PS16 day 2 – leggeri

Altre di B

Altre di B

ma per fortuna mi sono ricordato di mettere fuori il cartoncino “non disturbare” sulla porta all’alba mentre rientravamo barcollando.
Fenice è ancora sotto la doccia e canticchia nella sua lingua incomprensibile mentre io cerco di capire come farò a non impazzire oggi al Forum: solo tra le sei e le otto si accavallano White Fence, Bradfor Cox, Cabaret Voltaire, Lush e Savages.
È già pomeriggio ed è impensabile arrivare ai palchi prima delle sette. Lush li vedrò alla Route du Rock quindi eliminati come, rullo di tamburi, i Radiohead che ci saranno centomila persone e io me li rifaccio al Lollapaloza Berlin a settembre. E poi in contemporanea c’è il secondo imperdibile di questo PS16.
Savages viste mille volte e mille volte le vedrei: l’energia di Jenny Beth Camille, che penso sposerei in questo secondo se solo me lo chiedesse o se lo lasciasse chiedere, è sempre un’esplosione indescrivibile.

Derivative, niente di nuovo, due dischi non indimenticabili. Ne ho sentite di tutti i colori su di loro, tutto piuttosto vero, ma sai che c’è? Che io negli ultimi due anni le ho viste almeno cinque volte e anche stasera starò sotto il palco perché sono una delle migliori live band mai messe su un palco. Ayse che oscilla come un metronomo anche quando non tortura il suo basso, tiene il tempo, Fay che picchia come se avesse i bicipiti di un taglialegna e Gemma con quei suoni shoegaze.
Potenti. Sexy.
Quasi quanto Fenice che, uscita dal bagno, mi si siede in braccio e lascia cadere a terra l’asciugamano bianco col logo dell’hotel.
Forse faremo tardi.

Oggi ce la siamo presa con calma: Giulia dormiva ancora quando sono uscito per prendere due cornetti e due cappucci da portare in camera. Poi due passi per Barcellona con un sole caldo che faceva venir voglia di sedersi in ogni baretto a bere sangria. Pranzo di pesce e vino bianco e adesso sono dell’umore giusto: Giulia con le amiche si è già parcheggiata sotto al palco dei Beirut che a me appassionano come una seduta dal dentista. Gironzolo per i vari palchi nelle retrovie fra Alex G, Lush e Steve Gunn, che avevo già visto suonare con Kurt Vile e che qui, al Palco Adidas ha fatto un set magnifico.
Non ho voglia di tornare verso i due main stage e mi faccio un hamburger e patatine con Carlo che vive da poco a Isola e che ho appena incontrato per caso. Mando un messaggio a Giulia: ti stai divertendo con quella lagna? 🙂 e, mentre facciamo la fila, due chiacchiere su quanto è brutta Milano ma alla fine stiamo tutti là e come fai ad andare da un altra parte?

Il tempo di un panino con Carlo che mi saluta con un « ma sei matto?» quando gli dico che non andrò a vedere i Radiohead e mi piazzo sotto al palco dei Dinosaur Jr. appena prima che J, Lou e Murph siano on stage.
Sento parlare italiano: vedo un tipo alto con un berretto del primavera che parla con una ragazza. L’ho già visto, ma non mi ricordo dove, forse a qualche concerto al Magnolia. Alza gli occhi e incrociamo gli sguardi: un cenno di saluto, sì, da qualche parte ci siamo già visti. Poi parte quella chitarra lì e la gente comincia a pogare e volare da tutte le parti e finalmente un concerto vero a sto festival e salto e ballo e mi sento stupidamente felice quando vedo di fianco a me un tizio sulla cinquantina, giacca da impiegato, barba e capelli bianchi che, zainetto abbracciato sul davanti come fosse un koala, gira su se stesso e salta e balla con gli occhi chiusi e un sorriso che non so come descrivere e qui al Primavera sembra sia tutto veramente una figata.

Fenice mi ha scritto: mi raggiunge al Palco Adidas. Poche centinaia di persone, un concerto epico: Shellac. Arriva trafelata, ha corso: all’Heineken con tutta quella gente e tutto quel vento pare non si sentisse un cavolo dei Radiohead e poi si era rotta le scatole: poco sangue dice, con la g dura come noi non riusciremmo mai a pronunciarla.
Qui Steve Albini è più matto del solito e quel gigante di Todd picchia un piatto montato dietro le spalle come fosse la cosa più normale del mondo, le braccia lunghissime spalancate quando non sta massacrando il rullante. Bob potrebbe insegnare a suonare il basso a schiere di ragazzetti, con quel suono che sembra una lamiera passata su corde d’acciaio.

É un’altra mina nella serata, appena il tempo di riprendermi dal pogo coi Dinosaur Jr, maglietta fradicia e qui c’è un vento dal mare che domani sarò morto, ma Fenice mi prende per mano e mi porta sotto al palco e si ricomincia a saltare che non se ne può proprio fare a meno.
Se ieri non avessi goduto così tanto con LCD Soundsystem, direi che questi due sono la doppietta del festival, forse dell’anno. Sei ragazzoni in tutto su due palchetti e tanta, tantissima roba che fa godere le orecchie e scaldare i muscoli anche se non vuoi.

I Beirut hanno appena finito No No No, Maria sta ancora ballando con gli occhi chiusi, Marco mi manda messaggi prendendomi in giro: dice che loro sono una pippa, noia allo stato puro. Si diverta lui a saltare come un ragazzino con quei vecchietti dei Dinosaur Jr e i loro cento decibel sicuri a venir fuori dai Marshall… Zach, si prende un applauso infinito mentre il piano introduce già The Rip Tide e tromba e trombone di Kelly e Ben riempiono l’aria.
Tiro Maria per la maglietta: «dai Mary, dobbiamo andare di là, se no restiamo in mezzo fra i due palchi!» e ci avviamo a malincuore fuori dal pit sottopalco: I Radiohead fra una quarantina di minuti attaccano e già un mare di gente aspetta seduta per terra.
Il tempo sembra volare e, come per magia, mentre Maria mi fa il solito terzo grado su Marco e su cosa voglio fare con lui e ma com’è a letto e ridiamo come due cretine, le luci vanno giù, un boato sale dalle migliaia ammassate davanti a noi, il palco diventa rosso come un vulcano e comincia tra urla isteriche Burn the Witch, poi un’infilata dietro l’altra di pezzi da primo posto in classifica.

Penso di sentirmi svenire quando comincia Lotus Flower, poi No Surprises e io e Maria ci abbracciamo e sono lacrime. Un altro minuto e sono altri otto, nove pezzi e Tom se ne va dal palco fra le urla impazzite di credo centocinquantamila persone. C’è un vento fortissimo e l’impianto fa quello che può e la gente che li chiama ancora fuori a suonare, a non interrompere questa magia, così leggeri, cullati tutti dalle loro sinfonie ed eccoli di nuovo sul palco: vola un’altra mezzora e su There There crediamo tutti sia finita, la gente comincia a spostarsi, a sfilare verso i bar ma le luci non sono accese e io tengo Maria per un braccio, quasi matta con le dita strette attorno al suo polso perché sento che non è finita.
Ed ecco Thom, maglietta nera e gilet che si avvicina al microfono e parte Creep e io sono solo brividi perché non ci credo: da quanto non la suonano? E non era in scaletta negli altri concerti e lui indica verso di noi quando dice you’re so fucking special e sì, questa è la sera più bella della mia vita e non vedo l’ora di raccontarlo a Marco ma intanto abbraccio la mia migliore amica e non vorrei essere con nessun altro in nessun altro posto in questo momento.

Ho trovato Giulia subito, come se avessi un radar puntato su di lei. La troverei anche tra un milione di persone, ne sono certo. Le arrivo alle spalle e la bacio sul collo. Lei si gira, mi carezza e poi torna a guardare il palco appoggiando la schiena al mio petto. Sul palco Beach House e un tappeto di suoni da buonanotte che per stringere Giulia sono la colonna sonora perfetta.

Fenice risponde al telefono, ride della sua risata piena e felice. Parla e io non capisco niente, birra in mano e saranno le due di notte passate ed è pieno di gente attorno a noi e hanno suonato i Last Shadow Puppets mentre ridevamo di Alex Turner, canotta e jeans tre taglie di meno per mostrare un culo effettivamente niente male, ubriaco fradicio sul palco a importunare uno smarrito Miles Kane che a fine live l’avrà picchiato.
Fenice parla e ride e mi carezza la guancia, poi dice: «devo andare, sai, miei amici…» e mi bacia e poi saltella via un «ci vediamo domani» e io le faccio ciao con la mano e, non so se cotto più dall’ora o dalle birre, mi muovo dall’Heineken dove la lagna dei Beach House mi sta facendo addormentare e vado verso il Palco Nightpro dove suoneranno i regaz di Bolo.

Marco arriva e riesce incredibilmente a trovarmi nella bolgia per i Beach House, ancora main stage, praticamente non mi sono mossa dai due palchi Heineken e H&M per tutta la sera. L’atmosfera è dolcissima, quasi a voler accompagnare via lentamente le botte al cuore dei Radiohead. Marco mi abbraccia e mi lascio andare alle sue spalle larghe, alle mani sicure che stringono le mie e stasera mi lascio avvolgere dalla certezza dei suoi sentimenti che sembrano essere semplici e chiari come io non sono mai stata. Forse non sarò mai.
Occhi socchiusi mentre il palco, enorme, si riempie di una pioggia di stelle e la gente dondola e si abbraccia sorridendo nella notte delicata di Barcellona.

Arrivo al piccolo palco in un’arena più in basso della strada e vedo Giacomo e Co. che attaccano cavi, provano strumenti. Le facce tese, forse solo emozionate di essere ad un festival così importante.

Partono con Haruki Murakami che siamo in una decina lì sotto, tre di notte di venerdì e in un palco che lo devi proprio cercare, ma i regaz suonano come non mai, carichi che scaldano l’aria ormai da cappucci della felpa in testa e giubbotti chiusi. La gente passa, sente, si ferma, ascolta. Comincia a ballare. Kasparov e Zoff e dalla strada di sopra non smettono di scendere. Noi, davanti al palco, di ballare.
Dopo cinque pezzi parte Sherpa e sembra che nessuno riesca più a stare fermo: saltello cantando e guardo dietro di me e adesso saranno un centinaio e dalla strada continuano a venir giù e non ho mai sentito Le Altre di B suonare con così tanto cuore, loro che il cuore ce lo mettono sempre, anche alla sagra della porchetta di chissà dove.
Ma stasera sono ancora di più. Forse è il Primavera, forse questa città, non lo so ma non importa: dal palco scende un’ energia che sa solo di buono e adesso la piccola arena è stracolma e balliamo tutti e a fine concerto Giacomo saluta in inglese e poi torna al microfono e ringrazia i regaz di Bolo e gli faccio ciao con la centesima birra in mano e avrei voluto che Fenice li sentisse, si sarebbe divertita, si starà divertendo. E adesso si va al Beach club che al Bowers & Wilkins Sound System mettono i dischi Tiger & Woods (suonare non si dice, che ogni volta che dice “suona” un dj, un chitarrista, da qualche parte, muore) e c’è ancora aria di festa e vediamo dove va a finire questa notte che laggiù sul mare sembra stia già schiarendo e mi vibra il telefono ed è

Fabio Rodda

Fiver #04.09

Los Angeles Police Department

Los Angeles Police Department

Sulla questione del nuovo album degli U2 è stato detto tutto, a questo punto. Personalmente non mi sono scandalizzato per essermelo ritrovato nel computer e penso che l’unica fondamentale lezione che possiamo trarre da tutta l’operazione è del resto semplice semplice: la musica è diventata un gadget. Punto. Nessuno pagherà più per un prodotto che viene dato in regalo, senza nemmeno la fatica di richiederlo. Siamo arrivati al punto di non ritorno, non ci rimangono che le nicchie. Le nostre piccole porzioni di mondo che ci ritagliamo settimanalmente a seconda delle forme del nostro gusto, che ci intestardiamo a ritenere manifestazioni artistiche.
Si continuerà a scegliere, ad informarsi e a pescare tra le decine di canzoni, album, video che settimalamente ci finiscono, in un modo o nell’altro, tra le mani con la consapevolezza che il mercato, quello vero, batterà un territorio inesplorato. Sempre più distante da quella visione che abbiamo coltivato da sempre.
La gratuità del consumo musicale non mi riguarda personalmente, comunque. Guardavo lo scaffale dove tengo i vinili (sì, lo so che non fa più figo dirlo) dell’ultimo anno: quasi 70 pezzi in 9 mesi. Che sommati ai 10 euro mensili che, lo confesso, lascio a quelli di spotify, mi fanno sentire abbondantemente in pace con la mia coscienza.
Non so nemmeno io il motivo, a dire il vero. So solo che fin da quando ho iniziato a seguire le vicende legate alla musica, e parlo di un bel po’ di anni fa, il fatto che un disco fosse pubblicato o meno da un’etichetta indipendente costituiva fin da subito una di quelle pregiudiziali che proprio non sono mai riuscito ad evitare di considerare.
All’inizio è stata una questione di meri gusti musicali. Se pescavo nel catalogo SST o Rough Trade era proprio perchè quelli erano i suoni (e le parole) che più mi emozionavano. Probabile che certi dischi mi piacessero poi perchè erano la raffigurazione di un mondo che mi consentiva di sentirti finalmente “differente” e rappresentato. Insomma nell’arco di trent’anni di frequentazioni musicali ho riempito casa di centinaia di dischi cosidetti “indipendenti”. Non solo quelli, naturalmente, ma -come dicevo- con una decisa predilezione per la categoria in questione.
Ho sempre coltivato una piccola avversione per il mondo della discografia ufficiale, quello delle cosidette major, di conseguenza. Ricordo ancora lo slogan che l’industria musicale forgiò all’epoca: “home taping is killing music”. Figurarsi che effetto poteva avere per noi che i dischi li compravamo dividendoci gli acquisti. Uno passava alla cassa con i New Order e una cassetta vergine per l’amico. La settimana dopo era il contrario: Wedding Present e cassetta d’accompagnamento obbligatorio per la registrazione “pirata”.
Quando la musica si è trasformata, per un breve periodo, nella mia professione principale il rapporto con le major del disco è diventato, se possibile, ancor più problematico.
Era una questione di predisposizione e linguaggio, innanzitutto. Passione da una parte, professione dall’altra, che non faceva mai rima con professionalità inoltre. A dire il vero dovrei ringraziarli, i ragazzi delle major romane. È anche grazie a loro se mi sono costruito una discografia indipendente di tutto rispetto. Grazie alle borse di promo che finivano per essere scambiati con le discografie complete degli Wire o con i vinili della K Records con la benedizione dei ragazzi di Disfunzioni Musicali che mi trattavano con la benevolenza che solitamente viene concessa ai parenti stretti.
L’episodio più divertente fu quando la major di turno mi convocò per un ascolto privato di un nuovo album di Neil Young (mi sembra fosse Mirror Ball). Non potevano nemmeno far circolare una copia promo. Nulla. Riserbo assoluto. Mi presentai con la mia copia vergine di una cassetta e lo registrai seduta stante, mentre lo ascoltavo, direttamente dal loro impianto. Ti lasciavano da solo per favorire la concentrazione dell’ascolto, dicevano. La sera stessa lo passai in radio, sulle frequenze della Rai. Nessuno si accorse mai di nulla. Qualche ascoltatore di Stereonotte però quell’edizione ancora se la ricorda.
Ehi, ma bando alle chiacchere, è lunedì: il tempo delle nostre 5 canzoni……..

 
ARIEL PINK – Put Your Number In My Phone

Cazzone di gran talento, Ariel Pink, con un nuovo singolo e album in arrivo. Put Your Number In My Phone è una canzone languida che profuma di anni sessanta, di serate estive passate sulla spiaggia, di surf e strumentazione vintage. I 70 minuti del nuovo disco (in 2 brani con Kim Fowley) si prospettano come una delle potenziali bombe dell’anno.

 
FOXYGEN – Cosmic Vibrations

Da Ariel Pink a Foxygen il passo è breve, tant’è che pure loro hanno cercato di farsi produrre l’album in uscita da  Mr. Kim Fowley, senza riuscirci. Insomma il background è il medesimo: psichedelia virata in chiave pop, gli omaggi ad una certa stagione del rock classico con l’attitudine scapestrata di chi comunque non si può prendere troppo sul serio. Cosmic Vibrations (no, appunto….dai) è una ballata punteggiata da tastiere di altri tempi e voci in falsetto. Pezzo stratosferico.

 
LOS ANGELES POLICE DEPARTMENT – She Came Through (Again)

Questa canzone è fragile come le prime ballate dei Grandaddy. Poi appena appena qualcuno lavora sulle melodie vocali, su qualche arrangiamento a più voci, si tira in ballo il nome dei Beach Boys, inevitabilmente. Canzone dal tono intimo ma con un andamento che ti acchiappa e non ti fa più scappare, ti tiene stretto nella quiete di una psichedelia appena accenata. Gioiello.
Ryan Pollie canta, suona e registra, da solo in casa. L’album di debutto dura 24 minuti per 11 canzoni e ne fa una delle più interessanti scoperte di quest’anno.

 
OPERATORS – True

Mi mancano i dischi della DFA. Mi manca il faccione di James Murphy, sinceramente. Penso che LCD Soundsystem sia uno dei pochi nomi degli anni zero che meriti rispetto e devozione. Il nuovo progetto di Dan Boeckner (un passato da protagonista nei Wolf Parade, Handsome Furs e Divine Fits) sembra riavvolgere il nastro e ripartire da quei suoni che combinano l’aggressività del punk-rock, il ritmo del funk bianco e un diluvio di synth a ricordarci la sempreverde lezione della new-wave dei primi anni ottanta. Questa versione dal vivo, con la batteria posizionata in primo piano sul palco, è semplicemente fighissima.

 
SHELLAC – Dude Incredible

A sentire questa canzone (ma andrebbe bene l’intero album) qualcuno dovrebbe arrossire per la vergogna di aver mai posseduto e, sopratutto, ascoltato un qualsiasi disco dei Rage Against The Machine, per dire. Chitarre che scuotono le fondamenta, ritmi che prendono per la gola. Steve Albini ci ricorda semplicemente cosa significhi suonare duro, senza compromessi. Un basso, una batteria e una chitarra. Volumi da spavento. Riff come rasoiate (l’ho scritto? cazzo, l’ho scritto!) e una voce sgraziata che colpisce esattamente dove deve colpire. Dedicato a tutti quelli che ascoltavano “metal”. La vostra adolescenza è stata terribile, passata ad ascoltare quei dischi terribili. Una qualsiasi canzone degli Shellac vi costringe a dolorose sedute di autocommiserazione, ne sono certo.

Cesare Lorenzi