La canzone della buonanotte (Fiver #19.2018)

suicide1440x720

Springsteen non mi è mai piaciuto granché. Apprezzo però la sua carica indefessa e il suo entusiasmo perenne, anche se spesso e volentieri queste indubbie doti finiscono per gonfiarsi in retorica eclatante. Che poi devo essere sincero, a me la retorica alla fine piace. La trovo autentica, a differenza di altri comportamenti che innescano un freno a mano permanente impedendo di mostrare appieno entusiasmi ed emozioni. Quindi Bruce, in fondo, va bene così com’è. Quando attacca la pompa magna di Born in the U.S.A. così come quando si inventa di suonare dal vivo una versione di Dream Baby Dream per pianola e voce, canzone che qualche anno dopo decide anche di registrare e piazzare dentro un disco in studio, High Hopes.
Di recente me la sono vista spuntare a un certo punto di American Honey. Ovviamente per quanto mi riguarda è stata una delle scene più belle del film.

Quando scrivo utilizzo molte parole,  troppe. Per lavoro, quello vero, mi capita a volte di stilare relazioni. Robe anche abbastanza tecniche. Un giorno il mio capo mi ha preso da parte e mi ha rimproverato – tra il serio e il faceto – di essere troppo aulico. Ha detto proprio così: aulico (cifrato: “di linguaggio o di stile, nobile, collegato a grandi occasioni o a personaggi sommi”). Risultare aulico quando stendi l’analisi di un bilancio societario immagino non sia una cosa da tutti e soprattutto non sia una faccenda che possa definirsi propriamente normale. Ma non ce la faccio, quando ho a che fare con le parole non riesco a fare altrimenti. E’ che le parole mi piacciono, e il dono delle sintesi non mi è stato dato in dote assieme alla penna e al calamaio.
Di converso per quanto riguarda la musica apprezzo il minimalismo.
I Suicide ad esempio. Loro utilizzavano poche note e ancor meno parole. Quando li ascolto capisco che possono bastare poche parole per farti sentire a casa.

Ci sono tantissimi gruppi che ammiro e ancor più numerosi sono i musicisti che stimo. Dovessi però ridurre il campo ai miei preferiti in assoluto, rispondendo così a una domanda che mi è stata posta non so quante volte negli anni, farei molta fatica. Peraltro non è che avrei tutta sta voglia di fornire un riscontro a un quesito tanto impegnativo. In ogni caso l’epoca in cui stilare classifiche mi appassionava è finita da un pezzo, casomai sia mai cominciata. Più o meno da quando ho smaltito la fotta da playlist innescata al tempo dal secondo Hornby, circa 1996.
Per quanto riguarda la musica piuttosto che esternare la passione per tanti singoli nomi mi interessa più coltivare l’ossessione per quei pochissimi che sono stati in grado di accendere la mia fantasia in modo importante e, soprattutto, duraturo.
I Suicide sono senz’altro tra questi pochissimi.

I motivi per i quali la coppia Alan Vega/Martin Rev mi ha intrigato così tanto sono plurimi. Credo che l’input di partenza sia stato il loro ruolo di drop out nella NY degli anni 70, uno dei luoghi culto assoluti del mio immaginario. La Bowery, Alphabet City e la Avenue D, il Maxwell e il CBGB’s, il Chelsea Hotel, la Ork Records, Johnny Thunders e Richard Hell, Television, Talking Heads, Ramones e Blondie.
Please
Kill
Me.
Il primo album dei Suicide contiene alcune delle canzoni che stanno alla base della mia formazione, musicale e non. Potrei dire che in mezzo ai solchi di plastica nera dei primi due album dei Suicide ci sono io, letteralmente. In tutto e per tutto. Gioie e dolori, dubbi e certezze.
L’ossessione paranoide compressa nei dieci minuti di Frankie Teardrop, il rockabilly dopato di Ghost Rider che custodisce in se il passato, il presente e il futuro del rock’n’roll, divenendo da subito l’elemento fondante del mio singolare e deviato concetto di musica su cui e con cui è possibile, doveroso, anzi indispensabile ballare. E poi Cheree. La canzone che rende semplice una faccenda che ho sempre trovato complicatissima: una dichiarazione d’amore. La melodia che lucida il cristallo su cui si appoggiano una linea di synth invitante e una drum machine elementare. Tutto ultra minimale e, apparentemente, semplice. Come ogni cosa che i Suicide hanno scritto, suonato e cantato.

Nei rapporti interpersonali ci sono certe cose, anzi direi molte cose, di più: una infinità di cose, che non hanno bisogno di spiegazioni. Faccende in cui è inutile perdersi in particolari, districare nodi e rifinire i dettagli. Soprattutto se la persona con cui hai a che fare è una di quelle che ti conoscono bene, e tu conosci bene lei. Dovrebbe bastare uno sguardo per capire. Per capirsi.
Invece no, personalmente ho sempre avvertito ineluttabile e pressante la necessità di costruire castelli di parole, grattacieli di concetti e sovra strutture che poi finiscono inevitabilmente per chiudere trappole. Non se ne esce. Non ne sono mai uscito. Ho sempre scelto la complicazione. Le cose semplici non sono mai riuscito a gestirle. Ho sempre spiegato troppo fornendo chiarimenti non richiesti a persone cui sarebbe bastato uno cheree baby, I love you e con loro mi sono imbarcato in crociate dal piglio partigiano con l’idea di conquistare spazi senza accorgermi che quegli spazi erano già miei. Mi appartenevano da sempre.
In fondo, mi rendo conto, bastano poche parole e una musica che le scaldi per stare bene.
Semplificare.
Bianco e nero.
Bianco o nero.
Quel che davvero occorre è solo una canzone della buonanotte, una di quelle che servono per chiudere le giornate e non pensarci più. Una canzone come questa, che tra le tante canzoni d’amore che conosco è la più bella di tutte.
Dream baby dream, forever and ever
keep those dreams burnin’ forever
keep that flame burnin’ forever.

Arturo Compagnoni

 

Fucked Up, Once Again (Fiver # 42.2015)

11950233_1009867759075639_3061644670189061719_o
Quando ho cominciato ad ascoltare musica seriamente avevo un’età in cui per essere suggestionato non occorreva necessariamente osservare la realtà ma poteva bastare anche solo lasciar spazio all’immaginazione. Era un’epoca in cui per quanto riguarda la musica che mi interessava le informazioni viaggiavano lentamente, le immagini circolavano molto poco e la stessa musica era reperibile in maniera sommaria e fruibile con modalità tutt’altro che istantanee. Ma questa storia l’avete sentita mille volte ormai, da me e da altri come me. In ogni caso il risultato era che le faccende riguardanti l’argomento erano ammantate da una certa dose di mistero e in quanto misteriose mi spaventavano: temevo l’approccio a certi suoni e ancor più temevo l’immaginario che certi gruppi richiamavano. Erano cose che in generale nemmeno arrivavo ad ascoltare. Con pochi soldi in tasca non potevo permettermi l’acquisto dei costosi vinili import al vecchio Disco d’Oro di via Marconi, e neanche riuscivo economicamente ad avvicinarmi alle stampe italiane della Base Records, etichetta bolognese che all’epoca pubblicava i cataloghi praticamente di tutte le migliori indie straniere. Erano gruppi che spesso nemmeno vedevo in foto, men che mai in concerto o in video, però leggevo cronache e descrizioni straordinarie, redatte da qualche temerario e omnisciente reporter. Racconti di suoni ostili prodotti da ragazzi pericolosi. O almeno così mi pareva.
Quando penso alla musica che agitava la mia fantasia a quei tempi, affascinandomi in maniera totale, mi tornano alla mente due canzoni in particolare. Una è Religion dei Public Image Limited che si apriva come fosse il sermone di un prete anarchico, con il basso e la batteria che entrando più avanti spingevano indietro quella voce idrofoba: This is religion/There’s a liar on the altar/The sermon never falter/This is religion/This is religion and Jesus Christ/This is religion, cheaply priced. Una scheggia di odio puro piantata nella gola di qualunque religione. La mia, la tua, la loro.
L’altra era Frankie Teardrop, dieci minuti e ventisei secondi di metronomica follia piazzati dentro al primo Suicide. Una canzone che raccontava in maniera ossessiva e con toni per nulla rassicuranti la storia di un giovane operaio licenziato che tornando a casa sterminava l’intera famiglia: Frankie can’t make enough money/Frankie can’t buy enough food/Frankie is so desperate/He’s gonna kill his wife and kids/Frankie’s gonna kill his kid/Frankie picked up a gun.
Poi in un angolo accomodati nell’ombra, c’erano i Flipper. Ma loro erano una storia a parte. Li consideravo un monolite nero, un macigno che lentissimo era rotolato sopra al punk tra fine anni ’70 e inizio ’80 segnando una strada che solo 10 anni dopo qualcun altro (praticamente una buona metà dei gruppi appartenenti al nord ovest grunge) avrebbe individuato quale via maestra da seguire. Musicalmente non avevano nulla a che fare né con il punk inteso come allora lo si intendeva (il primo ep è del ’79 per collocare temporalmente la loro entrata in scena) né con il suo post allora piuttosto in voga. In un momento storico in cui il basso non era propriamente lo strumento più ricercato loro piazzavano due bassisti in formazione e proprio con una linea di basso inconfondibile si apriva Sex Bomb, la loro hit. Quando la ascoltai per la prima volta mi aspettavo una canzone che avesse qualcosa a che vedere con il suo titolo. Una roba con una gran carica tipo che so, Sex Beat dei Gun Club. Invece no. Se non l’avete mai ascoltata fatelo. Un pezzo lentissimo, con un basso che tuona minaccia da subito, un testo che si limita a sette parole ripetute all’infinito: She’s a sex bomb my baby , yeah e poi un sax che svirgola come un auto impazzita in mezzo alla folla di un mercato. L’apologia della lentezza in un’epoca in cui tutti andavano velocissimi – basti pensare che l’epicentro alternativo musicale della loro zona, la Bay Area di San Francisco – era dominio pubblico dei Dead Kennedys e della loro Alternative Tentacles. I Flipper non erano adatti al mondo e a loro di essere adeguati al mondo non poteva interessare meno.
A me di quel primo disco, quello con la copertina giallo fosforo e il pesce stilizzato scuola elementare piazzato in alto a sinistra, piaceva in particolare il pezzo d’apertura, Ever. Era forse l’unica canzone con un minimo di ritmo, aveva l’handclapping, elemento che già allora mi irretiva e si chiudeva con un finale così disperato che peggio non si potrebbe: Ever wish the human race didn’t exist/And then realize you’re one too/Well, have you … ever .. I have/So what.
Quando nel ‘92 tornarono dopo quasi un decennio d’assenza e dopo la morte di uno dei due cantanti era la loro grande occasione: Kurt Cobain dichiarava amore posando con una t-shirt autoprodotta una sessione fotografica si e l’altra pure (scatti nel booklet di In Utero inclusi) e Rick Rubin li portava in palmo di mano. Loro se ne uscirono per la Def American con una canzone che dichiarava la sconfitta prima ancora di suonare una sola nota. Fucked Up Once Again, un inno alla consapevolezza piena e totalmente lucida che il futuro per certa gente è già scritto: Fucked up once again/No more rivers of blood/Taking over my dream of love/Feel a bit of poetry in my life/But it all could change in just one night.
Negli anni i Flipper hanno incassato una quantità di moneta inversamente proporzionale alla pletora di attestati di stima: Krist Novoselic si accomodò al basso ai tempi di una reunion nella seconda metà degli anni zero, Mark Arm scrisse note accorate sulla copertina di una loro raccolta di singoli, Michael Stipe scelse di confezionare un singolo natalizio (!!) dei R.E.M. proponendo una cover di Sex Bomb e Moby (!!!) si vanta da sempre di aver rimpiazzato per qualche giorno il loro cantante durante un breve periodo di detenzione in cella di quest’ultimo.
Dei vari membri dei Flipper che si sono alternati in formazione in tutti questi anni tre sono morti in momenti diversi (1987, 1991 e 1992) ma per la stessa causa: overdose di eroina, un quarto è rimasto semi paralizzato in un incidente di macchina, destini tanto tristi quanto in linea con la loro storia cui l’aggettivo nichilista si adatta francamente come a nessun altro. In questi giorni si sono rimessi in pista, non so come ma posso immaginare il perché. In organico dovrebbero esserci due dei membri fondatori (chitarra e batteria) mentre alla voce ci sarà David Yow che ha cantato negli Scratch Acid prima e nei Jesus Lizard poi. Non avrei potuto immaginare una scelta migliore. Mi pare di capire che abbiano fatto gruppo specificatamente per tre concerti in Italia. Non mi sembra possibile che un insieme di persone del genere ce la possa fare, ma per sicurezza il biglietto per la data di Bologna l’ho comperato.
Sono passati tanti anni da Sex Bomb e mi fanno ancora paura, anzi forse mi fanno più paura oggi che allora. Ma è tempo di esorcizzare i timori e scacciare i fantasmi.
Siamo adulti, finalmente.

Tears “Maybe I Will Fuck Forever

Tollero sempre meno i social network. Che nel mio caso si riducono a Facebook, essendo l’unica piattaforma che frequento. Non sto ad elencare i motivi tanto li conoscete tutti bene, sono gli stessi motivi per i quali anche voi non sopportate più i social network. Però ritengo rimangano uno strumento di raccolta di informazioni in tempo reale impareggiabile. I morti famosi li scopro tutti da lì, ad esempio, come i compleanni di amici e conoscenti. E da lì scopro anche qualche nuovo gruppo. I Tears li ho trovati grazie a un link piazzato nella pagina Facebook degli Yung, i miei preferiti tra i nomi nuovi usciti negli ultimi tempi. Arrivano dalla Danimarca e a giudicare dai cognomi dentro ci deve essere il fratello proprio di uno degli Yung. Ma non vorrei azzardare troppe ipotesi, sul loro profilo è scritto tutto in danese quindi non ci capisco niente. In ogni caso questa canzone è proprio bella.

The Hussy “Asking for too Much

Sono in due e arrivano dal Wisconsin. Canta lui, che suona anche la chitarra, canta lei, che suona anche la batteria. Da qualche parte qualcuno suona il basso. Il loro secondo album, si chiama Galore e non c’è una canzone meno che bella.

Sealings “White Devil
Questi invece sono in tre e abitano a Brighton. Tra produzione e registrazione sul loro disco hanno messo le mani il tizio degli Hookworms e quello dei Total Control. E si sente. E’ come se i ragazzi si fossero chiusi in un bunker durante un week end portandosi appresso solo le copie dei primi dischi dei Cure, qualche ep dei Cabaret Voltaire e un paio di casse di vodka. Bomba.

Smash “Gloomy Sunday

Poi ci sono loro che stanno a Sassuolo (lo so, fa un pò meno figo) e fanno uscire un ep su cassetta per un’etichetta (La Barberia) a me carissima, gestita da persone splendide partite con un’idea stramba quanto bella: quella di far suonare gruppi in un negozio di barbiere di Modena la domenica pomeriggio. Più o meno. Gli Smash in questo pezzo mi ricordano un sacco i Grandaddy, hanno melodia e tiro. Per innamorarsi non serve molto di più.

Modern Baseball “Rock Bottom

Magari lo conoscete tutti benissimo e io sono l’unico che fino ad oggi ignorava l’esistenza di Brendan Lukens, studente universitario di Philadelphia cresciuto ad hamburger e (dice lui) a Tokyo Police Club e Los Campesinos. Due dischi già in catalogo e un terzo in arrivo. Questa canzone è vecchia di oltre un anno e stava sul suo secondo disco, You’re Gonna Miss It All. Per la serie: mai più senza.

Arturo Compagnoni