No Hope Kids (Fiver #09.2015)

 

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Ci sono gruppi che alzano l’asticella. Arrivano, lasciano il segno, fanno semplicemente in modo che le cose non saranno mai più come prima. In maniera magari del tutto inconsapevole. Ma lo fanno. Sleater Kinney è uno di quei gruppi.

E’ tutt’ora così, anno domini 2015. Allo stesso modo di quell’estate del 1995 quando pubblicarono il primo album per una minuscola etichetta indie di Portland. La Chainsaw Records nacque come fanzine, legata a stretto giro alla scena queer del nord ovest e diede il via a tutto quell’insieme di bands che con una certa semplificazione furono etichettate come riot grrrl. Certo, anche le Bikini Kill e altre etichette come la Kill Rock Stars. Roba che davvero segnò un’epoca. Ma le Sleater Kinney, si capì immediatamente, in quei confini stavano dannatamente scomode. Erano di un’altra categoria, onestamente. Quando qualcuno lo faceva notare reagivano stizzite. Ma la verità era inconfutabile: quei dischi (non tanto il primo, ancora materia grezza, ma i due successivi, Call the Doctor e Dig Me Out) erano talmente buoni che non si potevano solo considerare il prodotto di una determinata scena ma l’evolversi di un intero linguaggio, quello del punk-rock più viscerale che, di colpo, trovò in quelle canzoni un modo per riaggiornare il proprio tempo biologico.

Tanto che la critica dell’epoca, anche quella importante, fu costretta ad ammettere che semplicemente le Sleater Kinney erano THE BEST BAND IN THE WORLD.

Greil Marcus si spinse oltre e dichiarò che…….If you finaly hear Sleater-Kinney’s music on your radio, you’ll know that the whole notion of radio–and maybe the world–has changed.

Sleater-Kinney

Sleater-Kinney

Dieci anni di canzoni e di parole mai banali. Di volumi esagerati, feedback e due chitarre riconoscibili, una che suona come un basso talvolta. Di un drumming così potente da trasformarlo nel battito di un cuore. Dieci anni di tour infiniti. Dieci anni di autogestione, sempre tutto sotto controllo mai un passo nella direzione sbagliata. Non hanno mai tradito, loro. Mai.

Un giorno hanno semplicemente deciso che era giunta l’ora di fare altro. E’ rimasta la musica (Carrie e Janet con Wild Flag, Corin Tucker con i dischi solisti) ma anche televisione (Portlandia, serie tv dove Carrie è protagonista) e scrittura. E poi, ancora, famiglie, figli. Vita vera, insomma. Altri 10 anni, trascorsi così.

Ci sono cose che vanno fatte. Ad un certo punto, senza una vera ragione a dover giustificare. Ci si ritrova con gli amici di sempre e si riparte.

A proposito di alzare l’asticella. Ecco, immaginatevi una qualsiasi reunion, d’ora in avanti. Adesso se qualcuno reputerà necessario tornare dovrà farlo con un disco nuovo. E farlo nel miglior modo possibile. Un disco che possibilmente finisca tra i migliori dell’anno. Se non funziona, meglio rinunciare. Meglio rimanere dove si è stati fino ad ora. Altri ritorni non avranno nessun senso e sarà solo la nostra sfrontata ed ingiustificabile condizione di fan a poter giustificare tutti i Ride, Slowdive, Replacements e Jesus and Mary Chain di questo mondo.

L’asticella è qui, sotto gli occhi di tutti. Se vuoi tornare fallo con il disco dell’anno. Come le Sleater Kinney. Non più il migliore gruppo del mondo. Ma l’unico che abbia davvero un senso in questo momento. No Cities To Love è un disco che fa un effetto del genere, ancora una volta.

(questo articolo è uscito originariamente per la fanzine NO HOPE, fatta a mano in edizione limitata in 100 pezzi, distribuita gratuitamente al Covo Club di Bologna durante la serata NO HOPE KIDS.)

SONIC YOUTH – Anti Orgasm

Non so se un gruppo come Sleater Kinney sarebbe mai esistito se Kim Gordon non avesse un giorno deciso che era comunque una buona idea far parte di una band. E’ di questi giorni l’uscita sul mercato dell’attesissima autobiografia, Girl in A Band. Un libro che si fa leggere con entusiasmo, ricco di citazioni, di nomi e di date che faranno la gioia di qualsiasi appassionato.513ZI-p-ZSL._SY344_BO1,204,203,200_
Mi è piaciuta tantissimo la prima parte in particolare, quella incentrata sull’adolescenza losangelina. Si è sempre pensato (giustamente) ai Sonic Youth come ad una band newyorkese e invece sorprende non poco la visione di una Kim Gordon adolescente prettamente californiana. Sarà una cosa banale ma quel passaggio dove appena quattordicenne racconta di sognare di poter vivere in una di quelle baite nel bosco che circondano le colline di LA, come facevano i musicisti dell’epoca, chiusa nella sua cameretta, fumando erba e ascoltando ossessivamente Joni Mitchell, mi ha emozionato e ricordato qualcosa della mia di adolescenza.
The Eternal è il mio disco dei Sonic Youth preferito. Lo dico per giustificare la canzone che ho piazzato qui sopra. Penso che i Sonic Youth siano l’unico gruppo in assoluto dove l’ultimo album di una discografia sia anche il mio preferito, condizione che solitamente è riservata al debutto o a quello subito successivo. Ma i Sonic Youth non sono mai stati un gruppo come un altro. E ricostruire, anche grazie alla biografia della Gordon, quel percorso è un’esperienza che chiunque abbia anche solo un minimo amato la band dovrebbe fare.
Anti-Orgasm è una canzone politica, dove Kim Gordon è protagonista di un duetto con l’ex marito Thurston Moore…..do you undestand the problem / anti war is anti orgasm / smash the moral hypocrisy / liberation / not your sex slave…..avercene, cazzo, di gruppi così, di donne così, di canzoni così…..

Built to Spill – Living Zoo

Uno parte fiducioso fin da subito. E ci mancherebbe altro, considerando che There’s Nothing Wrong with Love è uno dei miei album preferiti di sempre. Si aggiunge il fatto che ormai sono passati sei anni dall’ultimo disco e, insomma, le aspettative aumentano e, come dire, al primo ascolto ci si gioca il bonus fedeltà. Piace a prescindere, ecco.
In questi casi vale qualsiasi cosa, va detto. Conviene utilizzare anche le controprove. Tipo chiudere gli occhi, infilarsi le cuffie e cercare di immaginarsi la canzone suonata da un gruppo all’esordio, completamente sconosciuto. Piace comunque, va detto e sopravvive a qualsiasi verifica. Un’apertura che suona come se fosse una conclusione con quel solo di chitarra privo di sbocchi che sorprende per poi trasformarsi in una roba che fa battere il piedino, entra in testa e non molla più la presa. Pop, alle mie orecchie. Tanto quanto può esserlo una qualsiasi canzone dei Dinosaur Jr. Fossi un quindicenne abituato a scrivere solo su facebook ci aggiungerei pure qualche cuoricino, a questo punto. Per questa volta ve lo risparmio.

Courtney Barnett – Pedestrian at Best

Album numero due alle porte per Courtney Barnett. Australiana con alle spalle un debutto ai limiti del miracoloso. Una che scrive canzoni, tanto per iniziare. Non abbozzi di frasi rubate in giro ma roba che per verbosità sembra uscire direttamente dagli anni settanta con quello stile così particolare ed un cantato che sembra sempre essere sul punto di trasformarsi in una recita. Canzoni sempre a metà strada tra tragedia e puro intrattenimento.
Sinceramente il brano nuovo lascia perplessi. Troppa energia, troppa foga, troppo volume. Tutto un pò troppo, insomma. Basta però non soffermarsi in superficie per accorgersi che comunque questa è una canzone che sta in piedi senza problemi. Incrociamo le dita ed aspettiamo l’LP, come si sarebbe detto un tempo.

Diet Cig – Scene Sick

Scacco matto in 3 mosse.
1) “I just wanna dance, I just wanna dance/ Come on take my hand, fuck all your romance, I just wanna dance”…..intrattenimento è un concetto che ai gruppi indie dovrebbero insegnare da piccoli. Come le tabelline ai vostri figli in prima elementare. Troppi se ne dimenticano, difatti. Alla fine vogliamo solo ballare, chiaro??
2) la K Records è una delle mie etichette preferite di tutti i tempi. I Diet Cig sono un gruppo K, a tutti gli effetti, nonostante abbiano inciso il loro EP di debutto per non so nemmeno chi. In virtù della strumentazione, prima di tutto: chitarra e batteria. Beat Happening, anyone?? E poi canzoni di pochi minuti, l’amore per il ritornello che non fa prigionieri. 6 canzoni, 6 potenziali singoli.
3) Punk come poteva esserlo un gruppo della Sarah Records? Ho detto Sarah? Sì, appunto, scacco matto.

Father John Misty – When You’re Smiling and Astride Me

Father John Misty, il progetto di Joshua Tillman, se ne sta in un’altra dimensione. Lassù da qualche parte dove il 99% della scena indie non arriverrà mai. A scrivere canzoni talmente perfette da risultare immediatamente classiche. Classico è pure l’impianto sonoro che sta esattamente a metà strada tra il rock radiofonico di un’ altra epoca e il folk-rock. Senza paura di abbondare con synth, archi ed arrangiamenti sopra le righe. Esattamente all’opposto di una band come Diet Cig, per intendersi. Eppure non mi sembra così sconveniente trovare spazio per entrambi, tutt’altro. Basta semplicemente non affrontare le vicende musicale come se ci fosse alla base un’ideologia da difendere. Per gente che tiene in casa i dischi di Randy Newman e degli Stooges come se fosse la cosa più naturale del mondo da fare. Impossibile resistere ad un viaggio che sa essere drammatico, esilarante, rabbioso, miserabille e comico allo stesso tempo. E il disco di Joshua Tillman è tutte queste cose messe insieme.
When You’re Smiling and Astride Me è una delle mie preferite.

Cesare Lorenzi

Not for sale / Not your girl / Not your thing

Sleater Kinney

Tra pochi giorni uscirà l’album nuovo di Sleater Kinney.
Sarà l’ottavo della serie, il primo dopo una pausa durata 10 anni.
Sleater Kinney per noi di Sniffin’Glucose non è una band come le altre.
Ma qualcosa in più e per una serie di ragioni diverse.
Sedici anni fa una nostra intervista finì sulla copertina di Rumore.
Adesso è arrivato il momento di tirarla fuori un’altra volta.
Prendetelo come un piccolo omaggio. Alla loro storia e un poco anche alla nostra.
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“No Cities To Love” esce il 19 gennaio.

Play your f*****g list!! (Fiver #03.12)

Sleater Kinney

Sleater Kinney


Non so se si cadrà nella consuetudine delle classifiche di fine anno anche da queste parti, alla fine. Ne avevamo discusso tra noi e la conclusione è stata unanime: meglio lasciar perdere, in quanto è diventata una pratica imbarazzante ed abusata (poi, magari non resistermo, meglio mettere le mani avanti). In questo periodo dell’anno siamo letteralmente invasi di classifiche di ogni tipo. Utilizzate ormai come veri e propri strumenti di marketing, vedi Rough Trade (99 sterline, offerta speciale, ti accatti la top 10) oppure tutta la stampa di profilo internazionale a caccia di click o qualche lettore in più del normale.
Il periodo in effetti si presta ai consuntivi, in quanto è una delle poche stagioni dove le nuove uscite si diradano e scorrere alcune di quelle liste consente magari qualche recupero dell’ultima ora. Ragionare un attimo su quello che è capitato negli ultimi 12 mesi a bocce ferme mi ha consentito però di ribadire una sensazione che ho avuto per tutta la stagione: il 2014 è stato un eccellente anno musicale, di grandi dischi, pubblicati in particolare da gruppi nuovi (diciamo bands che non esistevano prima del 2010).
Mi vengono in mente Parquet Courts, Ought, Nothing, Viet Cong, Proper Ornaments, Sleaford Mods, Happyness, Protomartyr, Total Control, Eagulls, Angel Olsen. Ne sto sicuramente dimenticando qualcuno e mi sono limitato solamente a scorrere velocemente i nomi che abbiamo pubblicato noi di Sniffin’Glucose in Fiver nel corso dell’anno, tra i nostri favoriti.
Quello che voglio dire è: abbiamo davvero bisogno del ritorno dei Ride? O degli Slowdive? O dei Jesus and Mary Chain? Quando abbiamo così tanta musica di qualità “nuova” di zecca. Niente contro questi gruppi, ben inteso. Alcuni sono tra i miei favoriti di sempre ma davvero: ne abbiamo bisogno? Penso di no, sinceramente. E mi sorprende l’entusiasmo con cui vengono accolti questi ritorni in particolare dai più giovani. Mi risulta sinceramente incomprensibile.
Sarebbe ora di liberarsi per sempre di questa fottuta retromania, di gente che da vent’anni non è capace di scrivere uno straccio di canzone e nonostante tutto continua a monopolizzare l’attenzione della scena.
Come abbiamo già detto in altre occasioni: si tratta di vivere il momento e non di rincorrerlo.
Se il fanatismo da retromania fosse impazzato già in passato mi sarei perso con tutta probabilitá  i Mudhoney davanti a 40 persone, i Nirvana pre Nevermind, i Pixies del primo album in un clubbino di periferia neppure esaurito,  i Primal Scream che facevano il verso agli MC5. Magari avrei dato la precedenza a qualche artista bollito, capace solamente di riproporre stancamente le solite vecchie canzoni. Si tratta il più delle volte di una rappresentazione di quello che è stato a discapito dell’energia del momento, dei vent’anni che non potranno comunque più tornare. Meglio, molto meglio, quelli che si mettono in gioco nonostante tutto: che non hanno paura di mettere in mostra qualche ruga di troppo ma che sono ancora capaci di scrivere una canzone come si deve. Thurston Moore e Bob Mould sono i primi che mi vengono in mente, ma non sono i soli.
Non è una questione di carta d’identità quindi, ma di spirito e attitudine, al solito.
Crogiolarsi nella propria leggenda, per la gioia di fan attempati e qualche ragazzino che non poteva esserci per forza di cose all’epoca originaria sembra essere il nuovo filone dell’industria discografica che si occupa di spettacoli dal vivo. Coachella (probabilmente il più importante festival al mondo) è nato ed ha avuto fortuna proprio in questa maniera: ogni anno mette in cartellone una reunion, non importa se supportata da una qualsivoglia vena artistica ritrovata. L’offerta che avrebbero fatto a Morrissey e compagni per un esclusivo ritorno degli Smiths è una roba che sta a metà strada tra la leggenda e la letteratura, arrivando addirittura a mettere sul piatto la trasformazione del festival in un evento vegano al 100%.
Quello che non si fa per il vile denaro, del resto.
Mi viene in mente una delle ultime canzoni pubblicate dalle Sleater Kinney prima del loro recentissimo ritorno:
You come around looking 1984
You’re such a bore, 1984
Nostalgia, you’re using it like a whore
It’s better than before
You come around sounding 1972
You did something new with 1972
Where is the fuck you?
Wheres the black and blue? (Sleater Kinney – Entertain)
A proposito di Sleater Kinney….
 

SLEATER KINNEY – SURFACE ENVY

Uscirà a gennaio il nuovo album del gruppo di Olympia, esattamente a 10 anni di distanza dall’ultima pubblicazione. Sembrava che non fossero mai andate via, a dire il vero. Le discografie post Sleater Kinney di Corin Tucker e Carrie Brownstein (Corin Tucker Band e Wild Flag) hanno sempre mitigato la ferita e dieci anni sono volati in un lampo. Sono stati sufficenti questi pochi accordi per riportarci però con i piedi per terra e farci capire che ne abbiamo ancora bisogno, come e ancor più di prima. Questa è una canzone che ce le riporta in pista in una forma strepitosa. Pezzo con un gran tiro, che non molla la presa, con un riff e un ritornello che entrano in testa e non si fanno dimenticare. Non è sufficente dire: un grande ritorno. No, non basta. Questa è una di quelle faccende che ti fanno ringraziare il fato e non so cos’altro. Una di quelle cose che ti rendono l’esistenza migliore, insomma.
 

CHROMATICS – CLOSER TO GREY

Semplicemente irresistibili, da sempre. E ancora oggi, con questa nuova canzone che preannuncia un nuovo attesissimo disco. Due minuti giusti giusti di ritmi sintetici che rimandano alla new wave marcata di nero a cui fa da contraltare una melodia che sembra uscire dal catalogo produttivo del migliore Phil Spector. Canzone meravigliosa. Aspettative altissime per l’album, a questo punto.
 

AMEN DUNES – SONG TO THE SIREN

Questa è sostanzialmente la cover di una cover. Sì, perchè la versione che ne fecero This Mortal Coil trasformò per sempre un brano (di Tim Buckley) irremidiabilmente in una cosa completamente differente dall’originale. Una canzone splendida che diventò una sorta di invocazione mistica, quasi una preghiera pagana dall’impatto emozionale devastante. Forse, la migliore cover di tutti i tempi.
Amen Dunes fanno riferimento proprio alla versione di This Mortal Coil in questo caso e pur non aggiungendo nulla di nuovo (cosa pressochè impossibile, del resto) si limitano (si fa per dire) ad aggiornare la canzone al loro impianto sonoro fatto di chitarre appena accenate e di una voce che (inevitabilmente, visto il pezzo) si avventura alla ricerca di pathos, di forza e intensità.
 

WILL BUTLER – TAKE MY SIDE

Ho ascoltato questo pezzo la prima volta non sapendo di chi fosse. Ho pensato: figo, sembrano i Violent Femmes! E poi, ancora, i Dream Syndicate. Una canzone semplice semplice che fa il suo sporco lavoro, insomma, efficace e cattiva al punto giusto. Una volta che si scopre che è il brano che prennuncia il disco solista di quel Will Butler che capeggia le megastar Arcade Fire si potrebbe anche chiedersi perchè. Ma il rock’n roll è roba che offre risposte più che porre domande. Non resta che cliccare play un’altra volta.
 

DEAN BLUNT – LUSH

Questo è il classico album che spiazza manco fosse Messi all’interno dell’area di rigore. Catalogato come artista provocatore, irriverente e sperimentatore Dean Blunt, inglese della periferia di Londra, se ne esce con una collezione di brevi canzoncine irresistibili che si alternano a lunghe suite strumentali. Un deciso passo avanti nei territori dell’accessibilità a forza di samples dei Big Star e dei Pastels che si adagiano su una struttura di ritmi ed atmosfere degne del Gil-Scott Heron più minimale.
Lush è il pezzo che apre l’intero album (Black Metal) e con il suo arrangiamento orchestrale e i suoi 100 secondi di durata ti fa immediatamente comprendere che questa è una faccenda che merita assolutamente il nostro tempo.
 

CESARE LORENZI

Fiver #04.10 (In my own strange way I’ve always been true to you)

Ought

Ought


In una settimana in cui del tour italiano di Morrissey hanno parlato più o meno tutti ho veramente poco da aggiungere se non impressioni strettamente personali. Ho amato molto gli Smiths e ho cercato di stare dietro alla carriera solista di Morrissey che non ha sempre vissuto momenti indimenticabili ma l’imprinting subito la prima volta che ho ascoltato Reel Around The Fountain è una di quelle cose che ti porti dietro tutta la vita.
In particolare mi hanno fatto ridere le lamentele di chi voleva più canzoni degli Smiths. Pubblico evidentemente plagiato dal virus della reunion dove l’artista suona esattamente quello che voglio io, anzi si ricostituisce proprio per quello.. Un perfetto spirito dei tempi che viviamo dove il verbo desiderare ha perso ogni significato. Dove possiamo ascoltare la canzone che vogliamo, vedere il film che vogliamo o il leggere il libro che vogliamo nell’esatto momento in cui insorge il desiderio. E se non succede ci innervosiamo. Come si permette Morrissey di non suonare quello che voglio io?
Con Morrissey in realtà è un po’ diverso. A parte il fatto che la sua carriera solista ormai ammonta a ben 26 anni contro i soli 5 di militanza negli Smiths il diritto di suonare le canzoni che vuole se lo è guadagnato, a mio parere, mantenendo una onestà e coerenza che seppur non sempre visibile, o riconosciuta dai più, è in realtà, a guardare bene, sempre presente. Nei suoi testi, certamente, ma anche le polemiche sterili, le uscite esagerate sono sempre state in linea assoluta con il personaggio.
Ho sempre stimato le persone che, non importa il contesto o chi hanno davanti, hanno sempre saputo mantenere un proprio comportamento dettato da un’onestà di fondo.
Nel mio piccolo ho sempre cercato di non restare disgustato dall’immagine di chi mi si presenta la mattina quando mi specchio.
Possono essere comportamenti indecifrabili o non condivisibili ma coerenti ed onesti.
Forse è per questo che l’altra sera, durante il concerto bolognese, risentire la frase che apre questo Fiver mi ha fatto ricordare, in questi tempi difficili, chi sono e l’impressione che vorrei lasciare in chi incontro.

Morrissey – Speedway Live in Bologna 17/10/2014

Fisico da pensionato, voce della Madonna. Credo di aver scritto così ad un amico. Se c’è un pezzo che da un senso all’intera carriera solista di Morrissey questo è Speedway da Vauxhall And I e vederselo recapitare come secondo pezzo in scaletta dritto in mezzo alla cassa toracica un venerdì sera in un vecchio palasport, con poca concentrazione e la testa ancora obnubilata dalle preoccupazioni per il presente e il futuro, è l’equivalente di uno schiaffone in faccia e mi ricorda improvvisamente tutto quello che abbiamo “passato insieme”. Ok, scusa Stephen, sono qua.

Ultimate Painting – Ultimate Painting

Si conoscono in un tour condiviso. Si annusano. Si piacciono. James Hoare (Mazes) e Jack Cooper (Veronica Falls) decidono di buttare giù un po’ di idee insieme e confezionano questo omaggio alla prima comunità hippy rurale americana. Finiscono abbastanza lontani dalle atmosfere dei rispettivi gruppi di provenienza. Ultimate Painting si srotola e avvolge. Conforta e accarezza nel suo andamento già ascoltato un milione di volte ma stranamente nuovo.

Ought – New Calm Pt 2

Proprio mentre nella loro solitamente pacifica madrepatria canadse succedono cose di una violenza inspiegabile e inaspettata gli Ought approdano dalle nostre parti e si fanno precedere da questa manciata di canzoni che si aggiungono al già apprezzatissimo More Than Any Other Day. In realtá questo non è un pezzo nuovo ma una rilettura sonicamente monocorde, della durata di 7’15, di un pezzo del 2012. “Oh I love this one” proclama in apertura il frontman Tim Beele prima di lanciarsi in una danza insensata sciorinando versi assurdi come “Hear me now that I am dead inside, that’s the refrain!” O, ancora, “Who invited Paul Simon? I didn’t invite him”. Tu ascolti e pensi..cazzo, i Fall. Hit the north accelerata?
Se l’8/11 al Covo durante il concerto vedete un tipo visibilmente provato che si gratta la testa a metà tra il perplesso e il deliziato passate a salutarmi. Mi fa piacere.

Sleater Kinney – Bury Our Friends

Opero un piccolo scippo a Cesare Lorenzi. Questo è un gruppo “suo”, e sono certo che di qui a breve celebrerà doverosamente il loro ritorno. Io l’ho sempre apprezzato, diciamo cosi, un po’ da lontano.. Dischi piaciuti abbastanza, ma mai scattato l’amore. Visti nel 2000, mah. Portlandia, doppio mah. Eppure .. Il loro ritorno non saprei come altro definirlo se non “necessario”. Una canzone bella, che ci rispedisce a quando la musica “alternativa” sembrava veramente parlarci in modo diverso.

Communions – So long sun

Mi immagino John Squire che ascolta questa canzone alla radio e cade dalla sedia. Bum! Poi chiama Ian Brown dicendogli “sto invecchiando Ian, questo pezzo nostro proprio non me lo ricordo. Tra l’altro è proprio buono, sei quasi intonato..”. Premesso che da queste parti il primo album degli Stone Roses sta sul comodino proprio in mezzo tra gli occhiali e il bicchiere d’acqua della notte questi ragazzini danesi si affacciano dallo squarcio creato dai “maggiorenni” Iceage e Lower spedendoci dritti dritti a Spike Island.

Massimiliano Bucchieri

This is our music

deanwareham-10.10.2013

Mi è rimasto impresso un episodio in particolare leggendo l’autobiografia di Dean Wareham (Black Postcards: A Rock & Roll Romance. New York: Penguins): raccontava del manager che lo aveva messo sotto contratto con l’Elektra.

Un ragazzo giovane per gli standard di una multinazionale, al quale era stato affidato un budget consistente e l’obbiettivo di scoprire nel circuito indipendente un paio di gruppi che potessero fare il salto. Mise sotto contratto i Luna di Dean Wareham, gli Stereolab e Afghan Whigs. Per un breve periodo Dean Wareham ebbe l’impressione di aver svoltato: spostamenti in limousine, studi di registrazioni importanti a disposizione e gli agi della vita da piccola rockstar. Durò poco.
Il tipo dell’Elektra venne licenziato ed ora lavora in un bar. Ho pensato che quel ragazzo aveva trovato un buon modo per cercarsi dei guai e che, con tutta probabilitá, se ne avessi avuto l’occasione mi sarei comportato allo stesso modo.
Rumore dedicò una copertina ad una mia intervista alle Sleater Kinney, nel febbraio del 1999. Era una band in cui credevo ciecamente e mi sembrava perfetta per il giornale che facevamo all’epoca. Fu uno dei numeri meno venduti di quegli anni e scherzosamente mi fu rimproverata per un bel pò di tempo. Ho firmato 6 o 7 copertine di Rumore, nel periodo in cui vi ho scritto. Quella delle Sleater Kinney è la mia preferita, tuttora.sleater kinney
Dean Wareham, nella mia immaginazione, è la copertina del mese, di questo mese, anno 2014. Per fortuna che al massimo devo renderne conto (o discuterne scherzosamente) con Arturo Compagnoni.
Dean Wareham ci ha messo una vita, in effetti quasi 30 anni, per pubblicare un disco solista, intitolato semplicemente con il suo nome ed è come se avesse consapevolmente riassunto il meglio della sua produzione in un unico album.
Una sorta di the best of, composto però solo da canzoni inedite.

Dean Wareham è sempre rimasto sulla stessa strada. Magari si è ridimensionato ma in fondo ha sempre saputo che quella roba lì, il contratto major e tutto il resto, era frutto di una coincidenza e di un momento storico irripitibile.
Ha sempre avuto l’aria di uno che si stupisce del clamore e delle buone recensioni, del resto.
Fin dai tempi dei Galaxie 500, quando fu accolto in Europa e sopratutto in Inghilterra come l’eroe della nuova psichedelia virata al folk e al culto dei Velvet Underground. Sembrava chiedere: siete sicuri? Proprio noi?
Uno di quei personaggi che nell’arco di quasi 30 anni di carriera ha in effetti spostato di pochissimo anche la propria cifra stilistica, rimanendo fedele ad un suono oramai riconoscibile. Quello che fa la differenza, giunti a questo punto, é la qualitá intrinseca della canzone stessa, la scrittura piú che i suoni. Quelli li conosciamo giá e sappiamo dove si andrá a finire. Insomma é sempre lo stesso disco, come ha detto giustamente qualcuno, ma quando la chimica, il momento, le congiunzioni astrali in qualche modo si allinenano rischia di uscirne un capolavoro.

Hanno ragione quelli che dicono che il sesso migliora con il tempo. Quando si perdono per strada insicurezze, paranoie, pretenziositá e l’esigenza di dimostrare qualcosa a tutti i costi. Quando si viene a patti con la propria natura e si trova, come dire, il proprio posto nell’universo. Il disco solista di Wareham é metaforicamente una scopata perfetta: come se tutto fosse improvvisamente al posto giusto. Merito anche della produzione di Jim James (dei My Morning Jacket) che sembra regalare al suono una profonditá che non ha mai avuto in passato.
Un disco che suona come un album dei Velvet (eh, lo so….) alle prese con il repertorio dei Byrds, con gli Spacemen 3 che se ne stanno in disparte e qualche volta pensano bene di fare capolino. Ma a questi riferimenti scontati per chi conosce la discografia di Wareham si aggiungono soluzioni inedite. Disco strumentalmente ricco: di tastiere, di soluzioni ritmiche inusuali che in qualche situazione mi ha ricordato finanche i Postal Service. Superficialmente potrebbe sembrare levigato, vellutato, addirittura innocuo. Ma é la combinazione dei suoni all’immaginario evocato da Wareham con le parole che trasforma un album musicalmente alla portata di molti in un viaggio decisamente piú pericoloso e oscuro e che ne decreta alla fin fine la grandezza.
171899a319ca4a28-coverimageThey made a desolation, but it call it peace… canta Wareham in Beat the Devil, giusto per ricordarci di non soffermarci alla superficie, che potrebbe sembrare rassicurante, ma se si osserva da un’altra prospettiva tutto cambia improvvisamente.
Il sentimento predominante é l’indecisione, buffo per un album cosí straordinariamente a fuoco. Ma questo é il registro abituale di Wareham, fin dai tempi dei Galaxie 500, e non é mai rassicurante. Ci tiene sul filo del rasoio, in bilico e i sentimenti messi in gioco non sono per nulla banali. Basterebbe lasciarsi andare alla narcotica disperazione western di Love is not a roof against the rain, dove un Dean Wareham mai cosí riflessivo si domanda cosa ha fatto per meritarsi tutto questo, convinto che neppure il piú dolce dei sentimenti riuscirá comunque ad offrire protezione. Il finale é peró all’insegna dell’ottimismo, Happy and free, si intitola il brano che chiude il disco. “Felice e libero, almeno per un po’…”, di piú sarebbe stato difficile pretendere.

Dean Wareham ha recentemente pubblicato una serie di “classifiche”, molto carine. Aiutano senz’altro ad inquadrare ancor meglio il personaggio….

Your three favourite Punk singles/songs?
“Little Johnny Jewel” by Television
“Blank Generation” by Richard Hell & the Voidoids
“Heart of Darkness” by Pere Ubu

A record that will make you dance?
“Fly Robin Fly” by the Silver Convention

The best “new” artist / band right now?
Foxygen. Great lyrics, music that nods to the ’60s but still sounds like 2013

Your favourite song about rebellion/revolution?
“Forces of Viktry” by Linton Kwesi Johnson


The_Feelies_Crazy_Rhythms

Your favourite song last year?

“Get Lucky” by Daft Punk

Your favourite book about music?
Please Kill Me by Legs McNeil

The most overrated band/artist?
U2 — I wish they would go away

The best song you’ve ever written / recorded?
“Tugboat” – as Galaxie 500

Your favourite record of all time?
The Feelies – Crazy Rhythms

CESARE LORENZI