PS16 day 3 – perfetti (Fiver # 25.2016)

ma è ancora pomeriggio e sono con i miei amici al main stage per Wild Nothing. Ieri abbiamo tirato mattina in giro per Barcellona, città da favola: c’era più gente all’alba che mentre venivamo qui oggi, alle cinque di pomeriggio. Ci muoviamo verso il palco Heineken: non possiamo perderci il prossimo concerto.
Un messaggio: Giulio che sta arrivando, ci vediamo al bar 1 qui di fianco fra un’ora e ci guardiamo assieme Brian Wilson. Perfetto.
Stanotte voglio stare con lui: l’ultima notte di festival, di Barcellona. Chissà se ci vedremo più. È così bello e mi piace come mi guarda, come mi parla. Come studiava i miei tatuaggi l’altra mattina, a letto, mentre gli raccontavo il perché di quelle fenici, mentre gli dicevo cose di cui non parlo mai, che non racconto quasi a nessuno. Ma con lui era tutto così naturale, semplice.

Così normale, come fossimo sempre stati intimi, una questione di pelle e pancia.
Uddi mi tira la maglia oversize di Florence and the Machine: Jack è appena salito sul palco con la sua chitarra e sta già partendo To Know You e Arna, che è venuta da Holar apposta per vedere suonare lui, salta in preda a un crisi isterica.
Domani torno a casa, a Kopavogur e al suo mare giusto un pelo più freddo di questo.
Ma oggi ho voglia di non pensarci e godermi l’ultimo giorno di musica e birre e caldo coi miei amici e ho voglia di Giulio, di stringerlo tutta la sera. Tutta la notte.

Oggi tour dei bar con Carlo e i suoi amici: ce lo siamo promessi ieri mentre ci facevamo quell’hamburger prima di separarci, io per i miei Dinosaur Jr., lui verso Radiohead.
Giulia a zonzo con le ragazze e poi mi sa presto sotto l’Heineken per sentire Wild Nothing.
Niente Bob Mould. Mi perdonerà. Per fortuna sono abbastanza vecchio da averlo già visto almeno un paio di volte.
Arriviamo alla salita del Forum che ci siamo già bevuti una vasca di birra. Mi sono perso Brian Wilson, ma di vedere il suo cadavere dietro al pianoforte me ne fregava il giusto.
Sono le nove, dobbiamo muoverci per arrivare all’H&M che fra mezzora attaccano i Deerhunter che sono la vera figata di questo festival e non me li voglio perdere.


Scrivo a Giulia. “Arrivati. Deerhunter”. Mi risponde: “ci guardiamo assieme Sigur Ros?”

Certo che ce lo guardiamo assieme, ma prima c’è PJ e qui sarà una bolgia tutta la sera: da un palco all’altro in sequenza fino a notte a fare ping pong fra i due main stage. Stasera chi si muove da qui?

Raggiunta Fenice che Wild Nothing ha finito di suonare da una mezzora. Sul palco H&M una band spagnola che non si poteva sentire. I suoi amici se n’erano andati a vedere Richard Hawley al Ray-Ban. Noi ci mischiavamo alla folla un po’ hippy del live di Brian Wilson perché io volevo aspettare PJ Harvey sulle transenne.
Pet Sound, gran disco e abbiamo superato il primo quarto d’ora in cui volevo andarmene per il disagio di vedere Brian issato sul palco e parcheggiato dietro al suo pianoforte, braccia molli lungo i fianchi e occhio assente. Passati i primi pezzi, in realtà è stato bello vedere sorridere e cantare uno che ha consumato la vita come lui. La follia ed essere ancora qui. Alla fine sono contento di averlo visto e di aver canticchiato con lui Wouldn’t It Be Nice ballando con Fenice che non sapeva chi fosse finché non si è illuminata al sentire “Beach Boys”.
Troppo giovane per memorizzare un nome così lontano. E così maledettamente bella con i capelli raccolti in due trecce che sembrano fatte apposta per ballare tra le hipster finto freakkettone che con gli occhiali da sole tondi cantano a squarciagola tutti i pezzi.
Ma adesso è buio da un po’ e tutti qui aspettano la regina del Primavera.

E lei arriva ed è lei. Unica. Abito lungo, elegantissimo. Sassofono e capelli acconciati. Lei non suona la chitarra (maledizione, ti ho pregato di prendere quelle sei corde in mano ogni volta che ti vedevo chinare ai piedi della batteria) ma canta e balla ed è magnetica e la folla è rapita, si muove appena come fosse coinvolta in un rito, qualcosa di più grande di un concerto.
La sacerdotessa officia il suo sabba di musica e vibrazioni e comincio a sentirmi lontano dal mondo, da qualunque preoccupazione: pieno di energia che si muove fin nella pancia e lascio che siano le note dal palco a guidare la sera nel buio di Barcellona.

E lo sapevo. Li aspettavo. Ho lasciato PJ a metà per correre sotto al palco H&M perché non mi volevo perdere nemmeno una nota. Niente. Jon, Georg, Orri e gli altri sono sul palco da una ventina di minuti e su tutta l’area mainstage è caduto un silenzio surreale. Eterei come sempre, ma qui è qualcosa di più, con quel retropalco enorme e le proiezioni che sembrano voler uscire dagli schermi, le luci magiche. Indescrivibile. Tanta gente piange. Io, a tratti, non so più dove sono e stringo la mano di Maria che ha il volto rigato dalle lacrime ma sorride.


Marco arriva, improvviso, e mi prende la mano mentre un piccolo boato e singhiozzi accompagnano le prime note di Untitled1: « visto che ti ho trovata anche sta volta? » e mi abbraccia e sembra di essere su un altro pianeta. I Sigur Ros dal vivo ti fanno sentire che esiste qualcosa oltre la materia, qualcosa che sta attorno e che loro sono riusciti ad imprigionare e rendere, ogni volta, da un palco che diventa un posto lontanissimo. Da un’altra parte. Non su questo mondo e mi lascio andare all’abbraccio di Marco che fa il duro ma sento il respiro che cambia e quando gli carezzo il viso è umido sotto gli occhi e non potrebbe non essere così.

Giusto il tempo di riprenderci dagli schiaffi al cuore dei Sigur Ros con un paio di birre e sul palco di fronte inizia a suonare Moderat. Ultimo big di questo festival. Sento già la malinconia di domani, quando tornerò dalle ragazze a prendere la borsa. Quella malinconia che sentivo da bambina l’ultimo giorno di vacanza al mare, quando si salutavano le amiche diventate sorelle in tre settimane, depositarie dei segreti più intimi. I ragazzi con cui si era riso per giorni e giorni e lui, che già faceva il duro e si accendeva di nascosto della paglie in pineta. Lui che era stato il primo bacio vero. E ci si scambiava indirizzi su foglietti che a settembre sarebbero andati perduti ma quel giorno, erano la cosa più preziosa da tenere con sé.
Marco mi guarda coi suoi occhi da cucciolo preoccupato: « tesoro, tutto bene? », « certo » sorrido stiracchiando le braccia: « sono un po’ stanca. Vai a prendere due birre che non ho voglia di fare la fila? ».
Mi giro verso il palco mentre Marco va al bar, col suo passo sghembo che mi piace tanto. Forse sono davvero innamorata di lui e devo solo dirmelo. E dirglielo.
Ci pensiamo domani.
E tu guarda chi c’è lì davanti a me a ballare come un deficiente… Pochi metri e lo prendo per la felpa. Ci mette qualche secondo a capire che qualcuno lo sta tirando. Si gira. Allarga un sorriso bastardo da passerella. Ma è contagioso. Mi guarda e si mette a ridere: « ciao ».
Faccia da schiaffi. Ma viene da ridere anche a me: « ciao ».

E poi suoneranno ancora Ty Segall, Julia Holter e forse riusciremo a vederli e poi chiuderemo tutto ballando ubriachi le maragliate di Dj Richard e Dj Coco, storici sbaraccatori del Primavera Sound, ma adesso siamo in migliaia con le braccia al cielo perché Moderat ha fatto partire la sua A New Error e vedo Fenice che salta a ritmo mentre va a prendere altre due birre – ti vedrò mai più? Ci sarai sempre? domande che adesso non hanno peso – e io non posso stare fermo e questi quattro giorni mi pulsano dentro a ritmo di questo che d’ora in poi per me sarà il pezzo di chiusura del Primavera Sound 2016. Quattro giorni pazzeschi e meravigliosi, ricaricare le pile e svuotare la mente, riempire il cuore e liberare il corpo.
Perfetti. Quattro giorni perfetti. Perfetti io e Fenice, i sorrisi che ho incontrato, le albe che ho visto.
Sento tirare la felpa. Mi giro: Giulia. La milanese. Scoppio a ridere: « non ci credo! ».
«Te l’avevo detto che ci saremmo bevuti quella birra…».
Incontro lo sguardo di uno che ho già visto. Certo: ieri, palco dei Dinosaur Jr., ci siamo salutati. Forse uno che ho conosciuto al Covo. O al Freakout. O all’Hana-Bi. O chissenefrega.
Sorrido. Fenice sta tornando che ancora saltella spandendo birra da tutte le parti. Potrei guardarla per ore.
Perfetti.
Giulia fa spallucce, il suo muso da furbetta con gli occhi grandi, alza il bicchiere che il tipo, un po’ perplesso mentre cerca di capire dove mi ha visto, le ha appena dato. Non riesco a smettere di sorridere e

Fabio Rodda

Due stelle attraverso Cassiopea (Fiver #28.2015)

Cassiopeia con linee ico

Lei disse: « conosci le stelle? »
Lui alzò gli occhi al cielo e « certo che conosco le stelle. »
Lei sorrise con le sue sopracciglia sottili « vedi lassù? Siamo proprio sotto il grande carro. »
«Non sapevo neanche che esistesse il grande carro»
«Ma dai, lo sanno anche i bambini cos’è il grande carro! »
«Che ne dici se andiamo al mare?» accendendo una sigaretta che neanche Steve McQueen « ci sediamo in riva e ascoltiamo un po’ le onde.»
«Va bene.», risposero le sue labbra ridendo della posa da Marlboro rossa morbida: « Andiamo al mare. »

David Bowie “The Stars Are Out Tonight

Lei adesso guardava l’orizzonte, la schiena appoggiata al suo petto. Il respiro, rilassato, all’unisono. La sabbia umida tra le dita: «Guarda, dritto davanti a noi: Cassiopea!»
«Vedi il bello di non conoscere le stelle? Che c’è qualcuno che tieni stretto tra le braccia che te le racconta.»
«Ma mi avevi detto di conoscerle»
«Ti ho mentito. Non conosco le stelle, non conosco i loro nomi.»
«Hai visto la luna sparire, prima? Hai visto che strano? Sembrava appoggiarsi alla collina e poi “puf” e non c’era più.»
«Da me, in montagna, le stelle sembrano caderti in faccia. Le notti di inverno sono una cosa incredibile: alzi gli occhi e le hai lì, le puoi toccare.»
«Che bello, vorrei vederle così bene. Guarda, guarda! Hai visto?»
«Cosa?»
«Una stella cadente! Dentro Cassiopea! L’ha attraversata per il lungo. Una stella cadente!»
«Wow! No, non l’ho vista! Dev’esser proprio la tua serata: la luna che scompare, la stella cadente. Me…»
«Che scemo che sei…»
Lei adesso teneva gli occhi chiusi e si lasciava andare tra due braccia sconosciute che sembravano amiche da sempre. Si lasciava cullare al buio sullo lo stesso ritmo fresco della risacca.

Sonic Youth “Superstar

« Hai mai vissuto un momento senza farti domande? Senza chiederti assolutamente niente: non se ha senso, non se sia giu-sto, non cosa succederà domani, non perchè. Niente… » Lui guardava il mare che bagnava la sabbia e poi scappava via. Guardava quel movimento infinito e sentiva l’odore della sua pelle e pensava che quella notte poteva regalarsi il diritto di la-sciare che le cose accadessero, che il cuore scegliesse il suo ritmo senza domani, solo perché aveva voglia di battere così.
« Non lo so. Non è una domanda facile. »
« Non ti ho detto che ti avrei fatto domande facili. » Guar-dava dritto davanti a sé e carezzava i suoi capelli e stringeva le sue braccia e sentiva quant’era bello averla lì, sulla sabbia umida, in una notte che a pensarci avrebbe fatto troppa paura, ma a viverla veniva da sé, batteva il ritmo giusto dell’inevitabile leggerezza di ciò che non può che accadere.
« Non lo so. Forse adesso. »

Bilal “Star Now *

Lui guardava il buio infinito davanti a sé, toccava i granelli densi con una mano, l’altra appoggiata sulla pelle sconosciuta di lei.
Sospeso. Si sentiva galleggiare nell’assenza di tempo e spa-zio. Un momento lieve e incerto, lontano dalla confusione che era stata fino a poche ore prima e che sarebbe tornata, lo sapeva bene, poche ore dopo. Ma non gli importava: restava lì, in uno spazio sconosciuto, senza dare corpo a quello che, finalmente, fluttuava senza gravità.
« La domanda vera è: c’è qualcosa oltre te? C’è qualcosa che assume senso, valore, oltre la soddisfazione del tuo deside-rare, del tuo volere, del tuo essere? »
« Cosa vuoi dire? », rispose una voce quasi addormentata, sognante.
« Quanta paura hai di dover galleggiare vicino a qualcuno? Non lontano, non sola. Quello, in realtà è facile. Quello è duro solo quando torni a casa da sola all’alba troppo sbronza per dormire bene o troppo poco sbronza per svenire e dimenticare la serata inutile che hai speso. »

Foo Fighters “February Stars

« Perché mi fai queste domande? »
« Perché le posso fare solo stanotte. Solo a te. »
« Perché? »
« Perché devo capire. E posso farlo solo adesso, solo adesso che siamo sospesi dove non c’è peso, non c’è massa. Non senti che stiamo galleggiando sopra ogni cosa? E allora possiamo dire le cose più difficili, fare le domande più pesanti, perché scivole-ranno leggere sopra le onde. Come se stessimo sognando… »
« Cosa vuoi sapere? » sussurrarono due braccia che adesso si stringevano a lui.
« Da sola sei sempre tu. Solo tu. Con tutte le tue maschere, ma tu. Ma ci riesci a pensare a qualcosa che non sei solo tu? Qualcosa che comporta un altro? Un altro desiderio, un altro bi-sogno? Si può cercare la felicità di un’altra persona solo perché la si vuole vedere sorridere? Si può mettere tutto questo davanti a sé? »
« Vorrei risponderti di sì. »
« Vorrei che tu mi rispondessi di sì. »

Sigur Ros “Staralfur

Lei staccò la sua bocca da quella di lui. Sorrise e si voltò verso il mare: « guarda! »
« Che cosa? »
« Un’altra stella cadente! »
« Ma non è possibile! Ancora? E dove? »
Lei adesso era in piedi e saltava così leggera che a lui pareva potesse volar via al primo colpo di vento: « ancora lì, ancora attraverso Cassiopea! Due stelle, ho visto due stelle cadenti attra-versare Cassiopea! »
« La tua notte fortunata. »
« Possiamo fare che è la nostra. Solo per questa volta. Solo perché stanotte possiamo fare tutto, perché non c’è gravità. Me l’hai detto tu, no? Stanotte non c’è massa, né peso. Non ci sono ferite, non ci sono nemmeno le cicatrici. Possiamo fare che è così, se vogliamo. »
« Vorrei. »
« E allora è così. E allora posso risponderti di sì. Fra due ore non sarà più vero ma fra due ore avremo di nuovo una massa ma adesso non importa, perché adesso è adesso e abbiamo deciso che vogliamo sia così. »
« Va bene. Due stelle attraverso Cassiopea » disse la sua voce stendendosi sulla sabbia del primo raggio di sole. « Rac-contami di Cassiopea. Prima che sia giorno. »
« Prima che torni la gravità? »
« Prima che torni la gravità. »
« Va bene. » sorrise lei, stringendosi a quel petto che forse non avrebbe mai più sentito respirare così vicino, ma che ora si alzava ed abbassava assieme al suo, come fossero una cosa sola.
Galleggiavano. Leggeri. Pochi millimetri sopra la sabbia mentre il mare iniziava a tingersi lontano. Ancora abbastanza lon-tano da poter continuare a tenersi per mano e fluttuare. Ancora per qualche minuto: « ti racconto di Cassiopea. ».

Fabio Rodda

* grazie a Cesare Lorenzi