Remember Bannockburn (Fiver # 31.2015)

The Pastels

The Pastels

Qualche settimana fa sono andato a veder suonare i Pastels. E’ stata la prima volta nella mia città e nel “mio club” (in versione estiva ma pur sempre il “mio club”), la seconda in assoluto. L’occasione precedente capitò nel ’93, l’estate in cui decisi di salire per il mio terzo e ultimo giro al festival di Reading. La presenza dei Pastels nel tardo pomeriggio, sotto la tenda che ospitava il secondo palco della rassegna, fu in pratica l’unico vero motivo che mi spinse a volare verso l’Inghilterra. Non ricordo molto di quel concerto, ma la sensazione che ancora oggi mi rimane a distanza di 22 anni non è quella che potrei associare ad un evento particolarmente memorabile. Tra anni più tardi, con la mia seconda vita arenata nella bassa marea di un preoccupante stand by passionale, in attesa di un disincaglio che di lì a poco avrebbe portato a un naufragio senza superstiti, organizzai un viaggio di una settimana in Scozia, una sorta di back to roots alla ricerca di radici che in realtà non avevo mai avuto. In quell’epoca la Scozia più che una passione era per me una vera e propria ossessione. Un’ossessione che, guarda caso, trovava nella musica la sua ragion d’essere. In particolare l’epicentro era localizzato nella mitologia indie della mia tarda adolescenza: la Postcard e la Creation, i Jesus and Mary Chain, gli Orange Juice, i Fire Engines, le Shop Assistants, i Vaselines, i Josef K e, naturalmente, i Pastels. Mitologia poi nutrita dal proseguo della storia: la Chemikal Underground, i Delgados, i Mogwai, gli Arab Strap, i Teenage Fanclub, fino a quel concerto dei Primal Scream a Benicassim ‘98 quando Gillespie e la sua band montarono sul palco all’ombra di un grande stendardo con ritratto un leone rosso in campo giallo sovrastato dalla scritta remember Bannockburn*.
Da quel giorno per diverso tempo accarezzai l’idea di stamparmi sul braccio un bel tatuaggio col disegno del cardo simbolo di Scozia o in nobile alternativa, un leone sormontato da quella stessa scritta: ricordatevi di Bannockburn. Ho sempre amato la retorica, lo ammetto.
Quel viaggio che poneva ovviamente Glasgow – città turisticamente non proprio appetibile – come meta ultima, aveva tra i suoi nemmeno tanto velati scopi il pellegrinaggio al negozio di dischi e libri gestito da Stephen McRobbie (alias Stephen Pastel, cantante, chitarrista e anima dei Pastels).
Questo per dire quanto questo gruppo possa aver significato per me.

Prima del concerto di qualche settimana fa, quello nella mia città, mi sono ripassato la loro intera discografia rendendomi conto che, in tutta sincerità, a me dei Pastels piacciono veramente ed incondizionatamente solamente due dischi tra i cinque pubblicati in oltre 30 anni di attività. Sono i primi due, roba di 25 e passa anni fa, che fanno poker con le raccolte di singoli Suck On e la successiva Truckload of Trouble, doppio vinile con dentro una delle mie canzoni preferite di sempre (Truck Train Tractor) e la formidabile coppia di ep del ‘91: Thru’ Your Heart e Speeding Motorcycle, con l’omonima cover strappa lacrime della canzone di Daniel Johnston.
Chiaro che il giudizio su un gruppo come i Pastels non può essere limitato alla musica. Stephen McRobbie ha – in maniera forse involontaria – codificato uno stile di vita più ancora che un genere musicale. Ma non è mia intenzione analizzare questa faccenda, né investigare la biografia del gruppo e neppure analizzarne la discografia. Ciò che pensavo quella sera, mentre assistevo al concerto, riguardava più che altro me stesso, mettendo in moto il più classico dei miei personali meccanismi di transfer: quello che utilizza la musica come chiave di lettura della vita o anche solo come traduttore istantaneo di singole situazioni quotidiane. Ragionavo sul fatto che al principio, negli anni di Up for a Bit (1987) e Sittin’ Pretty (1989) e di tutti i singoli di allora, i Pastels non solo mi piacevano ma di più, possedendo le due caratteristiche distintive del me stesso di allora, erano letteralmente lo specchio dentro cui mi riflettevo. Erano difatti dotati di una timidezza ai limiti del patologico associata all’allegra velocità con cui affrontavano le canzoni e attraverso la quale – probabilmente – schermavano anche una parte del loro impaccio relazionale (ora, non che le loro canzoni fossero particolarmente veloci, in ogni caso avevano però ritmo) . Pensavo questo proprio in chiusura di concerto sulla doppietta Baby Honey/Nothing to Be Done, indubbiamente un momento che ha ribaltato emotivamente l’intera serata, rilevando i differenti effetti che l’invecchiare ha prodotto su di loro e su di me.
Pensavo che loro negli anni hanno mantenuto inalterata la timidezza senza scalfirla con la tempra della maturità, mentre la saggezza degli anni trascorsi ne ha frenato la velocità. Da parte mia ho invece invertito il dosaggio degli elementi base. Lo scorrere del tempo ha in parte levigato la mia naturale introversione mentre la velocità, per non dire la fretta, è ancora l’unico ritmo che conosco per fare le cose a modo mio. Come se domani fosse sempre troppo tardi. Il che naturalmente non riveste un particolare significato. Però mi ha fornito lo spunto per parlare un po’ di uno di quei gruppi che in qualche modo hanno cambiato la mia vita. E tanto basta.

*La battaglia di Bannockburn (23/24 giugno 1314) fu una grande vittoria scozzese durante la prima guerra di indipendenza dall’Inghilterra. Lo scontro fu decisivo per le sorti della guerra e produsse come conseguenza di fatto la restaurazione dell’autonomia da parte della Scozia.

The Pastels “Truck Train Tractor

Una volta, tantissimi anni fa, il mio amico Alberto mi raccontò di un suo viaggio in Inghilterra. Una sera era stato in un club e il dj aveva suonato questa canzone. Pensai che un posto dove suonavano quella canzone doveva essere per forza il posto migliore del mondo, e per tanti anni ho sperato di trovare un locale del genere anche dalle mie parti. Ovviamente non l’ho mai trovato un posto così. Nemmeno quando ho cominciato a passare io i dischi ho mai messo questa canzone. Toccherà rimediare prima o poi.

Shop Assistants “I don’t Wanna Be Friends with You

Sono sempre rimasto in buoni rapporti con le mie ex. Ma guardandomi indietro e con il senno di poi credo che in almeno un paio di occasioni avrei dovuto metter su questa canzone a tutto volume, poi avrei dovuto girare le spalle e andarmene canticchiando astiosamente: You loved me and now you wanna leave me/think too much of me to deceive me/Say you wanna go while were still friends/ but I believe in the bitter end/If you don’t love me anymore/just tell me you don’t want to know/But I don’t wanna be civilized/You leave me and I’ll scratch your eyes out/I dont wanna be friends with you/I will never be friends with you/Honey, I will not lie to you/Honey, I would have died for you/But I could never be friends with you/I will never be friends with you.

Josef K “Sorry for Laughing

Praticamente i Franz Ferdinand con 30 anni di anticipo (loro, i Franz Ferdinand intendo, del resto non ne hanno mai fatto mistero). Solo con più spigoli e nervi scoperti. Del resto partivano da un nome scippato a Kafka (Josef K per quei 2 o 3 che non lo sapessero era il protagonista de Il Processo) e non avevano alcuna intenzione di semplificarsi la vita. Enormi.

Teenage Fanclub “Live at Reading Festival 1992

Questo concerto lo vidi assieme a Cesare se non sbaglio, a fianco di Bobby Gillespie. Naturalmente non eravamo in mezzo al fango. L’accoppiata The Concept/Everything Flow la suonarono nel finale e tra le 9 canzoni di quel set (la lista l’ho ritrovata in rete, mica me la ricordavo) piazzarono una cover di Dylan e una loro versione di Take the Skinheads Bowling dei Camper Van Beethoven. Come direbbero i miei amici giovani: ma di cosa stiamo parlando?

Primal Scream “Velocity Girl

Una volta qualcuno, molto più autorevole di me, scrisse che questa è la canzone pop perfetta. Non so, troppo difficile dirlo, ma se non lo è ci va molto molto vicino. Di sicuro rimane uno dei modi migliori per impiegare 85 secondi della propria vita.

Arturo Compagnoni

indie pop ain’t noise pollution (parte 2) 40-31

Saint Etienne

Saint Etienne

40 – 31

40) Jane and Barton – It’s a fine day (1983)

Non solo non conoscevo la canzone ma confesso che questi Jane and Barton non li avevo mai sentiti nemmeno lontanamente nominare. Tanto esile da far apparire i Belle and Sebastian un gruppo death metal, non ho idea di come questa canzone sia finita in un elenco del genere. (A.C.)
Mai sentiti prima di oggi. Non penso che finirò per riascoltarli ancora (C.L.)

39) Josef K – The missionary (1982)

Mi piacerebbe incontrarli oggi i Josef K, prototipi art rock sin dal nome (so che lo sapete già, comunque Josef K era il protagonista del Processo Kafkiano), per chieder loro di cosa avessero in mente quando decisero di mettere su un gruppo come quello. Nel piccolo ma basilare catalogo Postcard il lato oscuro degli (altrettanto meravigliosi) Orange Juice. (A.C.)
Funkettone che vira sul punk, gran pezzo, gran gruppo. Da riscoprire. (C.L.)
Riferimenti letterari come piovesse. Musica avanti di decadi. Un gioco troppo bello per durare, infatti. (M.B.)

38) Ride – Ride EP (1990)

Sui Ride non c’è molto da dire. Ogni loro disco ha un significato particolare e segna una evoluzione che all’epoca, confesso, in parte mi sfuggì. Siccome i dischi d’esordio sono una mia fissa, questo ep che porta il loro nome rimane la cosa cui ancora oggi sono più affezionato.  (A.C.)
Poi uno si domanda perchè gli Slowdive sì e i Ride no. Va a finire che anche in sede di ristampe, riscoperte, revival si scelgono i gruppi sbagliati. Comunque i primi due EP della band sono tra le cose migliori mai prodotte dal giro di quelle bands che amavano guardarsi le scarpe mentre suonavano. (C.L.)
Confesso di non essere imparziale. Li amo da sempre. Da questo primo ep fino a Going Blank Again un centro dietro l’altro. Melodia a braccetto con un muro di chitarre al calor bianco. Shoegaze band n.1 (M.B.)

37) The Bodines – Therese (1986)

Potremmo discutere ore su come e quanto certi gruppi presenti nel catalogo di inizio attività Creation abbiano influito sulla formazione musicale della coppia Morrissey/Marr. Ma non lo faremo. (A.C.)
Questa canzone faceva parte della famigerata compilation C86 e ci stava alla grande. I Bodines funzionavano bene così, presi a canzoni singole. L’unico album invece fu un fiasco, pubblicato da una major con troppe aspettative. (C.L.)
Pop is vital, at the end of the day. The Bodines. Melody Maker 22/08/1987. Parole sante. (M.B.)

36) Shop Assistants – Safety Net (1986)

Le Shop Assistants sono il prototipo dei gruppi per cui ho sempre perso la testa: formazione femminile, natali scozzesi, un suono che prende il catalogo della Motown, lo ficca dentro un boiler e lascia che chitarra, basso e batteria rimbalzino contro le pareti. (A.C.)
Come il cane di Pavlov alle prime note di questo pezzo comincio a sbattere contro le pareti di casa. Passata in radio fino allo sfinimento (che non è mai arrivato). (M.B.)

35) The Primitives – Really Stupid (1986)

Copio e incollo le parole appena spese per le Shop Assistants. Solo che qui di femminile c’è solamente la voce e il (delizioso) volto della cantante. L’industria discografica li puntò di brutto e questa fu la loro rovina. Se ci fossero fermati dopo i primi quattro singoli (Really Stupid fu il primo della fila), ché l’album Crash per quanto carino era già troppo lisciato, i Primitives sarebbero diventati mito totale. (A.C.)
Difficile che una canzone che duri meno di due minuti, che alterni rumore e melodie al sapore di zucchero possa veramente non piacermi. I primi Primitives erano esattamente così: una piccola certezza che durò troppo poco, rovinati dall’ambizione e da una produzione troppo patinata. (C.L.)
Mai veramente apprezzati. Se comparati alle Shop Assistants qui è tutto un po’ troppo “a posto”. (M.B.)

34) Saint Etienne – So Tough (1993)

Bob Stanley e Pete Wiggs sono personaggi di quelli che non si limitano a comporre musica ma creano mondi. A partire dal nome che si scelsero, tributo alla città con la cui maglia Le Roy Platini avviò la sua meravigliosa carriera di calciatore (su quella di dirigente calcistico stendiamo invece pietosamente un velo). Sofisticatissimi ed eleganti, dovessi scegliere un loro disco punterei dritto sul primo, Foxbase Alpha, se non altro perché dentro ci sta una cover di Neil Young che squaglierebbe il ghiaccio depositato sopra qualunque cuore. (A.C.)
Etichettati come indie dance, in realtà progetto dalle connotazioni concettuali come pochi, spandevano stile con le movenze vellutate di Sarah Cracknell. Una sfilza di singoli spaventosamente irresistibili. (M.B.)

33) The Sea Urchines – Pristine Christine (1987)

Il mio singolo Sarah Records è senz’altro Emma’s House dei Field Mice, ma questo dei Sea Urchins è il numero uno del catalogo e può starci in rappresentanza di una etichetta troppo importante per essere riassunta in poche righe. Un giorno apriremo i nostri archivi personali e ci scriveremo su una enciclopedia. (A.C.)
Riascoltati oggi reggono la prova del tempo alla grande. Tra i primi a mettere la parola twee sul vocabolario. (M.B.)

32) Elastica – Line Up (1994)

Dunque: in Line Up scippavano il coro a I Am the Fly degli Wire, in Connection ricalcavano le chitarre di Three Girl Rhumba (ancora Wire) e in Waking Up mostravano di essersi studiati No More Heroes degli Stranglers talmente bene da decidere di fermarsi giusto un mezzo passo prima del plagio. E queste sono le loro tre migliori canzoni. Cosa ci fanno qui? (A.C.)
Perfettamente d’accordo. Una volta che la stampa inglese realizzò che Justine Frischmann e Damon Albarn avevano rotto se ne disfò abbastanza rapidamente. (M.B.)
Quando ti innamori della ragazza sbagliata devi solo sperare che duri poco. Elastica è stato il mio colpo di fulmine. Durò lo spazio di qualche singolo ma ancora oggi, nonostante l’evidenza dica che non eravamo fatti per stare insieme, sono pronto a difenderle/li. E questa canzone spacca!! (C.L.)

31) Stereolab – Peng (1992)

Tim Gane che suonava la chitarra nei McCarthy, la voce deliziosamente francese di Laetitia Sadier, la Duophonic che proiettava il passato nel futuro (il post rock nacque anche da qui), il pop marxista e la space age bachelor pad music, i leggendari 45 giri in edizione limitata venduti ai loro concerti.
Davvero tanta roba, in certi momenti pure troppa, gli Stereolab hanno sempre viaggiato per conto loro, in un universo parallelo e supremo, unici e irraggiungibili. (A.C.)
Qui il n. 31 suona come una bestemmia. Gruppo di importanza incalcolabile. Labirinti sonori nei quali si incontrano indie rock, krautrock, pop, elettronica e mille altre cose mentre Laetitia Sadier ci guida imbronciata. (M.B.)
Quando scoprimmo che Tim Gane aveva messo in piedi una nuova band dopo l’esaltante esperienza nei McCarthy fu un piccolo evento. Uscirono due 10 pollici con 4 canzoni ciascuno. Non esisteva internet, non esisteva Amazon, non esisteva distribuzione italiana. Prendevi carta e penna mettendoci qualche sterlina ben nascosta e ci provavi spiegando che trasmettevi in un piccola radio indipendente bolognese. Capitava che ti arrivava il disco con una lettera scritta a mano che vi allego qui sotto. Giusto per farvi capire i tempi, giusto per chiarire cosa significava il termine “indie” per me all’epoca. (C.L.)
stereolab1
stereolab2

leggi la prima parte, i dischi dal  50 – 41

Traiettorie

lifewithoutbuildings2

Life Without Buildings

Una cosa che mi ha sempre divertito è osservare quei personalissimi processi mentali che periodicamente – invero piuttosto spesso – fissano la mia attenzione su specifiche faccende legate al mondo della musica unendo eventi e persone secondo traiettorie che agli occhi di uno spettatore esterno potrebbero apparire del tutto gratuite.
Occupandomi più o meno da 35 anni di dischi e canzoni, per diletto prima ancora che per lavoro (molto prima, perché in effetti il lavoro che mi paga le bollette nulla ha a che vedere con la musica), ho accumulato nel mio subconscio una mole tale di dati e situazioni che nel quotidiano capita spesso si mettano in moto meccanismi di rimando a situazioni già vissute fornendo spunti per collegamenti che poi a raffica dilagano tra i pensieri.
Vedere da quale punto esatto si staccano improvvisamente queste schegge di memoria e seguire le parabole attraverso cui le stesse vanno a conficcarsi nel presente, può considerarsi una sorta di cartina tornasole dell’evoluzione (o mancata evoluzione) del mio gusto e a volte può diventare anche occasione per avviare un (blando) processo di auto analisi.
Se agganciare il ricordo di un passaggio dei This Mortal Coil ad un vocalizzo di Zola Jesus è questione in certo senso abbastanza ovvia così come può esserlo sovrapporre un giro di chitarra dei Proper Ornaments a quello ascoltato in una delle prime canzoni dei Primal Scream, intravedere il profilo ispido e rotondo del cantante dei Fucked Up riflesso sulla lucida buccia rossa di una ciliegia appare senz’altro una storia un pelo più complicata da decifrare (questa ve la spiego qui*).
Fatto sta che ogni giorno mi capitano episodi di questo tipo in un rutilante dai e vai di rimandi che fornirebbero ad uno scrittore più in gamba del sottoscritto materiale per scriverci almeno un paio di libri i quali, va da se, interesserebbero poi nessun altro se non il loro stesso autore.

life-without-buildings-3-ws-710

Life Without Buildings

Qualche giorno fa ad esempio mi è capitata sotto gli occhi una recensione di Any Other City, primo ed unico disco degli scozzesi Life Without Buildings in origine pubblicato da Rough Trade nel 2001 e ristampato dai sempre benemeriti tipi di What’s Your Rupture? in occasione del Record Store Day di quest’anno.8594a427
I Life Without Buildings mi piacevano parecchio (del resto i gruppi nati a Glasgow sono da sempre stati una mia esplicita passione) ed ho acquistato ai tempi (2000/2001) tutti i loro dischi (tre ep e l’album di cui sopra), tralasciando solo il live pubblicato nel 2007, diversi anni dopo il loro scioglimento.
Anche dalle parti di Pitchfork i Life Without Buidings li devono apprezzare un bel po’: la ristampa dell’album in studio si è aggiudicato un più che lusinghiero 8.7 ed in precedenza quello stesso disco era stato inserito dallo staff editoriale della web zine nella top 200 degli lp fondamentali usciti negli anni zero (centoventottesimo posto per la cronaca) mentre The Leanover (lato a del primo singolo) venne a sua volta piazzata nella top cinquecento delle migliori canzoni di quel decennio (posizione numero centocinquantadue, sempre per la cronaca).

I Life Without Buildings erano studenti d’arte e art rock – sfruttando una delle tante definizioni paracule cui noi sedicenti giornalisti musicali spesso ci aggrappiamo – potrebbe definirsi la loro musica. Uno di quei neologismi rock adatti per descrivere qualunque cosa abbia a che vedere con gente tipo Fall e Wire. Roba buona insomma.
Il nome lo presero da una canzone dei Japan (stava sul lato b del singolo The Art of Parties) e già questo mi parve da subito un esercizio di stile da tenere in debito conto, mentre il loro core business era centrato indubbiamente sulla voce della cantante, Sue Tompkins, ultima aggiunta ad un gruppo che era partito da presupposti esclusivamente strumentali col preciso scopo di emulare gli idoli d’oltre oceano Don Caballero.
Sue Tompkins, artista e pittrice, era tutto fuorché una cantante, ma il modo in cui decise di affrontare il compito che le assegnarono diventò poi un marchio di fabbrica unico: una specie di spoken word a tratti incomprensibile, narrato da una bimba che ha in memoria la voce di Kate Bush e quella ascoltata una volta nei dischi dei Sugarcubes, che ripete all’infinito una serie di frasi con la stessa convinzione con cui un adulto declamerebbe i versi di un poema mentre nelle orecchie le girano in loop canzoni di Raincoats e Slits.
Questa prassi vocale sostanzialmente circolare, come se le parole fossero strumenti di un qualche gruppo kraut dei 70’s, combinato ad un approccio strumentale tarato su progressioni geometriche vagamente prese a prestito dal post rock, generava una specie di corto circuito straniante e bellissimo.

Se stessi parlando e non avessi dunque la possibilità tramite la rilettura di fare il punto su quanto sin qui detto, confesso che ora avrei perso il senso del discorso che viceversa ero inizialmente intenzionato a portare avanti.
E in effetti poi il punto che volevo trattare era proprio questo: l’accavallarsi di ricordi, idee e situazioni generatrici di sinapsi che si frantumano a ventaglio in tante diverse direzioni.

Nello specifico quando l’altra mattina mi sono imbattuto nella recensione di Pitchfork la scheggia che è schizzata via aveva sopra un nome, un luogo ed una data precisi: Grandaddy, Cambridge, 6 febbraio 2001.
In quel periodo i Grandaddy erano uno dei miei gruppi preferiti e il tour di supporto al loro nuovo album, The Sophtware Slump, prevedeva un’unica data in Italia, alla vecchia sede del Link di Bologna in via Fioravanti. Praticamente dietro casa mia. Quella data saltò e stante il fatto che i Grandaddy non sarebbero venuti da noi con Fabio e Flavia decidemmo di andare noi da loro. Il 6 febbraio del 2001 era un martedì e i Grandaddy avrebbero suonato allo Junction di Cambridge. Prendemmo un volo Ryan Air, una microscopica stanza in un piccolo albergo vicino la stazione della città e passammo un paio di giorni in Inghilterra. Le sere a nostra disposizione erano due. La prima, appunto il 6 di febbraio era già opzionata dal concerto per il quale eravamo partiti da Bologna quella stessa mattina, la seconda era libera. Scorrendo l’elenco dei concerti l’unica cosa interessante in programma il 7 febbraio era una data londinese dei Life Without Buildings. Suonavano al Barfly, di spalla avevano un nuovo gruppo americano che sbarcava in Inghilterra per la prima volta. Qualcuno ne aveva già iniziato a parlare ma il loro primo singolo, un ep contenente tre canzoni, sarebbe uscito proprio quel giorno.
Venni poi a sapere che all’ultimo momento era stato deciso di invertire i ruoli piazzando il gruppo spalla quale attrazione principale della serata: gli americani headliner, i Life Without Buildings di spalla.
Gli organizzatori ci videro evidentemente lungo, noi no.
Con la precisa sensazione che stavamo facendo una cazzata decidemmo infatti di rimanere a Cambridge, devolvendo il budget del concerto londinese per una cena a base di cibo indiano. Poi andammo a smaltire il tandoori chicken a botte di coca cola seduti sulle panchine sotto la pensilina della stazione, guardando come precoci pensionati i treni che passavano sfrecciando sul primo binario.
La mattina dopo prima di salire sull’aereo feci un salto all’HMV di Cambridge e comperai un paio di dischi. Uno era un 45 giri degli Starsailor, l’altro era il primo ep degli Strokes, il gruppo di New York che aveva scippato il ruolo di headliner ai Life Without Buildings la sera prima a Londra. C’erano tre canzoni in quel disco: The Modern Age (velocizzata rispetto alla versione che sarebbe poi apparsa sul primo album), Last Nite (probabilmente il più fortunato pezzo rock da dancefloor degli ultimi quindici anni) e Barely Legal.
Quando arrivai a casa la sera ascoltai quell’ep e mi fu subito chiaro che la sensazione del giorno prima non era per nulla sbagliata: avevamo fatto una cazzata.
Per espiare la colpa giusto un anno dopo Fabio, la Flavia ed io caricammo altri 4 amici su un van da sette e partimmo per Praga. L’8 marzo del 2002 in un piccolo teatro della città suonavano gli Strokes.
Era il tour di Is This It, il loro primo album.

*I Fucked Up, gruppo hardcore di Toronto, in barba a quelli che dividono rigidamente la musica in buona e cattiva a seconda del genere o peggio ancora della provenienza geografica, nel corso della loro brillante carriera hanno pubblicato una cover di Anorak City degli Another Sunny Day ed un intero ep di tributo alle Shop Assistants contenente due versioni di I Don’t Wanna Be Friends With You ed altrettante di Looking Back.
Una coppia di ciliegie rosse erano invece il simbolo della Sarah Records, etichetta feticcio dell’indie pop britannico.

Arturo Compagnoni