Dear life, I’m holding on (Fiver 01.2018)

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Tell me, do you feel alive??

Il fatto che se lo chieda uno come Beck, in un certo senso è rassicurante. La domanda è posta immediatamente, tra le pieghe della prima canzone del nuovo album. Dimmi, ti senti ancora vivo?
Arrivati ad un certo punto diventa inevitabile domandarselo, alla soglia dei cinquanta diventa una sorta di passaggio obbligato, posso immaginare.
Il disco di Beck mi è piaciuto perché è un album che si pone delle domande, in qualche caso anche scomode, di quelle che ognuno di noi tende a procrastinare all’infinito. E risponde nell’unica maniera possibile, in fondo. Come è lecito attendersi da un figlio della California come lui, con lo sguardo rivolto sempre avanti. Ci spara in faccia una dose di positività esagerata, senza diventare mai stucchevole. Una maniera per dire che è ora di mettersi il vestito buono, prepararsi ad uscire, lasciare da parte la negatività e celebrare la vita e di conseguenza la musica.
Non mi veniva in mente nessuna canzone che potesse riassumere i buoni propositi di inizio anno che ognuno di noi è solito fare ad inizio anno meglio di questa.

BECK – Colors

Un episodio di qualche mese fa: un concerto, un piccolo club. Sul palco uno che negli anni novanta suonava nel miglior gruppo sulla faccia della terra, i Pavement. Non una roba qualsiasi, insomma. I commenti di tre ex-giovani (tra cui il sottoscritto, naturalmente), coetanei di Spiral Stairs, evidentemente fan della prima ora, sulla prestazione del gruppo erano un misto di cinismo, indifferenza e tracotanza. “Ma dite che alla tipa che balla in quel modo piace davvero?” -indicando una ragazza, presa bene, sotto il palco. “No, quella viaggia con la band”. “Cazzo, sembra una band del dopolavoro ferroviario”…..e via di questo passo.
Una volta giunto a casa mi sono accorto che la percezione della serata era stata completamente differente, in particolare per i ragazzi più giovani. Ho capito che il problema non era Spiral Stairs, che in fondo aveva fatto un concerto discreto, allo stesso modo non era una questione che riguardava l’entusiasmo di quelli che ai tempi dei Pavement probabilmente non erano ancora nati ma esclusivamente dell’atteggiamento fastidioso che avevo tenuto per tutta la serata. Il problema ero io, insomma.

All the colors, see the colors, make the colors, feel the colors
She says
See it in your eyes
All the colors, see the colors, make the colors, feel the colors
Tell me, do you feel alive?

Questa cosa mi ha fatto pensare e non è un caso che ne scriva ora, a distanza di qualche mese. Nel frattempo il nuovo album di Beck non è più così tanto nuovo ma nonostante sia un disco “facile”, di consumo frivolo, da ballare cucinando ha continuato a rimanere stabile tra i miei ascolti preferiti ed è finito nella mia personale top 10 di fine anno (che devo ancora decidermi a fare, tra l’altro). Perché giunge un tempo dove le foto con il broncio non vanno più bene. Il bianco e nero stufa.
La musica ha un valore che è più grande di quello del singolo individuo, è il frutto dello sviluppo di una comunità (anche se una canzone nasce in una cameretta davanti ad un pc) e tutti i nostri “self” vanno lasciati in disparte. Anche se ci costa doverlo fare. La musica, quello che rappresenta, quello che ha significato nella nostra esistenza merita uno sforzo genuino che è una questione di rispetto in particolare verso noi stessi. Il disco di Beck mi ha ricordato tutto questo e non è poco.

TY SEGALL – The Main Pretender

Ho perso il conto, sinceramente. Non so davvero più raccapezzarmi tra tutte le nuove uscite di Ty Segall, tra singoli, EP, progetti paralleli e quant’altro. Quello che mi passa tra le mani lo ascolto sempre, però e spesso finisco per acquistarlo. Una canzone come questa, che anticipa un nuovo album, non può non piacermi, del resto. Ty Segall ha le stigmate del rock’n roll ben impresse nel proprio DNA e non sbaglia un colpo, mai. Neppure se tentasse di farlo apposta.

SHAME – One Rizla

Lo so, ne abbiamo già parlato. Ma questi sono dettagli quando ci prende la fotta giusta per qualcuno. Questa canzone è un SINGOLO. Punto.
Ha un giro di chitarra sentito mille volte, un sapore inizio anni ottanta manco fosse una canzone dei primi Bunnymen purgata dall’anima dark. Il cantante ha una faccia da schiaffi degna dei primi Oasis ma un cervello più fino. Ne viene fuori una canzone da cantare a squarciagola, indice sollevato ad indicare le stelle, come se fosse tutto al posto giusto e tutto avesse un senso.

GRAHAM COXON – Falling

Questa è magnifica. Davvero. Dimenticatevi i Blur e tutto il resto. E’ una ballata classica che regala brividi dal primo all’ultimo istante. Scritta da Luke Daniel, un amico di Graham che si è tolto la vita poco dopo averla composta. Uscita in digitale e su 7 pollici con una parte dei proventi destinati alla Campaign Against Living Miserably. Il nome di Epic Soundtracks mi si para davanti e davvero non mi viene in mente nessun accostamento migliore per fare un complimento a qualcuno. Brividi.

INSECURE MEN – Subaru Nights

Lo devo confessare: i Fat White Family non mi hanno mai colpito più di tanto. Tant’è che quando ho letto di questo progetto di Saul Adamczewski, nato come passatempo o poco più, sono partito leggermente prevenuto. Invece in questo caso l’uomo è andato proprio in una direzione che ha finito per toccare le corde del mio personale gusto: sparita l’irruenza punk un po’ caciarona, mood riflessivo, strumentazione minimale e registrazione low-fi. Canzone sostanzialmente pop ma con un retrogusto amaro, nessuna spensieratezza all’orizzonte, alla faccia dei buoni propositi.

Cesare Lorenzi

Loser. (Fiver # 19.2017)

Quel che segue è lo scheletro di una lunga mail che un vecchio amico mi ha inviato qualche settimana fa.
Mi ha colpito perché è un’analisi piuttosto spietata di situazioni che conosco bene.
Pubblico con il suo permesso mantenendo inalterato il senso e dopo averne rielaborato la forma.
Le canzoni le ho scelte io, ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

Scott Kannberg / Gary Young / Stephen Malkmus

Raramente mi è successo di riconoscermi in una band rock come mi è capitato di identificarmi con i Pavement ai tempi in cui questi erano in vita, praticamente lungo tutto il corso degli anni ’90. Tanto che se affermassi che i Pavement sono stati i miei anni ’90 probabilmente non andrei molto lontano dalla realtà. Il processo di immedesimazione con loro fu istantaneo e non solo dal punta di vista dell’affinità musicale. Certo, una canzone come Summer Babe contribuì a indirizzare immediatamente tutta la faccenda sul binario giusto, ma poi la questione con loro acquistò in breve profondità e specificità del tutto peculiari.

Stephen Malkmus & the Jicks “Summer Babe

In pochissimo tempo i Pavement diventarono me e io divenni loro. E come me una piccola ma significativa parte dei miei amici. Eravamo la generazione x con la modalità slacker sempre attiva, i libri di Douglas Coupland citati a memoria come le battute dei film di Kevin Smith e la costante sensazione che pur avendo a disposizione molto saremmo comunque riusciti a sprecare tutto. Il nostro bagaglio di cultura superiore alla media, quel determinato livello di intelligenza in grado di decifrare più o meno qualunque situazione, il portafoglio (nostro o dei genitori, poco importa) sufficiente a spesare sfizi e vizi, non molti a dire il vero. E una quantità di stile che immodestamente – ne eravamo certi – sovrastava quello della maggior parte delle persone che conoscevamo: I’ve got style, miles and miles / so much style that it’s wasted.

Pavement “Frontwards

Ci trovammo ad essere la prima generazione nella storia recente che pur essendo dotata di tutti i mezzi e gli strumenti di base necessari per essere vincente scelse per sé con consapevolezza, cinismo e una certa dose di sconsideratezza, il ruolo di perdente. Loser. con tanto di punto finale, proprio come la scritta stampata su quella maglietta della Sub Pop che non a caso divenne un simbolo di quegli anni e che qualcun altro trasformò in inno, per l’appunto generazionale: I’m a loser baby, so why don’t you kill me?

Beck “Loser

Non a caso però la frase che meglio di tutte descriveva la situazione, quella che più citavo e più sentivo citare in quegli anni e che ancora oggi mi perseguita, stava all’inizio di una delle più belle canzoni dei Pavement, una delle più belle canzoni tra le più belle canzoni che ingombrano un angolo del mio cuore: I was dressed for success / But success it never comes / And I’m the only one who laughs / At your jokes when they are so bad / And your jokes are always bad.

Pavement “Here

Ripudiavamo l’idea di avere successo, o anche solo di riuscire a combinare qualcosa, non per un qualche stoico e saldo principio morale, quanto piuttosto motivati dal timore che tanto a un certo punto saremmo stati comunque respinti. Ci convincevamo che le cose in cui eravamo bravi, ma bravi sul serio, non avevano alcuna applicazione pratica, convinzione invero piuttosto aderente alla realtà dei fatti, e così ci impegnavamo a fabbricare sconfitte fasulle per evitare un domani di trovarsi fallimenti reali sulla porta di casa.
Non degli eroi romantici quindi, quanto persone scientemente decise a farsi da parte senza lottare, a lasciarsi vivere anziché vivere, facendo si che tutto potesse scivolare via senza scalfire la superficie nella convinzione che non esiste alcuna ragione perché le cose avvengano: accadono e basta, senza vi sia il bisogno che venga presa una qualunque decisione. Perché tanto se devono accadere vedrai che accadranno comunque e altrimenti pazienza, vuol dire che non era destino.
Assistevamo così allo spettacolo della nostra vita come fossimo spettatori esterni e neutrali, senza intervenire. Un fatalismo che qualche volta ci ha facilitato l’esistenza ma molto più spesso ce l’ha peggiorata, agendo come si trattasse di un limitatore di velocità atto a scongiurare sbandate ma anche idoneo a non consentire il pieno sfruttamento del potenziale. Il nostro potenziale.
Ci siamo lasciati scorrere addosso cose e persone invece di afferrarle o respingerle con decisione in cambio di poter godere di quella manciata di occasioni in cui tutto avviene naturalmente e senza alcuno sforzo, fallendo così per inerzia e inazione una serie infinita di opportunità interessanti.
L’atteggiamento di fair play emotivo che abbiamo sempre mantenuto è stato senza alcun dubbio fallimentare: in fondo sapevamo bene che le cose vanno a chi le vuole sul serio e lotta per averle, con ogni mezzo necessario.
Salvo poi lamentarci per non averle ottenute quelle cose, anziché starcene tranquilli nella consapevolezza che eravamo malati. Malati di inerzia.

Spiral Stairs “Emoshuns

Nei Pavement Scott Kannberg era l’alter ego di Stephen Malkmus. La prima volta che lo vidi suonare da solo dopo lo scioglimento della band se ne stava seduto su una sedia al centro della piccola sala di un bar di San Francisco. Era l’inizio del 2003 e allora stavamo tutti meglio, sia io che i miei amici le cui vite sono state così simili ai Pavement e alle loro canzoni. A un certo punto partì con una cover, senza annunciare di cosa si trattasse. La riconobbi immediatamente e mi emozionai fin quasi alle lacrime perché era una di quelle canzoni che hanno segnato indelebilmente un certo periodo della mia vita e pensavo a distanza di tanto tempo dalla sua uscita che in qualche modo fosse una canzone solo mia. Si trattava di Golden Brown degli Stranglers e stava in un disco che ho amato moltissimo: La Folie. Tanto per dire delle affinità, vere o presunte.
Da poco è uscito il nuovo album di Kannberg e dentro c’è un pezzo che ha tutte le caratteristiche per diventare una delle mie canzoni del cuore. E infatti lo è già diventata.
Prima di sfumare in un finale disarmante ripete più volte una frase molto semplice: I’m going forward / I’m moving backward. Parole che dicono niente e dicono tutto, dipende da chi è la persona che le pronuncia e dallo stato d’animo di chi la ascolta.

Scott Kannberg aka Spiral Stairs suonerà al Freakout di Bologna il 26 settembre e all’Ohibo’ di Milano il 27.

Arturo Compagnoni