Californication (Fiver #30.2015)

Joanna Newsom

Joanna Newsom

A vedere la seconda serie di True Detective mi sono tornate in mente alcune cose della mia adolescenza. Merito del padre “santone” di Rachel McAdams, la detective Bezzerides e della sorella di lei, per intendersi. Classico nucleo familiare deflagrato nel post-hippysmo, con percorsi anche tragici. Per farla breve, tra le mie amicizie della mia giovinezza avevo anche tre sorelle, di qualche anno più anziane. Due di queste ad un certo punto sparirono e si trasferirono in California. Tornavano una volta all’anno, vestite d’arancione. Seguaci di non so più quale guru. Avevano deciso di vivere in una di quelle comunità che proliferavano ancora nei primi anni ottanta, nonostante la vicenda Manson avesse già da tempo fatto comprendere che il sogno hippy era defunto da un pezzo. Peccato che all’epoca di Manson non avevo mai sentito parlare e probabilmente neppure loro.ani-black-jacket-true-detective
Quando tornavano, solitamente in piena estate, ci piaceva trascorrere lunghi pomeriggi insieme, nonostante le dosi di Cat Stevens e Neil Young che mi toccavano in sorte sono giornate ancora oggi vividissime nella mia memoria. Inutile dire che mi affascinava l’approccio totalmente differente che avevano nei confronti della vita in genere. Capitava che si uscisse di casa per ritornare dopo 2 giorni passati nei boschi, dormendo dove capitava e nutrendoci di quello che si trovava per strada, per la gioia di mia madre che mi avrebbe strozzato con le sue mani. Una vera estate alternativa. Io puntavo all’amore libero, in particolare. Peccato che loro prestassero maggiore attenzione a quelli con la macchina, il fumo e non sapessero che farsene di un adolescente che del mondo conosceva poco o nulla. Mi trascinarono a Bolzano a vedere il mio primo concerto in assoluto, però: Frank Zappa. Era l’estate del 1982. Non mi segnò l’esistenza. A quello ci pensarono i fratelli Reid, appena qualche estate più tardi.
Ripercorrendo queste vicende ora, a distanza di così tanto tempo e con occhi per forza di cose differenti, mi rendo conto che si trattava in fondo di una vicenda di inadeguatezza genitoriale, nel caso delle mie amiche hippy. Lo stesso argomento che ritorna prepotente nelle ultime puntate della seconda stagione di True Detective e che mi ha provocato qualche brivido pensando alla fine tutt’altro che romantica delle due sorelle Bezzerides e che, allo stesso tempo, delle mie vecchie amiche non ho più notizie da anni.
I richiami di certe esperienze di vita vissuta però, anche non volendo, alla fin fine tornano a galla anche in ambito strettamente musicale e probabilmente spiegano anche certa predilezione che ho da sempre per personaggi a metà strada tra hippysmo e new wave. Mi vengono in mente Kendra Smith, la stessa Hope Sandoval e in tempi più recenti Elisa Ambrogio, Devendra Banhart e Jessica Pratt che pur nelle differenze anche rilevanti di stile e di immaginario possiedono comunque un terreno comune che unisce.
Joanna Newsom in qualche modo potrebbe rientrare nella cerchia. Per lei nutro una vera e propria predilezione, in verità. Personaggio straordinario, di una bellezza accecante, cresciuta suonando l’arpa e figlia di una famiglia che qualcuno potrebbe definire bizzarra. Niente TV, niente internet ma arte, in tutte le sue forme a forgiare una personalità invero speciale. Come se fosse il prodotto dell’onda lunga delle migliori idee degli anni sessanta. Se le sorelle Bezzerides rappresentano la parte oscura, Joanna Newsom è luce, colori e bellezza. Ma in un certo modo è come se si trattasse di due polarità complementari. Quello che è certo, invece è che La Newsom torna con una canzone (e un video) spettacolare. Registrarta da Steve Albini preannuncia un nuovo album autunnale.
Arrangiamento e strumentazione più ricca del normale, solita verbosità irresistibile coniugata ad una leggerezza quasi pop. Ma la musica della Newsom non riesce mai ad essere banale o scontata. Alla base c’è un’ambizione inconsapevole che le conferisce comunque un’aurea e uno spessore che, hai voglia, a trovarne un po’ di più in giro si ascolterebbe musica più volentieri.

JOANNA NEWSOM Sapokanikan

MAJICAL CLOUDZ Silver Car Crash

I never show it, but I am always laughing
I want to kiss you, Inside a car that’s crashing
And we will both die laughing
Cause there is nothing left to do
And we will both die laughing
While I am holding onto you
Impossibile non pensare a quella canzone degli Smiths. Lo hanno già detto in tanti, infatti. Ma oltre a riprendere un’immagine pressochè identica alla There Is A Light That Never Goes Out di Morrisseyana memoria i Majical Cloudz ci servono su un piatto d’argento una versione di realismo/cinismo degna davvero della band di Manchester. Ecco, scrivere una canzone che già faccia solo il verso a Morrissey mi pare una piccola impresa. Farlo con un’intensità che non si trasformi in farsa ci conferma il duo canadese come una delle più interessanti band in circolazione.

YOUTH LAGOON – The Knower

Dopo un secondo album complicato, fuori fase e poco a fuoco ritorna Trevor Powers con una canzone che lascia il segno. Colpisce la consapevolezza con cui si getta in un falsetto senza compromessi, senza filtri e protezioni. E colpiscono anche i nuovi suoni e gli arrangiamenti floridi al limite dell’esagerazione. Merito di Ali Chant già dietro la consolle per l’album di Perfume Genius.
Mi piace la maniera che gli permette di andare in crescendo, in un turbinio di fiati quasi soul e un tappeto di synth che fanno da contraltare all’amara cognizione di un’esistenza comunque complicata.

ANY OTHER – Gladly Farewell

Qualcuno è pronto a scommettere che Any Other ci regaleranno uno dei debutti della stagione. Difficile dargli torto, evidentemente. Gladly Farewell è una canzone irresistibile, vuoi per l’incipit che preannuncia quei cambiamenti che tutti vorremmo in qualche modo affrontare e che invece si procastinano in continuazione, vuoi per una melodia semplice semplice che entra in testa e non se ne va più. Avrei voglia di saperne di più e di ascoltarne ancora, ecco. Invece mi devo accontentare di questi quattro minuti scarsi e segnarmi intanto la data del 18 settembre, quando finalmente sarà disponibile il primo album del gruppo. Non so se possa voler dire qualcosa ma questa canzone mi ha fatto cercare nello scaffale il primo album delle Throwing Muses, una di quelle band che ho letteralmente adorato, un tempo. Un segnale da non sottovalutare, per quanto mi riguarda.

ROYAL HEADACHE – Another World

Al primo ascolto distratto ho pensato ad una nuova canzone dei Parquet Courts. O ad un vecchio brano dei Buzzcocks, che non riuscivo a riconoscere. Si trattava invece degli australianissimi Royal Headache che ritornano dopo una lunga assenza, costellata da casini vari, litigi, scissioni e riappacificazioni. Insomma, disco nuovo su mercato: una roba che tira giù tutto. Uno di quei dischi che intanto mettiamo nella lista dei migliori dell’anno. Tra qualche mese vedremo che fine farà.

Cesare Lorenzi

Non leggo, non lavoro, non vado al cinema, non guardo la tv (Fiver #27.2015)

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Quando ero piccolo io era un’epoca in cui i bambini prospettavano ancora a se stessi un modello di lavoro ideale per il proprio futuro. Un archetipo concreto e realistico intendo, non quel triangolo di ambizioni fittizie oggi in voga, con sui tre lati un’ipotesi omogenea e valida indistintamente per chiunque: velina/calciatore/personaggio televisivo a scelta purché belloccio e non particolarmente acculturato. A quei tempi io avevo un’idea estremamente precisa e circoscritta riguardo a ciò che mi sarebbe piaciuto fare da grande: volevo diventare giornalaio. Mio padre, uomo di istruzione senz’altro oltre media nazionale, cercava già allora di tradurre il mio pensiero in maniera più consona a quella che lui riteneva dovesse divenire la mia futura professione, sottolineando il fatto che io a quell’età probabilmente confondevo il ruolo di giornalaio con quello di giornalista. Invece no: volevo proprio fare il giornalaio. E il motivo era molto semplice: in quel modo avrei potuto sfogliare gratuitamente qualunque giornale. La lettura mi appassionava: Zagor, Tex, Intrepido, Il Monello. E non avevo ancora scoperto Rockerilla. E il porno.
I casi della vita hanno fatto si che poi sia in effetti finito a fare il giornalista, sia pur non quale professione primaria, mentre un’edicola invece non l’ho mai aperta. Oggi che come lettore mi sono completamente spento, rimpiango moltissimo quei tempi. Come rimpiango gli anni successivi, quelli degli scritti di Easton Ellis e McInerney ritmati dalle canzoni di Elvis Costello e baluginanti il neon delle mille luci newyorchesi, i giorni dei luoghi oscuri di Bunker e quelli della perduta innocenza di Ellroy, le storie di Coupland tagliate come fossero videoclip e quelle di Hornby ricalcate sulla cronaca della mia vita. Pagine ingoiate come fossero bicchieri di gin tonic ghiacciato come quelle dei saggi sulla musica e sullo sport e le pile di Mojo, Uncut, Melody Maker, Rumore, Blow Up appoggiate ovunque, con le loro copertine sgualcite e la carta stropicciata dalle ripetute letture. Ora non ho più voglia di leggere nulla. Non ho più voglia di sfogliare la carta come non ho mai avuto voglia di leggere pensieri, parole, opinioni, storie che scorrono sullo schermo di un pc. I motivi sono molteplici quanto alla fine irrilevanti. E’ il dato di fatto che conta, nient’altro. E non avendo alcuna voglia di leggere non ho nemmeno voglia di scrivere. Non poi che le due cose siano necessariamente sequenziali e si alimentino per forza vicendevolmente. Per quanto mi riguarda però si. Non mi sembrerebbe neanche giusto scrivere non avendo voglia di leggere; in ogni caso perderei il più assiduo e attento dei lettori: me stesso.
Quindi me ne resto in un angolo, aspetto e ascolto qualche canzone di quelle che mi piacciono.

Tijuana Panthers “Front Window Down

I Tijuana Panthers fanno parte di una speciale categoria di gruppi. Quelli che la prima volta che li ascolti ti chiedi che cosa mai avessi avuto di così importante per le mani in questi anni per non esserti accorto prima di loro. Poster, in uscita a fine agosto, sarà il loro quarto disco e io, fino al giorno in cui qualcuno ha deciso di portarli a suonare in spiaggia a casa mia, non mi ero accorto nemmeno che esistessero. Eppure hanno in canna tutto ciò che a me piace. Praticamente un gigantesco anello che in un colpo solo colma tutti i gradi di separazione che esistono tra Black Lips e Parquet Courts.

Royal Headache “High

Forse un pelo troppo maestosa nella sua combinazione di strumenti/verso/coro ma maledettamente efficace. Una canzone che si gonfia subito e non cala mai, ma al tempo stesso non si decide ad esplodere. Il suo segreto è consumare tutto nello spazio di 135 secondi, che sono esattamente quelli che servono per fare grande una canzone, non uno di più non uno di meno.

Jacuzzi Boys “Happy Damage

Quando gli Jacuzzi Boys mettono da parte la deriva 60’s sognante e un po’ psichedelica lasciandosi andare al divertimento puro diventano un gruppo cui pochi sanno stare dietro. Qui rubano l’uhu-uhu a Sympathy for the Devil degli Stones e si buttano a testa in giù tra le onde alte di un pogo totale.

Autobahn “Society

Un pezzo che inizia con un basso del genere cui poi va dietro una voce del genere con me vince subito. Non avrebbe bisogno di far esplodere chitarra e batteria dopo i primi 50 secondi. Così come il cantante non avrebbe bisogno di posare con una maglia dei Bauhaus. Ma loro con me non si accontentano di portare a casa il risultato, vogliono stravincere. Dopo Eagulls altro gruppo inglese da sottolineare col pennarello rosso.

Sauna Youth “Transmitters

Questi fanno il paio con gli Autobahn di cui sopra. Ritmo serrato con una dinamica ritmo/melodia da togliere il respiro. Vuoi vedere che in Inghilterra davvero si son dati una svegliata?

Arturo Compagnoni