Catartica – Il mondo di prima

«Ma, tu ti ricordi il mondo di “prima”?»
«Certo che me lo ricordo, che domande… avevo più di quarant’anni quando tutto è successo.»
«Sì, lo so, certo. Ma, intendo, te lo ricordi ricordi? Nel senso, se chiudi gli occhi vedi tutto quello che mi racconti o sai che è successo? Anch’io so che esistevano i concerti nei locali, tutti ammassati a sudare assieme – che mi fa anche un po’ schifo, non so come facevate a stare tutti pigiati con un sacco di sconosciuti, bleah, ma comunque – ho visto i video, le foto, c’è tutto in rete.»
«Esatto, anche tu puoi vedere tutto quello che ho visto io. E pensa che quando ero ragazzo si fumava pure in quei posti. Tutti sudati e pure affumicati!»
«Mi fai ridere.»
«Per fortuna. Voi giovani non ridete mai, almeno, quelle poche volte che vedo dei giovani che non sia tu, mi sembrano tutti così tristi…»
«Ma no, sono solo degli atteggioni. Ma, quello che volevo dire è: ti ricordi quelle cose, tipo che puoi ancora sentirle? Sentire gli altri addosso? Le vibrazioni delle casse? Quelle vere, intendo, non la musica 32 d che sentiamo adesso che “simula” anche la vibrazione del pavimento quando ci sono certe frequenze. Intendo, le senti?»
«Certo, tesoro. Ovvio che le sento. Non si dimentica quello che si è vissuto.»
«Ma è proprio questo, papà, che vorrei capire: io dimentico. Dimentico tutto. Se non ci fosse il diario digitale che mi ricorda le cose, credo che mi dimenticherei anche le facce dei miei amici. Come fai tu a ricordare cose che sono successe più di quarant’anni fa e “sentirle” ancora?»

«Non lo so. Questa è una bella domanda. Mi viene da dire che io le ricordo perché le ho vissute così, sulla pelle, a contatto. Toccare. Una cosa che voi ragazzi del “dopo” sapete poco. Toccare a caso, toccare per sbaglio. Te l’ho raccontato mille volte dei bistrot a Parigi dove io e tua madre andavamo sempre e di dove lavoravo io: la fila fuori dalla porta e i tavoloni grandi.»
«Sì, e le tavolate con gente sconosciuta che si sedeva a dieci centimetri uno dall’altro.»
«Sì, lo so che te l’ho raccontato mille volte. E, i tavoli erano così affollati…»
«Che ci si sbatteva contro per forza.»
«E persone che non si erano mai viste si trovavano a toccarsi e, quindi, a parlarsi. Ti passavi il sale e attaccavi bottone. Ci si toccava per chiedere scusa se giravi l’angolo e, distratto, sbattevi contro qualcuno. Ci si toccava se eri in fila al pub, ai concerti, sai quanti ne ho fatti con qualcuno letteralmente appoggiato addosso? Qualcuno mai visto prima e che mai ho rivisto dopo.»
«Senza contare il sesso.»
«Già, senza contare il sesso. E che noi eravamo più bacchettoni dei nostri genitori, ma era normalissimo incontrare una al bar e finirci a letto e, magari, non incrociarla più per anni. O mai.»
«I miei compagni di facoltà ci farebbero la firma col sangue e poter tornare indietro di una trentina d’anni, al 2010 o giù di lì. Mi ricordo quella foto: come si chiama il locale in cui andavi sempre e c’era la fila sulle scale per entrare?
«Il Covo, a Bologna.»
«Vero. E quello della maglietta dei METZ che mi hai regalato? Non l’avevi comprata sempre a un concerto?»
«Sì, certo. Al Freakout. Ne sono uscito con un orecchio che mi fischiava e non ha smesso per due giorni. Avevo paura di essere diventato sordo.»
«Ah ah ah, che matti che dovevate essere. Forse per questo ti ricordi le cose: perché eravate matti.»
«No, amore, me le ricordo perché le ho sulla pelle, perché si vivevano con la pelle e sulla pelle. Perché tutto era toccare ed essere toccati, dentro e fuori.»

«Vorrei che mi abbracciassi, papà.»
«Presto amore, appena torni a casa.»
«Quest’anno sembra che non sia particolarmente aggressivo. Dicono che forse coi primi caldi si potrà addirittura uscire senza tuta.»
«Lo so, l’ho sentito anch’io.»
«Non mi dire che ti sei rimesso a guardare i telegiornali!»
«No, no, tranquilla: è da metà anni ‘20 che non guardo un tg, da poco dopo che sei nata tu. Tua madre m’informa. La rete non posso staccarla che è obbligatoria, e poi senza non potrei vedere te. Anche se vederti attraverso lo schermo…»
«Lo so, lo so, papà che ti disturba.»
«Non è che mi disturba, è che poi mi manchi.»
«E ti ricorda di quando tutto è cominciato e tu eri a Bologna e la mamma a Parigi e per settimane…»
«Mesi, amore. Sono stati mesi.»
«Per mesi, dai però solo un paio…»
«I due mesi più lunghi della mia vita.»
«Per mesi vi siete visti solo attraverso lo schermo del portatile. Pensa che almeno adesso con la tecnologia che c’è possiamo simulare un sacco di cose. Con gli ologrammi possiamo guardarci non solo in faccia. Anzi, tiene bene la rete lì in mezzo al niente dove state tu e mamma? Se il segnale oggi è forte ci facciamo una passeggiata?»
«Sì, il segnale è al massimo e poi io e tua madre non stiamo in mezzo al niente, la casa della nonna te la godresti anche tu adesso: io stamattina ero fuori a tagliare l’erba del prato e sentivo gli uccelli cantare, il rumore del torrente che scroscia. A loro non gliene frega mica niente di noi chiusi nelle nostre tane per paura del virus…»
«Hai ragione, lì è bellissimo. Allora, andiamo?»
«Si, dai, Sofia. Dove?»
«Bosco? Città? New York del ’30. Del ’30 del ‘900 intendo, e andiamo a vedere se incrociamo Capote?»
«No, no, ormai l’algoritmo l’ha capito e quando ci vediamo lì se non sbatto contro Capote che passeggia, di sicuro vedo Hopper in un bar o c’è una lettura di Fitzgerald in qualche teatro. Ormai lo so e mi prende male.»
«Allora, dove?»
«La nostra spiaggia?»
«Sì, dai. Aspetta che preparo. Hai il casco?»
«Sì, lo metto?»
«Metti, metti che sono diventata velocissima. Un minuto e siamo sui sassi.»
«Ci sono.»

«Eccomi. Ciao papà!»
«Ciao tesoro, come sei bella!»
«Come se non ci fossimo visti fino a un secondo fa.»
«Le cose belle…»
«Bisogna dirle ogni volta che ci si pensa. Lo so, me lo ripeti da quando…»
«Hai tre anni. Lo so anch’io: mi ripeti che ti ripeto le cose da quando ho cinquant’anni. E ormai ne sono passati un bel po’.»
«Facciamo due passi? Saliamo fino alla chiesetta?»
«Sì, ho ancora abbastanza fiato, direi. E poi, mica cammino davvero, no? Senti il rumore del mare. È quello lì, quasi quello che sentivo qui venticinque anni fa.»
«La mamma sta bene?»
«Sì, è di là che cura le rose, lo sai quanto è fissata.»
«Ma non eri tu quello fissato con le rose?»
«Certo, ma mi piace dar sempre la colpa delle mie fisse a tua mamma.»
«Ah, ah, che belli che siete. E che bello sarà quando la connessione sarà abbastanza potente da poterci trovare tutti e tre assieme.»
«Che bello sarà quando potrai tornare a casa e stare un po’ con noi davvero.»
«Lo sai che verrei anche domani. Ma poi, come faccio? Due settimane di quarantena lì con voi e altre due qui quando torno. E poi costa tantissimo l’aereo.»
«Che ridere, pensa che quando ero bambino io gli aerei costavano più o meno come adesso. Appena poco di meno, ma si viaggiava tutti attaccati lo stesso. Poi, quando avevo trenta, quarant’anni volavi al costo di un pranzo fuori, spesso a meno. Una volta sono venuto in Francia per trovare tua madre e ci siamo incontrati proprio in aeroporto qui vicino e io avevo speso meno a prendere quell’aereo per fare mille e passa chilometri, che lei per un’ora di bus da Parigi. A pensarci, era un mondo strano anche quello lì, in effetti.»
«Che bello poter girare così tanto senza pensieri.»
«Sì, il mio più grande dispiacere per te, Sofia, è proprio questo: che il tuo mondo è tornato grande e lontano com’era cento anni fa, anche se completamente connesso. Siete ovunque in ogni momento, ma non potrete mai andare veramente nei posti che visitate ogni giorno con questi ologrammi e la realtà aumentata e il virtuale e tutti quei programmi che non so usare.»
«Lo so. E credo che dispiaccia più a te che a me, che a noi: per noi è sempre stato così. Non ci mette la malinconia che mette a te camminare su questi sassi e non poterli prendere in mano. Ci basta la sensazione di sprofondare coi piedi fra di loro, di più non abbiamo mai avuto ed è difficile rimpiangere ciò che non si conosce.»

«Lo spero. Io ho sempre sentito la malinconia per ciò che non conoscevo, ma, in effetti, non molti capivano questa cosa. Meglio così, spero che abbia ragione tu, amore mio. E, poi, chissà: io non smetto di sperare che tutto finirà. Noi, dopo la grande crisi abbiamo avuto qualche anno di ripresa prima del lockdown definitivo, dopo la seconda mutazione del virus.»
«Quando sono nata io, no?»
«Poco dopo. La prima era stata aggressiva ma poco contagiosa, si erano solo ristabilite le misure di contenimento della prima volta: distanze nei ristoranti, chiusi i cinema e le sale concerto, ingressi uno per uno nei negozi. È allora che tutto è cambiato. C’è chi dice che lo hanno fatto apposta, per creare questo mondo di isolati su cui dominare è ancora più facile, a cui vendere servizi diventati indispensabili come la consegna a domicilio, l’energia, internet. Io non lo so, ma mi sembra folle. Però sono vecchio e tutto mi sembra folle da molti anni. Mi sembrava folle anche allora.»
«Non sei vecchio. E, cosa ti sembrava folle allora?»
«Bah, un sacco di cose, tesoro. Gli allevamenti di maiale così intensivi da avere centomila bestie ammassate in uno sterminato capannone, animali nati e messi in un box fino al giorno del macello. O batterie di galline in gabbia, una sopra l’altra per decine di metri con luci che si accendevano per simulare il giorno e la notte per far produrre uova. E queste masse, forse, sono state colpevoli della diffusione dei virus in questo secolo: troppi animali troppo vicini e in un lampo un virus si diffondeva più della peste nel Medioevo. E tutto questo perché bisognava poter pagare un hamburger un dollaro come pubblicizzava McDonald’s, la benzina che inquinava ma doveva costare poco e per duecento anni ci siamo mossi e scaldati bruciando petrolio e gas, come se le tecnologie non permettessero altro.»
«In effetti, non era un mondo molto sensato neanche allora.»
«No, non lo era e credo sia questa la causa del mondo in cui vivi tu: quello che vi abbiamo lasciato è la spazzatura di un secolo, di quando vivevamo prima da irresponsabili perché ignoranti e poi da irresponsabili colpevoli perché sapevamo cosa stavamo facendo al pianeta, ma lo facevamo lo stesso perché le regole del mercato volevano così.»
«E la Terra si è ribellata.»
«In un certo senso, sì. Non credo che il pianeta possa avere una coscienza e aver prodotto un virus per farci fuori, però la storia è andata così: abbiamo spinto troppo sull’acceleratore, ci siamo allontanati troppo dalle leggi del pianeta e come Icaro al cospetto del sole cadde, così noi abbiamo creato le nostre condanne. E, adesso, tesoro mio, ve le beccate voi. E a me questo spezza il cuore e lo stomaco.»
«Non è colpa tua.»
«No, ma è stata colpa nostra. Di chi ha la mia età e rideva di chi profetizzava catastrofi. Lo sai che a fine anni Ottanta facevo il volontario per il WWF? Ero solo un bambino, ma avevo letto un articolo su di un giornale che diceva che con quel ritmo di inquinamento, nel giro di cinquant’anni Berlino avrebbe avuto la temperatura di Bagdad. Allora, prima del 1990, a Berlino la temperatura d’inverno scendeva di venti gradi sotto lo zero e più e tutti a sbeffeggiare chi la pensava come quel giornalista e chi parlava di ambiente, di coscienza. Poi cominciò davvero a fare sempre più caldo, ma quasi ci piaceva poter star seduti fuori dal bar in tutte le stagioni. Poi cominciammo a preoccuparci, ma era già troppo tardi e malgrado tutto, tanti continuavano a deridere chi faceva la raccolta differenziata della spazzatura, chi stava attento a cosa comprava, chi parlava di etica dei consumi. Oggi a Berlino a gennaio si gira con la giacca di pelle e d’estate si superano i 40 gradi, poco diverso da com’era Bagdad nel 1990. Siamo stati prima stupidi e poi criminali. E questa è la colpa che le generazioni della fine del ‘900 devono portare addosso.»

«Ma non è colpa tua, papà. Non puoi tormentarti per questo.»
«Sarebbe comunque inutile: troppo tardi. Chissà che la lezione sia servita. Chissà se la gente capirà. Chissà se questo sistema pazzo finirà. Forse, per fortuna, siamo alla fine; forse voi farete in tempo a vedere un mondo diverso, a fare un mondo diverso: quello che io ho sognato tanto tempo fa, quello che noi vecchi non siamo più in grado di pensare.»
«Chissà. Chissà se sapremo come si fa a stare fuori casa tanto tempo.»
«Già, chissà. Ma io lo sogno ogni notte. Lo sogno per te. Vorrei che potessi camminare su questa spiaggia e fermarti a raccogliere un sasso, sentirlo freddo e liscio nel palmo della tua mano e poi lanciarlo in acqua, contro un’onda, solo per il gusto di farlo. Perché tanto l’onda lo ributterà sugli altri, qui sulla spiaggia.»
«Papà, va tutto bene? Mi sembri triste.»
«No, tesoro, tutto bene. Sono solo un vecchio rimbambito e mi commuovo a pensare a certe cose. Quando sarò del tutto rincretinito che mi verranno i lacrimoni per ogni cosa, buttami nel mare!»
«Ah, ah, che tipo che sei. Che bella la vista da quassù. E senti che vento freddo.»
«La prima volta io e tua madre ci siamo seduti proprio qui e c’era un vento spaventoso e abbiamo parlato di te. Ancora non sapevamo se ti saresti chiamata Emma o Sofia.»
«Fu quella volta che dovevate andare a Parigi e poi tu hai deciso di venire a Nord per vedere il mare?»
«Sì, quel magnifico colpo di testa. E tua madre, che non è poi tanto seria come sembra, faceva quella che “forse non è il caso” ma non stava nella pelle e l’ha trovato lei questo posto. Lei è sempre stata magica per trovare la meraviglia che gli altri non vedono, quella dietro l’angolo di cui nessuno si accorge.»
«Che bello quando mi racconti, papà. Io sono stata qui da piccola, vero? Intendo qui per davvero.»
«Sì, certo: ogni anno finché si è potuto siamo venuti qui tutti e tre. Direi ameno tre volte o quattro. Ma dovresti chiedere alla mamma, lei si ricorda tutto, altro che io. Noi venivamo qui ogni anno e abbiamo continuato con te.»
«Vorrei abbracciarti, papà.»
«Non sai quanto lo vorrei io. È per questo che poi questo coso dell’ologramma mi mette di malumore. Ti vedo a un palmo da me ma non posso toccarti. Lo sai, noi vecchi che tutto passa per la pelle contro la pelle non ce ne facciamo una ragione.»
«Ma smettila di dire che sei vecchio, papà: hai sessant’anni. Ma anche io non vedo l’ora di stringerti.»
«Sessanta passati e volati. E mi sento vecchio, ma non importa. Guarda che onda, laggiù! Qui si veniva a fare surf, una volta abbiamo visto due ragazzi che avranno avuto la tua età uscire dal mare con il surf a febbraio, o marzo. Faceva un freddo che noi stavamo sulla spiaggia coi cappotti e loro erano andati a farsi una surfata.
Allora, te l’ho già chiesto, ma quando pensi ti fermarti un po’ a casa?»
«Non lo so. Forse per Pasqua. Se riesco a organizzarmi con gli esami e la tesi posso stare tutto il tempo che serve per fare la quarantena da voi e poi di nuovo da me a casa. Per l’università non c’è problema, però dipende da come continuerà in queste settimane.»
«Da com’è quest’anno. Ovviamente.»
«Dicono che forse non sarà brutto come quello dell’anno scorso.»
«Dicono così. Speriamo sia così. Che bel sorriso che hai, Sofia.»
«Che bella luce. Inizia a tramontare il sole.»
«Sì, magnifica. Sembra vera.»

Fabio Rodda

PS16 day 3 – perfetti (Fiver # 25.2016)

ma è ancora pomeriggio e sono con i miei amici al main stage per Wild Nothing. Ieri abbiamo tirato mattina in giro per Barcellona, città da favola: c’era più gente all’alba che mentre venivamo qui oggi, alle cinque di pomeriggio. Ci muoviamo verso il palco Heineken: non possiamo perderci il prossimo concerto.
Un messaggio: Giulio che sta arrivando, ci vediamo al bar 1 qui di fianco fra un’ora e ci guardiamo assieme Brian Wilson. Perfetto.
Stanotte voglio stare con lui: l’ultima notte di festival, di Barcellona. Chissà se ci vedremo più. È così bello e mi piace come mi guarda, come mi parla. Come studiava i miei tatuaggi l’altra mattina, a letto, mentre gli raccontavo il perché di quelle fenici, mentre gli dicevo cose di cui non parlo mai, che non racconto quasi a nessuno. Ma con lui era tutto così naturale, semplice.

Così normale, come fossimo sempre stati intimi, una questione di pelle e pancia.
Uddi mi tira la maglia oversize di Florence and the Machine: Jack è appena salito sul palco con la sua chitarra e sta già partendo To Know You e Arna, che è venuta da Holar apposta per vedere suonare lui, salta in preda a un crisi isterica.
Domani torno a casa, a Kopavogur e al suo mare giusto un pelo più freddo di questo.
Ma oggi ho voglia di non pensarci e godermi l’ultimo giorno di musica e birre e caldo coi miei amici e ho voglia di Giulio, di stringerlo tutta la sera. Tutta la notte.

Oggi tour dei bar con Carlo e i suoi amici: ce lo siamo promessi ieri mentre ci facevamo quell’hamburger prima di separarci, io per i miei Dinosaur Jr., lui verso Radiohead.
Giulia a zonzo con le ragazze e poi mi sa presto sotto l’Heineken per sentire Wild Nothing.
Niente Bob Mould. Mi perdonerà. Per fortuna sono abbastanza vecchio da averlo già visto almeno un paio di volte.
Arriviamo alla salita del Forum che ci siamo già bevuti una vasca di birra. Mi sono perso Brian Wilson, ma di vedere il suo cadavere dietro al pianoforte me ne fregava il giusto.
Sono le nove, dobbiamo muoverci per arrivare all’H&M che fra mezzora attaccano i Deerhunter che sono la vera figata di questo festival e non me li voglio perdere.


Scrivo a Giulia. “Arrivati. Deerhunter”. Mi risponde: “ci guardiamo assieme Sigur Ros?”

Certo che ce lo guardiamo assieme, ma prima c’è PJ e qui sarà una bolgia tutta la sera: da un palco all’altro in sequenza fino a notte a fare ping pong fra i due main stage. Stasera chi si muove da qui?

Raggiunta Fenice che Wild Nothing ha finito di suonare da una mezzora. Sul palco H&M una band spagnola che non si poteva sentire. I suoi amici se n’erano andati a vedere Richard Hawley al Ray-Ban. Noi ci mischiavamo alla folla un po’ hippy del live di Brian Wilson perché io volevo aspettare PJ Harvey sulle transenne.
Pet Sound, gran disco e abbiamo superato il primo quarto d’ora in cui volevo andarmene per il disagio di vedere Brian issato sul palco e parcheggiato dietro al suo pianoforte, braccia molli lungo i fianchi e occhio assente. Passati i primi pezzi, in realtà è stato bello vedere sorridere e cantare uno che ha consumato la vita come lui. La follia ed essere ancora qui. Alla fine sono contento di averlo visto e di aver canticchiato con lui Wouldn’t It Be Nice ballando con Fenice che non sapeva chi fosse finché non si è illuminata al sentire “Beach Boys”.
Troppo giovane per memorizzare un nome così lontano. E così maledettamente bella con i capelli raccolti in due trecce che sembrano fatte apposta per ballare tra le hipster finto freakkettone che con gli occhiali da sole tondi cantano a squarciagola tutti i pezzi.
Ma adesso è buio da un po’ e tutti qui aspettano la regina del Primavera.

E lei arriva ed è lei. Unica. Abito lungo, elegantissimo. Sassofono e capelli acconciati. Lei non suona la chitarra (maledizione, ti ho pregato di prendere quelle sei corde in mano ogni volta che ti vedevo chinare ai piedi della batteria) ma canta e balla ed è magnetica e la folla è rapita, si muove appena come fosse coinvolta in un rito, qualcosa di più grande di un concerto.
La sacerdotessa officia il suo sabba di musica e vibrazioni e comincio a sentirmi lontano dal mondo, da qualunque preoccupazione: pieno di energia che si muove fin nella pancia e lascio che siano le note dal palco a guidare la sera nel buio di Barcellona.

E lo sapevo. Li aspettavo. Ho lasciato PJ a metà per correre sotto al palco H&M perché non mi volevo perdere nemmeno una nota. Niente. Jon, Georg, Orri e gli altri sono sul palco da una ventina di minuti e su tutta l’area mainstage è caduto un silenzio surreale. Eterei come sempre, ma qui è qualcosa di più, con quel retropalco enorme e le proiezioni che sembrano voler uscire dagli schermi, le luci magiche. Indescrivibile. Tanta gente piange. Io, a tratti, non so più dove sono e stringo la mano di Maria che ha il volto rigato dalle lacrime ma sorride.


Marco arriva, improvviso, e mi prende la mano mentre un piccolo boato e singhiozzi accompagnano le prime note di Untitled1: « visto che ti ho trovata anche sta volta? » e mi abbraccia e sembra di essere su un altro pianeta. I Sigur Ros dal vivo ti fanno sentire che esiste qualcosa oltre la materia, qualcosa che sta attorno e che loro sono riusciti ad imprigionare e rendere, ogni volta, da un palco che diventa un posto lontanissimo. Da un’altra parte. Non su questo mondo e mi lascio andare all’abbraccio di Marco che fa il duro ma sento il respiro che cambia e quando gli carezzo il viso è umido sotto gli occhi e non potrebbe non essere così.

Giusto il tempo di riprenderci dagli schiaffi al cuore dei Sigur Ros con un paio di birre e sul palco di fronte inizia a suonare Moderat. Ultimo big di questo festival. Sento già la malinconia di domani, quando tornerò dalle ragazze a prendere la borsa. Quella malinconia che sentivo da bambina l’ultimo giorno di vacanza al mare, quando si salutavano le amiche diventate sorelle in tre settimane, depositarie dei segreti più intimi. I ragazzi con cui si era riso per giorni e giorni e lui, che già faceva il duro e si accendeva di nascosto della paglie in pineta. Lui che era stato il primo bacio vero. E ci si scambiava indirizzi su foglietti che a settembre sarebbero andati perduti ma quel giorno, erano la cosa più preziosa da tenere con sé.
Marco mi guarda coi suoi occhi da cucciolo preoccupato: « tesoro, tutto bene? », « certo » sorrido stiracchiando le braccia: « sono un po’ stanca. Vai a prendere due birre che non ho voglia di fare la fila? ».
Mi giro verso il palco mentre Marco va al bar, col suo passo sghembo che mi piace tanto. Forse sono davvero innamorata di lui e devo solo dirmelo. E dirglielo.
Ci pensiamo domani.
E tu guarda chi c’è lì davanti a me a ballare come un deficiente… Pochi metri e lo prendo per la felpa. Ci mette qualche secondo a capire che qualcuno lo sta tirando. Si gira. Allarga un sorriso bastardo da passerella. Ma è contagioso. Mi guarda e si mette a ridere: « ciao ».
Faccia da schiaffi. Ma viene da ridere anche a me: « ciao ».

E poi suoneranno ancora Ty Segall, Julia Holter e forse riusciremo a vederli e poi chiuderemo tutto ballando ubriachi le maragliate di Dj Richard e Dj Coco, storici sbaraccatori del Primavera Sound, ma adesso siamo in migliaia con le braccia al cielo perché Moderat ha fatto partire la sua A New Error e vedo Fenice che salta a ritmo mentre va a prendere altre due birre – ti vedrò mai più? Ci sarai sempre? domande che adesso non hanno peso – e io non posso stare fermo e questi quattro giorni mi pulsano dentro a ritmo di questo che d’ora in poi per me sarà il pezzo di chiusura del Primavera Sound 2016. Quattro giorni pazzeschi e meravigliosi, ricaricare le pile e svuotare la mente, riempire il cuore e liberare il corpo.
Perfetti. Quattro giorni perfetti. Perfetti io e Fenice, i sorrisi che ho incontrato, le albe che ho visto.
Sento tirare la felpa. Mi giro: Giulia. La milanese. Scoppio a ridere: « non ci credo! ».
«Te l’avevo detto che ci saremmo bevuti quella birra…».
Incontro lo sguardo di uno che ho già visto. Certo: ieri, palco dei Dinosaur Jr., ci siamo salutati. Forse uno che ho conosciuto al Covo. O al Freakout. O all’Hana-Bi. O chissenefrega.
Sorrido. Fenice sta tornando che ancora saltella spandendo birra da tutte le parti. Potrei guardarla per ore.
Perfetti.
Giulia fa spallucce, il suo muso da furbetta con gli occhi grandi, alza il bicchiere che il tipo, un po’ perplesso mentre cerca di capire dove mi ha visto, le ha appena dato. Non riesco a smettere di sorridere e

Fabio Rodda

Due stelle attraverso Cassiopea (Fiver #28.2015)

Cassiopeia con linee ico

Lei disse: « conosci le stelle? »
Lui alzò gli occhi al cielo e « certo che conosco le stelle. »
Lei sorrise con le sue sopracciglia sottili « vedi lassù? Siamo proprio sotto il grande carro. »
«Non sapevo neanche che esistesse il grande carro»
«Ma dai, lo sanno anche i bambini cos’è il grande carro! »
«Che ne dici se andiamo al mare?» accendendo una sigaretta che neanche Steve McQueen « ci sediamo in riva e ascoltiamo un po’ le onde.»
«Va bene.», risposero le sue labbra ridendo della posa da Marlboro rossa morbida: « Andiamo al mare. »

David Bowie “The Stars Are Out Tonight

Lei adesso guardava l’orizzonte, la schiena appoggiata al suo petto. Il respiro, rilassato, all’unisono. La sabbia umida tra le dita: «Guarda, dritto davanti a noi: Cassiopea!»
«Vedi il bello di non conoscere le stelle? Che c’è qualcuno che tieni stretto tra le braccia che te le racconta.»
«Ma mi avevi detto di conoscerle»
«Ti ho mentito. Non conosco le stelle, non conosco i loro nomi.»
«Hai visto la luna sparire, prima? Hai visto che strano? Sembrava appoggiarsi alla collina e poi “puf” e non c’era più.»
«Da me, in montagna, le stelle sembrano caderti in faccia. Le notti di inverno sono una cosa incredibile: alzi gli occhi e le hai lì, le puoi toccare.»
«Che bello, vorrei vederle così bene. Guarda, guarda! Hai visto?»
«Cosa?»
«Una stella cadente! Dentro Cassiopea! L’ha attraversata per il lungo. Una stella cadente!»
«Wow! No, non l’ho vista! Dev’esser proprio la tua serata: la luna che scompare, la stella cadente. Me…»
«Che scemo che sei…»
Lei adesso teneva gli occhi chiusi e si lasciava andare tra due braccia sconosciute che sembravano amiche da sempre. Si lasciava cullare al buio sullo lo stesso ritmo fresco della risacca.

Sonic Youth “Superstar

« Hai mai vissuto un momento senza farti domande? Senza chiederti assolutamente niente: non se ha senso, non se sia giu-sto, non cosa succederà domani, non perchè. Niente… » Lui guardava il mare che bagnava la sabbia e poi scappava via. Guardava quel movimento infinito e sentiva l’odore della sua pelle e pensava che quella notte poteva regalarsi il diritto di la-sciare che le cose accadessero, che il cuore scegliesse il suo ritmo senza domani, solo perché aveva voglia di battere così.
« Non lo so. Non è una domanda facile. »
« Non ti ho detto che ti avrei fatto domande facili. » Guar-dava dritto davanti a sé e carezzava i suoi capelli e stringeva le sue braccia e sentiva quant’era bello averla lì, sulla sabbia umida, in una notte che a pensarci avrebbe fatto troppa paura, ma a viverla veniva da sé, batteva il ritmo giusto dell’inevitabile leggerezza di ciò che non può che accadere.
« Non lo so. Forse adesso. »

Bilal “Star Now *

Lui guardava il buio infinito davanti a sé, toccava i granelli densi con una mano, l’altra appoggiata sulla pelle sconosciuta di lei.
Sospeso. Si sentiva galleggiare nell’assenza di tempo e spa-zio. Un momento lieve e incerto, lontano dalla confusione che era stata fino a poche ore prima e che sarebbe tornata, lo sapeva bene, poche ore dopo. Ma non gli importava: restava lì, in uno spazio sconosciuto, senza dare corpo a quello che, finalmente, fluttuava senza gravità.
« La domanda vera è: c’è qualcosa oltre te? C’è qualcosa che assume senso, valore, oltre la soddisfazione del tuo deside-rare, del tuo volere, del tuo essere? »
« Cosa vuoi dire? », rispose una voce quasi addormentata, sognante.
« Quanta paura hai di dover galleggiare vicino a qualcuno? Non lontano, non sola. Quello, in realtà è facile. Quello è duro solo quando torni a casa da sola all’alba troppo sbronza per dormire bene o troppo poco sbronza per svenire e dimenticare la serata inutile che hai speso. »

Foo Fighters “February Stars

« Perché mi fai queste domande? »
« Perché le posso fare solo stanotte. Solo a te. »
« Perché? »
« Perché devo capire. E posso farlo solo adesso, solo adesso che siamo sospesi dove non c’è peso, non c’è massa. Non senti che stiamo galleggiando sopra ogni cosa? E allora possiamo dire le cose più difficili, fare le domande più pesanti, perché scivole-ranno leggere sopra le onde. Come se stessimo sognando… »
« Cosa vuoi sapere? » sussurrarono due braccia che adesso si stringevano a lui.
« Da sola sei sempre tu. Solo tu. Con tutte le tue maschere, ma tu. Ma ci riesci a pensare a qualcosa che non sei solo tu? Qualcosa che comporta un altro? Un altro desiderio, un altro bi-sogno? Si può cercare la felicità di un’altra persona solo perché la si vuole vedere sorridere? Si può mettere tutto questo davanti a sé? »
« Vorrei risponderti di sì. »
« Vorrei che tu mi rispondessi di sì. »

Sigur Ros “Staralfur

Lei staccò la sua bocca da quella di lui. Sorrise e si voltò verso il mare: « guarda! »
« Che cosa? »
« Un’altra stella cadente! »
« Ma non è possibile! Ancora? E dove? »
Lei adesso era in piedi e saltava così leggera che a lui pareva potesse volar via al primo colpo di vento: « ancora lì, ancora attraverso Cassiopea! Due stelle, ho visto due stelle cadenti attra-versare Cassiopea! »
« La tua notte fortunata. »
« Possiamo fare che è la nostra. Solo per questa volta. Solo perché stanotte possiamo fare tutto, perché non c’è gravità. Me l’hai detto tu, no? Stanotte non c’è massa, né peso. Non ci sono ferite, non ci sono nemmeno le cicatrici. Possiamo fare che è così, se vogliamo. »
« Vorrei. »
« E allora è così. E allora posso risponderti di sì. Fra due ore non sarà più vero ma fra due ore avremo di nuovo una massa ma adesso non importa, perché adesso è adesso e abbiamo deciso che vogliamo sia così. »
« Va bene. Due stelle attraverso Cassiopea » disse la sua voce stendendosi sulla sabbia del primo raggio di sole. « Rac-contami di Cassiopea. Prima che sia giorno. »
« Prima che torni la gravità? »
« Prima che torni la gravità. »
« Va bene. » sorrise lei, stringendosi a quel petto che forse non avrebbe mai più sentito respirare così vicino, ma che ora si alzava ed abbassava assieme al suo, come fossero una cosa sola.
Galleggiavano. Leggeri. Pochi millimetri sopra la sabbia mentre il mare iniziava a tingersi lontano. Ancora abbastanza lon-tano da poter continuare a tenersi per mano e fluttuare. Ancora per qualche minuto: « ti racconto di Cassiopea. ».

Fabio Rodda

* grazie a Cesare Lorenzi