Of British music and cinema…(Fiver #29.2015)

The Smiths

The Smiths

Uno dei miei primi ricordi di ascoltatrice musicale consapevole risale alla fine degli anni ’80. Nell’autunno del 1987 The Smiths stavano per arrivare in Italia per il loro primo vero tour dopo una deludente apparizione sanremese (il gruppo si esibì in playback) e la prima ed unica data romana di maggio 1985. Avevo acquistato il libro delle edizioni Arcana con tutti i testi, li avevo imparati a memoria (li so tuttora; ho imparato l’inglese in gran parte così) e non vedevo l’ora di saggiare la loro abilità dal vivo. Era prevista infatti un’esibizione al palasport di Padova; abitavo da quelle parti all’epoca, ma avrei trovato il modo –con mio fratello o qualche amica- di raggiungere la venue. Quel concerto, con mio enorme disappunto, non avrà mai luogo: il gruppo si scioglie ad un paio di mesi dall’evento.
Questo preambolo per raccontare di un film che ha a che fare con la band e che sono riuscita finalmente a recuperare dopo numerose ricerche: A taste of honey di Tony Richardson, del 1961, tratto dall’omonima opera teatrale di Shelagh Delaney. Qui l’intero film in lingua originale:

SPOILER: In breve, è la storia della diciassettenne Jo e di sua madre Helen, tra una casa in affitto decrepita e l’altra e tra un espediente e l’altro per sbarcare il lunario. Jo conosce un marinaio di colore e ne resta incinta; costui salpa dopo poco. La madre nel frattempo si accasa con un facoltoso amante e la lascia sola. Jo trova un nuovo alloggio che dividerà con un conoscente omosessuale, Geoffrey, che è disposto a fare da padre al nascituro. Helen infine lascia il marito e si trasferisce da Jo, rompendo l’equilibrio che si era venuto a creare tra i 2 giovani.
Ambientazione urbana (Manchester), paesaggi industriali, proletariato. Il film in sé è un capolavoro di “kitchen sink realism” e appartiene di diritto al Free cinema, il genere creato a metà anni ’50 dallo stesso Richardson con Lindsay Anderson, Karel Reisz e Lorenza Mazzetti (toscana trasferita a Londra che realizza là i suoi primi e quasi unici film). Il BFI nel 1999 colloca A taste of honey al 56° posto nella lista dei 100 migliori film britannici di sempre.
Morrissey ha attinto a piene mani –ed è stupefacente quanto- da questo film e in generale da questo immaginario cinematografico. This Night Has Opened My Eyes è la parafrasi di questa storia e contiene la frase di Geoffrey ‘The dream has gone but the baby is real’, nonché ‘I dreamt about you last night. Fell out of bed twice’ e ‘I’m not happy and I’m not sad’, pronunciate invece da Jo.
Altrettanto bello e raccomandato dallo stesso Morrissey, Saturday night and Sunday morning di Karel Reisz di un solo anno antecedente, con protagonisti gli strepitosi Albert Finney e Rachel Roberts. Un breve estratto qui:

Chiudo l’excursus con un altro film, stavolta documentario e contemporaneo, sempre dagli accenti fortemente british. Si tratta di My secret worldthe story of Sarah records, proiettato in una rara occasione al bolognese Zoo.
http://storyofsarahrecords.com/index.html
Set dell’azione stavolta è la Bristol di fine anni ’80-inizio anni ‘90, ma non quella del contemporaneo movimento trip-hop, ma di una delle etichette più misconosciute e disprezzate d’oltremanica: Sarah Records (http://sarahrecords.org.uk/). Twee –trad. sentimentale, affettata, antiquata- l’aggettivo che la stampa specializzata attribuiva alla musica che usciva da quella fucina. Rivoluzionari a capo del progetto la coppia Clare Wadd e Matt Haynes. Animati da istanze femministe -basti pensare al nome stesso dell’etichetta ed al fatto che ci fosse una donna a condividerne le responsabilità- e DIY, in un solo settennio –dal 1987 al 1995- hanno prodotto 100 tra dischi, eventi, fanzine e persino giochi (una versione del Monopoli chiamata Saropoly come 50° uscita). Tra i gruppi del roster: The Field Mice, The Sea Urchins, Blueboy, Secret Shine.

Dream pop fondamentalmente, ma senza preclusioni verso altri tipi di esperienze musicali, che in alcuni casi ha ricevuto l’endorsement persino di John Peel. Nel film, diretto da Lucy Dawkins e costato 4 anni di riprese, si presentano le uscite più significative del catalogo, con interviste alle band e immagini di repertorio. Così fino alla 100° uscita, ovverosia il party che chiuderà con il botto l’epopea Sarah. Ospiti speciali nel film Calvin Johnson della K Records e i giornalisti Everett True e Alexis Petridis. I 2 protagonisti, dopo tentativi autonomi di mettere a frutto l’esperienza dell’etichetta -Clare lavorando per un periodo per l’industria discografica, Matt creando una propria etichetta-, hanno cambiato attività e fanno altro: la contabile lei e non si sa bene cosa lui.
Cercate questa pellicola se avete almeno sentito nominare la Sarah Records!
Un’altra chicca stavolta per i fan: il 5 Novembre 2015 uscirà per Bloomsbury Popkiss: The Life and Afterlife of Sarah Records, scritto da Michael White.

Paola Bianco

Traiettorie

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Life Without Buildings

Una cosa che mi ha sempre divertito è osservare quei personalissimi processi mentali che periodicamente – invero piuttosto spesso – fissano la mia attenzione su specifiche faccende legate al mondo della musica unendo eventi e persone secondo traiettorie che agli occhi di uno spettatore esterno potrebbero apparire del tutto gratuite.
Occupandomi più o meno da 35 anni di dischi e canzoni, per diletto prima ancora che per lavoro (molto prima, perché in effetti il lavoro che mi paga le bollette nulla ha a che vedere con la musica), ho accumulato nel mio subconscio una mole tale di dati e situazioni che nel quotidiano capita spesso si mettano in moto meccanismi di rimando a situazioni già vissute fornendo spunti per collegamenti che poi a raffica dilagano tra i pensieri.
Vedere da quale punto esatto si staccano improvvisamente queste schegge di memoria e seguire le parabole attraverso cui le stesse vanno a conficcarsi nel presente, può considerarsi una sorta di cartina tornasole dell’evoluzione (o mancata evoluzione) del mio gusto e a volte può diventare anche occasione per avviare un (blando) processo di auto analisi.
Se agganciare il ricordo di un passaggio dei This Mortal Coil ad un vocalizzo di Zola Jesus è questione in certo senso abbastanza ovvia così come può esserlo sovrapporre un giro di chitarra dei Proper Ornaments a quello ascoltato in una delle prime canzoni dei Primal Scream, intravedere il profilo ispido e rotondo del cantante dei Fucked Up riflesso sulla lucida buccia rossa di una ciliegia appare senz’altro una storia un pelo più complicata da decifrare (questa ve la spiego qui*).
Fatto sta che ogni giorno mi capitano episodi di questo tipo in un rutilante dai e vai di rimandi che fornirebbero ad uno scrittore più in gamba del sottoscritto materiale per scriverci almeno un paio di libri i quali, va da se, interesserebbero poi nessun altro se non il loro stesso autore.

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Life Without Buildings

Qualche giorno fa ad esempio mi è capitata sotto gli occhi una recensione di Any Other City, primo ed unico disco degli scozzesi Life Without Buildings in origine pubblicato da Rough Trade nel 2001 e ristampato dai sempre benemeriti tipi di What’s Your Rupture? in occasione del Record Store Day di quest’anno.8594a427
I Life Without Buildings mi piacevano parecchio (del resto i gruppi nati a Glasgow sono da sempre stati una mia esplicita passione) ed ho acquistato ai tempi (2000/2001) tutti i loro dischi (tre ep e l’album di cui sopra), tralasciando solo il live pubblicato nel 2007, diversi anni dopo il loro scioglimento.
Anche dalle parti di Pitchfork i Life Without Buidings li devono apprezzare un bel po’: la ristampa dell’album in studio si è aggiudicato un più che lusinghiero 8.7 ed in precedenza quello stesso disco era stato inserito dallo staff editoriale della web zine nella top 200 degli lp fondamentali usciti negli anni zero (centoventottesimo posto per la cronaca) mentre The Leanover (lato a del primo singolo) venne a sua volta piazzata nella top cinquecento delle migliori canzoni di quel decennio (posizione numero centocinquantadue, sempre per la cronaca).

I Life Without Buildings erano studenti d’arte e art rock – sfruttando una delle tante definizioni paracule cui noi sedicenti giornalisti musicali spesso ci aggrappiamo – potrebbe definirsi la loro musica. Uno di quei neologismi rock adatti per descrivere qualunque cosa abbia a che vedere con gente tipo Fall e Wire. Roba buona insomma.
Il nome lo presero da una canzone dei Japan (stava sul lato b del singolo The Art of Parties) e già questo mi parve da subito un esercizio di stile da tenere in debito conto, mentre il loro core business era centrato indubbiamente sulla voce della cantante, Sue Tompkins, ultima aggiunta ad un gruppo che era partito da presupposti esclusivamente strumentali col preciso scopo di emulare gli idoli d’oltre oceano Don Caballero.
Sue Tompkins, artista e pittrice, era tutto fuorché una cantante, ma il modo in cui decise di affrontare il compito che le assegnarono diventò poi un marchio di fabbrica unico: una specie di spoken word a tratti incomprensibile, narrato da una bimba che ha in memoria la voce di Kate Bush e quella ascoltata una volta nei dischi dei Sugarcubes, che ripete all’infinito una serie di frasi con la stessa convinzione con cui un adulto declamerebbe i versi di un poema mentre nelle orecchie le girano in loop canzoni di Raincoats e Slits.
Questa prassi vocale sostanzialmente circolare, come se le parole fossero strumenti di un qualche gruppo kraut dei 70’s, combinato ad un approccio strumentale tarato su progressioni geometriche vagamente prese a prestito dal post rock, generava una specie di corto circuito straniante e bellissimo.

Se stessi parlando e non avessi dunque la possibilità tramite la rilettura di fare il punto su quanto sin qui detto, confesso che ora avrei perso il senso del discorso che viceversa ero inizialmente intenzionato a portare avanti.
E in effetti poi il punto che volevo trattare era proprio questo: l’accavallarsi di ricordi, idee e situazioni generatrici di sinapsi che si frantumano a ventaglio in tante diverse direzioni.

Nello specifico quando l’altra mattina mi sono imbattuto nella recensione di Pitchfork la scheggia che è schizzata via aveva sopra un nome, un luogo ed una data precisi: Grandaddy, Cambridge, 6 febbraio 2001.
In quel periodo i Grandaddy erano uno dei miei gruppi preferiti e il tour di supporto al loro nuovo album, The Sophtware Slump, prevedeva un’unica data in Italia, alla vecchia sede del Link di Bologna in via Fioravanti. Praticamente dietro casa mia. Quella data saltò e stante il fatto che i Grandaddy non sarebbero venuti da noi con Fabio e Flavia decidemmo di andare noi da loro. Il 6 febbraio del 2001 era un martedì e i Grandaddy avrebbero suonato allo Junction di Cambridge. Prendemmo un volo Ryan Air, una microscopica stanza in un piccolo albergo vicino la stazione della città e passammo un paio di giorni in Inghilterra. Le sere a nostra disposizione erano due. La prima, appunto il 6 di febbraio era già opzionata dal concerto per il quale eravamo partiti da Bologna quella stessa mattina, la seconda era libera. Scorrendo l’elenco dei concerti l’unica cosa interessante in programma il 7 febbraio era una data londinese dei Life Without Buildings. Suonavano al Barfly, di spalla avevano un nuovo gruppo americano che sbarcava in Inghilterra per la prima volta. Qualcuno ne aveva già iniziato a parlare ma il loro primo singolo, un ep contenente tre canzoni, sarebbe uscito proprio quel giorno.
Venni poi a sapere che all’ultimo momento era stato deciso di invertire i ruoli piazzando il gruppo spalla quale attrazione principale della serata: gli americani headliner, i Life Without Buildings di spalla.
Gli organizzatori ci videro evidentemente lungo, noi no.
Con la precisa sensazione che stavamo facendo una cazzata decidemmo infatti di rimanere a Cambridge, devolvendo il budget del concerto londinese per una cena a base di cibo indiano. Poi andammo a smaltire il tandoori chicken a botte di coca cola seduti sulle panchine sotto la pensilina della stazione, guardando come precoci pensionati i treni che passavano sfrecciando sul primo binario.
La mattina dopo prima di salire sull’aereo feci un salto all’HMV di Cambridge e comperai un paio di dischi. Uno era un 45 giri degli Starsailor, l’altro era il primo ep degli Strokes, il gruppo di New York che aveva scippato il ruolo di headliner ai Life Without Buildings la sera prima a Londra. C’erano tre canzoni in quel disco: The Modern Age (velocizzata rispetto alla versione che sarebbe poi apparsa sul primo album), Last Nite (probabilmente il più fortunato pezzo rock da dancefloor degli ultimi quindici anni) e Barely Legal.
Quando arrivai a casa la sera ascoltai quell’ep e mi fu subito chiaro che la sensazione del giorno prima non era per nulla sbagliata: avevamo fatto una cazzata.
Per espiare la colpa giusto un anno dopo Fabio, la Flavia ed io caricammo altri 4 amici su un van da sette e partimmo per Praga. L’8 marzo del 2002 in un piccolo teatro della città suonavano gli Strokes.
Era il tour di Is This It, il loro primo album.

*I Fucked Up, gruppo hardcore di Toronto, in barba a quelli che dividono rigidamente la musica in buona e cattiva a seconda del genere o peggio ancora della provenienza geografica, nel corso della loro brillante carriera hanno pubblicato una cover di Anorak City degli Another Sunny Day ed un intero ep di tributo alle Shop Assistants contenente due versioni di I Don’t Wanna Be Friends With You ed altrettante di Looking Back.
Una coppia di ciliegie rosse erano invece il simbolo della Sarah Records, etichetta feticcio dell’indie pop britannico.

Arturo Compagnoni

Non c’è niente che sia per sempre*

“Nel nostro suono si possono percepire tutti gli errori: i buchi sono lì, si sentono, la musica diventa vulnerabile e invita alla critica.childish
E noi incoraggiamo sia la critica che la vulnerabilità perché queste sono le cose per cui vale la pena fare arte.
Se ascolti gli Stones, i Kinks, i Clash o qualsiasi altro gruppo rock and roll al suo inizio quello è l’elemento che cerchiamo.
Anche ora, dopo 25 anni, quando registriamo un disco, vogliamo che chi lo ascolta pensi che sia il primo disco del gruppo.
Questo è il nostro obiettivo: avere quell’energia, altrimenti non vale la pena suonare.
Crescere significa essere capaci di accedere a quelle parti di noi che uno vuole: il bambino dentro di noi, e non il teenager.
La gente pensa che rimanere giovani significhi comportarsi come teenager irresponsabili.
Ma quando hai 30 anni non devi più fare finta di essere un teenager: devi accedere a ciò che vuoi, ciò di cui hai bisogno”.

Billy Childish

Come ci insegnano i libri di storia più o meno contemporanea, il piano quinquennale è stato uno strumento di politica economica adottato da alcuni Paesi socialisti durante il secolo scorso.
Su Wikipedia c’è anche una pagina che spiega nel dettaglio di cosa si tratta.
Meglio si trattava, stante il fatto che il concetto di socialismo è ormai da tempo un soprammobile vintage poggiato su un vecchio scaffale della memoria.
Un po’ come i cimeli dell’Unione Sovietica allineati sui banchetti di certi mercatini dell’usato: i busti di Lenin, gli orologi e le bussole stellati di rosso, le bandiere color porpora vellutate e bordate con frange giallastre.
Comunque sia il piano quinquennale, proprio quello di cui cantavano i CCCP nel loro primo album, individuava determinati obiettivi di carattere economico da raggiungere in un periodo di – ovvio – cinque anni.
Il concetto, con riguardo ai vari settori dell’economia, fu introdotto per la prima volta da Stalin alla fine degli anni ’20 e fu in seguito rielaborato e proposto da altri paesi comunisti tra cui Cina e Vietnam.

Lasciando da parte politica ed economia, faccende di cui nulla so, trovo che il concetto di piano quinquennale dovrebbe essere assunto a sistema per ogni faccenda importante che affrontiamo nel quotidiano.
Credo fermamente che sarebbe cosa buona e giusta delineare con un certo rigore i limiti temporali entro cui far vivere le cose, dandoci una regola che vada bene per tutto e per tutti, così che nessuno ci rimanga male.
Lo sapremmo da subito: ogni cosa importante deve durare al massimo cinque anni, poi basta.
Proroghe e rinnovi sono ammissibili ma vanno valutati con attenzione ed approvati caso per caso da un arbitro esterno.

CCCP

Le cose, in generale, dovrebbero andare avanti il giusto, importanti o meno che siano.
Quelle brutte perché naturalmente non abbiamo nessun desiderio di sperimentarle per un tempo superiore a quello strettamente necessario a farle finire.
Quelle belle perché basta un niente a trasformarle in altro e mandare tutto, come si suol dire, in vacca.
Ad esempio una qualunque storia d’amore non ha senso debba durare per più di un lustro.
Fosse per me lo metterei per legge che dopo cinque anni (e sono stato pure largo) qualunque coppia debba sottoporsi ad un esame accurato al cospetto di un giudice imparziale, inflessibile e munito di un manuale che elenchi la necessaria presenza di una serie di elementi oggettivi per consentire il proseguimento del cammino intrapreso cinque anni prima.
Se superi l’esame vai oltre, altrimenti ognuno a casa sua.
Basta con le storie che vanno avanti per inerzia.
Quale lavoro non viene poi a noia dopo 60 mesi?
O se vogliamo vederla dalla parte di chi vi paga per lavorare: in quale lavoro si da ancora il meglio di se dopo un lasso di tempo del genere?
L’esperienza acquisita nel quinquennio può compensare l’entusiasmo smarrito?
Ammesso che esistano lavori entusiasmanti, fosse anche solo per un giorno, una settimana, un mese.
Tra le cose importanti della vita manterrei una sola eccezione: l’amicizia.
Quella dovrebbe durare.
Quando dura aiuta sul serio a vivere meglio.

collageMa in realtà, come sempre, volevo scrivere di musica, mica di grandi sistemi.
Una volta mi capitò di affermare che il rock and roll dovrebbe essere una faccenda esclusivamente adolescenziale.
Naturalmente non è vero, non del tutto almeno.
E’ però vero che l’adolescenza, con tutto il suo carico di stupidità e ignoranza, ingenuità e innocenza, consenta di azzardare entusiasmi e di accollarsi rischi che successivamente diventano difficili da gestire e a volte impossibili da accettare.
Per non parlare della passione, che invariabilmente con il passare del tempo tende a sbiadire, sfumando dal rosso acceso alle varie tonalità dell’arancio, scivolando poi sui colori pastello prima di congelarsi in un grigio sbiadito ed uniforme.
E’ da quell’entusiasmo, da quei rischi affrontati con spavalda euforia, da quelle passioni bruciate in un attimo che in genere nascono le cose che poi meritano di essere tramandate ai posteri.
Per questo personalmente credo che un gruppo dovrebbe sciogliersi entro i primi cinque anni di vita.
Per questo ritengo che l’album d’esordio sia quasi sempre il migliore all’interno della discografia di qualunque gruppo.
L’ipotesi che nel tempo la pratica possa rendere perfetti non riveste il benché minimo interesse per il sottoscritto, più o meno quanto l’idea di esaurire la vista alla ricerca delle increspature che sottolineino le imperfezioni di un debuttante.
Sinceramente non mi è mai importato di verificare quanto tecnicamente i musicisti siano migliorati disco dopo disco.
Anche perché di tecnica non ho mai capito una sega.

Slanted and Enchanted è il mio disco dei Pavement, anche se non ha le canzoni di Crooked Rain Crooked Rain né l’estro sbilenco di Wowee Zowee.
Il primo disco dei Velvet Underground è la storia, così come lo sono il primo dei Clash o il debutto degli Stooges.
Anche se dopo sono arrivati capolavori come White Light/White Heat, London Calling e Fun House.
Mi piacciono quelle band che rompono le righe prima di rompere i coglioni, mi piacciono i concerti che non superano i 45 minuti e i film che non varcano la soglia dell’ora e mezza.
Mi piacciono gli amori che spariscono prima di camuffarsi in consuetudine e le persone che smettono di parlare un attimo prima che il mio pensiero traslochi da qualche altra parte.
Mi piacciono i long drink serviti in cilindri lunghi e sottili, che finiscono in fretta lasciando ancora ghiaccio sul fondo del bicchiere.

La cosa più bella che mi sia mai capitata di leggere circa questo argomento, tema che mi sta davvero molto a cuore, fu il manifesto che la Sarah Records pubblicò su New Musical Express e Melody Maker nell’agosto del ’95.
L’etichetta in realtà visse più di 5 anni essendone trascorsi 7 tra la data della prima uscita (il 45 giri di Pristine Christine dei Sea Urchins) e l’ultima (la compilation There and Back Again Lane).
In maniera ingenua e romantica e proprio per questo bellissima, scrivevano:adayfordestroying
Quando avevi 19 anni non hai mai desiderato creare qualcosa di puro e meraviglioso solo perché un giorno tu potessi distruggerlo?
Niente dovrebbe essere per sempre.
Le band dovrebbero incidere un solo singolo poi sciogliersi, le fanzine pubblicare un numero perfetto poi chiudere, gli amanti lasciarsi sotto la pioggia alle 5 di un mattino e non rivedersi mai più.
L’abitudine e il timore del cambiamento sono le peggiori ragioni che possano spingerti a mandare avanti qualcosa.
Il primo atto di una rivoluzione è la distruzione e la prima cosa da distruggere è il passato.
E’ una cosa spaventosa.
Come innamorarsi.
Ma ci ricorda che siamo vivi.

*Afterhours, Non è per sempre

Arturo Compagnoni