Andiamo avanti che l’unico modo per perdere tutto è restare fermi (Fiver #41.2017)


(con colonna sonora a caso dettata dalle Lasko – pubblicità occulta – delle quattro del mattino)

Stop. Rewind. Sul tasto del vecchio stereo c’è ancora, sbiadita, la scritta “rew” che da bambino non sapevo cosa volesse dire, ma faceva riavvolgere il nastro della cassetta registrata da lui con tutte quelle chitarre che sembravano coprirsi la voce una con l’altra, le note ripetute fino a farti venir voglia di dondolare seduto sul tappeto persiano del salotto.
Finiva Total Trash e io schiacciavo “rew” e oramai sapevo esattamente quando, occhi chiusi, premere “stop” e poi “play” perché se no lui s’incazzava: «mi rompi il nastro se schiacci play direttamente mentre riavvolge!» e mi dava degli scappellotti che mi spettinavano il ciuffo quasi biondo.

Stop. Rewind. Quello stereo ce l’ho ancora. Ha pochi anni meno di me: mio nonno lo prese per ascoltare i primi cd di musica classica: «che finalmente suonano perfetti, come nella migliore serata alla Scala», diceva. Che adesso a noi fa sorridere, noi che passiamo i pomeriggi a scartabellare vinili usati non sappiano neanche bene se perché ci piace o perché pensiamo che ci piaccia.
Lo stereo ce l’ho ancora. Lui no. Troppa fame di vita, se vogliamo essere romantici. Una curva sbagliata, se cerchiamo la prosa. La sua moto s’infilò nel muso di un camion. Aveva sedici anni. La sua testa nel parabrezza.
Non penso avesse mai pensato che quello stereo sarebbe stato spento per tanti anni. Che gli sarebbe sopravvissuto. E nemmeno che poi io avrei deciso di ridargli corrente e ascoltarci dei dichi senza di lui. Era il 1992. Stop. Rewind.

È passata una vita da tutto questo. La mia vita è passata, la sua si è fermata ma è comunque passato. Passato. Anteriore rispetto al momento attuale. Fermo. Non più in movimento.
Ciò che non è in movimento è morto. Questa è una delle poche leggi che ho imparato a comprendere: tutto quello che è vita si sposta, muta, si muove. Quello che rimane fermo non può che essere non vivo. Morto.
Passato. Qualcosa che non c’è più ora. Ma io schiaccio “stop”. E poi “rew” e la cassetta che ho appena comprato, esposta al bancone del negozio col suo baffo all’insù dietro e le casse che sussurrano un vinile graffiato di Nina Simone che salta e gratta ma rende l’aria così densa che sembra si possa far fatica a respirare. Poi arrivo al banco, il baffo sopra la camicia a scacchi mi sorride e i miei occhi scivolano sulle spille di Ramones e Motorhead e poi incrociano una cassetta, una di quelle con i buchi nel retro copertina, forse dovrei dire nel packaging, ma insomma una di quelle cose che compravo venti, forse venticinque anni fa nel buco del maledetto Tony che razziava il catalogo Nannucci e rifilava a me e lui, che stavamo tutti i sabato pomeriggi lì dentro a sentire i cd, tutti i pacchi più clamorosi a prezzi da rapina. Ma noi ascoltavamo e, purtroppo, compravamo col cuore e quelle cassette erano il senso della settimana, quello che ti faceva tirare avanti fino alla prossima.

Stop. Rew. A volte lo devi fare. Per capire dove sei, cosa è successo. La vita corre a un ritmo che non ti permette di rileggere. A fine giornata hai visto così tanto, sentito così tanto, toccato così tanto che non rimane tempo o energia per ripensare, ricordare, risentire. E domani hai così tante cose da fare che sarà un altro giorno che vola via da sé, senza che te ne accorgi.
Ma poi succede che arriva quel giorno, anzi: di solito è quella notte. Perché la notte è più facile: confonde i contorni, smussa gli angoli. Scorre. Tutto, di notte, scorre. E allora arriva quella notte che devi sederti per terra, mettere le cuffie e infilare la cassetta che ascoltava sempre lui e che provava a suonare con la chitarra scordata chissà di chi e tu lo guardavi pieno di ammirazione e di “anche io sarò così” e quando ti carezzava quel ciuffo quasi biondo allontanavi la sua mano ma sentivi un brivido lungo la schiena che ti scuoteva fin nelle budella.

E allora rimetti quella cassetta nel lettore. E fai partire la canzone e poi “stop” e “rew”. Come se si potesse tornare indietro. Riavvolgere i giorni come un nastro magnetico, poi fermare, cancellare.
O andare avanti veloce o saltare il pezzo perché ormai siamo su cd e basta premere “fwd” e salti a quello dopo.
Ma il problema non è mai andare avanti, ci vai per forza,
il problema è quel “rew”, quel momento in cui hai bisogno di sederti e sentire che respiri e che, davvero, sono successe tutte queste cose. Il tuo cuore ha battuto così forte, così veloce e potente che quasi non puoi crederci ma è successo. E questi anni cosa sono stati? Quante giornate indimenticabili hai dovuto dimenticare? Perché nell’hard disk del cuore non c’è spazio infinito.
Quanta pelle hai dovuto archiviare, come se non fosse unica, irripetibile, indimenticabile.
Ma, invece, hai dimenticato. Tanto.
Ma poi capita che c’è quella notte, abbiamo detto che è sempre di notte, no? Quella notte che devi stare sveglio e aprire un’altra birra anche se è tardi e ormai sei grande dovresti pensare che domani ti alzi e devi fare delle cose e che forse è davvero tardi. Troppo tardi.
Ma non puoi. Non puoi farne a meno. Devi stare seduto per terra, con le cuffie in testa, a rimettere su lp, cassette, cd che hanno toccato le corde del cuore e allora ti rendi conto di quanto hai vissuto. Di quante cose sono successe, quanti visi sono passati ma rimangono. Rimangono dentro. Quanti odori pensavi di aver perduto ma invece sono lì, quante fotografie di un momento perfetto sono sbiadite e invece le ritrovi.
Stop.
Rewind.

E ti ricordi che, in realtà, non hai mai dimenticato, che tutto quello che è passato ti si è depositato addosso, ti ha fatto diventare quello che sei e così è per lui. Soprattutto per lui che è ancora lì, dove l’avevi lasciato, appena dietro lo sterno.
A volte, per capire quello che ti succede oggi, per far sì che domani la vita sia più di una sequenza di eventi messi in fila che puoi solo osservare, devi fermarti.
Rimanere dove sei, ascoltando la voce dei tuoi giorni, quello che ti suona dentro in quell’istante, ma fermarti un momento. Sederti e riavvolgere e vedere quali sono le immagini che si fermano. Che dicono: «stop» e quante addirittura pretendono un «rewind».
E poi fai un respiro profondo perché quasi ti eri scordato di respirare per chissà quanto tempo e ti senti di nuovo presente: ci sei. Sei tu. Lui non c’è da tanto, così tanto che non ricordi nemmeno con esattezza la linea della sua bocca. Ma sai che quel cd era il suo e ogni volta che suona rivedi il suo profilo un po’ gobbo, quasi scheletrico nei jeans strappati e la maglietta degli Alice In Chains, la sua ultima immagine, e allora è come se potessi di nuovo parlare con lui. Perché hai bisogno di parlare con te. Di sederti e raccontarti tutto quello che è passato, sfogliando quelle foto che hanno fatto la tua vita. E senti quanto il cuore ha battuto e capisci che batte ancora, che si muove.
E ti ricordi che sei sempre andato avanti a cercare quello che cercavate assieme: la bellezza che domani arriverà e renderà domani un giorno che valeva la pena di vedere.
Perché, lo sappiamo tutti, la bellezza è l’unica cosa che ci salva. Che ci salverà da tutto quello che la vita prova a farci.
E allora sai che va tutto bene. Perché ti rialzi, appoggi le cuffie. Apri la porta di casa ed esci e cammini. Vai al bar e prendi una birra ed entra John e parlate del suo nuovo progetto musicale e passa Viola in bici e ti fa ciao con la mano e pensi a quanto è bella. Appoggi il bicchiere e ti vedi nello specchio dietro al bancone che stai sorridendo.
E allora senti che ti stai muovendo. E quello che si muove, di certo, non è morto.

Fabio Rodda

North Star Deserter

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Appunti su Kim Gordon – Girl in a band (2015) e Kristin Hersh – Don’t Suck, Don’t Die: Giving Up Vic Chesnutt (2015)

15 album di studio, quasi altrettanti EP, questa in sintesi la carriera di Kim Gordon all’interno della band che ha contribuito a creare nel 1981, i Sonic Youth.
Girl in a band è insieme storia personale –domina la sua relazione con l’ex-marito Thurston Moore- e raccolta di aneddoti su ciascun disco prodotto in carriera dal gruppo. Si comincia dalla fine (piccolo espediente letterario, a mio parere): l’ultimo concerto dei SY a San Paolo del Brasile nel 2011; nessuno sapeva che sarebbe stato tale, ma la frattura tra i 2 coniugi era divenuta insanabile, al punto da non permettere, secondo l’autrice, altre vie di uscita. Poi, a ritroso, gli anni giovanili della Gordon, la sua crescita con un fratello con problemi mentali, l’apprendistato nelle arti figurative, l’incontro con una serie di figure del mondo dell’arte e poi della musica, l’amicizia con uno sterminato numero di personalità della New York creativa dagli anni ’80, a seguire fino ai giorni nostri. Una lista di conoscenze da far impallidire l’appassionato medio di arte, musica e cinema degli ultimi 30 anni. Qualche esempio: Larry Gagosian, Kurt Cobain e signora (alla quale, pur avendo co-prodotto il disco d’esordio come Hole, non dedica esattamente parole tenere), J Mascis, Sofia Coppola, Chloe Sevigny, Gus van Sant, ecc. Indubbiamente KG è sempre stata nel posto giusto al momento giusto!
La scrittura è asciutta: frasi brevi, inglese standard, nessuna o quasi inflessione gergale. In un’intervista ha dichiarato di avere lottato un po’ con il word count!
Uno degli episodi più interessanti, ma allo stesso tempo vagamente irritanti, è quello della conoscenza con Cobain: tra i 2 scatta un’intesa immediata -e questa è la parte bella del discorso-; per ammissione dell’autrice, però il capitolo è stato richiesto dalla casa editrice del libro. Non se ne doveva parlare a tutti i costi, a parer mio; evidentemente l’articolo Kurt vende ancora bene sugli scaffali!

Per iniziare il discorso sul secondo libro, un piccolo aneddoto personale: nel 2008 al Bronson di Marina di Ravenna vado a vedere Chesnutt con gli Elf Power. Prima del concerto Vic inizia ad aggirarsi in platea; ne sono a tal punto intimorita che non riesco ad avvicinarmi, tanto meno a proferire verbo. Scatto solo una foto accennando con il capo alla mia richiesta; per fortuna non mi chino, pena un’occhiataccia, che forse ho ricevuto lo stesso, ma pazienza (scopro adesso che odiava chi si abbassava alla sua altezza per parlargli).
Il racconto di Hersh dall’inizio risulta meno lineare e con una scansione temporale meno pronunciata. All’autrice interessa di più tratteggiare con pennellate rapide la figura del suo amico Vic, farla emergere per quello che era veramente (non farne un altro santino, per intenderci). La frequentazione dei 2 artisti è durata circa 10 anni, durante i quali hanno condiviso palchi, camerini e bagni non sempre in ordine (è un eufemismo), negli USA e altrove. Protagonisti della narrazione, oltre a Vic e Kristin, i rispettivi compagni di vita: la moglie di Vic, Tina e il marito di Kristin, Billy. Entrambe le vicende sentimentali sono naufragate più o meno contemporaneamente, nella seconda metà degli anni ‘00. Chesnutt emerge come un irregolare, un poeta (spesso lo troviamo a giocare con parole assonanti), dai modi un po’ bruschi, che non vuole assolutamente passare inosservato. Un aneddoto mi è rimasto particolarmente impresso: post-concerto a Parigi, Vic rinviene in camerino del metadone (lasciato chissà da quale altro musicista in transito), decide di assumerlo poco prima del rientro in aereo per gli USA; morale: alla partenza in aeroporto è sballato, il capo ciondolante, con moglie e amici che si preoccupano e lui noncurante.
Kristin racconta anche di sé naturalmente: la sua è una figura decisamente più schiva, ma similmente poco adatta alla pragmaticità che la vita del musicista richiede (almeno, questo è il messaggio che emerge con forza). Qui le espressioni gergali sono ben presenti -cosa che non mi capitava di trovare da tempo nella carta stampata- e rafforzano l’idea di immediatezza del racconto.
Possiamo sintetizzare in questa maniera: se Gordon ha dipinto un quadro concettuale -di quelli che ha effettivamente ripreso a produrre dalla fine del suo gruppo (oggi è rappresentata in questa veste da una galleria newyorkese)-, Hersh ha fatto più un ritratto ad acquerello, maggiormente impressionistico, ma ugualmente personale ed umano.
Il volume di Gordon è stato tradotto in italiano; per quello di Hersh, le probabilità sembrano abbastanza ridotte.

Paola Bianco

Due stelle attraverso Cassiopea (Fiver #28.2015)

Cassiopeia con linee ico

Lei disse: « conosci le stelle? »
Lui alzò gli occhi al cielo e « certo che conosco le stelle. »
Lei sorrise con le sue sopracciglia sottili « vedi lassù? Siamo proprio sotto il grande carro. »
«Non sapevo neanche che esistesse il grande carro»
«Ma dai, lo sanno anche i bambini cos’è il grande carro! »
«Che ne dici se andiamo al mare?» accendendo una sigaretta che neanche Steve McQueen « ci sediamo in riva e ascoltiamo un po’ le onde.»
«Va bene.», risposero le sue labbra ridendo della posa da Marlboro rossa morbida: « Andiamo al mare. »

David Bowie “The Stars Are Out Tonight

Lei adesso guardava l’orizzonte, la schiena appoggiata al suo petto. Il respiro, rilassato, all’unisono. La sabbia umida tra le dita: «Guarda, dritto davanti a noi: Cassiopea!»
«Vedi il bello di non conoscere le stelle? Che c’è qualcuno che tieni stretto tra le braccia che te le racconta.»
«Ma mi avevi detto di conoscerle»
«Ti ho mentito. Non conosco le stelle, non conosco i loro nomi.»
«Hai visto la luna sparire, prima? Hai visto che strano? Sembrava appoggiarsi alla collina e poi “puf” e non c’era più.»
«Da me, in montagna, le stelle sembrano caderti in faccia. Le notti di inverno sono una cosa incredibile: alzi gli occhi e le hai lì, le puoi toccare.»
«Che bello, vorrei vederle così bene. Guarda, guarda! Hai visto?»
«Cosa?»
«Una stella cadente! Dentro Cassiopea! L’ha attraversata per il lungo. Una stella cadente!»
«Wow! No, non l’ho vista! Dev’esser proprio la tua serata: la luna che scompare, la stella cadente. Me…»
«Che scemo che sei…»
Lei adesso teneva gli occhi chiusi e si lasciava andare tra due braccia sconosciute che sembravano amiche da sempre. Si lasciava cullare al buio sullo lo stesso ritmo fresco della risacca.

Sonic Youth “Superstar

« Hai mai vissuto un momento senza farti domande? Senza chiederti assolutamente niente: non se ha senso, non se sia giu-sto, non cosa succederà domani, non perchè. Niente… » Lui guardava il mare che bagnava la sabbia e poi scappava via. Guardava quel movimento infinito e sentiva l’odore della sua pelle e pensava che quella notte poteva regalarsi il diritto di la-sciare che le cose accadessero, che il cuore scegliesse il suo ritmo senza domani, solo perché aveva voglia di battere così.
« Non lo so. Non è una domanda facile. »
« Non ti ho detto che ti avrei fatto domande facili. » Guar-dava dritto davanti a sé e carezzava i suoi capelli e stringeva le sue braccia e sentiva quant’era bello averla lì, sulla sabbia umida, in una notte che a pensarci avrebbe fatto troppa paura, ma a viverla veniva da sé, batteva il ritmo giusto dell’inevitabile leggerezza di ciò che non può che accadere.
« Non lo so. Forse adesso. »

Bilal “Star Now *

Lui guardava il buio infinito davanti a sé, toccava i granelli densi con una mano, l’altra appoggiata sulla pelle sconosciuta di lei.
Sospeso. Si sentiva galleggiare nell’assenza di tempo e spa-zio. Un momento lieve e incerto, lontano dalla confusione che era stata fino a poche ore prima e che sarebbe tornata, lo sapeva bene, poche ore dopo. Ma non gli importava: restava lì, in uno spazio sconosciuto, senza dare corpo a quello che, finalmente, fluttuava senza gravità.
« La domanda vera è: c’è qualcosa oltre te? C’è qualcosa che assume senso, valore, oltre la soddisfazione del tuo deside-rare, del tuo volere, del tuo essere? »
« Cosa vuoi dire? », rispose una voce quasi addormentata, sognante.
« Quanta paura hai di dover galleggiare vicino a qualcuno? Non lontano, non sola. Quello, in realtà è facile. Quello è duro solo quando torni a casa da sola all’alba troppo sbronza per dormire bene o troppo poco sbronza per svenire e dimenticare la serata inutile che hai speso. »

Foo Fighters “February Stars

« Perché mi fai queste domande? »
« Perché le posso fare solo stanotte. Solo a te. »
« Perché? »
« Perché devo capire. E posso farlo solo adesso, solo adesso che siamo sospesi dove non c’è peso, non c’è massa. Non senti che stiamo galleggiando sopra ogni cosa? E allora possiamo dire le cose più difficili, fare le domande più pesanti, perché scivole-ranno leggere sopra le onde. Come se stessimo sognando… »
« Cosa vuoi sapere? » sussurrarono due braccia che adesso si stringevano a lui.
« Da sola sei sempre tu. Solo tu. Con tutte le tue maschere, ma tu. Ma ci riesci a pensare a qualcosa che non sei solo tu? Qualcosa che comporta un altro? Un altro desiderio, un altro bi-sogno? Si può cercare la felicità di un’altra persona solo perché la si vuole vedere sorridere? Si può mettere tutto questo davanti a sé? »
« Vorrei risponderti di sì. »
« Vorrei che tu mi rispondessi di sì. »

Sigur Ros “Staralfur

Lei staccò la sua bocca da quella di lui. Sorrise e si voltò verso il mare: « guarda! »
« Che cosa? »
« Un’altra stella cadente! »
« Ma non è possibile! Ancora? E dove? »
Lei adesso era in piedi e saltava così leggera che a lui pareva potesse volar via al primo colpo di vento: « ancora lì, ancora attraverso Cassiopea! Due stelle, ho visto due stelle cadenti attra-versare Cassiopea! »
« La tua notte fortunata. »
« Possiamo fare che è la nostra. Solo per questa volta. Solo perché stanotte possiamo fare tutto, perché non c’è gravità. Me l’hai detto tu, no? Stanotte non c’è massa, né peso. Non ci sono ferite, non ci sono nemmeno le cicatrici. Possiamo fare che è così, se vogliamo. »
« Vorrei. »
« E allora è così. E allora posso risponderti di sì. Fra due ore non sarà più vero ma fra due ore avremo di nuovo una massa ma adesso non importa, perché adesso è adesso e abbiamo deciso che vogliamo sia così. »
« Va bene. Due stelle attraverso Cassiopea » disse la sua voce stendendosi sulla sabbia del primo raggio di sole. « Rac-contami di Cassiopea. Prima che sia giorno. »
« Prima che torni la gravità? »
« Prima che torni la gravità. »
« Va bene. » sorrise lei, stringendosi a quel petto che forse non avrebbe mai più sentito respirare così vicino, ma che ora si alzava ed abbassava assieme al suo, come fossero una cosa sola.
Galleggiavano. Leggeri. Pochi millimetri sopra la sabbia mentre il mare iniziava a tingersi lontano. Ancora abbastanza lon-tano da poter continuare a tenersi per mano e fluttuare. Ancora per qualche minuto: « ti racconto di Cassiopea. ».

Fabio Rodda

* grazie a Cesare Lorenzi

Di carne e di sangue (Fiver #22.2015)

Sonic Youth - The Diamond Sea

Sonic Youth – The Diamond Sea EP

Non sono un critico musicale. Non sono un musicista. Sono un ascoltatore fanatico. Uno che non esce di casa senza le cuffie in tasca, si sa mai che arrivi il bisogno improvviso di ascoltare i Black Lips quando un chiodo nella testa non vuole smettere di bruciare, o Florence & The Machine perchè sta cominciando a piovere.
Ho sempre ascoltato musica. Non ho mai pensato di farne perchè il mio ego, già difficile da gestire, sarebbe probabilmente esploso sopra un palco con dei fans davanti. Gli unici fans che ho sono nel cassetto del bagno e li prendo dopo una sbronza esagerata quando il cervello sembra voler schizzare fuori dal cranio.
Non ho mai suonato niente se non il piffero alle elementari, dicevamo. Ma, ovviamente, pieno di turbe e ansie come tutti i figli del punk cresciuti a birre e chitarre acide anni ’90, non potevo non cercare disperatamente un modo di raccontare a tutti i cazzi miei, solo per sentirmi un po’ meno pesante quando diventano anche vostri.
Quindi, scrivo.
Scrivo da sempre, il primo romanzo lo iniziai sul sedile posteriore della macchina di mio padre. Ricordo la pioggia che bagnava il lunotto ed io che pensavo che quell’immagine che mi faceva arrotolare lo stomaco l’avrei dovuta raccontare a qualcuno. Anzi, a tutti. Avevo sette, otto anni e amavo la pioggia che bagnava i tetti di Sesto San Giovanni, dove andavo a trovare i nonni. Amavo la città perchè i tetti non finivano mai. E amavo i prati su cui correvo con la bici andando a fumare dietro i capanni degli attrezzi e le dolomiti che chiudevano l’orizzonte da tutti i lati di dove sono nato e cresciuto.
Scrivevo racconti, romanzi. Poi l’adolescenza e la poesia. E giù migliaia di versi per il dolore, l’amore, la fame di vita. Convinto di esser l’unico a comprendere Rimbaud perchè suo erede d’arte, ho rovesciato fiumi d’inchiostro ovunque. Tovagliolini, scontrini, pezzi di cartone. La maggior parte li ho ancora, si sa mai che la mia convinzione adolescenziale fosse azzeccata. Comunque, come il Poeta, a poco più di vent’anni già non scrivevo più versi. Vivevo a Bologna, scoprivo un mondo, ne lasciavo altri. Ascoltavo i Clash, il rock, elettronica, metal e, ovviamente, grunge e scrivevo sognando Naked Lunch e il divino Ellis di Less Than Zero immaginando fotogrammi alla Cronenberg e il ritmo era cyberpunk. Jeans stretti e magliette adidas taglia zerozero. Anfibi ai piedi. Sempre. E un trench alla Capitan Harlock. Per fortuna la mia generazione non aveva smartphone e quindi foto pochepochissime e sempre in posa.
Scrivevo storie. Rubavo le vite degli altri e le mischiavo con la mia.
Scrivevo, e ancora scrivo, nudo. Senza filtri, senza barriere. Raccontando quello che non ti direi mai guardandoti negli occhi, ammettendo quello che negherei fino alla morte davanti ad una birra.
L’angolo dei segreti ribaltato, occhi chiusi così nessuno mi vede gridando la verità. A tutti.
Una volta pensavo di scrivere così perchè era l’unico modo che conoscevo, non ero capace di fare altro. Adesso che ho pubblicato, che non ho più ansie a riguardo, che non ho più bisogno di sentirmi riconosciuto, ho scoperto che non è vero. Scrivo così per rispetto: rispetto l’arte che amo meno solo della musica. La letteratura. E se rispetti qualcosa non puoi mentire. Non ti puoi nascondere. Scrivere nudi è, per me, l’unico modo di scrivere. Chi produce carta stampata e scrive come un geometra disegna un bar non fa nulla di male. Ma non fa letteratura, me lo si conceda.
E allora essere nudi, scrivere pensieri di carne e di sangue come diceva il più sincero tra i grandi del ‘900 i cui pensieri ho tatuati sulla pelle, diventa necessità, metro di giudizio unico per chi, come me, non è in grado di usarne altri. Di dare forma a pensieri sulla tecnica, sulla metrica.
Io sento il sangue, ne posso annusare l’odore, oppure sento la sua assenza. Qui da noi, il più grande sanguinatore e unico amore mio folle in patria fu il povero Piervittorio, ora di gran moda nelle aule universitarie, tutti a cercare di cogliere la grandezza di un linguaggio padano che guardava a Ginsberg, che ascoltava il suono delle parole e non le vedeva solo come simboli stampati. Certo, grandissimo. Ma non per questo, che è la parte meno splendente della sua opera. Che puzza di carne e di sangue in ogni pagina. Questa la sua meraviglia: tutto quello che leggi dalla sua penna è verità. È vissuto, è cuore.
Questa è letteratura.
Ma qui si parla di musica, che poi non è che la forma d’arte suprema, quella in grado di far suonare un pensiero, che dona alle parole il ritmo e la melodia.
E, allora, come posso io, che non sono critico, parlar di musica qui? Beh, applicando lo stesso metro che uso per i libri: dove c’è sangue c’è musica, dove no, c’è divertissement, intrattenimento. Nulla di male, anzi: è vitale anche questo. Solo che è un’altra cosa.
E, allora, ecco le prime cinque canzoni che mi vengono in mente annusando il disco che gira sul piatto. Solo cinque di migliaia e sicuramente non le più importanti, ma le cinque che arrivano prima stasera, mentre fuori ha appena smesso di piovere e mi godo il fresco che entra dal terrazzo.

JEFF BUCKLEY – Hallelujah

E no, non nella versione del suo papà, ma, bestemmia, nella cover che ne fece il compianto Jeff Buckley. E come mettere in classifica una cover? Come può sanguinare se non l’ha nemmeno scritta? Fate silenzio. Appoggiate la testina sul bordo del vinile e ascoltate. Solo il sospiro che apre la sua versione fa saltare giro al cuore, Heart Skipped A Bit. Poi quella voce su una chitarrina che quasi non vuole farsi sentire. Ed è magia.
Quando si fa arte si può sanguinare anche solo interpretando. Un artista deve sanguinare, un grandissimo artista sa far sentire il sangue anche quando quello che scorre non è il suo. Ma lo diventa. E si mischia col suo.

LUIGI TENCO – Vedrai Vedrai

Nemmeno i violini e l’arrangiamento sanremese da prima serata RAI riesce a spegnere la sua voce. Nemmeno l’impostazione da bel canto italiota riesce ad incerottare in tempo le ferite che lui, povero lui, aveva così in fondo dentro al cuore.
E se è vero, come è vero, che quando tu senti un bagliore di dolore in una canzone, in una frase, chi l’ha scritta ci ha dovuto versare un’intera anima straziata per far passare qualcosa da una voce ad un orecchio, lui ha sanguinato come nessuno, come nemmeno la voce ferita di Lucio. No, non quello di Bologna, per favore.

LOU REED – Vicious

Ricordo un pezzetto di carta, scritto di suo pugno, che diceva solamente: “I think it’s important that people don’t feel alone.”
Nient’altro da dire. Semplice come la potenza di un tuono, la perfezione di un tramonto. Perchè lì dentro c’è tutto quello che fa veramente paura. E ammettere le proprie paure è la più grande tra le verità. Lou sta per Iggy e David. Gli altri due eroi su cui non spendo parole. Sarebbero tutte inutili. Ma adesso mi metto su Heroes, dopo, The Passenger.
E continuiamo a saltare di palo in frasca, di anni o di continenti, ma tanto qui non si sta parlando veramente di musica, ma di sangue.

NIRVANA – Heart-Shaped Box

E allora Heart-Shaped Box. Nirvana. Kurt non aveva ventisei anni quando ha scritto quel pezzo. Ricordo ancora la mattina in cui, andando da Lloret de mar (dove la notte prima volevo camminare sulle acque fino a raggiungere l’Africa, in quegli anni certe droghe erano molto diffuse) a Barcellona in autobus ho ascoltato tutto In Utero con la faccia appoggiata al finestrone battuto dalla pioggia e ho capito, ho sentito, tutto quello che quel ragazzo, poco più grande di me anche se allora mi sembrava lontanissimo, aveva nella testa e nel cuore.

E son già quattro quindi la quinta si fa difficilissima, ma in realtà l’ho già scelta. Anzi l’ha scelta Sofia, che non conoscete perchè è una ragazza un po’ pazza che vive in un mio racconto.
SONIC YOUTH – The Diamond Sea

L’altra sponda dell’oscurità anni novanta, quella meno invadente, più raffinata, meno potente, forse ancora più malata e dolorante. L’ha scelta lei e poi dirà perchè, io la confermo perchè dire “I wonder how it came to be my friend – that someone just like you has come again – you’ll never, never know how close you came” con quella cantilena un po’ scazzata un po’ sopra le righe e poi piazzarci quei dieci minuti di chitarre che sembrano lamette che tagliano sempre più in profondità, beh, vuol dire avere delle belle cicatrici.
Sofia, invece, l’ha voluta perchè io, prima, ho messo su i Nirvana che lei ama e che invece il suo ragazzo detesta. E, una sera, lei, prendendo in mano il vinile di Whashing Machine, dopo che lui si era sfogato su quanto uncool e volgare fosse la scena di Seattle, gli aveva sbraitato: “sei proprio un nerd, se la musica è sesso, i Nirvana sono una colossale scopata, i Sonic Youth le pippe che ti fai sotto la doccia”. Non è detto che la prima sia sempre meglio delle seconde. E poi è solo il parere di Sofia.

FABIO RODDA

No Hope Kids (Fiver #09.2015)

 

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Ci sono gruppi che alzano l’asticella. Arrivano, lasciano il segno, fanno semplicemente in modo che le cose non saranno mai più come prima. In maniera magari del tutto inconsapevole. Ma lo fanno. Sleater Kinney è uno di quei gruppi.

E’ tutt’ora così, anno domini 2015. Allo stesso modo di quell’estate del 1995 quando pubblicarono il primo album per una minuscola etichetta indie di Portland. La Chainsaw Records nacque come fanzine, legata a stretto giro alla scena queer del nord ovest e diede il via a tutto quell’insieme di bands che con una certa semplificazione furono etichettate come riot grrrl. Certo, anche le Bikini Kill e altre etichette come la Kill Rock Stars. Roba che davvero segnò un’epoca. Ma le Sleater Kinney, si capì immediatamente, in quei confini stavano dannatamente scomode. Erano di un’altra categoria, onestamente. Quando qualcuno lo faceva notare reagivano stizzite. Ma la verità era inconfutabile: quei dischi (non tanto il primo, ancora materia grezza, ma i due successivi, Call the Doctor e Dig Me Out) erano talmente buoni che non si potevano solo considerare il prodotto di una determinata scena ma l’evolversi di un intero linguaggio, quello del punk-rock più viscerale che, di colpo, trovò in quelle canzoni un modo per riaggiornare il proprio tempo biologico.

Tanto che la critica dell’epoca, anche quella importante, fu costretta ad ammettere che semplicemente le Sleater Kinney erano THE BEST BAND IN THE WORLD.

Greil Marcus si spinse oltre e dichiarò che…….If you finaly hear Sleater-Kinney’s music on your radio, you’ll know that the whole notion of radio–and maybe the world–has changed.

Sleater-Kinney

Sleater-Kinney

Dieci anni di canzoni e di parole mai banali. Di volumi esagerati, feedback e due chitarre riconoscibili, una che suona come un basso talvolta. Di un drumming così potente da trasformarlo nel battito di un cuore. Dieci anni di tour infiniti. Dieci anni di autogestione, sempre tutto sotto controllo mai un passo nella direzione sbagliata. Non hanno mai tradito, loro. Mai.

Un giorno hanno semplicemente deciso che era giunta l’ora di fare altro. E’ rimasta la musica (Carrie e Janet con Wild Flag, Corin Tucker con i dischi solisti) ma anche televisione (Portlandia, serie tv dove Carrie è protagonista) e scrittura. E poi, ancora, famiglie, figli. Vita vera, insomma. Altri 10 anni, trascorsi così.

Ci sono cose che vanno fatte. Ad un certo punto, senza una vera ragione a dover giustificare. Ci si ritrova con gli amici di sempre e si riparte.

A proposito di alzare l’asticella. Ecco, immaginatevi una qualsiasi reunion, d’ora in avanti. Adesso se qualcuno reputerà necessario tornare dovrà farlo con un disco nuovo. E farlo nel miglior modo possibile. Un disco che possibilmente finisca tra i migliori dell’anno. Se non funziona, meglio rinunciare. Meglio rimanere dove si è stati fino ad ora. Altri ritorni non avranno nessun senso e sarà solo la nostra sfrontata ed ingiustificabile condizione di fan a poter giustificare tutti i Ride, Slowdive, Replacements e Jesus and Mary Chain di questo mondo.

L’asticella è qui, sotto gli occhi di tutti. Se vuoi tornare fallo con il disco dell’anno. Come le Sleater Kinney. Non più il migliore gruppo del mondo. Ma l’unico che abbia davvero un senso in questo momento. No Cities To Love è un disco che fa un effetto del genere, ancora una volta.

(questo articolo è uscito originariamente per la fanzine NO HOPE, fatta a mano in edizione limitata in 100 pezzi, distribuita gratuitamente al Covo Club di Bologna durante la serata NO HOPE KIDS.)

SONIC YOUTH – Anti Orgasm

Non so se un gruppo come Sleater Kinney sarebbe mai esistito se Kim Gordon non avesse un giorno deciso che era comunque una buona idea far parte di una band. E’ di questi giorni l’uscita sul mercato dell’attesissima autobiografia, Girl in A Band. Un libro che si fa leggere con entusiasmo, ricco di citazioni, di nomi e di date che faranno la gioia di qualsiasi appassionato.513ZI-p-ZSL._SY344_BO1,204,203,200_
Mi è piaciuta tantissimo la prima parte in particolare, quella incentrata sull’adolescenza losangelina. Si è sempre pensato (giustamente) ai Sonic Youth come ad una band newyorkese e invece sorprende non poco la visione di una Kim Gordon adolescente prettamente californiana. Sarà una cosa banale ma quel passaggio dove appena quattordicenne racconta di sognare di poter vivere in una di quelle baite nel bosco che circondano le colline di LA, come facevano i musicisti dell’epoca, chiusa nella sua cameretta, fumando erba e ascoltando ossessivamente Joni Mitchell, mi ha emozionato e ricordato qualcosa della mia di adolescenza.
The Eternal è il mio disco dei Sonic Youth preferito. Lo dico per giustificare la canzone che ho piazzato qui sopra. Penso che i Sonic Youth siano l’unico gruppo in assoluto dove l’ultimo album di una discografia sia anche il mio preferito, condizione che solitamente è riservata al debutto o a quello subito successivo. Ma i Sonic Youth non sono mai stati un gruppo come un altro. E ricostruire, anche grazie alla biografia della Gordon, quel percorso è un’esperienza che chiunque abbia anche solo un minimo amato la band dovrebbe fare.
Anti-Orgasm è una canzone politica, dove Kim Gordon è protagonista di un duetto con l’ex marito Thurston Moore…..do you undestand the problem / anti war is anti orgasm / smash the moral hypocrisy / liberation / not your sex slave…..avercene, cazzo, di gruppi così, di donne così, di canzoni così…..

Built to Spill – Living Zoo

Uno parte fiducioso fin da subito. E ci mancherebbe altro, considerando che There’s Nothing Wrong with Love è uno dei miei album preferiti di sempre. Si aggiunge il fatto che ormai sono passati sei anni dall’ultimo disco e, insomma, le aspettative aumentano e, come dire, al primo ascolto ci si gioca il bonus fedeltà. Piace a prescindere, ecco.
In questi casi vale qualsiasi cosa, va detto. Conviene utilizzare anche le controprove. Tipo chiudere gli occhi, infilarsi le cuffie e cercare di immaginarsi la canzone suonata da un gruppo all’esordio, completamente sconosciuto. Piace comunque, va detto e sopravvive a qualsiasi verifica. Un’apertura che suona come se fosse una conclusione con quel solo di chitarra privo di sbocchi che sorprende per poi trasformarsi in una roba che fa battere il piedino, entra in testa e non molla più la presa. Pop, alle mie orecchie. Tanto quanto può esserlo una qualsiasi canzone dei Dinosaur Jr. Fossi un quindicenne abituato a scrivere solo su facebook ci aggiungerei pure qualche cuoricino, a questo punto. Per questa volta ve lo risparmio.

Courtney Barnett – Pedestrian at Best

Album numero due alle porte per Courtney Barnett. Australiana con alle spalle un debutto ai limiti del miracoloso. Una che scrive canzoni, tanto per iniziare. Non abbozzi di frasi rubate in giro ma roba che per verbosità sembra uscire direttamente dagli anni settanta con quello stile così particolare ed un cantato che sembra sempre essere sul punto di trasformarsi in una recita. Canzoni sempre a metà strada tra tragedia e puro intrattenimento.
Sinceramente il brano nuovo lascia perplessi. Troppa energia, troppa foga, troppo volume. Tutto un pò troppo, insomma. Basta però non soffermarsi in superficie per accorgersi che comunque questa è una canzone che sta in piedi senza problemi. Incrociamo le dita ed aspettiamo l’LP, come si sarebbe detto un tempo.

Diet Cig – Scene Sick

Scacco matto in 3 mosse.
1) “I just wanna dance, I just wanna dance/ Come on take my hand, fuck all your romance, I just wanna dance”…..intrattenimento è un concetto che ai gruppi indie dovrebbero insegnare da piccoli. Come le tabelline ai vostri figli in prima elementare. Troppi se ne dimenticano, difatti. Alla fine vogliamo solo ballare, chiaro??
2) la K Records è una delle mie etichette preferite di tutti i tempi. I Diet Cig sono un gruppo K, a tutti gli effetti, nonostante abbiano inciso il loro EP di debutto per non so nemmeno chi. In virtù della strumentazione, prima di tutto: chitarra e batteria. Beat Happening, anyone?? E poi canzoni di pochi minuti, l’amore per il ritornello che non fa prigionieri. 6 canzoni, 6 potenziali singoli.
3) Punk come poteva esserlo un gruppo della Sarah Records? Ho detto Sarah? Sì, appunto, scacco matto.

Father John Misty – When You’re Smiling and Astride Me

Father John Misty, il progetto di Joshua Tillman, se ne sta in un’altra dimensione. Lassù da qualche parte dove il 99% della scena indie non arriverrà mai. A scrivere canzoni talmente perfette da risultare immediatamente classiche. Classico è pure l’impianto sonoro che sta esattamente a metà strada tra il rock radiofonico di un’ altra epoca e il folk-rock. Senza paura di abbondare con synth, archi ed arrangiamenti sopra le righe. Esattamente all’opposto di una band come Diet Cig, per intendersi. Eppure non mi sembra così sconveniente trovare spazio per entrambi, tutt’altro. Basta semplicemente non affrontare le vicende musicale come se ci fosse alla base un’ideologia da difendere. Per gente che tiene in casa i dischi di Randy Newman e degli Stooges come se fosse la cosa più naturale del mondo da fare. Impossibile resistere ad un viaggio che sa essere drammatico, esilarante, rabbioso, miserabille e comico allo stesso tempo. E il disco di Joshua Tillman è tutte queste cose messe insieme.
When You’re Smiling and Astride Me è una delle mie preferite.

Cesare Lorenzi