I dischi che piacciono solo a me, credo #8

Robert Palmer Clues (Island, 1980)

Se gli occhietti melliflui del Ferry ogni tanto vi andavano indigesti allora era Robert Palmer il gentleman che faceva per voi. Per me, quantomeno. Elegante ma non troppo, educato, buone maniere. Residenze a Nassau e Lugano. Davidoff Gold. Champagne. Per brindare a un incontro. Anzi più d’uno. Segni particolari: un gessato. Lo immaginavi invasato per la topa, come Danny Wilde (The Persuaders) e non avrebbe affatto sfigurato in qualche 007 nella parte del satiro cattivo. Some Like it Hot, no? Ma anche Some Guys Have All The Luck. Figuriamoci lui.

Era però la musica la sua priorità. Io lo scoprii proprio con Johnny And Mary come – quasi – tutti, successo smisurato del 1981; per me faceva trittico on Jacno e Lio. Stesso zompettar da videogame, stessa tensione ero(t)ica che mai si esprime, stesso deflagrar di synth e linee di basso binarie.  Solo che qui (complice forse l’aiuto di Gary Numan nell’album) vi era uno spleen da Moscow Mule, peli del petto in bella vista, cocktail bar alle due di notte e nessun disincanto. Canzone che hanno rifatto un po’ tutti ma recentemente anche Ferry (guarda un po’) quasi a chiudere un cerchio a doppio petto.

Johnny è sempre in giro, Mary sa di stancarsi facilmente.

Bell’uomo il Palmer, sciupafemmine che – andando a ritroso – mai avrei immaginato in quella congrega chiamata Vinegar Joe (assieme a Elkie Brooks), lui sempre così misurato e con quella voce da crooner post coito. Andò pure a Sanremo, sempre nel 1981, per far vedere alle compassate cariatidi che lo stile non era sfrucugliare vestiti da sera e rughe. Bella canzone, minimale e – a modo suo – pure triste. Manco la cantava, si limitava a bisbigliargli in bocca, senza redenzione alcuna e offrendo il fianco a Rod Stewart che la copierà pari pari in Young Turks (prima di riprendere proprio Some Guys Have All The Luck, nel 1984) . Tanto tuonò che piovve e il VUM (Vostro Umile Scriba) appena ebbe qualche possibilità economica in più volle approcciarne l’album, stanco di consumare il 45 giri su impianti sempre più costosi. Fato decise che riuscissi a trovare – in una bancarella scrausa – l’accoppiata vincente, ovvero Clues e il 12″ Some Guys Have all The Luck. Lo ammetto, oggi non ci perdo la testa e quei due manufatti giacciono – near mint – a riposare nelle grandi praterie di Manitù, laddove finiscono i puri di cuore, quelli che, alla fine, mai vedranno il Regno dei Cieli, costretti a girovagare in un limbo di accidia.

Preferivo il 12″, tra l’altro. Perfetto esempio di pop da gravidanza indesiderata, di quelli ‘vieni su da me a vedere la mia collezione di Champion’s League perse?’. Quattro tracce cantate in punta di piedi sempre con il suo inarrestabile aplomb, di quelli che ti sorprendevi a chiederti se stesse registrando le parti vocali per contratto o davanti ad una danarosa platea di umidicce pseudo granny. Bello, senza alcuna pretesa, ma didascalicamente perfetto nel declinare un pop da aperitivi all’imbrunire, con una spruzzata di tastierine Eminflex e il solito sorriso sornione che lo contraddistingueva. C’era il Numan pure qui (in Style Kills) ma si limitava a striminzito compitino. E quindi due parole due su Clues mi piacerebbe spenderle, forse (e fosse) solo per togliere un po’ di polvere all’uomo.

In Clues vi è un bel parterre de roi, e mi piace immaginarlo a Nassau, attorniato da quel mago chiamato Alex Sadkin tra ostriche, champagne, gnocca barely legal e sostanze polverinose (nose: da naso). Vi è Chris Frantz dei Talking Heads a sferragliare pelli nell’iniziale Looking For Clues e pare davvero merce della premiata ditta, mentre il succitato Gary Numan col fido Paul Gardiner s’adopra nella wave-issima I Dream Of Wires. Sulky Girl olezza di southern rock (nel peggiore dei casi) e di Fleetwood Mac (nel migliore) ed è per questo irresistibile. Così come è irresistibile il meretricio B52’s in odor di Rhythm’n’Clues (battutaccia, scusate) di What Do You Care. Vi è persino Andy Fraser dei Free (su Not A Second Time, un AOR da juke box in mezzo al deserto) e Jack Waldman alle tastiere. Chiude la gabrieliana Found You Now. A proposito: come sarebbe a dire ‘chi è Jack Waldman’? Uno degli uomini che ha letteralmente inventato la disco, sorvolando gli arzigogoli soul di Gloria Gaynor, dei Niteflyte, di Richie Havens e poi, via via, girando sulle ottave dei più disparati artisti, da Desmond Dekker a Klaus Nomi, da Rachel Sweet a Billy Idol e Paul Haig, da John Martyn a Aretha Franklin, da Madonna a Whitney Houston. Riprendo il fiato e ripongo l’ellepi. Torno subito.

Insomma, in questo piccolo compendio di ‘Caraibi da Bere’ trovate la più completa, signorile ed esaustiva guida all’abbordaggio anni 70. Pelli d’orso e caminetto compresi. E mi piacerebbe assai aver qualche pruriginoso aneddoto da raccontare a riguardo, pur se conscio che non sia cosa da gentiluomini vantarsi di imprese impossibili. In ogni caso ne sono scevro, ergo il problema non si pone. Epperò la sobria eleganza di queste otto tracce dovrebbe essere resa costituzionale, fosse solo per insegnare a quella fetta di popolazione di sesso maschile come vada abbordata una donna senza risultare un rupestre di immani proporzioni.

Eppure, a dispetto dell’incedere sbarazzino e dal groove possente (per l’epoca) Johnny And Mary raccontava una storia tutt’altro che felice, turpitudine immonda che mal si sposava con la rara signorilità del suo autore. Non lo capii subito, date le mie arcinote difficoltà nel decrittare un testo in idioma sassone, ma qualcosa suonava storto in quell’incedere di amorosi sensi. Alcune terzine mi risultavano sibilline, tipo ‘Mary conta i muri, sa che lui si stanca facilmente… Ma lei rifaceva il suo letto anche quando c’era poca scelta’. Ohibò. Una Every Breath You Take col vaiolo? Violenze domestiche? Semplice matrimonio noioso e annoiato o un nuovo caso Fritz o un anticipo di Natascha Kampus? Non lo sapremo mai, anche se qualcuno – negli anni – ha avanzato l’ipotesi riguardo un surreale e immaginario quotidiano di Adolf Hitler e Eva Braun.

Io, fossi in voi, lo comprerei Clues, lo trovate – spesso a prezzi imbarazzanti e tenuto perfettamente – in qualsiasi bancarella dell’usato, segno che di copie se ne vendettero assai ma altrettanto assai non vennero ascoltate. E’ il destino dell’uomo che sussurra, quello di scivolare a valle senza che nessuno lo raccolga. Lo comprerei sì, certo di trovarvi ancora dei ganci formidabili e uno stile pressochè immutato.

Johnny è sempre in giro, Mary sa di stancarsi facilmente.

Robert invece se n’è andato. Morto per un attacco di cuore (spero in un talamo dal sapore Hefneriano) a Parigi il 26 settembre 2003.

Michele Benetello