Indispensabile (Fiver #06.2017)

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C’è stato un momento nella vita in cui ho pensato che forse me la sarei anche potuta cavare con poco. Che poteva esistere, nascosto da qualche parte, un tipo di mestiere che mi avrebbe consentito di mettere assieme uno stipendio sufficiente a campare realizzando cose che mi piacevano veramente e poteva anche esserci un tipo di vita che avrei potuto portare avanti per conto mio arrivando in fondo senza attirare attenzione, facendomi gli affari miei. Sarei rimasto rannicchiato in qualche angolo dove la luce non sarebbe mai arrivata a far vedere la polvere, mettere in evidenza i graffi e le ammaccature, rimarcare le cicatrici. Immagino che avrei potuto farlo sul serio con un po’ di convinzione e di coraggio in più. Se non ne sono stato capace la colpa è solamente mia che non ci ho creduto abbastanza e alla fine ho fatto altre scelte, quindi non me la prendo con nessuno.
Nel tempo il rimpianto per non aver tentato di andare fino in fondo si è attenuato e ormai capita raramente che ci pensi, me la son fatta andar bene così e non è nemmeno andata tanto male. Però quando mi capita di incontrare un tipo come Andrew Fern questa faccenda mi torna in mente e mi strappa un sorriso più dolce che amaro al pensiero che lui è quello che volevo essere io. Lui ce l’ha fatta.
Non ho effettivamente idea se a Andrew Fern per vivere sia sufficiente il lavoro che gli vedo fare, ma se lo è lui è il mio modello ideale. Andrew Fern è l’uomo che negli Sleaford Mods fa quello che non canta. Se non li avete mai visti dal vivo date un occhiata a un video qualunque. Se ne sta in un angolo con una mano impegnata a tenere stretta una birra e l’altra in tasca, probabilmente indaffarata a grattare le palle. Si muove con dinamismo decisamente moderato e annuisce. Quando crede sia il momento di agire pigia, presumibilmente a caso, il tasto di un qualche aggeggio elettronico appoggiato nei suoi paraggi. La sua presenza è di quelle a bassissimo valore aggiunto dal punto di vista tecnico ma di enorme potenzialità ideologica, oltreché estetica. Andrew Fern non è mosso dalla rabbiosa acidità alcolica che carica la molla al suo amico Jason Williamson. A lui pare non importare un accidenti di niente di nulla e di nessuno. Lui si astrae, se ne tira fuori e utilizza l’unico sistema per restare sereno in un’epoca come quella che stiamo vivendo, un’epoca in cui la gente secondo logica dovrebbe stare in strada giorno e notte con un fucile carico in mano spianato contro qualcosa e contro qualcuno. Ognuno scelga a proprio gusto chi è il qualcuno e qual è il qualcosa. Lui guarda le cose, ci passa vicino e riesce a ignorarle consapevole del fatto che quando non ti frega un cazzo di nulla, nulla ti può scalfire. Essendosi come chiunque altro ormai arreso a tutto, nelle ideologie così come in qualunque passaggio della vita quotidiana, Andrew Fern attua l’unica mossa possibile: non potendo cambiare il mondo agisce in modo che il mondo non cambi lui. E così vince. Tanto a macinare incazzatura ci pensa il socio, che è anche quello che si espone alla luce mostrando graffi, ammaccature e cicatrici. Assieme loro due, Andrew Fern e Jason Williamson, mi ricordano incidentalmente che la musica con cui sono nato, quella che un tempo qualcuno definiva alternativa perché effettivamente era un’alternativa a tutto il resto non solo per come suonava ma anche perché era un’attitudine che indicava uno stile di vita altro, non è una musica con cui teorizzare con gli amici al bar di un social network pesando ogni parola per stare attenti a non urtare la sensibilità di qualcuno. Ancor più questi due mi rammentano che la musica che mi piace sul serio non è solo musica ma è una chiave per accedere a altri immaginari e (sotto) culture diverse. Che la musica che mi piace per davvero può anche non essere formalmente bella e socialmente corretta ma può avere il sapore guasto di una vodka da due soldi comperata al discount, l’odore acre del piscio schizzato contro il muro di un vicolo e il ritmo ostile del ringhio hooligano in curva a Millwall.
Per questo, al di là di qualunque gusto musicale, al di là della bontà dei dischi e delle canzoni, al di là del bene e del male, oggi gli Sleaford Mods sono l’unico gruppo che mi è indispensabile tra quelli che conosco. 
L’unico che mi fa sentire vivo per davvero. 
L’unico.

Sleaford Mods “B.H.S.

Il nuovo disco degli Sleaford Mods si intitolerà English Tapas e uscirà per Rough Trade il 3 marzo.
Gli Sleaford Mods saranno in Italia a fine maggio per quattro date: il 27 al Santeria Social Club di Milano, il 28 allo Spazio 211 di Torino, il 30 al Locomotiv di Bologna e il 31 al Monk di Roma.

Priests “JJ

La voce di Katie Alice Greer, tipo piuttosto interessante a giudicare da quel che dice, mi ricorda quella di Beth Ditto delle Gossip, e non è un complimento da poco. La musica dei Priests è tirata e saltellante e il fatto che arrivino da Washington D.C. con la benedizione di casa madre Dischord è già di per se una garanzia. Sono in giro da un quinquennio ma il primo album, quello che contiene questo pezzo e che si chiama Nothing Feels Natural, esce solo ora per un’etichetta che gestiscono direttamente loro, la Sister Polygon Records. Mi mancava da un pezzo ascoltare un disco del genere.

Spartiti “Elena e i Nirvana

Con la musica italiana cantata in italiano ho sempre avuto un rapporto complicato, rapporto che negli ultimi mesi è diventato decisamente difficile, ai limiti della vera e propria rissa. Eppure gli Offlaga Disco Pax mi sono sempre andati a genio. Ai tempi di SG 1.0 scrissi anche una cosa su di loro. Se mi piacevano gli Offlaga ovvio che mi siano graditi anche gli Spartiti che in qualche modo possono considerarsi il logico proseguo. Max Collini ha un approccio al racconto capace al tempo stesso farmi ridere, pensare e in certi momenti pure commuovere e sulle qualità di Jukka Reverberi come musicista inutile stare a parlare. Questa canzone, per come la vedo io, racconta più cose sul rapporto tra un ragazzo e una ragazza di un qualunque trattato sociologico da mille pagine e la suspense riguardo a quale sia il disco che Elena porta in regalo a lui da Londra, sciolta attorno al minuto sei per quanto già svelata nel titolo della canzone, è la stessa che accompagna il tiro di un calcio di rigore al novantesimo.

Rat Columns “Someone Else’s Dream

I Rat Columns sono il classico gruppo che quando mi ritrovo tra le mani mi chiedo come mai non mi sia mai capitato di sentirne parlare prima. Hanno già due album e diversi ep fuori, un paio pubblicati peraltro da etichette che sono solito seguire (R.I.P. Society e Blackest Ever Black). Il disco nuovo, Candle Power in uscita a inizio marzo, sarà pubblicato da un’altra label che mi è cara, la Upset the Rhythm. Copio e incollo una frase che ho appena letto e che definisce questa canzone meglio di qualunque altra parola mi possa venire in mente al momento: is a sparkling piece of jangle pop bliss that sounds like it was ripped out of the catalogs of Razorcuts, Sea Urchins or early Go-Betweens. Punto e basta.

Fazerdaze “Lucky Girl

Fazerdaze è Amelia Murray, ragazza di Auckland con due ep autoprodotti a referto e un album in arrivo tra qualche mese. Morningside sarà il suo titolo e uscirà il 5 di maggio per la Flying Nun. Questo è il singolo che lo anticipa promettendo benissimo.
La prossima volta che nasco devo assolutamente ricordarmi di farlo in una di quelle isole sparpagliate in mezzo al Pacifico all’estremo est, laggiù sotto l’Australia.
Arturo Compagnoni

Those Important Years (Fiver # 34.2016)

Giardini di Mirò

Giardini di Mirò

Giugno 2000, Villafranca di Verona. Sul palco dell’effimero Rockaforte Festival una giovane band inglese si arrabatta per cercare di tenere testa all’hype montante intorno a loro dopo l’uscita del loro primo singolo, Yellow.
Poche decine di persone, Cesare ed io guadagniamo agevolmente le prime file per effettuare, dopo poche canzoni, il percorso inverso fino al bar, decisamente poco convinti.
Evidenziato lo scarso interesse che l’oggetto della vicenda possa rivestire per molti di noi, il clamore che ha accompagnato la gestione della vendita dei biglietti per il concerto dei Coldplay (ed in queste ore dei Depeche Mode) con tanto di sold out immediato, prelazioni per possessori di carte di credito “status” e secondary ticketing a prezzi stellari, ha scandalizzato molti. Dal mio scranno di vecchio frequentatore di concerti potrei additare casi che, se non uguali, buttavano certamente le basi per la situazione odierna. Scorro la mia agenda dei concerti e rammento un concerto di David Bowie con biglietti che mi accaparrai nelle prime ore di prevendita con notevoli sacrifici e crisi di coscienza.img_2101
I biglietti erano venduti ad un irragionevole prezzo, per l’epoca, di 65.000 lire con maglietta obbligatoria (!) inclusa (di un tessuto talmente pregiato che dopo due lavaggi avrei potuto emulare la Madonna del video di Like A Virgin). Man mano che si avvicinava l’evento furono poi venduti a 45 e 50. Col mio biglietto da 65 avrei avuto diritto, però, ad una seconda maglietta (sic..).
La differenza principale non la vedo perciò sulla modalità di spremere l’appassionato ma sulle motivazioni che ti spingono ad andare ad un concerto e, in seconda analisi, accettare quello che ti viene imposto.
Rubo qualche riga all’amico Fabio Nirta che qui ragiona brillantemente sulla questione:
Live Nation annuncia “da giovedì 13 ottobre sarà attiva la prevendita riservata ai Titolari di Carta American Express” per i concerti italiani dei Depeche Mode.
Non rimane che sottolineare la differenza fra due mondi che ormai non si toccano più.
L’altro mondo, o l’ultimo impossibile, quello a cui apparteniamo, è estinto da tempo.
Sarebbe stato bello sparire come una supernova, ma non è successo.
Alla faccia dei dischi “politici” dei Depeche Mode e di tutta l’estetica della band dalla nascita al 1989.
People are people e non c’è nulla da fare.
Coscienza a posto… nel comodino.

In altre parole qui, dalla nostra riserva indiana, abbiamo sempre alzato forte un grido di orgoglio (e un po’ da sfigati).
Per noi andare ad un concerto è un atto politico, di appartenenza. Non è un modo come un altro di passare una serata. E se per il mercato un concerto dei Coldplay/Depeche Mode vale 5 volte uno di Bob Mould me ne frega poco.
Io quei concerti, stilati sulla mia agenda con una calligrafia mutata negli anni e che quasi non riconosco più come mia, me li ricordo tutti o, quanto meno, mi ricordo il motivo che me li aveva fatti scegliere o cosa era successo nella mia vita dentro ed intorno ad essi.
Un piccolo esempio.
In questi giorni i Giardini di Mirò stanno suonando dal vivo Rise And Fall Of Academic Drifting per celebrare i 15 anni dall’uscita. Un disco ed un gruppo importanti nella mia vita. Uno dei loro concerti in particolare. Qualche anno fa scrivevo questa cosa sulla versione 1.0 di Sniffin’ Glucose:
Un senso di leggerezza pervade i giorni di inizio primavera.
Gdm al Covo per presentare Rise And Fall Of Academic Drifting.
Una bella serata, molte facce e situazioni piacevoli.
Un bel concerto. I Giardini ci regalano la colonna sonora perfetta per questo cambio di stagione che, avremmo scoperto in seguito, essere molto più che meteorologico.
Mi piacerebbe romanzare e scrivere che quello che è accaduto in seguito è stato ispirato da una serata così. In realtà era successo tutto poche ore prima e quella sera, al Covo, c’era uno spettatore in più che si godeva abusivamente un gin lemon ed il concerto.
Era il 7 aprile 2001. Mia figlia era stata concepita da poche ore.

GIARDINI DI MIRO’ – Pet Life Saver

TERRY – Talk About Terry

Mai saputo ballare o muovermi con un minimo di armonia. Sono stato a concerti o post concerti in cui era veramente difficile non lasciarsi andare ma ho quasi sempre preferito annuire a bordo pista. Per darmi un tono. Questo pezzo dei neonati Terry, gruppo messo insieme da membri di Total Control e UV Race (tra gli altri) è praticamente irresistibile con queste voci imbronciate e quella chitarra storta in bilico tra Weather Prophets e Wedding Present. Non vedo l’ora di “annuirla” a bordo pista da ballo in un prossimo futuro.

MALE BONDING – Eyes

A sorpresa arriva, a 5 anni da Endless Now, il nuovo album di Male Bonding, Headache. Scaricabile gratuitamente, se non ho capito male. Splendidamente rumoroso e incazzato come i precedenti. Li vedemmo qualche anno fa di supporto ai Crystal Castles. Una manciata di non più giovani accalcati sotto al palco per i supporter, beatamente scalmanati. Gli stessi soggetti dopo poche canzoni del gruppo principale fuori dall’Estragon, perplessi. Gli anziani sono prevedibili..

CLOUD NOTHINGS – Modern Act

Attese molto alte per il seguito di quella bomba assoluta che era Here and Nowhere Else. Devo confessare che ci sono arrivato un po’ tardi sui Cloud Nothings. Il problema, quando hai ascoltato tanta, troppa musica è che le tue sinapsi sono un po’ fottute. Ascolti una cosa e subito ti ricorda qualcos’altro o vai alla ricerca di somiglianze. Invece il secondo (al netto di progetti paralleli o “da cameretta”) Cloud Nothings era un piccolo capolavoro di angst generazionale.
This record is like my version of new age music annuncia Dylan Baldi.
Life without sound uscirà a Gennaio e viene anticipato da questa Modern Act che smussa molti degli angoli tipici degli assalti all’arma bianca degli album precedenti. Forse anche un po’ troppo per i miei gusti ma la fiducia è tanta e, scommetterei, ben riposta.

SLEAFORD MODS – TCR

Scrivendo queste righe mentre apprendo della morte di Dario Fo mi interrogo sul fatto che non ho mai compreso fino in fondo la grandezza di figure come Gaber, Jannacci. O Fo, appunto. Le ho sempre tiepidamente apprezzate un po’ da lontano. Un problema mio, indubbiamente. Questione di percorsi, di influenze. Crescere con i Clash o i Joy Division nel cuore e nella testa c’entra qualcosa? Non lo so, francamente. Di certo, mai come in questi ultimi tempi le figure di riferimento di un tempo, amate o meno, stanno sparendo una dietro l’altra e non è un sentimento piacevole.
Cosa c’entrano gli Sleaford Mods con tutto ciò? Un bel niente. Solo che quando ti piglia la malinconia niente di meglio che blaterare con un amico con due birre in mano e loro che hanno fatto di questo atteggiamento una vera e propria arte non possono che essere un ottimo modello a cui ispirarsi.

Massimiliano Bucchieri

Post-Punk Bulletin (Fiver #19.2015)

Algiers

Algiers


Penso sia difficilissimo suonare post-punk. In primis per il genere: quel “post”, che non sai mai se intendere come superamento o disfacimento; se si propende per la prima accezione, è facile addentrarsi nei labirintici territori della new wave, perdendo di vista il primo termine di paragone, ovvero il punk; se, invece, lo si intende nel secondo modo, si rischia di adottare un’estetica (quella della dark wave o del gothic rock) stigmatizzata e spesso banale. In secondo luogo c’è una difficoltà di ordine storico: bisogna fare i conti con il grande padre della categoria, quel Ian Curtis che, essendo diventato suo malgrado un fenomeno pop di tale portata, proietta la sua ombra lunga a qualsiasi latitudine e viene puntualmente scomodato in paragoni imbarazzanti. Le band che si prendono tale rischio, senza sconfinare nel sottobosco dei generi altri, sono poche e ancor meno quelle realmente valide. Bisogna avere la capacità di inanellare un riff azzeccato dietro l’altro come gli Eagulls nell’omonimo album di esordio, un disco che fila dritto come un treno neanche fosse stato partorito da una band garage. Oppure avere il coraggio di interpretare il genere concedendo molto alla melodia senza snaturare le atmosfere cupe, il caso dei Protomartyr. O ancora essere degli eclettici sperimentatori, camaleontici e originali come i danesi Iceage, abilissimi a contaminare la loro musica con le influenze più disparate (dal country al blues) pur rimanendo coerenti con la personale interpretazione. E che dire delle geometri perfette dei Soft Moon o del carisma degli Ought? Mica male il panorama delle band (post-)post-punk del nostro particolare momento storico. Un’altra formazione che potrebbe rientrare in questo ristretto novero sono i Prinzhorn Dance School, arrivati ormai alla terza prova. La band inglese ha sempre collaborato con la DFA, l’etichetta di James Murphy il cui logo (il disegno di un fulmine che sembra l’infantile imitazione del simbolo dei Power Rangers) mi ricorda quelle feste del liceo in cui si finiva a ballare gli LCD Soundsystem con i bicchieri di carta in mano, ad imitazione dei teen-movie americani, sognando di finire a letto con la bella della classe, ma ritrovandosi a barcollare nel buio del corridoio di casa sperando di non essere sgamati da nessuno. Fatto sta che la label newyorkese ha intrapreso da sempre un’operazione filologica sulla musica dance e, benché James Murphy e soci siano scomparsi dai nostri radar, sembra che l’intento rimanga immutato. Infatti il duo di Portsmouth si distingue per l’abilità nel rivisitare le influenze art-punk (Wire e Pil su tutti) in chiave neoromantica. Sia nel primo disco omonimo che nel secondo (Clay Class del 2012) si avverte, nelle scarnificate composizioni post-punk, la mediazione dello spirito edonista del dancefloor. Staremo a vedere se anche in Home Economics, in uscita il 9 giugno, vincerà l’anima dance o quella più prettamente minimalista (il primo estratto Reign sembra confermare le attese di una felice sintesi). Per palati più fini, e dunque anche con più alto quoziente di rischio, è invece la proposta degli Algiers, terzetto americano con disco di debutto in uscita per Matador Records. La formula adottata dalla band di Atlanta ha del particolare: unire cupe ritmiche con il cantato soul /gospel del cantante afroamericano, addirittura facendo a meno della batteria. Ne viene fuori qualcosa di viaggia fra funk e cupo incubo metropolitano (fra l’altro i testi, infarciti di riferimenti colti, trattano tematiche sociali e politiche). Questa formula sarà vincente o alla lunga risulterà stucchevole? A mio giudizio la freschezza degli elementi messi in campo per ora ha prodotto un esito positivo. Insomma questo sfuggente post-punk, per essere un genere che ha avuto il suo picco massimo nel quadriennio che va dal 1978 al 1981, gode comunque di ottima salute.

ALGIERS – Blood

Come dicevo gli Algiers puntano sulla fusione a freddo fra cantato black e ritmiche crepuscolari, ne viene fuori uno stile capace di tracciare un ritratto oscuro della nostra società. Le liriche impegnate, con piglio cantautorale, tentano di mettere in luce le molteplici idiosincrasie del nostro Occidente.
FUFANU – Circus Life

A quanto pare il clima gelido aiuta le band a raffreddare le architetture sonore. Dopo gli Iceage ecco un altro gruppo che proviene dal profondo Nord; ma stavolta non si tratta della Scandinavia, bensì della piccola Islanda, che tante gioie dona alla musica. I Fufanu per ora hanno pubblicato solo un singolo e si preparano a rilasciare un ep. La loro musica vede una ripresa filologica degli stilemi del post-punk dilatati in un’atmosfera etera. Sembra che i ragazzi perseguano l’ideale della rarefazione, come le sconfinate steppe islandesi, ma che dentro covino il vapore bollente dei geyser. Vedremo se in futuro avverrà l’eruzione.
WIRE – Blogging

I Wire non hanno bisogno di presentazioni. A due anni di distanza dal loro ultimo album ritornano in pista con lavoro dal titolo omonimo. Il loro stile inimitabile, nonostante la carriera pluridecennale, sembra reggere bene le intemperie del tempo. Forse questo disco non aggiungerà ne toglierà niente al loro percorso artistico, ma è comunque un bel sentire e soprattutto ci da la possibilità di vederli nuovamente calcare il palco. Segnatevi la data: 30 luglio, Bologna. Nel frattempo godeteveli, questo è il primo pezzo in tracklist.
THE FALL – Auto Chip

Quando sto procrastinando qualcosa che assume i contorni dell’incombenza, penso sempre al faccione di Mark E. Smith che, con aria fra l’annoiato e il collerico, redarguisce i suoi musicisti. Subito dopo corro a fare quello che dovrei fare. Per la trentunesima volta la brigata dei Fall incide su disco gli sproloqui del loro, dispotico quanto geniale, leader. Sub-lingual tablet (complimenti per il titolo) aggiunge l’ennesima perla alla già sterminata discografia, questo ne è un (torrenziale) estratto.

SLEAFORD MODS – No Ones Bothered

Ok qui siamo nel campo delle ipotesi. E’ arduo inserire un gruppo hip hop in un discorso sul post-punk. Tuttavia abbiamo imparato ad apprezzare gli Sleaford Mods proprio per il loro sound particolare, che si situa in maniera equidistante fra il rap alla The Streets e la violenza verbale dei Fall. Le basi scarne di Fearn e lo scazzo perenne di Williamson non rimandano forse all’universo british evocato dal già citato Smith? Io penso di sì. Questo è il primo estratto da Key Markets, album di prossima uscita. Per capire l’aria che tira basta rifarsi alle ultime dichiarazioni di Williamson: «Il Key Markets era un grande supermercato che è rimasto nel centro di Grantham dai primi anni Settanta fino agli Ottanta, mia madre mi portava là e mi comprava una coca cola in un bicchiere di plastica arancione. Il disco è stato registrato in vari momenti tra l’estate del 2014 e ottobre dello stesso anno. Abbiamo lavorato velocemente come facciamo di solito, il metodo è stato lo stesso utilizzato per gli altri album, e il suono si è evoluto di conseguenza. Key Markets è abbastanza astratto in certi punti, ma ha sempre molto a che fare col disorientamento legato alla vita moderna». Una volta ho accompagnato un amico all’ufficio collocamento: sui sedili in simil-plastica attendeva il proprio turno una serie di volti che raccontavano di una classe media impoverita e stremata. Le stesse storie di strada che ritrovo nella musica degli Sleaford Mods.

Giovanni Bitetto

Bored to be wild

minutemen

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Per una serie di ragioni differenti è capitato che i Minutemen ricorressero in maniera continuativa nelle mie ultime settimane. Prima ho letto un bellissimo articolo di Bastonate, che casomai vi venisse voglia di ripescare trovate qui. Poi ho riletto il capitolo scritto da Azerrad tratto dal libro “American Indie” dedicato al trio di San Pedro. A quel punto mi sono accorto che il disco dei Minutemen, non l’unico della loro limitata discografia, ma quello che è obbligatorio avere in casa, “Double Nickels On The Dime” giaceva tristemente relegato in uno scaffale dedicato alle cassette. Perdipiù un nastro registratomi da un compagno di università su di una C60 che probabilmente aveva smesso di funzionare già da qualche lustro . Di conseguenza sono andato a recuperare una copia del doppio vinile che ha passato un paio di giorni fisso sul mio piatto. Del resto i Minutemen non li ho vissuti in prima persona, anche per una mera questione anagrafica.

Incrociai per la prima volta la sagoma possente di Mike Watt in un club della costa adriatica che era l’estate del 1989 ed avevo superato da poche settimane i vent’anni. A quel punto i Minutemen non esistevano già più e Mike Watt girava sul solito furgone scalcagnato con i fIREHOSE.

461891_3531233331534_1766907783_oDi quella sera conservo un poster firmato e il ricordo di una chiaccherata lunghissima con lo stesso Mike Watt. Gli feci una domanda banalissima dopo il concerto e lui non si fermò più. Non ricordo i dettagli, so solo che tornai a casa con la consapevolezza che quella era l’attitudine che amavo. Un gruppo che azzerava le distanze tra pubblico e artista. Che si metteva al tuo stesso livello e pretendeva uno scambio. Tutto questo senza seguire dogmaticamente le regole del punk. Semplicemente oltre. Quello per me era il rock indipendente: completa libertà di scelte, autogestione, consapevolmente ai margini del mercato ufficiale. Un’attitudine codificata fin dai tempi dei Minutemen in una semplice piccola frase “we jam econo”, che andrà ad intitolare anche un celebre video documentario sulla band che trovate online senza troppa fatica.wejamecono

Quel “we jam econo” a ripensarci ora mi pare una frase che sottoindeva un concetto nella sua elementarità assolutamente perfetto. Quell’approccio all’etica del “Do It Yourself” prima che diventasse una scatola vuota, quell’essere punk nell’animo ben più che nello stile sonoro, quella libertà che ha permesso ai tre di San Pedro di divenire un esempio da seguire, una band rilevante ancora oggi a discapito del tempo.

Non sopporto la nostalgia in generale, ancora meno nelle vicende legate alla musica. Talvolta però lo spirito con cui si affrontavano le cose un tempo in qualche modo mi manca.

The Talkhouse è un sito dove i musicisti recensiscono i dischi dei colleghi. Ha avuto un momento di notarietà assoluta nel momento in cui pubblicò la recensione scritta da Lou Reed sul disco di Kanye West, poco prima di morire. Si leggono cose interessanti, esposte da un punto di vista originale, in particolare per quelli come il sottoscritto che sono condizionati da anni di letture di “critici” musicali e “recensori”. L’effetto è assolutamente rinfrescante, come se improvvisamente si potesse scrivere e conseguentemente leggere di musica in maniera finalmente differente. Mi ha colpito in particolare la recensione scritta da Luke Haines (bel personaggio, testa pensante, grande autore in band come The Auteurs e Black Box Recorder) del nuovo album di Sleaford Mods. E non è un caso che prenda ad esempio proprio loro. Perchè se non si fosse capito sono uno dei pochi gruppi “nuovi” che hanno rilevanza e sì, sono tra i pochi che recuperano, in maniera del tutto inconsapevole, quell’attitudine di cui si parlava poco sopra, a proposito dei Minutemen. E poco importa che la California non sia la provincia inglese.

sleaford mods

sleaford mods

Quello che scrive Haines ma che viene messo in risalto da tutti i commentatori più autorevoli che si sono presi il tempo di scrivere qualcosa a proposito del duo di Nottingham è che la musica torna ad esercitare un ruolo politico. In prima fila. E che lo fa finalmente nell’unica maniera che è ancora accettabile: senza slogan, limitandosi (per modo di dire) ad osservare e raccontare, in maniera rabbiosa ma anche con sorprendenti uscite capaci di strappare un sorriso amaro ( “The smell of piss is so strong it smells like decent bacon”). Sono certo che chiunque abbia attraversato una strada di Brixton o di una periferia di una qualsiasi città inglese alle 5 del mattino di un qualsiasi weekend sappia a che cosa fa riferimento James Williamson, nel suo declamare rabbioso.

Gli Sleaford Mods sono degli alieni della scena, allo stesso modo in cui i Minutemen lo erano all’epoca. Alieni per come hanno affrontato il mercato, sostanzialmente autoproducendosi. Haines, nella sua recensione, fa proprio riferimento a questo aspetto e sottolinea la capacità di circumnavigare il solito hype, lasciando i poveri giornali specializzati d’oltremanica ad arrancare dietro al fenomeno senza nessuna possibilità di gestirlo in prima persona, nonostante l’erezione borghese (come genialmente sottolinea lo stesso Haines) da parte di NME e affini non sia tardata ad arrivare. E comunque chiunque abbia affrontato e discusso queste canzoni non ha potuto esimersi dal sottolineare come facciano da unica e vera credibile colonna sonora a questi tempi terribili dove il Fronte Nazionale rischia di diventare partito di governo. Già solo il fatto che ci sia qualcuno capace di indignarsi e che non si sia fatto travolgere da quel misto di rassegnazione e indifferenza dovrebbe far ben sperare.url

Alieni anche nella proposta strettamente musicale, che vive di beat elementari più che minimali, dall’incedere a metà strada tra un rap privo di rime e una session di poesia di strada. Musica non come scelta ma come necessità, inoltre. Che ha l’urgenza politica seppur non ideologica di mettersi metaforicamente per strada senza nessun timore, come capitava alle migliori bands della scena punk un tempo.

Punk nell’anima si dice a proposito di Sleaford Mods ed in effetti è stata solamente questa manifesta attitudine che mi ha portato ad argomentare una presunta quanto arbitraria similitudine con il trio di D.Boon e compagni (che musicalmente è nulla, sia chiaro). Ben più attinente il rantolare abrasivo di Mark E.Smith dei Fall, o come è stato scritto ripetutamente i primi Happy Mondays (anche qui si tratta di attitudine, evidentemente), The Streets e John Cooper Clarke o se si dovesse scendere a pescare qualche riferimento nella scena punk non ci si allontanerebbe troppo dal giro Exploited.

Ma, al di là dei riferimenti, degli Sleaford Mods affascina sopratutto l’abilità di non sottostare all’imperativo della “retromania” e la capacità di assumere, magari in maniera inconsapevole, un’importanza “culturale”. Quando attaccano Noel Gallagher, per esempio. E con lui tutto l’establishment indie d’oltremanica, tacciando di conservatorismo una scena ormai asfittica.

Hanno lo stesso effetto di una ventata d’aria fresca in un’ambiente immobile. Senza rifarsi ad un genere, senza avere modelli di riferimento. Questa è una faccenda di urgenza espressiva, di rabbia e di nessun compromesso. Gente che non ha nulla da perdere., evidentemente.

CESARE LORENZI

Fiver#04.05.

Brian Jonestown Massacre

Brian Jonestown Massacre

5 canzoni per non sbattere la testa contro il muro

5 canzoni per superare uno dei mesi peggiori di sempre
5 canzoni per non pensare a tutto quello che aspettavi da tempo e ti è scivolato tra le dita
5 canzoni per comprendere che ci sono cose che neanche 5 belle canzoni possono risolvere ma anche che, senza di loro, probabilmente tutto sarebbe stato molto peggio

Sleaford Mods- Tied Up In Nottz
Nel 1981 io e Art spesso prendevamo un double decker bus per Morden con le nostre giovani facce sbarbate e una spilletta dei Clash appuntata sulla borsa EF.

Oggi dal secondo piano del bus quell’incrocio tra John Cooper Clarke ed un giovane Mark E Smith che risponde al nome di Jason Williamson probabilmente ci urlerebbe “Tied Up In Nottz..WITH A ‘Z’ YOU CUNT!”

Brian Jonestown Massacre – What You Isn’t

Fa sorridere come in ‘Dig’ Courtney Taylor-Taylor sembrasse un figo e Anton Newcombe un povero perdente. Il tempo ha provato esattamente il contrario. In queste giornate di semi insonnia è confortante farsi avvolgere da questa spirale tipicamente BJM. Sembra che non succeda niente ma in realtá sei lì che speri non finisca mai.

Tweens – Bored In The City
Perché non ho studiato in un college americano invece che in uno squallido palazzone al Numidio Quadrato? Scommetto che il giorno del diploma invece che in una pizzeria con i poster di Roberto Pruzzo alle pareti avrei spopolato al ballo di fine anno scambiandomi degli hi five con i Tweens prima di scatenarmi in un pogo educato.

Pink Mountaintops – The Second Summer Of Love
Ho perso un po’ le tracce di chi sta con Stephen Mc Bean nell’avventura Pink Mountaintops.  So per certo che in questi giorni ogni tanto sento il bisogno di stordirmi con questo pezzo che al quarto/quinto ascolto si trasforma regolarmente in “Police on my back” dei Clash.

Coves – Cast A Shadow
Marzo 92 Town and country club di Londra. Mi piacevano parecchio i Curve. Feci anche una intervista a Tony Halliday, avrei scommesso su di loro. Naturalmente scomparirono poco dopo. Beck Wood un po’ me la ricorda e anche le loro tessiture psych-pop. Mi piace pensarla così anche se, più che altro, Cast a shadow è Some Candy Talking con Lana Del Rey alla voce e gli Spiritualized come backing band.

MASSIMILIANO BUCCHIERI

Kick the can!!

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Lo so, avete ascoltato tanta musica quest’anno. Cose differenti, probabilmente. Tanti buoni dischi, magari.
Ma non sarete comunque preparati a tenere botta ai Sleaford Mods. No, veramente, questa band é un pugno nello stomaco. Proprio cosí, un cazzotto che toglie il respiro e fa cadere sulle ginocchia.
Si vorrebbe girare la testa da un’altra parte, tornare velocemente alle nostre piccole e rassicuranti certezze da classe media che ama i dischi in vinile, Shoreditch e le classifiche di fine anno. Invece si preme play un’altra volta. Booooom! A terra, di nuovo!

Sleaford Mods é un giro di basso da due accordi, é una voce sguaiata che ci manda affanculo, é un beat ripetitivo che arriva a scuotere le nostre vite. Sleaford Mods é birra calda bevuta dalla lattina, Sleaford Mods é punk. Senza chitarre ma punk come non lo é stata nessun altra cosa negli ultimi anni.

Sleaford Mods é la band di Jason & Fearny. Guardateli in fotografia o magari in un video. Non scherzano affatto, non sono qui per intrattenerci, non ne sarebbero capaci. “Cazzo ridi?” é quello che ti dicono guardandoti dritto negli occhi se provi a metterla sul leggero: qualche sprovveduto ad un recente concerto se ne é immediatamente reso conto. Non é una band da battute di spirito.

É l’Inghilterra dei sussidi di disoccupazione, del coma etilico e dei siti industriali dismessi. Del profondo nord raccontato come faceva Mark E Smith. Condizione dell’anima piú che geografica, naturalmente.
Sleaford Mods é il disco che va ascoltato quest’anno, senza nessun dubbio, senza nessun timore. Se sará nuovamente tempo di barricate i Sleaford Mods ci indicano semplicemente da che parte stare. La colonna sonora non sará un problema, a quanto pare.
Cesare Lorenzi

L’album è intitolato “Austerity Dogs”. Si attende una ristampa in vinile per la fine dell’anno.