The F word / the K world (Fiver # 09.2016)

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Questo resistibilissimo ritorno delle cassette è, come tutte le cose che vanno controcorrente rispetto all’ordine imperante, deliziosamente insensato ma per certi versi necessario. Allo stesso tempo mi riporta alla mente parentesi ormai dimenticate come le gloriose stagioni radiofoniche di almeno tre decenni orsono.
Ieri cercavo di ascoltare la cassetta degli Smash. Mi piacciono gli Smash. Mi ricordano cose come Grandaddy o Sparklehorse, band importanti che amavamo e seguivamo, per certi versi supportavamo, comprandone dischi, magliette e stampa con loro “dentro”.
“Cercavo” perchè ho una vecchia piastra scassata e faccio fatica a farla funzionare. Niente a che vedere con la piastra di Studio F.
Già, Studio F. Definirla radio è un’iperbole. Aperta campagna. Una specie di ricovero per gli attrezzi annesso ad una casa padronale. Era il 1980, forse l’81. Io e Arturo prendevamo un paio di autobus per arrivare là. Poi un pezzo a piedi con la paura che qualche cane da guardia saltasse fuori mirando ai nostri polpacci.
La programmazione era quantomeno varia, dal liscio al nostro Rockparty. La sala trasmissioni era poco più di uno stanzino. Niente cassette. Una manciata di vinili. Gli unici due utilizzabili erano Faith dei Cure ed il primo dei Suicide. I pochi dischi che possedevamo facevano il resto della nostra ora e mezza. Cominciai a registrare pezzi nuovi dalle radio “serie” prima che il dj ci parlasse sopra per poi passarli in trasmissione.
Il problema era la piastra. Il tasto play non stava su. Bisognava posizionare una moneta da 200 lire proprio lì. Fra play e ffwd tra imprecazioni assortite. Roba da pionieri o, meno romanticamente, da poveracci. Quando, una manciata di anni dopo, approdammo a Radio Città 103 ci sembrava di essere arrivati alla BBC in confronto. Un muro di cassette con ogni ben di dio. Il problema era solo ritrovare quello che avevi adocchiato la volta prima ripromettendoti una programmazione successiva. In realtà anche gli studi di Radio Città erano poco più che ricavati da spazi destinati ad altro ma il ricordo ingentilisce ogni cosa e, soprattutto, si è stampato indelebilmente nella nostre memorie.
Vedevo recentemente in tv immagini di uno studio radiofonico “serio”. Uffici, sale trasmissione super professionali, stese di computer e hard disk. Non ho visto ne’ cd ne’ vinili, per non parlare di cassette. Non è un caso se le radio, come le conoscevamo, non esistono più. Forse stanno morendo, forse si trasformeranno anche loro in qualcosa d’altro, è questione di tempo.
Mi torna alla mente la straordinaria chiusura del pezzo di Marina Pierri sulle infauste polemiche che stanno guastando l’alone romantico che accompagnava un etichetta come la K Records e che abbiamo condiviso pochi giorni orsono: “We need to start imagining again. We need to start spending again in records, and gigs and t-shirts not as an act of charity but as an act of self-preservation. This is us, for Christ’s sake. It’s who we were, it’s who we are“.
Colpa nostra, in definitiva, di gente come me. A cominciare dai pezzi che registravo alla radio per riprogrammarli per arrivare alle anonime cartelline gialle digitali che albergano nei nostri pc. Abbiamo tradito la musica, chi faceva parte delle nostre vite in modo così fondamentale.
Che poi, dopotutto, cosa ti aspettavi di vederci in quello studio radiofonico? Bastava guardassi dentro casa tua… Il tuo pc attaccato alle casse, i tuoi fottuti spotify e itunes. Roba che, in termini di significato, di ricordi, di esperienze, non vale neanche quelle 200 lire incastrate tra play e ffwd.

Smash “Gloomy Sunday

Nothing  “Vertigo Flowers

Stanno tornando. A maggio uscirà il loro secondo album dopo traversie allucinanti, incluso lo scoprire che la loro nuova casa discografica era gestita dallo stesso tipo che lucrava sui farmaci per la cura dell’Aids. Mandato affanculo il tipo, rischiando di restare fermi per eoni, sono riusciti a riemergere. Vertigo Flowers non sposta molto i termini del discorso, malinconia ed elettricità liquide che allagano la stanza, ma mantiene immutata quella maledetta capacità di spedirmi dei bei brividi prolungati lungo la spina dorsale.

Tangerines  “You Look Like Something I Killed

Singolo di debutto per la chiacchierata band sud londinese. Un aroma garage alla Black Lips, un incedere ideale per barcollare in giro per il tuo locale preferito aggrappato ai tuoi amici con una birra in mano. Non mi pare poco.

Pass  “Ways Out

We haven’t listened to any new music since 2010“. Indie snobbery all’ennesima potenza. Casa madre a Portland come gli eccellenti Sioux Falls (a proposito che bomba di disco hanno sfornato quest’ultimi?). Pass ricordano molte band di quell’epoca di cui parlavamo poco sopra ma nessuna in particolare (forse Archers Of Loaf?). Melodie e dissonanze che cadono come se non gliene fregasse niente a nessuno. Perfetto.

Cross Record  “Steady Waves

Un album un po’ faticoso nel suo insieme ma Steady Waves è una faccenda differente.
Il fantasma di PJ Harvey che aleggia lungo tutto il pezzo. Qualcosa della Kristin Hersh solista nell’arpeggiato melodico che viene sconvolto da iniezioni dissonanti di chitarra. Un grande pezzo. Grazie Luigi Mutarelli.

Massimiliano Bucchieri

Fucked Up, Once Again (Fiver # 42.2015)

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Quando ho cominciato ad ascoltare musica seriamente avevo un’età in cui per essere suggestionato non occorreva necessariamente osservare la realtà ma poteva bastare anche solo lasciar spazio all’immaginazione. Era un’epoca in cui per quanto riguarda la musica che mi interessava le informazioni viaggiavano lentamente, le immagini circolavano molto poco e la stessa musica era reperibile in maniera sommaria e fruibile con modalità tutt’altro che istantanee. Ma questa storia l’avete sentita mille volte ormai, da me e da altri come me. In ogni caso il risultato era che le faccende riguardanti l’argomento erano ammantate da una certa dose di mistero e in quanto misteriose mi spaventavano: temevo l’approccio a certi suoni e ancor più temevo l’immaginario che certi gruppi richiamavano. Erano cose che in generale nemmeno arrivavo ad ascoltare. Con pochi soldi in tasca non potevo permettermi l’acquisto dei costosi vinili import al vecchio Disco d’Oro di via Marconi, e neanche riuscivo economicamente ad avvicinarmi alle stampe italiane della Base Records, etichetta bolognese che all’epoca pubblicava i cataloghi praticamente di tutte le migliori indie straniere. Erano gruppi che spesso nemmeno vedevo in foto, men che mai in concerto o in video, però leggevo cronache e descrizioni straordinarie, redatte da qualche temerario e omnisciente reporter. Racconti di suoni ostili prodotti da ragazzi pericolosi. O almeno così mi pareva.
Quando penso alla musica che agitava la mia fantasia a quei tempi, affascinandomi in maniera totale, mi tornano alla mente due canzoni in particolare. Una è Religion dei Public Image Limited che si apriva come fosse il sermone di un prete anarchico, con il basso e la batteria che entrando più avanti spingevano indietro quella voce idrofoba: This is religion/There’s a liar on the altar/The sermon never falter/This is religion/This is religion and Jesus Christ/This is religion, cheaply priced. Una scheggia di odio puro piantata nella gola di qualunque religione. La mia, la tua, la loro.
L’altra era Frankie Teardrop, dieci minuti e ventisei secondi di metronomica follia piazzati dentro al primo Suicide. Una canzone che raccontava in maniera ossessiva e con toni per nulla rassicuranti la storia di un giovane operaio licenziato che tornando a casa sterminava l’intera famiglia: Frankie can’t make enough money/Frankie can’t buy enough food/Frankie is so desperate/He’s gonna kill his wife and kids/Frankie’s gonna kill his kid/Frankie picked up a gun.
Poi in un angolo accomodati nell’ombra, c’erano i Flipper. Ma loro erano una storia a parte. Li consideravo un monolite nero, un macigno che lentissimo era rotolato sopra al punk tra fine anni ’70 e inizio ’80 segnando una strada che solo 10 anni dopo qualcun altro (praticamente una buona metà dei gruppi appartenenti al nord ovest grunge) avrebbe individuato quale via maestra da seguire. Musicalmente non avevano nulla a che fare né con il punk inteso come allora lo si intendeva (il primo ep è del ’79 per collocare temporalmente la loro entrata in scena) né con il suo post allora piuttosto in voga. In un momento storico in cui il basso non era propriamente lo strumento più ricercato loro piazzavano due bassisti in formazione e proprio con una linea di basso inconfondibile si apriva Sex Bomb, la loro hit. Quando la ascoltai per la prima volta mi aspettavo una canzone che avesse qualcosa a che vedere con il suo titolo. Una roba con una gran carica tipo che so, Sex Beat dei Gun Club. Invece no. Se non l’avete mai ascoltata fatelo. Un pezzo lentissimo, con un basso che tuona minaccia da subito, un testo che si limita a sette parole ripetute all’infinito: She’s a sex bomb my baby , yeah e poi un sax che svirgola come un auto impazzita in mezzo alla folla di un mercato. L’apologia della lentezza in un’epoca in cui tutti andavano velocissimi – basti pensare che l’epicentro alternativo musicale della loro zona, la Bay Area di San Francisco – era dominio pubblico dei Dead Kennedys e della loro Alternative Tentacles. I Flipper non erano adatti al mondo e a loro di essere adeguati al mondo non poteva interessare meno.
A me di quel primo disco, quello con la copertina giallo fosforo e il pesce stilizzato scuola elementare piazzato in alto a sinistra, piaceva in particolare il pezzo d’apertura, Ever. Era forse l’unica canzone con un minimo di ritmo, aveva l’handclapping, elemento che già allora mi irretiva e si chiudeva con un finale così disperato che peggio non si potrebbe: Ever wish the human race didn’t exist/And then realize you’re one too/Well, have you … ever .. I have/So what.
Quando nel ‘92 tornarono dopo quasi un decennio d’assenza e dopo la morte di uno dei due cantanti era la loro grande occasione: Kurt Cobain dichiarava amore posando con una t-shirt autoprodotta una sessione fotografica si e l’altra pure (scatti nel booklet di In Utero inclusi) e Rick Rubin li portava in palmo di mano. Loro se ne uscirono per la Def American con una canzone che dichiarava la sconfitta prima ancora di suonare una sola nota. Fucked Up Once Again, un inno alla consapevolezza piena e totalmente lucida che il futuro per certa gente è già scritto: Fucked up once again/No more rivers of blood/Taking over my dream of love/Feel a bit of poetry in my life/But it all could change in just one night.
Negli anni i Flipper hanno incassato una quantità di moneta inversamente proporzionale alla pletora di attestati di stima: Krist Novoselic si accomodò al basso ai tempi di una reunion nella seconda metà degli anni zero, Mark Arm scrisse note accorate sulla copertina di una loro raccolta di singoli, Michael Stipe scelse di confezionare un singolo natalizio (!!) dei R.E.M. proponendo una cover di Sex Bomb e Moby (!!!) si vanta da sempre di aver rimpiazzato per qualche giorno il loro cantante durante un breve periodo di detenzione in cella di quest’ultimo.
Dei vari membri dei Flipper che si sono alternati in formazione in tutti questi anni tre sono morti in momenti diversi (1987, 1991 e 1992) ma per la stessa causa: overdose di eroina, un quarto è rimasto semi paralizzato in un incidente di macchina, destini tanto tristi quanto in linea con la loro storia cui l’aggettivo nichilista si adatta francamente come a nessun altro. In questi giorni si sono rimessi in pista, non so come ma posso immaginare il perché. In organico dovrebbero esserci due dei membri fondatori (chitarra e batteria) mentre alla voce ci sarà David Yow che ha cantato negli Scratch Acid prima e nei Jesus Lizard poi. Non avrei potuto immaginare una scelta migliore. Mi pare di capire che abbiano fatto gruppo specificatamente per tre concerti in Italia. Non mi sembra possibile che un insieme di persone del genere ce la possa fare, ma per sicurezza il biglietto per la data di Bologna l’ho comperato.
Sono passati tanti anni da Sex Bomb e mi fanno ancora paura, anzi forse mi fanno più paura oggi che allora. Ma è tempo di esorcizzare i timori e scacciare i fantasmi.
Siamo adulti, finalmente.

Tears “Maybe I Will Fuck Forever

Tollero sempre meno i social network. Che nel mio caso si riducono a Facebook, essendo l’unica piattaforma che frequento. Non sto ad elencare i motivi tanto li conoscete tutti bene, sono gli stessi motivi per i quali anche voi non sopportate più i social network. Però ritengo rimangano uno strumento di raccolta di informazioni in tempo reale impareggiabile. I morti famosi li scopro tutti da lì, ad esempio, come i compleanni di amici e conoscenti. E da lì scopro anche qualche nuovo gruppo. I Tears li ho trovati grazie a un link piazzato nella pagina Facebook degli Yung, i miei preferiti tra i nomi nuovi usciti negli ultimi tempi. Arrivano dalla Danimarca e a giudicare dai cognomi dentro ci deve essere il fratello proprio di uno degli Yung. Ma non vorrei azzardare troppe ipotesi, sul loro profilo è scritto tutto in danese quindi non ci capisco niente. In ogni caso questa canzone è proprio bella.

The Hussy “Asking for too Much

Sono in due e arrivano dal Wisconsin. Canta lui, che suona anche la chitarra, canta lei, che suona anche la batteria. Da qualche parte qualcuno suona il basso. Il loro secondo album, si chiama Galore e non c’è una canzone meno che bella.

Sealings “White Devil
Questi invece sono in tre e abitano a Brighton. Tra produzione e registrazione sul loro disco hanno messo le mani il tizio degli Hookworms e quello dei Total Control. E si sente. E’ come se i ragazzi si fossero chiusi in un bunker durante un week end portandosi appresso solo le copie dei primi dischi dei Cure, qualche ep dei Cabaret Voltaire e un paio di casse di vodka. Bomba.

Smash “Gloomy Sunday

Poi ci sono loro che stanno a Sassuolo (lo so, fa un pò meno figo) e fanno uscire un ep su cassetta per un’etichetta (La Barberia) a me carissima, gestita da persone splendide partite con un’idea stramba quanto bella: quella di far suonare gruppi in un negozio di barbiere di Modena la domenica pomeriggio. Più o meno. Gli Smash in questo pezzo mi ricordano un sacco i Grandaddy, hanno melodia e tiro. Per innamorarsi non serve molto di più.

Modern Baseball “Rock Bottom

Magari lo conoscete tutti benissimo e io sono l’unico che fino ad oggi ignorava l’esistenza di Brendan Lukens, studente universitario di Philadelphia cresciuto ad hamburger e (dice lui) a Tokyo Police Club e Los Campesinos. Due dischi già in catalogo e un terzo in arrivo. Questa canzone è vecchia di oltre un anno e stava sul suo secondo disco, You’re Gonna Miss It All. Per la serie: mai più senza.

Arturo Compagnoni