Weather Diaries (Fiver #23.2017)

RIDE

Erano un paio di settimane che le cose avevano preso una piega strana. Da quel maledetto sabato sera. Bevuto tanto, bevuto troppo, per soffocare una delusione, per strozzare tutti i significati di cui aveva sovraccaricato uno stupido, maledetto evento, tanto che gli era sembrato di essere precipitato in una dimensione parallela nella quale succedevano cose terribili o insensate un po’ ovunque.
Lasciando perdere i grandi temi, la musica era sempre stata una parte preponderante della sua vita ma leggere dei 100.000 accorsi per i Guns N’Roses, dei 50.000 per i Radiohead e dei 300.000 annunciati per Vasco Rossi era come leggere notizie di politica balinese. Eventi fuori portata, di nessun interesse.
Viveva come in una serra. Per fortuna gli era sembrato di vedere delle farfalle.

JANE WEAVER – Did You See Butterflies?

Una delle poche cose che era riuscito a comprendere era quanto gli piacesse il nuovo disco dei Ride.
La logica della coperta di Linus. Qualcosa a cui aggrapparsi.
I Ride non erano il gruppo più importante degli ultimi tren’anni. Non ci andavano nemmeno vicino. Ma per un breve periodo per lui lo erano stati. Come lo sarebbero stati molti altri, prima e dopo.
Le premesse erano sconfortanti. Mark Gardener calvo come lui, Andy Bell che aveva capito tutto e si era fatto i soldi con gli Oasis.
Quanto ci avresti scommesso su Weather Diaries? Quasi nulla e invece alla fine potrebbe essere un degnissimo seguito di Going Blank Again.
Forse quando tutte le speranze sono perse è ancora più bello ritrovare qualcosa che credevi fosse andato perduto.
RIDE – Lannoy Point

La malinconia sparsa dei Cende è una cura ed è esattamente al minuto 1,36 di What I Want che riprende un minimo di vigore.
Esattamente quando la deliziosa Greta Kline sussurra dolci parole di raggelante incomprensione:
I’m invisible
As if you care at all
I can’t help to find you misleading
You say be here with me now
As if I would know how
It’s your words, I’m at a loss for

Butta lì il nome con gli amici di sempre e ne riceve in cambio urla scomposte “Teenage Fanclub!”.. “Non so chi cazzo siano ma sono fighi!“..calici sollevati in segno di approvazione. Un sorriso riaffiora.
CENDE – What I Want

Le cose tornano a fuoco, le cose veramente importanti, re inquadra i sentimenti più profondi.
The other day, we got followed on Twitter by Stephen Pastel, which is a huge deal for us because we’re massively into the Pastels.
ORIELLES – I Only Bought It For The Bottle

Si aggira per la spiaggia del Beaches Brew con i Thee Oh Sees che spazzano via tempo e spazio davanti alla “sua” gente. Lui ha in cuffia Trevor Sensor che raglia tra Bruce Springsteen e Ryan Adams. Il tasto repeat ben pigiato. Una ovvia, maledetta canzone americana da titoli di coda di film. In realtà il rock tradizionale americano non gli è mai neanche piaciuto granché. Sorride tra sé e sé.
TREVOR SENSOR – High Beams

Massimiliano Bucchieri

Pass the time, not going anywhere (Fiver #11.2017)

The Feelies


Mentre il taxi avanza nervosamente per via della Bufalotta guardo pensieroso fuori dal finestrino. Mi sfila davanti il Teatro Espero, sede di alcuni concerti di una stagione passata e sepolta tra i quali un infuocato live dei CCCP che terminò con disordini e cariche della polizia.
Oggi il Teatro Espero è una sala bingo e un cartello richiama la mia attenzione “se hai più di 50 anni la prima cartella è a metà prezzo!”. Sospiro.
Sul sedile accanto a me mio padre mormora “qui una volta era tutta campagna..”. Immagino che il tassista non avrà trovato grandi differenze tra i due soggetti che stava trasportando, distanti una quarantina d’anni anagraficamente ma accomunati dalla stessa vena malinconica di rimpianto.
Più tardi, sul lettino che ha ospitato i miei pomeriggi di adolescente, indosso la cuffia e provo a sconfiggere la malinconia con il nuovo album dei Feelies. Un po’ come quando qualcuno ti dice che il miglior rimedio per un raffreddore è fare un bel bagno ghiacciato.
I Feelies. Amati a dismisura dal solito manipolo di sfigati di cui mi onoro di far parte. Beautiful (?) losers.
Gente che non solo non è riuscita a saltare sul treno del successo. Gente che probabilmente non è mai neanche arrivata in stazione per prenderlo, quel treno.
In between è il titolo del nuovo disco. Un disco bellissimo. O almeno lo è in questo momento. Malinconia liquida che allaga la stanza e che si insinua tra pile di vecchi Rockerilla, primi album dei Rem (non a caso) e casse di stereo che hanno ospitato l’ultimo disco ai tempi di Meat Is Murder..
I rimandi velvettiani sono una cascata tanto che mi sembra di scorgere il profilo di Nico, lì tra la porta e la finestra. In realtà è un vecchio pupazzo di Pluto mezzo smembrato attaccato al termosifone, ma in quel momento, con quell’accompagnamento perfetto, potrei anche confessargli ansie e rimpianti, e lui potrebbe anche rispondermi, in tedesco.
Un momento in cui faccio fatica a contestualizzare. In cui mi devo ritrovare. Un momento in cui il mio privato è l’unica cosa che conta.
Rifletto su quanto scritto su queste pagine da Arturo e Cesare nelle ultime settimane sulla musica e sulla sua perdita di impatto, di importanza nel formare e indirizzare culturalmente le nostre vite. Innegabile. Come è innegabile che i dischi importanti delle nostre, della mia vita albergano in periodi storici differenti dall’attuale. Ma non tutto finisce qui.
Un altro particolare ha sempre rivestito un importanza capitale nella mia esperienza di ascoltatore.
Quel particolare momento in cui la musica incontra il tuo privato. Il momento in cui la tua storia d’amore, i tuoi ricordi, la tua rabbia hanno bisogno di un accompagnamento, una colonna sonora. Qualunque essa sia. Nuova o vecchia, seminale o effimera. Travalicando tempo e spazio.
Mi scuoto, cerco di cancellare l’inquietudine che ha pervaso questo pomeriggio.
Ripenso al tassista romano che esclamava entusiasta salutandomi “Nun ce posso crede, sei de Bologna! Mi nonno m’ha insegnato l’amore pè la maja rossoblù!!”. Quante possibilità c’erano d’incontrare un tassista tifosissimo del Bologna poco sopra il Tufello?
L’ho interpretato come un segno e più tardi, in stazione, ho comprato un gratta e vinci.
Non ho vinto niente.
Ci deve essere una morale. Qui da qualche parte.
Ma non credo di volerla sapere.

The Feelies “Pass the Time

Los Campesinos! “Renato Dall’Ara

Chissà se il tassista di cui sopra conosce i Los Campesinos! e chissà quale faccia farebbe nel leggere il titolo del primo pezzo del loro nuovo album. Non è un omaggio al Bologna ma un ricordo di un quarto di finale dei mondiali di Italia 90, Inghilterra – Belgio. Quella partita me la ricordo e mi ricordo il gruppo di tifosi inglesi che incrociai quel giorno alla stazione centrale. Uno di loro aveva una maglia dei Jesus And Mary Chain. Curioso come non ricordi il 90% delle cose che oggi mi accadono intorno ma ricordo questo particolare insignificante. (Insignificante?). Un piccolo corto circuito temporale che trova il suo compimento sulle solite, irresistibili, note arrembanti dei “contadini” gallesi.

Human Colonies “Sirio

Piccoli nipotini di Kevin Shields crescono. Tra Bologna e Firenze. Con il piede piantato sul pedale degli effetti e Only Shallow nel cuore. La colonna sonora perfetta per piccoli dinosauri felici che rincorrono cavalli luccicanti. Big Domino Vortex è il mini appena uscito per Mia Cameretta Records/Lady Sometimes Records ed ha il sapore di tante cose buone. Tutte insieme. Isn’t Anything, it’s really something.

Ride “Home is a Feeling

C’è stato un momento in cui i Ride hanno significato parecchio per parecchi di noi. Quel periodo che inizia con i primi due Ep, passa attraverso Nowhere e si conclude con Going Blank Again. Nel 1992 alla Brixton Academy mi sparigliarono sentimenti e futuro e su di loro non posso essere neutrale. Il giudizio sulla loro reunion era rimasto un po’ sospeso fino all’uscita del primo materiale veramente nuovo come la doppietta uscita in questi giorni, Charm Assault e Home Is A Feeling. Quest’ultima, in particolare, riprende idealmente il discorso circa dove Leave Them All Behind l’aveva lasciato. Malinconia rumorosa gonfia di epicità moderna. Un ottimo ritorno. Quest’estate “appariranno” in Sicilia all’Ypsigrock Festival e cercherò proprio di non perdermeli, nell’incanto di Piazza Castello con le luci sparse sui Monti Madonie in lontananza. Non riesco ad immaginare uno scenario migliore a 25 anni esatti di distanza da quella sera londinese.

Snail Mail “Thinning

C’era una ragazza con la maglia di J-Ax e Fedez al bar sotto casa stamattina. Annuiva entusiasta a sottolineare la musica diffusa nel locale. Penso a Lindsey Jordan che ha 17 anni. Va a scuola nel Maryland e ha una passione per il lo-fi di un po’ di anni fa. Mette su una band. I tipi di Dischord si incaricano di distribuire il loro ep di esordio.
Il tutto adorabilmente fuori tempo massimo.
Come in un musical da strapazzo con 50 euro di budget mi immagino la stessa ragazza che invita tutti i presenti a ballare sulle note di Thinning, lì tra il frigo dei gelati e lo scaffale delle merendine Kinder.
Approfittando del mio sguardo confuso una vecchietta, con una piccola e maligna gomitata, mi sfila il Resto del Carlino da sotto il naso.
Mi riporta alla realtà la consapevolezza che della vita non ho proprio capito tutto tutto.

Massimiliano Bucchieri

French Connection

Savages....e poi lei è planata su di noi.......

Savages….e poi lei è planata su di noi…….

VENERDÌ

Ovviamente sono in ritardo. Stefano sta smadonnando mentre s’infila gli stivaloni di gomma sopra i jeans a sigaretta neri. Carlo, la faccia stravolta di chi ha guidato tutta la notte e dormito qualche ora su di un divano, lo guarda in cagnesco. Che non provi a lamentarsi, due ore a cazzeggiare e poi si sveglia che Thurston Moore sta suonando. Cazzo gliene frega poi a lui di Thurston Moore…
Stefano adesso cammina veloce, ha già preso il braccialetto all’ingresso e salutato Carlo: «dai, non t’incazzare, oh, io scappo sotto al palco, ci becchiamo dopo», che vuol dire “Non mi rompere le palle che devo ascoltare ogni nota possibile prima di tornarcene tutta una tirata in quella città del cazzo che te ami tanto”.
Thurston Moore, piaccia o no, ha sempre questo suono qui, quelle note malate che chiunque riconoscerebbe fra centomila chitarre lo-fi, riverberate, distorte. Stefano prende appunti mentali per le recensione che deve fare per la sua fanzine.
Stefano è alto e magro come un chiodo, lo sguardo sempre un po’ perso sotto i ricci neri che vanno dove pare a loro. Aspetta che Ty Segall salga coi Fuzz sul palco per far finalmente scoppiare il Forte.

Greta è arrivata nel primo pomeriggio: annullato per pioggia il concerto in spiaggia, si è chiusa in una brasserie con Angela e hanno bevuto sidro e fumato sigarette. Poi, appena ha smesso, navetta dal centro e Festival. Se ne sta seduta un po’ a lato del palco grande mentre i Fuzz fanno saltare tutto il pubblico e la terra diventa fango sotto migliaia di stivali di gomma e anfibi e piedi nudi per i più freaks. Lei oggi aspetta solo un gruppo: Timber Timbre che già sa spaccheranno come sempre. Li avrà visti già almeno cinque volte. Di una non è sicura perchè era troppo ubriaca e non si ricorda se dormiva o no mentre loro suonavano.
Greta ha lineamenti decisi, quasi tagliati col coltello, sensuali nella loro forza mitigata da una pelle liscia come se avesse due mesi e non quasi trent’anni. L’insieme le da un’aria dolce e gli occhi che si trasformano dal marrone al verde acceso illuminano un viso che ti colpisce come uno schiaffo.
Non è mai stata a La Route Du Rock e fondamentalmente non ci sarebbe venuta se Angela, che è fissata con ‘sto festival, non l’avesse convinta infilano i tre giorni a Saint-Malo in una vacanza a due tra Bretagna e Normandia. Sono anni che Greta ed Angela si promettono una vacanza assieme senza ragazzi, comitive, party. Solo loro due come quando erano in simbiosi nello stesso banco alle superiori.

La batteria di Ty Segall fa esplodere il Forte e Stefano è già coperto di fango quando Carlo lo trova al banco di uno dei bar: «Carico?»
«Sentito che bomba? Quello lì, qualunque cosa fa è una bomba!».

Angela è in fila dietro a Carlo, con la mano chiama Greta che si alza lenta, l’aria di chi non voleva essere disturbata. Raggiunge l’amica. Davanti a loro questi due ragazzi italiani: uno rosso e ciccio con la faccia simpatica, l’altro allampananto e con gli occhi grandi, un sorriso stampato mentre parla gesticolando. Farà cinquanta chili coi vestiti ma ha qualcosa che la colpisce.
I Timber Timbre salgono sul palco e l’atmosfera si fa magica. Greta corre davanti alle transenne. Angela rimane in fila. Carlo e Stefano parlano avvicinandosi con calma alla folla.
Sulla navetta che riporta in centro Angela dormicchia, mentre Greta ripassa mentalmente la giornata. Timber Timbre. Solo loro. Prima gli esagitati di Ty Segall, i noiosi Algiers né carne né pesce e dopo quella shekerata di Nirvana e post punk, post hardcore post qualunque cosa che sono Girl Band. Quando poi il biondo è salito sul palco jeans azzurri e maglia a righe lei gli avrebbe voluto gridare: «Guarda che non è il ’91 e non ti chiami Kurt», ma è troppo timida per farlo. Poi la semi elettronica: i Ratatat amatissimi dai francesi. Due chitarre inutili su basi alla Moroder. E infine un djset da club qualunque di Rone. Line-up un po’ da riscaldamento.
Ma Timber Timbre valgono la giornata. Suoni da brivido, luci da brivido, atmosfera da brivido. Sempre i migliori.

Carlo cerca di far partire la macchina mentre Stefano sembra morto sul sedile dietro. Ha sbroccato solo alla fine, dopo aver ballato per tutto lo show di Ratatat e ovviamente dopo il pogo impazzito con Girl Band. Solo l’ultimo dj set non gli è piaciuto, o almeno a Carlo pare di aver capito questo dal farfugliamento davanti all’ultima pinta prima del crollo.

SABATO

Sabato il tempo concede una tregua, anzi, le nuvole lasciano posto ad un sole tiepido ed un cielo da cartolina. Greta è in spiaggia quando vede passare Stefano, gli stessi jeans ricoperti di fango, lo stesso giubbino strappato. Non sa chi è, né come si chiama, né perchè ha voglia di fermarlo e chiederli il nome, da dove viene, dove va.
Angela rompe perchè bisogna andare per le otto, che le Hinds non si possono perdere. Come se fossero una band figa davvero. Quattro sbarbe con due accordi. Per fortuna poi The Soft Moon, Spectres, Foals e poi si balla con Avery e Lindstrom. Giornata lunga, Only Real e Kiasmos in apertura, un’altra volta.
In spiaggia suona Flavien Berger e sotto nuvole bianche e leggere tatuaggi, short chiari sopra anfibi, jeans neri e stretti, barbe e Ray-Ban Clubmaster. Il vento spazza via i brutti pensieri e anche Angela sorride: «appena finito questo qui, saltiamo sulla navetta, ok?».
Greta annuisce. Con calma, saltiamo sulla navetta. Dopo un altro po’ di sole. Il ragazzo alto col giubbino scucito sopra la camicia gialla è scomparso tra la gente.

«Dai Carlo, aiutami a travasare il gin!»
«Dove lo mettiamo?»
«Come sempre, bottigliette d’acqua: qui le fanno entrare.»
Stefano ha già fatto diversi anni di La Route Du Rock malgrado di anni ne abbia pochi. A sedici già si era infilato nella macchina di amici per arrivare a Saint-Malo e da allora ogni anno è una tappa fissa: troppo bello quassù, bella dimensione, bella atmosfera, sempre bella line-up. Perfetto per le recensioni sulla fanzine.
«Ma non volevi vedere le Hinds?»
«Già viste, niente di che…»

Angela è in prima fila mentre Carlotta dal palco delle Hinds fa le sue facce smorfiose e non riesce a mettere in fila due parole di francese. Ma poi sorride con gli occhioni blu e tutti i maschietti si sciolgono. E alla fine queste canzoncine da sorriso sulla faccia non sono male.
Ma Greta aspetta tutti i gruppi da lì in poi: post punk, noise, mood dark. Tutto il mondo che ama da sempre, da quando ha scoperto i Joy Division e si è tatuata le linee della copertina di Unknown Pleasures dietro la spalla.

“The Soft Moon e il pubblico è un dancefloor cubo e pesante. Solo da metà concerto parte un pogo selvaggio, ma l’atmosfera è bollente ed esplode sotto l’altro palco con gli Spectres”. Stefano prende appunti seduto sulla paglia che di notte hanno buttato in tutto il Forte per coprire il fango e rendere di nuovo calpestabile il terreno. “Spectres fanno il live dell’anno: energia che colpisce come uno schiaffo in faccia e le prime file sbattono una contro l’altra dal primo all’ultimo accordo”.

Bene così, pensa Stefano. Gran concerti, gran recensione. Spacchiamo. E si fa una bella sorsata di gin. Carlo sarà come sempre a zonzo a cercare inutilmente di rimorchiare. Stefano sta per rialzarsi quando Greta ed Angela passano davanti a lui. La ragazza mora con un tatuaggio sulla schiena si volta e per un attimo i loro sguardi s’incontrano. Lei ha gli occhi di un marrone così intenso che lui non riesce ad alzarsi. Le fa un cenno impercettibile di saluto. Ma lei l’ha visto, lo sa. Lei è bellissima. Stefano prova ad alzarsi per seguirla, il coraggio dettato dal gin già quasi finito, ma lei ha voltato a destra ed è scomparsa tra la folla. Non ricorda il colore della maglia, troppo preso da quello dei suoi occhi.

Greta è ancora stravolta dal pogo e il crowd surfing con The Soft Moon e Spectres quando i Foals attaccano e una marea si lancia verso il palco. Sta andando anche lei da quella parte e per terra, vicino alle transenne coperte di tnt, vede di nuovo quel ragazzo pallido dal sorriso sbeccato. Deve essere bello cotto, visto che non riesce nemmeno ad alzarsi dopo che lei, passando, gli ha lanciato un’occhiata che avrebbe svegliato un morto. Ma non sarà certo lei a rallentare il passo e fermarsi per chiedergli chi è: si svegli il ragazzo. Lei va a ballare e saltare e non smetterà fino all’ultima nota di Lindstrom, un po’ sotto tono come Avery, ma una spanna sopra all’elettronica noia di ieri.
Prende una delle ultime navette. E’ quasi mattina quando lei ed Angela riescono a fatica ad aprire la porta dello studiò trovato su Airbnb. Chiuse le tende e a letto così come sono, che dopo tutto quel ballare, tutte quelle birre e quelle canne offerte dai ragazzi olandesi non ce n’è neanche per togliersi le calze. Si sente una ragazzina. Si sente che chissenefrega. Si addormenta abbracciata alla sua migliore amica, l’unica persona che vorrebbe vicino in questo momento.

“E’ notte al forte e si balla con lo stesso mood con Avery e Lindstrom. La gente resta fino all’ultima nota”. Adesso basta appunti che Carlo non si trova, la recensione del sabato è già tutta in testa dove adesso picchia il Gordon’s. Stefano barcolla verso l’uscita. Telefono scarico. Meeteng point in caso di smarrimenti vari: la macchina. Chissà chi è quella ragazza. Quasi quasi fanculo e salta sulla navetta che sta chiudendo le porte. Magari su c’è quella mora con la copertina dei Joy Division tatuata sulla schiena. Cazzo, Carlo ha le chiavi di casa. La porta della navetta si chiude, un tizio con la pettorina gli dice qualcosa in francese e Stefano barcolla verso il parcheggio.

DOMENICA

Domenica il sole sembra quello vero della riviera e tutti sono di nuovo in spiaggia quando suona Jimmy Whispers. Birrette e chiacchiere e coccole al sole sembrano le uniche cose sensate da fare in un pomeriggio così e Angela è d’accordo con Greta: si va con calma. E’ domenica, sono due giorni che bevono e non dormono un cavolo. Pazienza per The Districts e Father John Misty.
Bisogna essere lì per i Viet Cong di sicuro ma loro non cominciano che alle nove, c’è tutto il tempo per rilassarsi ancora un po’.

Stefano all’ultima nota di Jimmy Whispers sulla spiaggia sta già trascinando Carlo verso la macchina: «dai che oggi non mi voglio perdere nessuno!»
«macchepppalleeeee, ma non hai visto che marea di figa c’è in spiaggia? Ma stiamo qui, magari trovi la tua bella col tatuaggio sotto al collo…»
«Sulla scapola…», poi si ferma: «e tu, che cazzo ne sai dei tatuaggi, di quale mia bella, poi?»
Carlo adesso ha un braccio attorno alle spalle di Stefano e i due hanno ripreso a camminare: «vedi, Ste, tu di notte parli. Da sbronzo, poi, fai proprio i resoconti della giornata. E questa tipa dagli occhi marrone salta fuori ogni cinque minuti, come il suo tatuaggio. Originalissimo, poi…» Stefano fa un lungo sorso dalla bottiglia di plastica riempita col gin: «sei peggio di mia madre…» alza la bottiglia al cielo e sorride: «dai che non ci fermano neanche oggi. Oggi è l’ultima sera. Oggi devasto!».

Greta si trucca gli occhi mentre la navetta fila veloce sulla route nationale. Metà del traffico di ieri: si vede che è domenica.
Eppure al festival il Forte è già murato prima che le bellissime Savages mettano piede sul palco. Potere di quel sound, quella voce e quella carica. E dell’esser così sexy.
Le luci vanno giù. Camille/Jenny Beth lascia intravedere un reggiseno nero sotto il bomber. Fa sesso quasi quanto è bava a cantare.
L’atmosfera è di fuoco, pochi pezzi e lei si lancia dalle transenne e vola sulle mani della gente. Che gioia abbandonarsi al volo sulle teste di sconosciuti. Lasciarsi andare così da fidarsi che ti terranno su. Che ti faranno atterrare senza che tu ti faccia male.
Se anche lei fosse riuscita a farlo prima. Anni prima…
Arriva Angela con due birre. Fuori le fiaschette di vodka nascoste negli stivali: bacio, cin, cicchetto e giù mezza pinta.

“The Districts, niente di nuovo. Father John Misty fascinoso come sempre, ma si perde un po’ su un palco così grande e davanti ad un parterre tutt’altro che pieno da domenica pomeriggio col sole e la spiaggia di Saint-Malo che per una volta che ci puoi stare in costume, chi te lo fa fare di andartene.
Poi Viet Cong, convincenti come ormai consuetudine, scaldano per bene il pubblico che si lancia in massa davanti al palco delle Savages. Jehnny Beth, splendida in jeans e bomber neri e capello lungo fino al mento ingellato indietro, sbraita con un magnetismo mai così potente fino a lanciarsi sul pubblico che, in adorazione, la porta a spasso in un crowd surfing che ormai pare marchio di fabbrica de La Route Du Rock”
Forse l’ultima riga è una stronzata. Però suona bene. Ci si penserà fra un paio di giorni a Milano. Carlo, come sempre, insegue due ragazzine francesi, short a vita alta e linea della chiappa in vista, anfibi e maglia larga e corta.
Stefano lo guarda concentrato sulla recensione che sta abbozzando mentre sul main stage i Ride mostrano i muscoli e mixano vent’anni di rock e shoegaze tenendo testa al live incendiario delle Savages. Stefano è già sbronzo e pensa che non vuol tornare a casa, che deve finire il pezzo per il numero di settembre e ci sono pochi giorni. Pensa alla ragazza dagli occhi d’onice.

I Ride sono un lampo nella vodka. Angela limona da un po’ con un biondo di due metri. Greta è presa bene ma vuole starsene per conto suo. passeggia ubriaca fra gli stand delle case discografiche indie, con le loro stampe numerate, le shopper à la page.Dan Deacon lancia bombe dal palco sul parterre ubriaco. Spunta un materasso che vola sulle teste. Poi sarà solo girotondo tra due palchi per gli show di The Juan Maclean e Jungle. Poi sarà buio. Forse la navetta, come sarà entrata in casa? Angela?

LUNEDI’

Lunedì il cielo è velato ma ancora senza pioggia. Il sole scalda meno di ieri ma l’ultima colazione in spiaggia è d’obbligo: pain au chocolat, flan alla boulangerie all’angolo e un café grand al bar e giù a guardare la marea che finisce di calare per tornare a salire finchè nasconderà la piscina e i trampolini a tre metri.
Greta è seduta sul chiodo coi suoi panta neri sotto una maglia oversize dei New Order che ha tagliato perchè cada asimmetrica e le lasci sempre scoperta la spalla sinistra. Quella tatuata. Si è tolta gli anfibi e sprofonda i piedi nella sabbia grossa e umida di Saint-Malo. I Wayfarer neri ben schiacciati sulle occhiaie che oggi proprio non perdonano.
Angela ride sulla tshirt “stop joking about britney spears” presa qualche anno fa quando gli Heike Has The Giggles aprivano i Gossip all’Estragon. Ultimo bikini, raccontando all’amica il ritorno a quattro zampe sui sampietrini e i tentativi di aprire la porta finchè il vicino, sei del mattino, è uscito sbraitando di piantarla di fare casino e la serratura ha finalmente ceduto facendole volare per terra in casa. Dove hanno dormito.
Greta si guarda intorno. Poca gente. Qualche zaino. Qualche bracciale blu del Festival e abbracci che sanno già di fine estate. Abbassa gli occhiali e guarda il mare. Ed è felice. E’ con la sua migliore amica. Ancora dieci giorni via da Bologna, a spasso per la Bretagna. Disintossicazione da alcol e ressa. Poi si vedrà. Poi ci si penserà.
D’improvviso, davanti a lei appare il ragazzo alto dal sorriso sbeccato. Oggi è più pallido del solito. Arranca con le Dr. Martens basse sulla sabbia. Si volta e per un attimo si guardano negli occhi.

Domenica notte è un mix di luci e suoni nella memoria. Stefano e Carlo rotolano al buio sulla sabbia: hanno fatto mattina con due belghe per guardare l’alba. Peccato che si siano addormentati come sassi all’ennesima canna e li abbia svegliati il vento gelido del mare. Quasi giorno quando s’infilano in casa e dormono qualche ora.
«Cazzo, Carlo! Ho lasciato il giubbino in spiaggia!»
«No dai…Non dirmelo. Non ce la faccio a scendere di nuovo. Fra qualche ora partiamo, devo dormire un po’…»
«Cazzo, che coglione, l’avevo dato alla tipa che poi l’ha mollato lì e io l’ho usato come cuscino…Devo andare a recuperalo! Tu dormitela che poi guidi.»
Stefano è in spiaggia e la giacca di jeans sdrucita è lì appallottolata dove l’aveva lasciata. Stefano pensa che solo lì poteva ritrovarla. Dove in autostrada stanno a destra e se sorpassano mettono la freccia, dove non hanno il bidet ma un festival come quello ha i bagni puliti e con la carta igienica, la paglia per terra se piove e una pinta di birra discreta costa poco più di cinque euro e c’è una navetta gratuita e il campeggio gratuito e puoi portarti l’acqua eccetera eccetera eccetera. Che se lo lasciava al Magnolia cinque minuti ne trovava due. Come no…

Stefano cammina per arrivare al bar e farsi un caffè quando si volta per un istante e incontra gli occhi della ragazza dal collo sottile e la bocca sexy ma dolce. La ragazza con quel tattoo stravisto ma che non gli va via dalla testa. Ha gli occhiali da sole abbassati e, sopra a profonde occhiaie nere, due dischi verdi le illuminano il viso. Cazzo, la ragazza dagli occhi marroni li cambia in verdi. Lei distoglie lo sguardo. Lui rallenta, forse vuole fermarsi: ultima occasione. Poi non la rivedrà mai più. Ma riprende il ritmo del passo e arriva al bar.
Troppo belli quegli occhi, troppo pericolosi occhi che da marrone diventano verdi quando guardi il mare. Quelli sì che possono fare male, altro che il crowd surfing impazzito sulla cassa in quattro di Dan Deacon.
E poi c’è da preparare la recensione anche per Sun Kil Moon, che anche se era giovedì alla Nouvelle Vague era sempre festival e poi c’è da tornare a Milano e quegli occhi sono un guaio. Chissà quali orizzonti hanno visto, vogliono guardare, due occhi così. Un sacco di guai. Un sacco. Fa un sorso di caffè. Si volta verso la ragazza perchè guaio o no, due occhi così non si può perderli per sempre. E poi come fai a dormire la notte se a quegli occhi non hai dato un nome e una storia?
Lei non c’è più.
Lui guarda tutto intorno. Non ricorda com’è vestita. Si è di nuovo fissato sui suoi occhi. Lei non ci sarà mai più. Per un attimo una fitta gli attraversa lo stomaco. Ma poi c’è da svegliare Carlo, tornare a Milano, la fanzine, il ristorante la sera, i party, la vita insomma. La vita senza la ragazza dagli occhi che cambiano.
Un colpo di vento. Stefano sente freddo. Ma gli sembra che venga da dentro.
Un gabbiano becca feroce sulla sabbia ciò che resta di un pain au chocolat.

FABIO RODDA

indie pop ain’t noise pollution (parte 2) 40-31

Saint Etienne

Saint Etienne

40 – 31

40) Jane and Barton – It’s a fine day (1983)

Non solo non conoscevo la canzone ma confesso che questi Jane and Barton non li avevo mai sentiti nemmeno lontanamente nominare. Tanto esile da far apparire i Belle and Sebastian un gruppo death metal, non ho idea di come questa canzone sia finita in un elenco del genere. (A.C.)
Mai sentiti prima di oggi. Non penso che finirò per riascoltarli ancora (C.L.)

39) Josef K – The missionary (1982)

Mi piacerebbe incontrarli oggi i Josef K, prototipi art rock sin dal nome (so che lo sapete già, comunque Josef K era il protagonista del Processo Kafkiano), per chieder loro di cosa avessero in mente quando decisero di mettere su un gruppo come quello. Nel piccolo ma basilare catalogo Postcard il lato oscuro degli (altrettanto meravigliosi) Orange Juice. (A.C.)
Funkettone che vira sul punk, gran pezzo, gran gruppo. Da riscoprire. (C.L.)
Riferimenti letterari come piovesse. Musica avanti di decadi. Un gioco troppo bello per durare, infatti. (M.B.)

38) Ride – Ride EP (1990)

Sui Ride non c’è molto da dire. Ogni loro disco ha un significato particolare e segna una evoluzione che all’epoca, confesso, in parte mi sfuggì. Siccome i dischi d’esordio sono una mia fissa, questo ep che porta il loro nome rimane la cosa cui ancora oggi sono più affezionato.  (A.C.)
Poi uno si domanda perchè gli Slowdive sì e i Ride no. Va a finire che anche in sede di ristampe, riscoperte, revival si scelgono i gruppi sbagliati. Comunque i primi due EP della band sono tra le cose migliori mai prodotte dal giro di quelle bands che amavano guardarsi le scarpe mentre suonavano. (C.L.)
Confesso di non essere imparziale. Li amo da sempre. Da questo primo ep fino a Going Blank Again un centro dietro l’altro. Melodia a braccetto con un muro di chitarre al calor bianco. Shoegaze band n.1 (M.B.)

37) The Bodines – Therese (1986)

Potremmo discutere ore su come e quanto certi gruppi presenti nel catalogo di inizio attività Creation abbiano influito sulla formazione musicale della coppia Morrissey/Marr. Ma non lo faremo. (A.C.)
Questa canzone faceva parte della famigerata compilation C86 e ci stava alla grande. I Bodines funzionavano bene così, presi a canzoni singole. L’unico album invece fu un fiasco, pubblicato da una major con troppe aspettative. (C.L.)
Pop is vital, at the end of the day. The Bodines. Melody Maker 22/08/1987. Parole sante. (M.B.)

36) Shop Assistants – Safety Net (1986)

Le Shop Assistants sono il prototipo dei gruppi per cui ho sempre perso la testa: formazione femminile, natali scozzesi, un suono che prende il catalogo della Motown, lo ficca dentro un boiler e lascia che chitarra, basso e batteria rimbalzino contro le pareti. (A.C.)
Come il cane di Pavlov alle prime note di questo pezzo comincio a sbattere contro le pareti di casa. Passata in radio fino allo sfinimento (che non è mai arrivato). (M.B.)

35) The Primitives – Really Stupid (1986)

Copio e incollo le parole appena spese per le Shop Assistants. Solo che qui di femminile c’è solamente la voce e il (delizioso) volto della cantante. L’industria discografica li puntò di brutto e questa fu la loro rovina. Se ci fossero fermati dopo i primi quattro singoli (Really Stupid fu il primo della fila), ché l’album Crash per quanto carino era già troppo lisciato, i Primitives sarebbero diventati mito totale. (A.C.)
Difficile che una canzone che duri meno di due minuti, che alterni rumore e melodie al sapore di zucchero possa veramente non piacermi. I primi Primitives erano esattamente così: una piccola certezza che durò troppo poco, rovinati dall’ambizione e da una produzione troppo patinata. (C.L.)
Mai veramente apprezzati. Se comparati alle Shop Assistants qui è tutto un po’ troppo “a posto”. (M.B.)

34) Saint Etienne – So Tough (1993)

Bob Stanley e Pete Wiggs sono personaggi di quelli che non si limitano a comporre musica ma creano mondi. A partire dal nome che si scelsero, tributo alla città con la cui maglia Le Roy Platini avviò la sua meravigliosa carriera di calciatore (su quella di dirigente calcistico stendiamo invece pietosamente un velo). Sofisticatissimi ed eleganti, dovessi scegliere un loro disco punterei dritto sul primo, Foxbase Alpha, se non altro perché dentro ci sta una cover di Neil Young che squaglierebbe il ghiaccio depositato sopra qualunque cuore. (A.C.)
Etichettati come indie dance, in realtà progetto dalle connotazioni concettuali come pochi, spandevano stile con le movenze vellutate di Sarah Cracknell. Una sfilza di singoli spaventosamente irresistibili. (M.B.)

33) The Sea Urchines – Pristine Christine (1987)

Il mio singolo Sarah Records è senz’altro Emma’s House dei Field Mice, ma questo dei Sea Urchins è il numero uno del catalogo e può starci in rappresentanza di una etichetta troppo importante per essere riassunta in poche righe. Un giorno apriremo i nostri archivi personali e ci scriveremo su una enciclopedia. (A.C.)
Riascoltati oggi reggono la prova del tempo alla grande. Tra i primi a mettere la parola twee sul vocabolario. (M.B.)

32) Elastica – Line Up (1994)

Dunque: in Line Up scippavano il coro a I Am the Fly degli Wire, in Connection ricalcavano le chitarre di Three Girl Rhumba (ancora Wire) e in Waking Up mostravano di essersi studiati No More Heroes degli Stranglers talmente bene da decidere di fermarsi giusto un mezzo passo prima del plagio. E queste sono le loro tre migliori canzoni. Cosa ci fanno qui? (A.C.)
Perfettamente d’accordo. Una volta che la stampa inglese realizzò che Justine Frischmann e Damon Albarn avevano rotto se ne disfò abbastanza rapidamente. (M.B.)
Quando ti innamori della ragazza sbagliata devi solo sperare che duri poco. Elastica è stato il mio colpo di fulmine. Durò lo spazio di qualche singolo ma ancora oggi, nonostante l’evidenza dica che non eravamo fatti per stare insieme, sono pronto a difenderle/li. E questa canzone spacca!! (C.L.)

31) Stereolab – Peng (1992)

Tim Gane che suonava la chitarra nei McCarthy, la voce deliziosamente francese di Laetitia Sadier, la Duophonic che proiettava il passato nel futuro (il post rock nacque anche da qui), il pop marxista e la space age bachelor pad music, i leggendari 45 giri in edizione limitata venduti ai loro concerti.
Davvero tanta roba, in certi momenti pure troppa, gli Stereolab hanno sempre viaggiato per conto loro, in un universo parallelo e supremo, unici e irraggiungibili. (A.C.)
Qui il n. 31 suona come una bestemmia. Gruppo di importanza incalcolabile. Labirinti sonori nei quali si incontrano indie rock, krautrock, pop, elettronica e mille altre cose mentre Laetitia Sadier ci guida imbronciata. (M.B.)
Quando scoprimmo che Tim Gane aveva messo in piedi una nuova band dopo l’esaltante esperienza nei McCarthy fu un piccolo evento. Uscirono due 10 pollici con 4 canzoni ciascuno. Non esisteva internet, non esisteva Amazon, non esisteva distribuzione italiana. Prendevi carta e penna mettendoci qualche sterlina ben nascosta e ci provavi spiegando che trasmettevi in un piccola radio indipendente bolognese. Capitava che ti arrivava il disco con una lettera scritta a mano che vi allego qui sotto. Giusto per farvi capire i tempi, giusto per chiarire cosa significava il termine “indie” per me all’epoca. (C.L.)
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leggi la prima parte, i dischi dal  50 – 41