Gruppo Slowdive


Vivere un concerto come un gruppo di ragazzini che vanno in trasferta per la squadra del cuore è la spinta che consente ai nati ai bordi di periferia, dove i tram non vanno più avanti, di inseguire la musica dal vivo e affrontare ogni viaggio con entusiasmo e rinnovata fede. E’ così che il “gruppo Slowdive” si muove: persone dislocate in aree geografiche diverse, i cui dialetti disegnano la provincia italiana e i suoi percorsi.
Partiti, per motivi diversi ma simili, ci diamo appuntamento a Bari, per il Medimex special edition, orario aperitivo, nella splendida venue del “PopUp the Sunday / Indipendent Label Market”, dove facciamo incetta di vinili, tra un cocktail, una chiacchiera e un panzerotto. Messi a dura prova dalle nuove direttive anti terrorismo che ci costringono a vivere la piazza come topolini in gabbia. Dopo una fila estenuante sebbene l’evento sia gratuito, perquisizione e controllo al metal detector, arriviamo in piazza lato bar dove comincia ufficialmente la serata, tra gag e abbracci, saluti e birre.
Il live di Tricky in tutta onestà ci annoia, sebbene lui rimanga un animale da palco e la sua attitudine punk sia ben assecondata da una band essenziale quanto precisa e nonostante molti di noi nei novanta su quei suoni ci volassero. La verità è che l’attesa per gli Slowdive è altissima e tutto quanto succede attorno vale poco meno di un riscaldamento pre partita ben fatto.
Sulle prime note di Slowdive ciò che risulta evidente è che la band è in ottima forma, che l’impianto fa il suo dovere e soprattutto che loro sono una di quei gruppi che le aspettative le divorano.
Il commento comune è “questi suonano come un disco” e ancora “sebbene in centomila han provato a replicare il loro suono, per qualche motivo, sti qua son così personali e così bravi da risultare inimitabili”. Senza scendere in tecnicismi che stancherebbero anche il miglior Riccardone, è solo questione di manico.
Gli Slowdive hanno i testi, hanno voci intonate, hanno chitarre, hanno profondità di suono, hanno ritmica, hanno immaginario. Hanno tutto quello che serve, insomma. Non c’è altro da aggiungere, se non raccontare quello che succede all’interno del “gruppo Slowdive”, ai cui membri ho chiesto il rilascio di qualche dichiarazione dopo una serata spesa insieme. Si va dal sintetico quanto incisivo “bellissimo live” rubato alla bacheca del Colasanti che racchiude il pensiero unanime dei presenti, al cosmico “Slowdive: località da sogno” di Robert Eno, in questa strana quanto unica trasferta in stile Partyzano che profuma di amarcord. Per Luca Barreca, rappresentante della Sicilia che amo: ”Il concerto é stata la dimostrazione di come dovrebbe essere una band di livello, un sistema con proprietà che superano gli individualismi. Un suono emozionante che esce perfetto, elegante e vibrante. Le chitarre che si armonizzano perfettamente e Rachel in splendida forma, una bellezza insomma. Metteteci anche che Salmo ha rubato un po’ di spettatori alla favolosa location. Uno dei migliori concerti degli ultimi anni”.
Già, avevo dimenticato di render conto del nostro più grande timore: gli occasionali. Ringraziamo l’organizzazione per aver sistemato sull’altro palco Salmo che ha raccolto, ovviamente, tutto il nazionalpopolare e il pubblico casuale. Non è una critica all’artista ne all’organizzazione, anzi, penso sia stata davvero una mossa intelligente quella di creare due palchi antitetici capaci di convivere a pochi chilometri l’uno dall’altro. E sebbene, al solito, Edoardo Calcutta voglia percularmi alla sua maniera con la dichiarazione per la stampa “una grande emozione vedere gli Slowdive e Fabio Nirta nello stesso posto” (sia chiaro, se lo può permettere, siamo amici), ma la pelle d’oca ce la siamo sentiti a turno tutti e qualche lacrima l’abbiamo dovuta coprire con altrettante battute. Fabiola Lavecchia, a cui Michele Montagano lascia la parola per la questione aperta delle quote rosa, dichiara: “Ho pensato a quando ho ascoltato gli Slowdive per la prima volta ed ero già grande per vivermeli (nel ’95 avevo 7 anni) e invece no, all’inizio dell’estate del 2017 li ho ascoltati dal vivo e sono stati emozionanti esattamente come me li sono sempre immaginati. Mi sono piaciuti anche i pezzi nuovi che sono bellissimi, anche se non mi emozionano come i vecchi. Ma When the Sun Hits mi ha proprio sollevata (è la mia preferita)”. Ai non pervenuti Carlo Pastore, Daniele Giustra, Livio Ghiraldi, Michele Perriello, Gae Antonacci, Barbara Laneve (non me ne abbiate se vi cito, non me ne abbiate se non vi cito) il mio abbraccio e il mio grazie per i sorrisi e la splendida compagnia. Uno speciale grazie a Francesca Sturzi che, nonostante la crisi Juve, mi ha fatto autografare i vinili dalla band.
L’ultima parola la lascio a Luca, vero mattatore della serata e “premio Sapone”, con il suo “CAVALLO” perfettamente in tema con l’artwork del Medimex:”É una festa e credo si contribuisca fattivamente tutti alla fine. Si guarda il concerto filato tra un cocktail e un altro e alla fine soddisfatti ci si butta assieme nella movida barese, con Fabio e Roberto pieni di gioia e di dischi e io che non trovo piú la via per il b&b”.
In conclusione: se il saggio indica gli Slowdive, lo stolto sta su internet a fare gag sui due biglietti dei Radiohead.

Per i pignoli, per i rosiconi e per la cronaca, ecco la scaletta ed un estratto video del concerto:
1. Slowdive
2. Avalyn
3.Catch the Breeze
4. Crazy for You
5. Star Roving
6. Machine Gun
7. Souvlaki Space Station
8.Sugar for the Pill
9.When the Sun Hits
10.Alison
11.No Longer Making Time
12.Golden Hair (Syd Barrett cover)

Fabio Nirta

We’re younger than clouds (Fiver #18.2017)

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The New Year

Se qualcuno mi avesse detto, non so, tipo quattro anni fa che nel 2017 uno dei miei album preferiti sarebbe stato un nuovo disco degli Slowdive mi sarei fatto una bella risata e avrei archiviato il tutto alla voce droghe sbagliate. Ma i miracoli accadono, del resto anche l’Internazionale di Milano ha vinto un triplete.
Non sono mai stato un fan del gruppo, tra l’altro, non come nel caso dei neroazzurri stellati milanesi. Li ho seguiti all’inizio della carriera perché i loro dischi uscivano su Creation che era un marchio di fabbrica imprescindibile. Anche se, va detto, quella Creation era ormai alla deriva, travolta dai debiti, dalle droghe e da un gioco che si era fatto troppo grande per quel paio di teppistelli della periferia di Glasgow. Gli Slowdive volevano essere una cosa a metà tra Cocteau Twins, My Bloody Valentine e Brian Eno e si ritrovarono invece stritolati da chi voleva farne delle icone indie. I tre album usciti all’epoca li ho dimenticati in fretta, allineato a quello che era il sentimento prevalente dell’epoca. Il mood che circondava la band era talmente negativo che finì per travolgere anche le indiscutibili cose positive della loro discografia.
Il pensiero che talvolta possano servire 22 anni per mettere a fuoco un’idea non mi dispiace affatto, però. E che talvolta la vita ti conceda una seconda occasione. Perché indiscutibilmente i nuovi Slowdive suonano meglio di quanto abbiano mai fatto in passato. Magari ha a che fare anche con la predisposizione personale, con il fatto che queste nuove sembrano più “canzoni”, più pop per di più, che non fa mai male per quanto mi riguarda.
Questa storia del ritorno degli Slowdive assume proprio i contorni della favola a lieto fine, insomma. La caduta, il ritorno, la seconda possibilità ed un pizzico di redenzione. Manco fosse una sceneggiatura di una qualsiasi commedia non troppo sofisticata. Arrivati ad un certo punto è ancora più bello crederci…

SLOWDIVE – Sugar for the Pill

Neil Halstead è un cazzo di genio. Su questo non ci sono dubbi. Lo ha dimostrato anche lontano dalla band, con i suoi altri progetti nel corso degli anni. Da Mojave 3 ai dischi che portano il suo nome fino a quella piccola meraviglia di album targato Black Hearted Brother, uno dei dischi più sottovalutati dell’ultimo lustro.
Il suono è ormai un classico, riconoscibile a distanza, narcotico, stratificato ma allo stesso tempo privo di pretenziosità. Un miracolo, come si diceva più sopra. Se non intero mezzo di sicuro.

GIRLPOOL – Fast Dust

Nonostante la batteria, gli arrangiamenti più sofisticati, la struttura delle canzoni che appena appena si allontanano dalla basica formula chitarra-basso-voce, nonostante tutto questo l’impatto emozionale delle losangeline Girlpool rimane il punto di forza del gruppo. Quindi vanno ascoltate nel momento giusto e con un attimo di attenzione. Non è roba da accendere e tenere in sottofondo facendo i piatti la sera. Meritano un piccolo investimento di tempo, insomma. Il disco (tutto) è bello, bello, bello.

LOST BALLOONS – Numb

Considerata la rotazione mi tocca in sorte il Fiver più o meno una volta al mese. Scegliere cinque canzoni non è un problema, anzi solitamente ne ho almeno il doppio pronte per finire su queste pagine. Non questa volta però. Ho passato qualche giorno a sfogliare la margherita dei miei ascolti preferiti delle ultime settimane e mi fermavo sui soliti nomi: Conor Oberst (no, ancora!!) LCD Soundsystem (bruciati da Massi, settimana scorsa), Alex G (bruciati, pure loro) e un’altra marea di roba che non mi convince per niente o che non mi ispira nemmeno il solito paio di semplici righe.
In questi rari casi finisce che mi attacco al computer alla ricerca di un minimo d’ispirazione. Qualcosa di buono si trova sempre e alla fine è un buon modo per tenersi aggiornati. Questa canzone, per esempio, si apre come un brano dei Big Star e poi ci si ritrova tra le mani una meraviglia degna dei migliori Teenage Fanclub. Si tratta di un texano (Jeff Burke, già con i Radioactivity) e di un giapponese (Yusuke Okada) già attivi nella scena punk-garage dei rispettivi paesi. Gioiello vero, altrochè!!

MAC DEMARCO – My Old Man

Mac DeMarco ha tirato fuori il disco che non ti aspetteresti. Quantomeno se hai avuto la fortuna di vederlo dal vivo, dove fatica a stare dietro a se stesso e al suo cazzeggio oltre le righe. Non ti aspetteresti insomma un disco rilassato, semplice nella forma quanto nella sostanza. Anzi sorprende proprio il tono malinconico, come se fosse il primo disco di una prolungata post-adolescenza. Manco si fosse accorto tutto di un colpo che la giovinezza è terminata e il futuro ha la forma di un carico da novanta che ti piomba di colpo sulle spalle. Una consolazione che tutto questo sia il pretesto per scrivere canzoni come questa, in fondo.

THE NEW YEAR – Recent Hystory

Sono passati quasi 10 anni e non ce ne siamo accorti. Poi si fa partire un brano così, in cuffia magari, e ci si accorge di quanto ci siano mancati.  La stessa sensazione che si prova ad incrociare un vecchio amico dopo tanto tempo (e non è un caso che di questa canzone ne abbia già parlato Massimiliano su queste pagine). Il primo secondo di imbarazzo serve solitamente per rendersi conto che nulla è cambiato e che nulla potrà mai cambiare. Questi sono i suoni, l’attitudine, lo spirito che mi fanno sentire bene. Coperto, allineato, al sicuro. Il mio mondo indiscutibilmente.

CESARE LORENZI

DREAM BABY DREAM – YPSIGROCK 2016

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Forse ha più senso iniziare dalla fine. Domenica, tardo pomeriggio, trovo posto per una breve sosta su una delle panchine di piazza Margherita ad un paio di centinaia di metri da Piazza Castello, epicentro dell’intero Festival. Due distinti signori che sembrano usciti dalle pagine di un romanzo di Sciascia. Lei vestito floreale e ventaglio d’ordinanza, lui giacca turchese e rasatura impeccabile. Dopo pochi secondi di garbati sorrisi colgo la loro discussione con una inflessione dialettale che non so riprodurre: “ma oggi non suona nessuno alla Chiesa del Crocifisso? Peccato.” Si girano verso di me, gli riservo un sorriso solidale. Non mi sembra significativo stare a precisare che sì, sul nuovo palco “inventato” nel cuore della cittá, in una vecchia chiesa sconsacrata, in realtà avevano appena finito di fornire ottime esibizioni due giovani realtà italiane come Yombe e L.I.M.

Mi alzo un attimo prima che mi chiedano, senza preconcetti e con genuina curiosità, il significato della mia maglietta Maple Death Records.

Ypsigrock è anche questo. Un paese che pare accompagnare come un unico organismo il manifestarsi, una volta l’anno, dell’inconcepibile sogno di chi questo festival l’ha immaginato (follemente) e concretizzato (incredibilmente) in una zona d’Italia storicamente (ma la storia sta cambiando) fuori da tutti i circuiti musicali “maggiori”.

Ne scrivevamo già l’anno scorso. Un cartellone, in termini qualitativi, pieno di piccole e grandi gemme. Più o meno un miracolo se ci si ferma a pensare ai condizionamenti imposti da problemi logistici, di budget e da una miriade di altre incognite che possiamo solo immaginare.

Il giorno dopo la fine del festival mi viene raccontato di abbracci commossi tra chi ha lavorato alla realizzazione di questo sogno. Fanno bene ad esserne orgogliosi.

Duemila, forse tremila ragazzi che si spostano placidamente tra i tre palchi cittadini ed il campeggio dove si fa festa fino al mattino.

Tutti con unico tratto in comune. Un largo sorriso sulle labbra.

Un sorriso che ho condiviso per l’intera durata del festival e che si è sciolto in commozione, stupore ed estasi particolarmente in queste cinque occasioni. (Qui ad SG siamo un po’ fissati con i Fiver, evidentemente..).

Birthh hanno confermato che tra le molte nuove ed interessanti formazioni della scena italica sono tra quelle dalle quali è lecito aspettarsi di più. Penalizzati da qualche problema di resa sonora hanno confermato di “avere le canzoni”, particolare meno banale di quanto sembrerebbe e che, oltre ad attitudine e “tiro”, costituisce un ottimo punto di partenza.

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Dei Mudhoney scrivevamo in sede di presentazione del Festival. 24 anni dopo il mitico concerto di Reading nel quale i Nirvana immortalarono un’intera generazione e scena musicale ritroviamo un Mark Arm in ottima forma. La prima mezz’ora fa tremare i muri del castello e più in generale tutto il concerto, al quale avrebbe giovato una sforbiciata di una ventina di minuti, ci ricorda quanto la formazione di Seattle liquidata all’epoca come “grunge” (sic) sia debitrice, oltre che del punk americano, anche di una certa matrice hard rock.IMG_0236

Howe Gelb è un grande. No, aspetta forse non si è capito. HOWE GELB È UN GRANDE. Si presenta sul palco per quello che dovrebbe essere l’ultimo tour della storia sotto la sigla Giant Sand e per l’occasione ripesca collaboratori degli inizi della band oltre ad altre facce patibolari made in Tucson, Arizona. Sembra di ritrovarsi di fronte all’intero cast del Mucchio Selvaggio. Lui racconta storie semi incomprensibili mentre sorseggia vino bianco. Le chitarre urlano, lui si siede al piano per Cry Me A River. La polvere del deserto si posa intorno a noi. Torna sul palco per regalarci Shiver. Un trionfo.

Ho sempre diffidato dei supergruppi. Già il termine mi atterrisce. Semplificando, Minor Victories = Editors+Slowdive+Mogway.

Una formula sulla carta potenzialmente in bilico fra sublime e disastro. Il disco ha dissipato molti dubbi ma non tutti, ed é con grande sollievo, perciò, che constatiamo quanto, dal vivo, siano compatti, rigorosi, impeccabili, emozionanti.

C’é un po’ di tutto, i crescendo implacabili dei Mogwai, l’elettricità eterea degli Slowdive, la concretezza degli Editors. E poi Rachel Goswell.

É esattamente quando Rachel comincia a cantare che le perplessità volano via, insieme a pezzi di cuore. Una creatura di sogno calata nel parco delle Madonie.IMG_0221

Jehnny Beth ci riporta sulla terra. Canta, urla, scalcia, si tuffa nel pubblico a più riprese. La band mancina 75 minuti di una potenza impressionante. Quasi un concerto punk. La cover di Dream Baby Dream dei Suicide più che azzeccata, appare necessaria. Terza volta che vedo Savages dal vivo ed ogni volta è una crescita esponenziale.

Forse IL CONCERTO dell’edizione Ypsigrock 2016.

Nel sospeso silenzio notturno che accompagna il mio ritorno dopo una curva, improvvisamente, i fari della macchina inquadrano una piccola volpe che mi attraversa la strada. Si ferma un attimo e, in questa atmosfera in bilico fra sogno e realtà, l’assurdo pensiero che mi stia invitando a tornare l’anno prossimo mi sfiora.

Massimiliano Bucchieri

Fiver#02.06

Cloud-Nothings-01-Dani-Canto

Per la quarta volta raggiungo il Primavera Sound.
Alla fine di ogni edizione dico che sarà l’ultima, poi ci ricasco.

Tra le cose più originali c’e sempre il volo di andata.
Per ogni edizione prendo il volo Ryan Air da Bologna del giovedì mattina. E’ sempre piuttosto divertente realizzare che si tratta di una sorta di volo charter per il Festival, tanti sono i passeggeri facilmente riconoscibili dalle t-shirt. Quest’anno si va dai veterani con maglietta Husker Du ai più giovani con maglietta Chromeo. Sei così certo che la maggior parte di passeggeri stia andando al Primavera che si è chiamati a pensare che anche il pilota stia guidando con la maglietta dei Pixies e che il volo Ryan possa atterrare direttamente al Parc del Forum.

Ma è proprio nella riconoscibilità conclamata una volta saliti in aereo che possono scaturire osservazioni di antropologia pura.
Se il veterano del Primavera è seduto di fianco ad un neofita alla sua prima edizione, il neofita rischia un pippone di almeno 40 minuti. Verranno affrontati tutti i temi, dai consigli sui migliori falafel del festival, ai passaggi segreti tra un palco e l’altro per evitare le code, dai ferrei regolamenti dell’Auditorium ai consigli legati ai vari spazi Off del Festival.
Il veterano e il neofita sono molto diversi. Li si puo’ riconoscere già dal bagaglio.
Il neofita pensa di andare ai Caraibi a bere un mojito mentre ascolta in costume da bagno il live degli Arcade Fire. Il veterano ha invece in valigia un costoso abbigliamento tecnico da montagna e racconta al neofita aneddoti climatici simili a quelli narrati dalle popolazioni irochesi. Il neofita ascolta e sorride, pensando che il veterano stia esagerando, riderà meno 3 giorni dopo con 39 di febbre.
L’altro grande elemento di riconoscibilità tra le 2 categorie di festivalgoers è lo Schedule.
Tutti in aereo tiriamo fuori i già stropicciati foglietti dove sono stati diligentemente segnati i personali interessi delle 3 giornate. Le differenze le vedi dalle liste. Il neofita si è segnato 70 nomi, non li riuscirebbe a vedere nemmeno se stesse un mese a Barcellona, ma non può accettare e riconoscere con se stesso che se Sharon Van Etten suona alla stessa ora ad un kilometro di distanza dagli Slowdive , non esiste nessun Dio che potrà farglieli vedere entrambi.
Il veterano invece tira fuori uno schedule dove si è segnato pochi nomi a caratteri cubitali. Non perché è interessato a poche band, ma perché è da 4 mesi che si prepara per l’evento con selezioni dolorose. Ha già elaborato il lutto per tutto ciò che non potrà vedere e solitamente si autoconvince del suo operato con frasi del tipo “…Tanto John Grant l’ho già visto 3 volte”, ma intanto dentro sta piangendo.
L’ultima differenza è la programmazione dell’intero viaggio.
Il veterano dormirà fino a 15 minuti prima l’inizio del primo live e programmerà con serietà scientifica ogni spostamento da un palco all’altro, le sue energie sono centellinate per arrivare in forma anche per i concerti notturni. Ma a volte anche lui fallisce, non accettando che se il suo fisico ha superato i 40 non arriverà mai a vedere i Wolf Eyes alle 04 del mattino oppure può arrivarci ma probabilmente sarà l’ultimo live della vita.
Il neofita invece è da tanto che voleva visitare Barcellona e quindi oltre al Primavera si è segnato per ogni mattina gustose visite alla Sagrada Familia , al Museo Picasso e deve inoltre assolutamente trovare la maglietta originale di Puyol e Iniesta che aveva promesso agli amici.
Sovracaricandosi di così tanti impegni, il neofita si troverà già nel pomeriggio del secondo giorno a sperimentare nelle gambe quello che un ciclista prova scalando il Col du Galibier, solo che lui non è un ciclista e per di più ha pagato 180 euro il biglietto. Anche il neofita, tradito dal fisico, arriverà con il pianto nel cuore a rivedere i suoi 70 nomi che si era segnato nello schedule.
Vero elemento di originalità in questa edizione 2014 è lo “Schedule Emiliano-Romagnolo”. Tra Bologna e Ravenna nei giorni subito successivi al Primavera si sono esibite infatti ben 8 band presenti a Barcellona (tra cui 4 headliner). Il neofita ed il veterano si troveranno quindi uniti nell’ incrociare i propri schedules in base ai loro progetti dei giorni successivi.
Anche in questo caso il neofita – se molto giovane – rischia però di uscirne sconfitto. Dopo calcoli interminabili ammette a se stesso e agli altri che non ha la macchina e non saprà come caspita farà a raggiungere Marina di Ravenna.

Ma bando alle chiacchiere veniamo alla musica, il motivo per cui siamo qui e uno dei motivi per cui siamo al mondo.
Ecco il mio personalissimo “fiver” del PS 2014
Le 5 canzoni che più mi hanno emozionato nella 3 giorni barcellonese.
In ordine di apparizione on stage:

1) Midlake – Roscoe
I Midlake si esibiscono il primo giorno, all’ora del tramonto in uno dei rari momenti di sole e splendida temperatura. Ho amato in maniera smisurata i loro primi 3 album, poi a mio avviso la vena creativa si è di molto affievolita. Il live però me li fa tornare ad amare e i brani prendono tutti una certa epicità. Il tutto sarebbe ancora più bello se la voce di Eric Pulido fosse più limpida e meno effettata, ma forse il desiderio è quella di renderla più simile all’ex leader Tim Smith. Roscoe in ogni modo arriva a commuovere e rientrerebbe forse in un mio ideale best 100 degli anni 2000

2) Slowdive – Catch the Breeze
In questo caso non sono un fan, ma vado con molta curiosità. All’inizio tutto sembra un po’ incerto. Nei primi 2 brani Rachel Goswell e tutti i componenti della band sembrano quasi intimoriti (a parte Neil Halstead che ha occhi solo per la sua chitarra). Poi il concerto esplode con Catch the breeze, il calore del pubblico – tanto – arriva sul palco, la Goswell si scioglie ed elargirà sorrisi e dolcezze per tutta la durata del concerto. Le armonie di Catch the breeze e la voce di Rachel Goswell con il mare di fianco e le nuvole cariche di rosso tramonto è stato uno dei momenti emotivamente più forti del mio Primavera

3) War on Drugs – Under the Pressure
In questo caso non solo non sono (o meglio non ero) un fan, ma vado addirittura con un po’ di pregiudizi. Non avevo colto l’hype per il loro ultimo lavoro. Ma i Festival servono anche per questo, a volte incroci miti che ti deludono, altre volte gruppi nuovi con cui è amore a prima vista, altre volte ti trovi a rivedere completamente un giudizio su una band. E’ il mio caso con i War on Drugs , il live di gran lunga migliore – di quelli da me visti – di tutto il PS 2014.
Dal vivo si coglie molto di più il loro contatto con la tradizione “americana” e il mio gusto è ampiamente appagato. Finalmente colgo anche l’accomunanza con Bob Dylan, che fin qui non avevo assolutamente capito, il sound e soprattutto la voce di Adam Granduciel sono effettivamente equiparabili al Dylan dei migliori anni.

4) Volcano Choir – ComradeVolcano Choir 04 Dani Canto feat 600
Su Justin Vernon non sono obiettivo, lo confesso. Non mi ha ancora stancato come Bon Iver e lo apprezzo ulteriormente per le sue collaborazioni e per i suoi progetti collaterali tra cui il più importante è appunto Volcano Choir.
Contrariamente a quanto ci si può aspettare, il gruppo anche dal vivo risulta essere quello del chitarrista e compositore Chris Rosenau che ha il compito di presentare tutti i brani e relazionarsi con il pubblico. Mr. Vernon si limita ad essere la splendida voce della band e solo alla fine saluta e ringrazia tutti introducendo Still dal primo album dei V.C.
65 minuti a mio avviso splendidi.

5) Cloud Nothings – Stay Useless
Altro concerto che attendevo e altra conferma, questa volta in forma decisamente più oggettiva.
I Cloud Nothings sono devastanti e hanno dei brani meravigliosi che propongono senza tregua come se non ci fosse un domani. Iniziano con Quieter Today, poi Now Hear in ..e poi la splendida Stay Useless. Sono le 00,10 dell’ultima sera …e ho l’impressione che dopo questa non posso più chiedere nulla a Barcellona.

Per il resto torno a casa con lo zaino pieno di tanti altri momenti.
Come tanti, uso il Primavera anche come contenitori di generi, come occasione per conoscere band nuove e infine per concedermi “main event” che frequento sempre meno ma in cui mi accorgo di divertirmi ancora . Nel primo gruppo inserisco gli ottimi live dei Kronos Quartet , Caetano Veloso e Dr. John nel secondo gruppo (quello a cui tengo di più) La Sera, Majical Cloudz, Courtney Barnett e nell’ultimo decisamente i National – una spanna sopra tutti a mio avviso – e gli Arcade Fire.
E poi c’era Mr. Julian Cope in apertura della 3 giorni, a tessere un ideale filo conduttore tra quello che ero a 20 anni e quello che sono adesso.

MASSIMO STERPI

Mio fratello ha il cuore nero

Tenere un blog per parlare di musica è un trucco, un escamotage che ci consente di autodeterminarci: di tracciare una linea di demarcazione tra quello che ci piace e quello che avremmo voluto essere.
Qualsiasi buon ascolto stimola la nostra emotività e attiva una gamma di sinapsi, ma solo alcuni di questi ascolti ci provocano sensazioni così forti da non lasciarci altra scelta: dobbiamo farli uscire, sentiamo l’esigenza di scriverne, esternarli.
Non possiamo farli morire dentro.
Stando a questo assioma il disco dei Black Hearted Brother allora mi piace tantissimo.
Ma non è solo il disco in se ad incantarmi.
Mi affascina anche la noncuranza con cui certa gente si mette a fare le cose che fa.

Neil Halstead è una mezza leggenda.
Soprattutto per quei tre dischi che nella prima metà degli anni ’90 ha prodotto utilizzando la sigla Slowdive.
Sul perché gli Slowdive siano diventati una piccola icona per almeno un paio di generazioni di amici miei mi sono interrogato a più riprese nel tempo ed in verità non sono ancora riuscito a darmi una risposta adeguata quanto seriamente argomentata.
Forse è per il fatto che nessuno li ha mai visti suonare.
Nessuno tra quelli che io conosco, perlomeno.
Suppongo che questa cosa possa avere sostanzialmente ibernato quella purezza che in qualche modo traspariva dai loro dischi, evitando contaminazioni speciose e deterioramenti temporali.
Alimentando la leggenda.
Fatto sta che Neil Halstead ha assunto nel tempo un ruolo ascetico, alimentato vieppiù da quella barba estremamente saggia e vecchia, molto folkish e alla fine del giro oggi divenuta paradossalmente un involontario e beffardo emblema hipster.
Tra Mojave 3 e dischi solitari lui è stato sempre lì, presente a se stesso e al mondo che intanto gli girava vorticosamente attorno.
Ed oggi che senza preavvisare nessuno butta fuori assieme ad un paio di amici un disco che inietta elettricità, ripesca ricordi, azzarda paragoni e suggerisce ascolti che da uno con una barba e un passato del genere magari non ti aspetteresti, cosa si inventa per promuoverlo?
Niente, assolutamente niente.
Anzi da asceta quel è, come fosse uno che ha deciso di vivere fuori dal mondo, spegne la luce sul nuovo progetto e ne accende altre, distraendo attenzione quasi a farlo apposta.
Annuncia un altro disco solitario e come niente fosse butta lì la notizia che si, magari poi non sarebbe una cattiva idea rimettere assieme i pezzi e tornare in pista con i vecchi Slowdive.
Intanto continua ad andarsene in giro a suonare da solo.
La sua barba e una chitarra.
E in un angolo del tavolo dove vende le sue robe appoggia qualche copia del disco dei fratelli dal cuore nero.
Come a dire: ecco, c’è anche questo, se proprio non potete farne a meno prendetelo pure con voi.
Come non bastasse per sviare ulteriore interesse dal nuovo progetto decide di registrare un disco dal vivo, sempre da solo.
Per l’occasione lo scorso ottobre fissa due date in un piccolo auditorio di Londra e annuncia che lo raggiungeranno sul palco alcuni ospiti.
Tra questi ci sarà Rachel Goswell, praticamente l’altro 50% dei non dimenticati Slowdive.
Dunque dal vivo i due tornano per la prima volta dopo quasi 20 anni a suonare delle canzoni della vecchia band.
Forse.
Perché poi succede che alla prima delle due date l’ospitata alla vecchia amica sia, come logica, deputata ai bis nel finale.
Ma poiché il pubblico non lo sapeva, nel clima tranquillo dell’auditorio, ascetico quanto lui, alla fine nessuno azzarda richieste di bis e la tanto attesa riunione lì per lì non prende forma.
Salvo venire infine proposta il giorno dopo.
Una roba di una nerditudine che fa tenerezza.

Comunque il disco dei Black Hearted Brother è un signor disco, uno di quelli che a crederci appena un po’ starebbe lassù in cima.
Canzoni che azzannano dolcemente il cuore e altrettanto dolcemente lo riducono in tante piccole briciole, con quella noncuranza che evidentemente è tipica dei suoi autori.
Melodie che in pari misura consegnano allegria e dispensano tristezza.
Canzoni che spediscono nell’iperspazio, nemmeno fossero pillole colorate sgusciate fuori da un blister dalla forma di un qualunque disco degli Spiritualized, e canzoni che alzano l’asticella del ritmo obbligando il piede a seguire il battito, invitando il diggei azzardoso a provarci.
Canzoni dove suona quella chitarra che gli Yo La Tengo ci avevano abituato ad ascoltare, quella che slarga il sorriso e quasi sembra sia un disco dei Feelies.
Canzoni che non te lo ricordi bene ma sei praticamente certo stessero dentro uno dei primi due ep dei Ride, quelli che tanto ti piacevano quando eri giovane e credevi che guardarsi la punta delle scarpe fosse la cosa più figa da fare.
E ci sono ancora intuizioni screamedeliche di quelle che circolavano nel momento in cui pensavi che la soluzione di tutto fosse quel dj con la barba amico loro e alla fine, in fondo a tutto, una canzone della buonanotte che vorresti essere sempre quella a cullarti ogni sera e portarti via.
Poi si, ci sono anche canzoni che ricordano cosa fossero gli Slowdive.
Ed è in quei momenti che tutto schiarisce, è lì che sta la risposta al perché gli Slowdive siano diventati una piccola icona per almeno un paio di generazioni di amici miei.
In quegli attimi si illumina a caratteri cubitali come un’insegna lampeggiante neon una dichiarazione del nostro letta solo pochi giorni fa: the music that first hits you really sticks with you.
Semplice, no?
Mi verrebbe quasi voglia di tirar fuori la vecchia copia di Souvlaki e farla girare un po’ sul piatto.
Ma non è il giorno giusto.
Ora c’è su Stars Are Our Home e questo è il momento per ascoltarlo perché ogni cosa ha una sua collocazione.
Occorrono le giuste sequenze temporali.
Ci vuole un ordine interiore.

Stars are our home è uscito per Slumberland ad ottobre 2013.
Neil Halstead suonerà al Bronson di Madonna dell’Albero (RA) il 2 aprile 2014.

Arturo Compagnoni