Uomini 2.0 – l’amore ai tempi di Spotify (Fiver # 49.2015)

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Ricorda che tutta la vita è un brevemente insieme
https://michellesalom.wordpress.com/amore-2-0/

La donna che ama come un uomo non è male. l’uomo che ama come una donna finisce in qualche lurido motel di frontiera a piangere come un vitello scannato.
Efraim Medina Reyes (C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo)

To be alone with me and went up on the tree/I’ve never known a man who loved me.
Skip. Skip. Skip. Presente quella pubblicità orrenda che si deve sorbire chi, come me, non ha nessuna voglia di pagare il canone mensile di Spotify e ne usa la versione “free”? Ecco: skip, skip, skip. Salta, passa oltre, vai avanti prima che il pezzo sia finito. Le prime tre note, i primi accordi. Poi via: altro pezzo. Senza stare a sentire che giro verrà dopo, senza neanche domandarti se ti perderai il riff della vita che non sta nei primi quindici secondi, se le parole dell’ultima strofa sono poesia. Non ci pensi su e via, altro pezzo. Skip.
Il metro della nostra solitudine è il ritmo dello skip: un’altra foto su Facebook a cui mettere mi piace, un altro selfie sorridente, altre gambe stese in acque azzurre da desiderare, avere, collezionare e dimenticare. Skippare.
Cambia sorriso, annusa un’altra pelle prima di averne scoperti tutti i nei, prima di ricordarti le piccole rughe che le disegnano gli occhi quando sorride. Passa avanti prima che quella voce diventi familiare, prima che possa fermarsi dentro la pancia e tu possa svegliarti con la voglia di sentirla, magari di fermarti e chiedere: «ma chi sei tu?» e di stare ad ascoltare la risposta.
You gave your body to the lonely/They took your clothes/You gave up a wife and a family/You gave your ghost.

I could give so much more.
I trenta sono i nuovi venti. I quaranta i nuovi trenta e via così. Ho sempre pensato che fosse una stronzata assoluta: una scusa per giustificare la nostra voglia di non crescere, la nostra pigrizia, la nostra paura di invecchiare. La scusa per non impegnarsi, non amare perché non c’è tempo, perché da single puoi fare quello che vuoi, andare a letto con chi vuoi, hai il tuo tempo per te e blablabla. Una grande, simpatica, puttanata da dire agli amici quando commentano le tue occhiaie per l’ennesima serata extra-time al Covo.
Fino a ieri. In una notte assurda per le strade di Bruxelles fra mille discorsi a metà, iniziati e persi fra le birre, lei mi dice: «dai che lo sai, tu non hai neanche trent’anni. La nostra generazione ne ha dieci di meno, almeno! Me l’ha detto mia nonna: loro si sposavano, facevano figli giovani perché avevano visto la guerra. I nostri genitori no e quindi hanno cazzeggiato, si sono sposati, divorziati, incasinati. Noi neanche quello. Perché siamo troppo lontani dalla guerra.».
La guerra come metrica della crescita, come linea di dolore che ti costringe ad andare avanti per credere in qualcosa di migliore. La guerra come assenza di pace, come abitudine alla sofferenza, alle macerie. Ma anche come speranza obbligata che diventa necessaria: non possiamo non credere che finirà, che la vita migliorerà. Non possiamo non darci prospettive.
Forse noi crediamo, forse purtroppo sappiamo, che il meglio per noi è già venuto e per questo ciclo possiamo solo vedere appannare quello che abbiamo sognato. Forse questa sensazione si è talmente infiltrata nelle anime che non ne siamo nemmeno più coscienti, è solo il dato evidente da cui partire. Forse non sappiamo più amare perché non sappiamo più sperare.
Sometimes, I still need you.

All this time I’ve loved you/and never known your face/all this time I’ve missed you/and searched this human race.
Siamo costretti a sognare. Sempre. A darci obbiettivi irraggiungibili. Così da poterli fallire senza troppa disperazione. Supereroi dell’immaginazione e conigli sui marciapiedi sempre più rabbiosi, faticosi, infelici. Immaginiamo la vita e la fotografiamo su Instagram e chi ha le energie per vivere davvero?
A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi sfuggono, cercando altri sguardi, non si fermano. Se uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d’inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d’urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe. (I.C.)
Siamo effimeri, come tutto quello che ci circonda, come il mondo pacificato e sempre sull’orlo del disastro che ci hanno dato in eredità nonni concreti e padri irrisolti.
Ma dobbiamo essere supereroi, sognare di immolarci per una principessa che non c’è, montare un bianco destriero che è una bicicletta piena di Moskow Mule alle quattro del mattino, cavalieri senza macchia che non potrebbero reggere nemmeno il peso di una promessa. Ma sempre pronti a proclamare la missione, il sogno di avere un motivo che trascenda le albe e i tramonti.
Wanna stay right here/until the end of time/‘til the earth stops turning.

When your body aches/From the unresolved dreams you keep/And the hours passed by/Just left on repeat (…) Don’t burn so late.
Un momento dopo. Un po’ più in là. Sempre. Fratelli inconsapevoli di Tristano, Otello, Mercuzio, lottiamo in bilico tra il sogno di edificare castelli impenetrabili in cui nascondere una fata, quella che non esiste nemmeno nelle fiabe che nessuno ci ha comunque raccontato da bambini. E la curiosità della pelle, seconda solo al silenzio del cuore. In un mondo ostile, complesso ed incomprensibile, in cui, sappiamo, il nostro posto è stato già preso da qualcuno che non se ne vuole andare o da qualcuno arrivato dopo quasi per caso. In una realtà che ci sfugge ogni giorno, in cui dobbiamo combattere per avere il minimo accettabile ma questo minimo è già il massimo a cui ambire, vaghiamo per terre di mezzo in cerca di un drago da sfidare finendo dietro banconi pieni di alibi. Perché il mal di testa del giorno dopo è un’ottima scusa per non dover ambire a qualcosa di più. Anche solo a cercare il modo di comprendere i suoi sguardi, di capire i suoi occhi, forse stufi di incontrarne ancora altri di un colore diverso. Forse pronti a fermarsi.
It’ll be a silent day/I’ll share with you/Fighting off the hostiles/With whom we collude/Am I hoping to find the key To this play of communications/Between you and me.

The less we say about it the better/Make it up as we go along.
Non ne sappiamo un cazzo e andiamo avanti a caso. Vaghiamo come bambini cresciuti senza accorgersene e non siamo capaci di accettare uno scopo, uno solo. Un impegno, una strada, una sola. E quindi, come pensare ad una vita da passare assieme? Quanto costa condividere il futuro? Quanto, essere in balìa non più solo di se stessi, che già è una fatica enorme?
Siamo tiranni egoisti mai svezzati e cresciuti in un ring in cui la campana che ferma i cazzotti non suona mai.
Oppure siamo solo sinceri, liberi dai vincoli della necessità. Liberi da una morale unica. Possiamo fare quello che vogliamo. Nessuno sa più dire cosa è giusto e cosa no, cosa si può e cosa no. Credere in qualsiasi cosa è quasi un imbarazzo, un segno di debolezza della mente. Credere, addirittura, nell’amore, quella cosa che vediamo continuamente fallire attorno a noi, è indizio di precoce arteriosclerosi, demenza senile o povertà di cuore.
Paradosso di questi tempi: cuori piccoli giudicano come inadeguati cuori che non hanno paura di riempirsi, rompersi, ricucirsi e ricominciare a pulsare.
Possiamo fare quello che vogliamo e quindi ci perdiamo. E cerchiamo. E non possiamo smettere di cercare perché ci siamo dimenticati cosa stavamo cercando. Sappiamo solo cercare. Corriamo perché, come insegna Forrest Gump, dobbiamo correre per andare dove stiamo andando.
Come la vita fosse un romanzo di Cormac McCarthy, camminiamo (corriamo) in mezzo alle macerie di un mondo che prometteva muri crollati e libertà e ha dato smartphone e terrore e gente che muore sulla spiaggia mentre tu fai il bagno. Mentre tu continui a fare il bagno.
Corriamo e ci perdiamo e quegli occhi che ti fanno tremare la pancia li lasciamo lì, a bordo strada perché non abbiamo posto per un fardello che non è il nostro, per un cuore che batte a ritmo diverso.
Perché il bosco da attraversare è sempre molto scuro e fa sempre molta paura e una mano amica potrebbe cominciare ad andare piano e costringerti a rallentare o, peggio, potrebbe decidere che deve andare più veloce e lasciarti indietro.
Forse tutto questo buio è solo la scusa per le nostre debolezze, o l’ombra in cui queste nascono. Ma andiamo, siamo in movimento e finché ci si muove si è vivi, ed è già qualcosa.
Magari, in realtà, stiamo solo aspettando di incontrare una donna che ci faccia dire finalmente: Home – is where I want to be. But I guess I’m already there.

Fabio Rodda

Men with Guitars (Fiver #21.2015)

Jim O'Rourke

Jim O’Rourke

Giugno, l’estate è alle porte. E dunque: 1) ci becchiamo il carico delle ultime piogge, 2) peschiamo dal fondo dell’armadio i pantaloni corti, 3) organizziamo, calendario e cartina alla mano, gli spostamenti per i festival dei mesi a venire. Tuttavia giugno è ancora un mese di intersezione, non siamo costretti ad abbandonare l’asfalto rovente delle città e ringraziamo il cielo perché le spiagge non sono ancora popolate dai sound system giamaicani/salentini (nessun razzismo, semplici divergenze di gusto). Sarà che ultimamente si tende a dare per scontata l’equazione Sun Kil Moon = Dio (e chi è stato iniziato al culto ben prima dell’endorsement sorrentiniano, ha iniziato a chiamarlo semplicemente Mark Kozelek, per distinguersi dal novizio). Sarà che l’ex-leader dei Red House Painters ha fatto uscire l’ennesimo album capolavoro, Universal Themes, che col solito mix di vera partecipazione e spietata ironia ci racconta della sua vita e della vita di un’America crepuscolare, stavolta con qualche escursione più spinta nel garage blues. Sarà che il paragone fra quest’album e Carrie&Lowell, il lavoro di Sufjan Stevens spesso definito “il Benji del 2015”, mi sembra impietoso, sia per il talento debordante del buon Mark, sia per i difetti intriseci al suono di Stevens, quell’eccessiva pulizia sonora e quella disorganica tendenza a flirtare con l’elettronica che sin dai lavori precedenti non me lo ha fatto mai amare, considerandolo un musicista genialoide ma troppo confusionario. Sarà che questa settimana ho ascoltato, fino a consumarlo, il nuovo lavoro dei Dirty Fences, e avendoli visti live due volte a distanza di pochi giorni, con energia e guasconeria pressoché immutata, devo confessare che mi sembra una delle formazioni più potenti in giro, ultimamente. Sarà che i Moon Duo al Beaches Brew mi hanno incatenato con lo sguardo estasiato, grazie alla loro tenacia, capace di evocare campi sterminati di psichedelia. Sarà che da quando ho saputo delle date bolognesi, nell’autunno prossimo, di Metz e Yo la Tengo mi rimetto in pari con i loro lavori, serrando i pugni sulle linee di basso stuprate dei primi, portatori sani di quel suono stile Sub Pop che amo sin da quando, in adolescenza, ho iniziato a portare gli stessi occhiali di Steve Albini, o muovendo a ritmo la testa sulle melodie dei secondi, cantori di una stagione dell’indie americano che può rivivere in tutto il suo splendore solo attraverso le loro canzoni meravigliosamente pop. Sarà per questa serie di fattori, venuta a comporsi nelle giornate in cui il solleone inizia a picchiare duro, che, prima della strage di neuroni dettata dall’ennesimo dimenticabile tormentone da spiaggia, prima del naufragio nel mare di spritz consumato all’ennesimo noioso aperitivo, il simbolo del mio giugno è (mi si perdoni la banalità) il riffone di una chitarra. Dedicato a Ornette, padre del free jazz; e a Christopher , Signore dei Sith, nonché Signore di Isengard.

Jim O’ Rourke – Friends with Benefits
Jim O’Rourke è un mattacchione. Nel momento più fulgido della sua carriera ha dato vita ai Gastr Del Sol, una band che non può mancare fra gli ascolti degli appassionati di post-rock e che rivaleggia senza problemi con i più fortunati Slint. Successivamente ha collaborato con i musicisti più disparati: da Merzbow ai Sonic Youth, passando per progetti free jazz. Tuttavia ha sempre nutrito un amore viscerale per il songwriting, è lo dimostra con questo ultimo disco: Simple Songs. Non si tratta di un rimando al recente film di Sorrentino (al sottoscritto il regista partenopeo non piace) ma piuttosto una raffinata opera di pop barocco in cui si intrecciano melodie orecchiabili e sinfonie composte da archi e pianoforti. Questa è la prima traccia.

Föllakzoid – Feuerzeug
Conosco il Cile principalmente per due motivi: i libri di Roberto Bolano, uno dei miei autori prediletti, e le musiche monolitiche dei Föllakzoid. I sudamericani sfornano mastodonti kraut-psichedelici che sembrano inneggiare ad oscure divinità delle Ande. Per la loro terza prova la formula magica non cambia, e noi ne siamo abbastanza contenti. Istruzioni per l’uso: prima dell’ascolto procurarsi del peyote.

Kid Wave – Honey
Wonderlust è il primo album dei Kid Wave. Formazione londinese che spinge l’acceleratore sulle cavalcate chitarristiche e il cantato alla J Mascis. Insomma dentro ci troverete tanta nostalgia per gli anni ’90 declinata nella chiave più pop possibile. Si tratta di filologico revival, niente di nuovo sotto il sole, ma comunque roba che ti fa passare una bella mezz’ora, sorriso stampato in faccia e voglia di riprendere in mano la discografia dei Guided by Voices.

Mitski – Townie
Mitski, questo è il nome da tenere a mente. Non ho trovato molte informazioni sul suo conto, sennonché dovrebbe trattarsi di una ragazza americana di origini orientali di stanza a New York. In realtà non mi servono molte informazioni, mi basta ascoltare Bury Me At Makeout Creek.Recentemente ho avuto modo di pogare allegramente a un concerto delle Babes In Toyland, posso affermare in tranquillità che questo album, pur essendo infinitamente più pop, nasconde fra le pieghe della melodia le medesime schegge di metallo. E per di più ha il pregio di essere freschissimo.

Lone Wolf – Crimes
Lone Wolf è un cantautore di Leeds. La sua formula vincente consiste nell’intrecciare il songwriting intimista con una sorta di atmosfera new wave/soul creata grazie all’inserimento del pianoforte. Lodge è il suo terzo album e ci trasporta in un mondo onirico in cui gioia e dolore sono palpitanti potenze archetipe. Chiudete le imposte della vostra camera per un’oretta e lasciatevi rapire dalle atmosfere notturne che vibrano nelle corde vocali del lupo solitario.

Giovanni Bitetto

In coda a questo Fiver recuperiamo una vecchia intervista a Jim O’Rourke. Merita spazio il personaggio in generale ma ne merita ancor di più quando si mette a fare il songwriter in un’accezione quasi classica. Con il nuovo album (“Simple Songs”) è tornato a battere i territori della canzone pop come aveva già fatto in passato. Nel 1999 pubblicava sempre per Drag City “Eureka”, un disco che all’epoca fu vissuto come una vera e propria presa di distanza dal mondo dell’avanguardia e della sperimentazione sonora. Un grande disco che merita una riscoperta, magari. A distanza di 16 anni si aggiunge un nuovo album che può essere visto come un secondo capitolo. Un’intervista che ci ricorda come si affronta l’eterno dilemma del pop vs l’avanguardia. E come se ne esce vincitori. (C.L.)
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Black Strings (Fiver #15.2015)

Elliott Smith - Sufjan Stevens

Elliott Smith – Sufjan Stevens

Ok, l’hanno giá detto in parecchi. Ma devo dire che ci ero arrivato da solo la prima volta che l’ ho ascoltato. Una questione di fili, invisibili agli occhi di molti ma nei quali sono inciampato, fortunatamente o forse no. C’è un filo invisibile ma molto resistente che unisce Either/Or al nuovo Sufjan Stevens Carrie &Lowell. È una faccenda seria per il sottoscritto. Elliott Smith, un punk centrifugato da esperienze di vita sempre poco meno che disastrose e trasformato in un cantautore dal talento pazzesco, aggrappato al filo di un’esistenza per lui inaffrontabile. Probabilmente, nella loro assurda (im)perfezione, le immagini più esemplificative sono quelle di Elliott alla serata degli Oscar che sciorina Miss Misery, aggrappato alla sua chitarra come se dovesse essere spazzato via da un momento all’altro da un contesto lontano milioni di anni luce dalla sua essenza. Il bel regalo fattogli da Gus Van Sant che fece assurgere a effimera gloria le sue canzoni in Good Will Hunting. Per arrivare a Either/Or ovvero Lennon Mc Cartney e i fratelli Wilson in una dimensione parallela, relegati su un marciapiedi di Los Angeles, una vita da emarginati, alla ricerca di un altra dose.

..Drink up one more time
And I’ll make you mine
Keep you apart
Deep in my heart
Separate from the rest, Where I like you the best
And keep the things you forgot, the people you’ve been before
That you don’t want around anymore
That push and shove and won’t bend to your will I’ll keep them still..(da Between the bars)

Ovviamente non molto tempo dopo il filo si spezzò. Come quello che reggeva la sfortunata, a quel che sappiamo, esistenza di Carrie. Madre di Sufjan con storie alle spalle di abbandoni ingiustificabili, vizi assortiti e dissoluzioni varie. Sufjan, talento notevole e, ora lo possiamo dire, ancora inespresso a questi livelli, a queste altezze, esorcizza, o forse meglio ancora, sublima la materia di cui sono fatte vite intere. Rimpianti, dubbi, tardiva consapevolezza.

..I should have wrote a letter
And grieve what I happen to grieve
My black shroud
I never trust my feelings
I waited for the remedy
When I was three, three maybe four
She left us at that video store
Be my rest, be my fantasy.. (da I Should Have Known Better)

Il privato assurto a pubblico ma non in uno squallido post su un social accanto al tutorial per cucinare le alici o alle foto di compleanno di uno sconosciuto. Il privato reso forma d’arte capace di commuovere, incazzare, incantare, durare. Ricordo una polemica ai tempi della Palma d’oro alla Stanza del figlio di Moretti. Facile commuovere e raggiungere grandi risultati con i “grandi drammi”. Non so, credo che ognuno di noi abbia avuto i suoi “grandi drammi” e che la capacitá di raccontarli, condividerli, ci fa sentire meno soli. Più vivi. Probabilmente Carrie e ed Elliott si incontreranno altrove, Between The Bars. Attratti da una forza invisibile ed ineluttabile con parecchie storie da raccontarsi. Una questione di fili, appunto.

Questo pezzo è stato scritto originariamente per la fanzine No Hope con cui condividiamo un ideale gemellaggio. Proseguendo secondo l’ immaginario calcistico il 21 e 22  maggio ci incontreremo per scambiarci le sciarpe, intonare qualche coro insieme e molto altro ancora che preciseremo fra non molto. Chi vorrà unirsi a noi sarà il benvenuto.

Spring King – City

A proposito di fanzine. Questi ragazzi di Manchester capitanati dal batterista Tarek Musa (!) oltre a confezionare una canzone dall’incedere fuzz/garage/pop veramente contagiosa, tratta dall’Ep di ottimo livello They’re Comin After You, punteggiano il tutto con un video veramente avvincente dove si alternano a raffica copertine di fanzine più o meno storiche. Quando al minuto 1.36 sfila la copertina della fanzine che questo blog omaggia nel nome e, si spera, nell’attitudine il cerchio si completa e leviamo le braccia al cielo estasiati.

White Reaper – Make Me Wanna Die

Da Louisville, Kentucky. Giovanissimi, con il poster dei Ramones appiccicato con lo scotch sui vetri del loro van scassato mentre la radio manda Vaccines, Buzzcocks e Jesus and Mary Chain a ciclo continuo. It’s all about speed, compression, fuzz and the melodic potential of the drone for these boys dice il Guardian e non possiamo che concordare.

Metz – Spit You Out

I canadesi picchiano duro con i piedi piantati negli anni 90 e lo sguardo fisso sull’orizzonte. Certo che.. leggi Sub Pop, senti la canzone e la parola che comincia con la N e finisce con irvana salta subito in mente ma.. rabbia, volume e distorsione sono un patrimonio universale (o almeno secondo la mia personalissima scala di valori) ed i Metz, nel loro nuovo e secondo album, attingono da tutto ciò con intelligenza e passione.

Total Babes – Circling

Un altra palla di suono infuocata. Dissonante e disturbata, con una chitarra che urla Wire! e Gang Of Four! in sottofondo e improvvise aperture melodiche. Total Babes è la creatura di Jayson Gerycz che pesta i tamburi per i Cloud Nothings di Dylan Baldi che in coda al pezzo maltratta il suo sax come un novello epigono di James Chance. Il tutto, ça va sans dire, lussurioso per le mie orecchie.

Girl Band – Lawman

Cocchi indiscussi della stampa inglese. In giro ormai da un paio di anni, il quartetto di Dublino sembra pronto per spiccare il volo. Presenti nei cartelloni dei festival che contano dalla Route du Rock a Visions non indietreggiano di un millimetro nell’oltranzismo della loro proposta sonora che pesca a piene mani in certa wave britannica minimalista di primi anni 80. Vedere per credere questo video e, se siete di stomaco mediamente forte, il nuovo Why they hide their bodies under my garage? Rispetto totale e incondizionato.

Massimiliano Bucchieri