massimi. Poi é un diluvio di synth e parole. Voce filtrata che diventa a sua volta strumento. Tempo 4 canzoni ed il pubblico si è dimezzato. Chi rimane però è letteralmente rapito e il concerto si trasforma in un trionfo. Il giorno dopo, di primo pomeriggio vado a rivederli in un palco improvvisato in centro cittadino. E confermano tutte le cose buone del giorno prima. Qualcuno che si è spellato le mani a forza di applausi per James Blake farebbe bene a non passarci sopra con troppa noncuranza.

Momento “vorrei ma non posso, non ancora almeno”
Speedy Ortiz hanno 3 buone canzoni. Quando le suonano quelle 3 canzoni ti fanno chiudere gli occhi e ciondolare il capo seguendo il ritmo. Regalano qualche brivido, insomma. Per il resto sembrano un gruppo un po’ in crisi esistenziale che fatica a mantenere le attese di un hype ingombrante, tra suoni confusi e un chitarrista che sembra prestato da una band hardcore (no, questa non è una buona cosa). Il prossimo disco probabilmente farà da spartiacque e capiremo da che parte della lavagna metterli.

Momento “superclassificashow”
L’ultima volta che ho visto i Pixies dal vivo era il 1990. Sono andato a controllare prima di partire e questa cosa non mi lasciava affatto sereno, comprenderete. Comunque, al Primavera ero in compagnia di qualcuno che i Pixies non li aveva ancora mai visti. Ho pensato: tocca sacrificarsi. Alla fine il tempo è volato via in un baleno. Mi sono ritrovato a battere il tempo e pure a cantare qualche ritornello che ancora mi era rimasto in memoria. Lo so, sono indifendibili. L’ultimo album è una roba inascoltabile ma, cazzo, quante grandi canzoni hanno in repertorio. Uno finisce al Primavera anche per questo: un po’ di sano divertimento senza pretese, e che diamine!

Momento “dall’ufficio del catasto al palcoscenico del festival indie più importante del pianeta non è in fondo chissà quale salto”
Il tastierista, sono sicuro, da’ ripetizioni di musica ai ragazzini delle medie. I rimanenti quattro Real Estate in compenso sembrano la rappresentazione del perfetto nerd. Un’immagine pubblica del genere regala speranza a tutti gli adolescenti rinchiusi nelle loro camerette. Tocca avere talento, però. E quello ai Real Estate non manca. L’ultimo album è un piccolo gioiello che loro ripropongono tale e quale. Brividi. Poi, alla fine di ogni canzone ringraziano, contenti come non abbiamo mai visto nessun altro su quel palcoscenico.

Momento “entusiasmo adolescenziale incontrollato parte 2”
John Grant avrà pensato: sono io o è proprio la sfiga che mi perseguita? Perché alla fine è stato l’unico ad esibirsi sotto una tempesta tropicale, durata per l’appunto il tempo della sua esibizione. Che detto sinceramente avrei voluto non finisse mai. Perché le canzoni sono di un altro livello e la band che lo accompagnava spaccava letteralmente. Conclude con il classico The Queen of Denmark, sprezzante della pioggia, si alza e guarda verso il cielo. Rimane così, fermo immobile per qualche secondo e il sole fa capolino tra le nuvole. Me ne vado bagnato fino alle mutande, contento come un bambino al quale hanno appena regalato qualcosa di grande e inaspettato.

CESARE LORENZI

Fiver #02.2014

Per quanto riguarda noi di Sniffin’ Glucose la musica non è mai un sottofondo.
E’ una colonna sonora costante delle nostre giornate.
Ne scandisce ogni singolo momento, condiziona l’umore, risucchia quantità di tempo e denaro impressionanti.
Potremmo affermare senza timore di smentita che la musica definisce le nostre vite così come sono, per quello che sono.
Ne’ più ne’ meno.
Così ogni 30 giorni scrivere a turno di 5 canzoni che in qualche modo hanno per noi rivestito una particolare per quanto soggettiva importanza nel mese precedente ci pare un modo per fare il punto non solo sui nostri ascolti ma sulle nostre vite in generale.
Su quello che ci è successo e su come è successo.
Sniffin’ Glucose
Keel%20Her
E’ stato il febbraio più caldo che io ricordi.
Sono uscite un sacco di canzoni ma pochi dischi.
Una volta le canzoni uscivano assieme ai dischi, anzi no dentro ai dischi.
Ora arrivano prima, sparpagliate una ad una e un pò rovinano la sorpresa.

Real Estate  Talking Backwards

Alla musica ho cominciato ad avvicinarmi partendo dal punk, poi crescendo sono sempre stato troppo pigro e poco interessato per farmi coinvolgere nel cercare di capire come si suona uno strumento.
Quindi di fingerpicking, pentagrammi, strumming e accordature continuo a non capirci una sega: la tecnica proprio non sono in grado di apprezzarla.
Quando metto su un disco difficilmente mi fermo ad ascoltare il suono dei singoli strumenti, di solito è l’insieme che mi intriga. Tuttavia alcune canzoni possiedono momenti in cui un loro preciso passaggio mi affascina in maniera totale. Di solito è la chitarra che assolve questo ruolo di magnete per la mia attenzione. Mi viene in mente il riff di Marquee Moon per citare un esempio decisamente alto e noto (spero) a chiunque.
Lungi da me paragonare i Real Estate ai Television, ma in questa canzone c’è un giro di chitarra semplice semplice, un arpeggio che parte subito all’inizio, morbido e allegro poi ritorna poi scompare di nuovo dopo 3 minuti e 8 secondi di pura pefezione pop.
Che lascia lì a volerne ancora e ancora.

Cloud Nothings  I’m not Part of Me

Voglia di saltare e di urlare.
Un mio amico mi ha fatto notare che sembra un pezzo dei Green Day.
Pazienza.

 Temples Mesmerise

Una volta girava una foto di Bobby Gillespie con indosso una t-shirt su cui era stampato lo slogan “Kill All Hippies”.
Sul tema, evidentemente a lui caro, l’uomo ha pure scritto una canzone piazzandola in apertura di un disco dei Primal Scream.
Posto che a me Gillespie è sempre piaciuto e detto che ormai da un pezzo per quanto riguarda i nuovi dischi è necessariamente tutta una questione di ricorsi storici e retromanie assortite, affermo qui e senza remore che se devo scegliere sceglierò ora e sempre un gruppo il cui luogo ed epoca di riferimento siano Manchester e il 1979 piuttosto di uno che  affondi le proprie radici nella California del 1967.
Chiarito ciò i Temples, che stando a quanto ho appena scritto non avrebbero esattamente le caratteristiche giuste per piacermi, centrano il punto alla grande semplicemente perché sanno come si scrive una canzone.
Anche se a occhio mi sembrano dei figli dei fiori fuori tempo massimo e copie brit (di conseguenza pop) dei Tame Impala.

Keel Her  Riot Grrrl

Rose Keeler-Schäffeler arriva da Brighton ed è la cosa migliore che mi sia capitata in questo primo scorcio di anno.
Probabile che queste settimane per me non siano state particolarmente eccitanti, ma può anche essere che lei sia proprio quel tipo di roba di cui ho bisogno ora.
Del resto una frase come fuck me in the backseat, I’m so bored rispecchia abbastanza fedelmente i miei desideri ed il mio stato d’animo in questo periodo.
La musica poi è come se inquadrasse Bratmobile e Jay Reatard dall’angolo in cui sono impilati i dischi di Pastels, Shop Assistants e Talulah Gosh: roba mia al 100% insomma.
Lei è in giro dal 2012 e per un certo periodo, anche abbastanza lungo, ha pubblicato una canzone al giorno sul suo Bandcamp. Se aprite la pagina ci sono 21 dischi da scaricare e il primo porta la data di agosto 2011.
Mi sorge spontanea una domanda: dove cazzo ero io nel frattempo per non accorgermi di lei?

Eagulls  Possessed
Gli Eagulls sono di Leeds. Il che significa che per questa rubrica oggi ho scelto 3 robe inglesi su 5. Penso che la volta precedente in cui ho selezionato 3 canzoni inglesi in una playlist a 5 sia stato tipo l’inizio degli anni ’90.
Non credo che ciò significhi nulla, anche perché le 3 canzoni elencate qui sono molto diverse tra loro e almeno 2 su 3 ritengo resteranno in una posizione che in una ipotetica classifica degli ascolti collettivi andrà dal molto secondario al totalmente marginale, ergo non è supponibile ipotizzare rinascite o nuovi movimenti in arrivo da casa madre Albione.
In ogni caso gli Eagulls hanno un bel tiro e sino ad oggi – prima dell’uscita del loro album in cui è contenuta questa canzone – hanno pubblicato su disco 2 cover: Requiem dei Killing Joke (sul retro del loro primo 7″) e Mystery dei Wipers nel 12″ splittato con i Mazes.
Dal mio punto di vista indubbiamente una eccellente dimostrazione di buon gusto.

Arturo Compagnoni