French Connection

Savages....e poi lei è planata su di noi.......

Savages….e poi lei è planata su di noi…….

VENERDÌ

Ovviamente sono in ritardo. Stefano sta smadonnando mentre s’infila gli stivaloni di gomma sopra i jeans a sigaretta neri. Carlo, la faccia stravolta di chi ha guidato tutta la notte e dormito qualche ora su di un divano, lo guarda in cagnesco. Che non provi a lamentarsi, due ore a cazzeggiare e poi si sveglia che Thurston Moore sta suonando. Cazzo gliene frega poi a lui di Thurston Moore…
Stefano adesso cammina veloce, ha già preso il braccialetto all’ingresso e salutato Carlo: «dai, non t’incazzare, oh, io scappo sotto al palco, ci becchiamo dopo», che vuol dire “Non mi rompere le palle che devo ascoltare ogni nota possibile prima di tornarcene tutta una tirata in quella città del cazzo che te ami tanto”.
Thurston Moore, piaccia o no, ha sempre questo suono qui, quelle note malate che chiunque riconoscerebbe fra centomila chitarre lo-fi, riverberate, distorte. Stefano prende appunti mentali per le recensione che deve fare per la sua fanzine.
Stefano è alto e magro come un chiodo, lo sguardo sempre un po’ perso sotto i ricci neri che vanno dove pare a loro. Aspetta che Ty Segall salga coi Fuzz sul palco per far finalmente scoppiare il Forte.

Greta è arrivata nel primo pomeriggio: annullato per pioggia il concerto in spiaggia, si è chiusa in una brasserie con Angela e hanno bevuto sidro e fumato sigarette. Poi, appena ha smesso, navetta dal centro e Festival. Se ne sta seduta un po’ a lato del palco grande mentre i Fuzz fanno saltare tutto il pubblico e la terra diventa fango sotto migliaia di stivali di gomma e anfibi e piedi nudi per i più freaks. Lei oggi aspetta solo un gruppo: Timber Timbre che già sa spaccheranno come sempre. Li avrà visti già almeno cinque volte. Di una non è sicura perchè era troppo ubriaca e non si ricorda se dormiva o no mentre loro suonavano.
Greta ha lineamenti decisi, quasi tagliati col coltello, sensuali nella loro forza mitigata da una pelle liscia come se avesse due mesi e non quasi trent’anni. L’insieme le da un’aria dolce e gli occhi che si trasformano dal marrone al verde acceso illuminano un viso che ti colpisce come uno schiaffo.
Non è mai stata a La Route Du Rock e fondamentalmente non ci sarebbe venuta se Angela, che è fissata con ‘sto festival, non l’avesse convinta infilano i tre giorni a Saint-Malo in una vacanza a due tra Bretagna e Normandia. Sono anni che Greta ed Angela si promettono una vacanza assieme senza ragazzi, comitive, party. Solo loro due come quando erano in simbiosi nello stesso banco alle superiori.

La batteria di Ty Segall fa esplodere il Forte e Stefano è già coperto di fango quando Carlo lo trova al banco di uno dei bar: «Carico?»
«Sentito che bomba? Quello lì, qualunque cosa fa è una bomba!».

Angela è in fila dietro a Carlo, con la mano chiama Greta che si alza lenta, l’aria di chi non voleva essere disturbata. Raggiunge l’amica. Davanti a loro questi due ragazzi italiani: uno rosso e ciccio con la faccia simpatica, l’altro allampananto e con gli occhi grandi, un sorriso stampato mentre parla gesticolando. Farà cinquanta chili coi vestiti ma ha qualcosa che la colpisce.
I Timber Timbre salgono sul palco e l’atmosfera si fa magica. Greta corre davanti alle transenne. Angela rimane in fila. Carlo e Stefano parlano avvicinandosi con calma alla folla.
Sulla navetta che riporta in centro Angela dormicchia, mentre Greta ripassa mentalmente la giornata. Timber Timbre. Solo loro. Prima gli esagitati di Ty Segall, i noiosi Algiers né carne né pesce e dopo quella shekerata di Nirvana e post punk, post hardcore post qualunque cosa che sono Girl Band. Quando poi il biondo è salito sul palco jeans azzurri e maglia a righe lei gli avrebbe voluto gridare: «Guarda che non è il ’91 e non ti chiami Kurt», ma è troppo timida per farlo. Poi la semi elettronica: i Ratatat amatissimi dai francesi. Due chitarre inutili su basi alla Moroder. E infine un djset da club qualunque di Rone. Line-up un po’ da riscaldamento.
Ma Timber Timbre valgono la giornata. Suoni da brivido, luci da brivido, atmosfera da brivido. Sempre i migliori.

Carlo cerca di far partire la macchina mentre Stefano sembra morto sul sedile dietro. Ha sbroccato solo alla fine, dopo aver ballato per tutto lo show di Ratatat e ovviamente dopo il pogo impazzito con Girl Band. Solo l’ultimo dj set non gli è piaciuto, o almeno a Carlo pare di aver capito questo dal farfugliamento davanti all’ultima pinta prima del crollo.

SABATO

Sabato il tempo concede una tregua, anzi, le nuvole lasciano posto ad un sole tiepido ed un cielo da cartolina. Greta è in spiaggia quando vede passare Stefano, gli stessi jeans ricoperti di fango, lo stesso giubbino strappato. Non sa chi è, né come si chiama, né perchè ha voglia di fermarlo e chiederli il nome, da dove viene, dove va.
Angela rompe perchè bisogna andare per le otto, che le Hinds non si possono perdere. Come se fossero una band figa davvero. Quattro sbarbe con due accordi. Per fortuna poi The Soft Moon, Spectres, Foals e poi si balla con Avery e Lindstrom. Giornata lunga, Only Real e Kiasmos in apertura, un’altra volta.
In spiaggia suona Flavien Berger e sotto nuvole bianche e leggere tatuaggi, short chiari sopra anfibi, jeans neri e stretti, barbe e Ray-Ban Clubmaster. Il vento spazza via i brutti pensieri e anche Angela sorride: «appena finito questo qui, saltiamo sulla navetta, ok?».
Greta annuisce. Con calma, saltiamo sulla navetta. Dopo un altro po’ di sole. Il ragazzo alto col giubbino scucito sopra la camicia gialla è scomparso tra la gente.

«Dai Carlo, aiutami a travasare il gin!»
«Dove lo mettiamo?»
«Come sempre, bottigliette d’acqua: qui le fanno entrare.»
Stefano ha già fatto diversi anni di La Route Du Rock malgrado di anni ne abbia pochi. A sedici già si era infilato nella macchina di amici per arrivare a Saint-Malo e da allora ogni anno è una tappa fissa: troppo bello quassù, bella dimensione, bella atmosfera, sempre bella line-up. Perfetto per le recensioni sulla fanzine.
«Ma non volevi vedere le Hinds?»
«Già viste, niente di che…»

Angela è in prima fila mentre Carlotta dal palco delle Hinds fa le sue facce smorfiose e non riesce a mettere in fila due parole di francese. Ma poi sorride con gli occhioni blu e tutti i maschietti si sciolgono. E alla fine queste canzoncine da sorriso sulla faccia non sono male.
Ma Greta aspetta tutti i gruppi da lì in poi: post punk, noise, mood dark. Tutto il mondo che ama da sempre, da quando ha scoperto i Joy Division e si è tatuata le linee della copertina di Unknown Pleasures dietro la spalla.

“The Soft Moon e il pubblico è un dancefloor cubo e pesante. Solo da metà concerto parte un pogo selvaggio, ma l’atmosfera è bollente ed esplode sotto l’altro palco con gli Spectres”. Stefano prende appunti seduto sulla paglia che di notte hanno buttato in tutto il Forte per coprire il fango e rendere di nuovo calpestabile il terreno. “Spectres fanno il live dell’anno: energia che colpisce come uno schiaffo in faccia e le prime file sbattono una contro l’altra dal primo all’ultimo accordo”.

Bene così, pensa Stefano. Gran concerti, gran recensione. Spacchiamo. E si fa una bella sorsata di gin. Carlo sarà come sempre a zonzo a cercare inutilmente di rimorchiare. Stefano sta per rialzarsi quando Greta ed Angela passano davanti a lui. La ragazza mora con un tatuaggio sulla schiena si volta e per un attimo i loro sguardi s’incontrano. Lei ha gli occhi di un marrone così intenso che lui non riesce ad alzarsi. Le fa un cenno impercettibile di saluto. Ma lei l’ha visto, lo sa. Lei è bellissima. Stefano prova ad alzarsi per seguirla, il coraggio dettato dal gin già quasi finito, ma lei ha voltato a destra ed è scomparsa tra la folla. Non ricorda il colore della maglia, troppo preso da quello dei suoi occhi.

Greta è ancora stravolta dal pogo e il crowd surfing con The Soft Moon e Spectres quando i Foals attaccano e una marea si lancia verso il palco. Sta andando anche lei da quella parte e per terra, vicino alle transenne coperte di tnt, vede di nuovo quel ragazzo pallido dal sorriso sbeccato. Deve essere bello cotto, visto che non riesce nemmeno ad alzarsi dopo che lei, passando, gli ha lanciato un’occhiata che avrebbe svegliato un morto. Ma non sarà certo lei a rallentare il passo e fermarsi per chiedergli chi è: si svegli il ragazzo. Lei va a ballare e saltare e non smetterà fino all’ultima nota di Lindstrom, un po’ sotto tono come Avery, ma una spanna sopra all’elettronica noia di ieri.
Prende una delle ultime navette. E’ quasi mattina quando lei ed Angela riescono a fatica ad aprire la porta dello studiò trovato su Airbnb. Chiuse le tende e a letto così come sono, che dopo tutto quel ballare, tutte quelle birre e quelle canne offerte dai ragazzi olandesi non ce n’è neanche per togliersi le calze. Si sente una ragazzina. Si sente che chissenefrega. Si addormenta abbracciata alla sua migliore amica, l’unica persona che vorrebbe vicino in questo momento.

“E’ notte al forte e si balla con lo stesso mood con Avery e Lindstrom. La gente resta fino all’ultima nota”. Adesso basta appunti che Carlo non si trova, la recensione del sabato è già tutta in testa dove adesso picchia il Gordon’s. Stefano barcolla verso l’uscita. Telefono scarico. Meeteng point in caso di smarrimenti vari: la macchina. Chissà chi è quella ragazza. Quasi quasi fanculo e salta sulla navetta che sta chiudendo le porte. Magari su c’è quella mora con la copertina dei Joy Division tatuata sulla schiena. Cazzo, Carlo ha le chiavi di casa. La porta della navetta si chiude, un tizio con la pettorina gli dice qualcosa in francese e Stefano barcolla verso il parcheggio.

DOMENICA

Domenica il sole sembra quello vero della riviera e tutti sono di nuovo in spiaggia quando suona Jimmy Whispers. Birrette e chiacchiere e coccole al sole sembrano le uniche cose sensate da fare in un pomeriggio così e Angela è d’accordo con Greta: si va con calma. E’ domenica, sono due giorni che bevono e non dormono un cavolo. Pazienza per The Districts e Father John Misty.
Bisogna essere lì per i Viet Cong di sicuro ma loro non cominciano che alle nove, c’è tutto il tempo per rilassarsi ancora un po’.

Stefano all’ultima nota di Jimmy Whispers sulla spiaggia sta già trascinando Carlo verso la macchina: «dai che oggi non mi voglio perdere nessuno!»
«macchepppalleeeee, ma non hai visto che marea di figa c’è in spiaggia? Ma stiamo qui, magari trovi la tua bella col tatuaggio sotto al collo…»
«Sulla scapola…», poi si ferma: «e tu, che cazzo ne sai dei tatuaggi, di quale mia bella, poi?»
Carlo adesso ha un braccio attorno alle spalle di Stefano e i due hanno ripreso a camminare: «vedi, Ste, tu di notte parli. Da sbronzo, poi, fai proprio i resoconti della giornata. E questa tipa dagli occhi marrone salta fuori ogni cinque minuti, come il suo tatuaggio. Originalissimo, poi…» Stefano fa un lungo sorso dalla bottiglia di plastica riempita col gin: «sei peggio di mia madre…» alza la bottiglia al cielo e sorride: «dai che non ci fermano neanche oggi. Oggi è l’ultima sera. Oggi devasto!».

Greta si trucca gli occhi mentre la navetta fila veloce sulla route nationale. Metà del traffico di ieri: si vede che è domenica.
Eppure al festival il Forte è già murato prima che le bellissime Savages mettano piede sul palco. Potere di quel sound, quella voce e quella carica. E dell’esser così sexy.
Le luci vanno giù. Camille/Jenny Beth lascia intravedere un reggiseno nero sotto il bomber. Fa sesso quasi quanto è bava a cantare.
L’atmosfera è di fuoco, pochi pezzi e lei si lancia dalle transenne e vola sulle mani della gente. Che gioia abbandonarsi al volo sulle teste di sconosciuti. Lasciarsi andare così da fidarsi che ti terranno su. Che ti faranno atterrare senza che tu ti faccia male.
Se anche lei fosse riuscita a farlo prima. Anni prima…
Arriva Angela con due birre. Fuori le fiaschette di vodka nascoste negli stivali: bacio, cin, cicchetto e giù mezza pinta.

“The Districts, niente di nuovo. Father John Misty fascinoso come sempre, ma si perde un po’ su un palco così grande e davanti ad un parterre tutt’altro che pieno da domenica pomeriggio col sole e la spiaggia di Saint-Malo che per una volta che ci puoi stare in costume, chi te lo fa fare di andartene.
Poi Viet Cong, convincenti come ormai consuetudine, scaldano per bene il pubblico che si lancia in massa davanti al palco delle Savages. Jehnny Beth, splendida in jeans e bomber neri e capello lungo fino al mento ingellato indietro, sbraita con un magnetismo mai così potente fino a lanciarsi sul pubblico che, in adorazione, la porta a spasso in un crowd surfing che ormai pare marchio di fabbrica de La Route Du Rock”
Forse l’ultima riga è una stronzata. Però suona bene. Ci si penserà fra un paio di giorni a Milano. Carlo, come sempre, insegue due ragazzine francesi, short a vita alta e linea della chiappa in vista, anfibi e maglia larga e corta.
Stefano lo guarda concentrato sulla recensione che sta abbozzando mentre sul main stage i Ride mostrano i muscoli e mixano vent’anni di rock e shoegaze tenendo testa al live incendiario delle Savages. Stefano è già sbronzo e pensa che non vuol tornare a casa, che deve finire il pezzo per il numero di settembre e ci sono pochi giorni. Pensa alla ragazza dagli occhi d’onice.

I Ride sono un lampo nella vodka. Angela limona da un po’ con un biondo di due metri. Greta è presa bene ma vuole starsene per conto suo. passeggia ubriaca fra gli stand delle case discografiche indie, con le loro stampe numerate, le shopper à la page.Dan Deacon lancia bombe dal palco sul parterre ubriaco. Spunta un materasso che vola sulle teste. Poi sarà solo girotondo tra due palchi per gli show di The Juan Maclean e Jungle. Poi sarà buio. Forse la navetta, come sarà entrata in casa? Angela?

LUNEDI’

Lunedì il cielo è velato ma ancora senza pioggia. Il sole scalda meno di ieri ma l’ultima colazione in spiaggia è d’obbligo: pain au chocolat, flan alla boulangerie all’angolo e un café grand al bar e giù a guardare la marea che finisce di calare per tornare a salire finchè nasconderà la piscina e i trampolini a tre metri.
Greta è seduta sul chiodo coi suoi panta neri sotto una maglia oversize dei New Order che ha tagliato perchè cada asimmetrica e le lasci sempre scoperta la spalla sinistra. Quella tatuata. Si è tolta gli anfibi e sprofonda i piedi nella sabbia grossa e umida di Saint-Malo. I Wayfarer neri ben schiacciati sulle occhiaie che oggi proprio non perdonano.
Angela ride sulla tshirt “stop joking about britney spears” presa qualche anno fa quando gli Heike Has The Giggles aprivano i Gossip all’Estragon. Ultimo bikini, raccontando all’amica il ritorno a quattro zampe sui sampietrini e i tentativi di aprire la porta finchè il vicino, sei del mattino, è uscito sbraitando di piantarla di fare casino e la serratura ha finalmente ceduto facendole volare per terra in casa. Dove hanno dormito.
Greta si guarda intorno. Poca gente. Qualche zaino. Qualche bracciale blu del Festival e abbracci che sanno già di fine estate. Abbassa gli occhiali e guarda il mare. Ed è felice. E’ con la sua migliore amica. Ancora dieci giorni via da Bologna, a spasso per la Bretagna. Disintossicazione da alcol e ressa. Poi si vedrà. Poi ci si penserà.
D’improvviso, davanti a lei appare il ragazzo alto dal sorriso sbeccato. Oggi è più pallido del solito. Arranca con le Dr. Martens basse sulla sabbia. Si volta e per un attimo si guardano negli occhi.

Domenica notte è un mix di luci e suoni nella memoria. Stefano e Carlo rotolano al buio sulla sabbia: hanno fatto mattina con due belghe per guardare l’alba. Peccato che si siano addormentati come sassi all’ennesima canna e li abbia svegliati il vento gelido del mare. Quasi giorno quando s’infilano in casa e dormono qualche ora.
«Cazzo, Carlo! Ho lasciato il giubbino in spiaggia!»
«No dai…Non dirmelo. Non ce la faccio a scendere di nuovo. Fra qualche ora partiamo, devo dormire un po’…»
«Cazzo, che coglione, l’avevo dato alla tipa che poi l’ha mollato lì e io l’ho usato come cuscino…Devo andare a recuperalo! Tu dormitela che poi guidi.»
Stefano è in spiaggia e la giacca di jeans sdrucita è lì appallottolata dove l’aveva lasciata. Stefano pensa che solo lì poteva ritrovarla. Dove in autostrada stanno a destra e se sorpassano mettono la freccia, dove non hanno il bidet ma un festival come quello ha i bagni puliti e con la carta igienica, la paglia per terra se piove e una pinta di birra discreta costa poco più di cinque euro e c’è una navetta gratuita e il campeggio gratuito e puoi portarti l’acqua eccetera eccetera eccetera. Che se lo lasciava al Magnolia cinque minuti ne trovava due. Come no…

Stefano cammina per arrivare al bar e farsi un caffè quando si volta per un istante e incontra gli occhi della ragazza dal collo sottile e la bocca sexy ma dolce. La ragazza con quel tattoo stravisto ma che non gli va via dalla testa. Ha gli occhiali da sole abbassati e, sopra a profonde occhiaie nere, due dischi verdi le illuminano il viso. Cazzo, la ragazza dagli occhi marroni li cambia in verdi. Lei distoglie lo sguardo. Lui rallenta, forse vuole fermarsi: ultima occasione. Poi non la rivedrà mai più. Ma riprende il ritmo del passo e arriva al bar.
Troppo belli quegli occhi, troppo pericolosi occhi che da marrone diventano verdi quando guardi il mare. Quelli sì che possono fare male, altro che il crowd surfing impazzito sulla cassa in quattro di Dan Deacon.
E poi c’è da preparare la recensione anche per Sun Kil Moon, che anche se era giovedì alla Nouvelle Vague era sempre festival e poi c’è da tornare a Milano e quegli occhi sono un guaio. Chissà quali orizzonti hanno visto, vogliono guardare, due occhi così. Un sacco di guai. Un sacco. Fa un sorso di caffè. Si volta verso la ragazza perchè guaio o no, due occhi così non si può perderli per sempre. E poi come fai a dormire la notte se a quegli occhi non hai dato un nome e una storia?
Lei non c’è più.
Lui guarda tutto intorno. Non ricorda com’è vestita. Si è di nuovo fissato sui suoi occhi. Lei non ci sarà mai più. Per un attimo una fitta gli attraversa lo stomaco. Ma poi c’è da svegliare Carlo, tornare a Milano, la fanzine, il ristorante la sera, i party, la vita insomma. La vita senza la ragazza dagli occhi che cambiano.
Un colpo di vento. Stefano sente freddo. Ma gli sembra che venga da dentro.
Un gabbiano becca feroce sulla sabbia ciò che resta di un pain au chocolat.

FABIO RODDA

Men with Guitars (Fiver #21.2015)

Jim O'Rourke

Jim O’Rourke

Giugno, l’estate è alle porte. E dunque: 1) ci becchiamo il carico delle ultime piogge, 2) peschiamo dal fondo dell’armadio i pantaloni corti, 3) organizziamo, calendario e cartina alla mano, gli spostamenti per i festival dei mesi a venire. Tuttavia giugno è ancora un mese di intersezione, non siamo costretti ad abbandonare l’asfalto rovente delle città e ringraziamo il cielo perché le spiagge non sono ancora popolate dai sound system giamaicani/salentini (nessun razzismo, semplici divergenze di gusto). Sarà che ultimamente si tende a dare per scontata l’equazione Sun Kil Moon = Dio (e chi è stato iniziato al culto ben prima dell’endorsement sorrentiniano, ha iniziato a chiamarlo semplicemente Mark Kozelek, per distinguersi dal novizio). Sarà che l’ex-leader dei Red House Painters ha fatto uscire l’ennesimo album capolavoro, Universal Themes, che col solito mix di vera partecipazione e spietata ironia ci racconta della sua vita e della vita di un’America crepuscolare, stavolta con qualche escursione più spinta nel garage blues. Sarà che il paragone fra quest’album e Carrie&Lowell, il lavoro di Sufjan Stevens spesso definito “il Benji del 2015”, mi sembra impietoso, sia per il talento debordante del buon Mark, sia per i difetti intriseci al suono di Stevens, quell’eccessiva pulizia sonora e quella disorganica tendenza a flirtare con l’elettronica che sin dai lavori precedenti non me lo ha fatto mai amare, considerandolo un musicista genialoide ma troppo confusionario. Sarà che questa settimana ho ascoltato, fino a consumarlo, il nuovo lavoro dei Dirty Fences, e avendoli visti live due volte a distanza di pochi giorni, con energia e guasconeria pressoché immutata, devo confessare che mi sembra una delle formazioni più potenti in giro, ultimamente. Sarà che i Moon Duo al Beaches Brew mi hanno incatenato con lo sguardo estasiato, grazie alla loro tenacia, capace di evocare campi sterminati di psichedelia. Sarà che da quando ho saputo delle date bolognesi, nell’autunno prossimo, di Metz e Yo la Tengo mi rimetto in pari con i loro lavori, serrando i pugni sulle linee di basso stuprate dei primi, portatori sani di quel suono stile Sub Pop che amo sin da quando, in adolescenza, ho iniziato a portare gli stessi occhiali di Steve Albini, o muovendo a ritmo la testa sulle melodie dei secondi, cantori di una stagione dell’indie americano che può rivivere in tutto il suo splendore solo attraverso le loro canzoni meravigliosamente pop. Sarà per questa serie di fattori, venuta a comporsi nelle giornate in cui il solleone inizia a picchiare duro, che, prima della strage di neuroni dettata dall’ennesimo dimenticabile tormentone da spiaggia, prima del naufragio nel mare di spritz consumato all’ennesimo noioso aperitivo, il simbolo del mio giugno è (mi si perdoni la banalità) il riffone di una chitarra. Dedicato a Ornette, padre del free jazz; e a Christopher , Signore dei Sith, nonché Signore di Isengard.

Jim O’ Rourke – Friends with Benefits
Jim O’Rourke è un mattacchione. Nel momento più fulgido della sua carriera ha dato vita ai Gastr Del Sol, una band che non può mancare fra gli ascolti degli appassionati di post-rock e che rivaleggia senza problemi con i più fortunati Slint. Successivamente ha collaborato con i musicisti più disparati: da Merzbow ai Sonic Youth, passando per progetti free jazz. Tuttavia ha sempre nutrito un amore viscerale per il songwriting, è lo dimostra con questo ultimo disco: Simple Songs. Non si tratta di un rimando al recente film di Sorrentino (al sottoscritto il regista partenopeo non piace) ma piuttosto una raffinata opera di pop barocco in cui si intrecciano melodie orecchiabili e sinfonie composte da archi e pianoforti. Questa è la prima traccia.

Föllakzoid – Feuerzeug
Conosco il Cile principalmente per due motivi: i libri di Roberto Bolano, uno dei miei autori prediletti, e le musiche monolitiche dei Föllakzoid. I sudamericani sfornano mastodonti kraut-psichedelici che sembrano inneggiare ad oscure divinità delle Ande. Per la loro terza prova la formula magica non cambia, e noi ne siamo abbastanza contenti. Istruzioni per l’uso: prima dell’ascolto procurarsi del peyote.

Kid Wave – Honey
Wonderlust è il primo album dei Kid Wave. Formazione londinese che spinge l’acceleratore sulle cavalcate chitarristiche e il cantato alla J Mascis. Insomma dentro ci troverete tanta nostalgia per gli anni ’90 declinata nella chiave più pop possibile. Si tratta di filologico revival, niente di nuovo sotto il sole, ma comunque roba che ti fa passare una bella mezz’ora, sorriso stampato in faccia e voglia di riprendere in mano la discografia dei Guided by Voices.

Mitski – Townie
Mitski, questo è il nome da tenere a mente. Non ho trovato molte informazioni sul suo conto, sennonché dovrebbe trattarsi di una ragazza americana di origini orientali di stanza a New York. In realtà non mi servono molte informazioni, mi basta ascoltare Bury Me At Makeout Creek.Recentemente ho avuto modo di pogare allegramente a un concerto delle Babes In Toyland, posso affermare in tranquillità che questo album, pur essendo infinitamente più pop, nasconde fra le pieghe della melodia le medesime schegge di metallo. E per di più ha il pregio di essere freschissimo.

Lone Wolf – Crimes
Lone Wolf è un cantautore di Leeds. La sua formula vincente consiste nell’intrecciare il songwriting intimista con una sorta di atmosfera new wave/soul creata grazie all’inserimento del pianoforte. Lodge è il suo terzo album e ci trasporta in un mondo onirico in cui gioia e dolore sono palpitanti potenze archetipe. Chiudete le imposte della vostra camera per un’oretta e lasciatevi rapire dalle atmosfere notturne che vibrano nelle corde vocali del lupo solitario.

Giovanni Bitetto

In coda a questo Fiver recuperiamo una vecchia intervista a Jim O’Rourke. Merita spazio il personaggio in generale ma ne merita ancor di più quando si mette a fare il songwriter in un’accezione quasi classica. Con il nuovo album (“Simple Songs”) è tornato a battere i territori della canzone pop come aveva già fatto in passato. Nel 1999 pubblicava sempre per Drag City “Eureka”, un disco che all’epoca fu vissuto come una vera e propria presa di distanza dal mondo dell’avanguardia e della sperimentazione sonora. Un grande disco che merita una riscoperta, magari. A distanza di 16 anni si aggiunge un nuovo album che può essere visto come un secondo capitolo. Un’intervista che ci ricorda come si affronta l’eterno dilemma del pop vs l’avanguardia. E come se ne esce vincitori. (C.L.)
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Fiver #02.10

Ex Hex

Ex Hex


Non ce lo chiede nessuno. Ma talvolta ci si crea un’immagine pubblica nonostante non si abbia un pubblico a cui fare riferimento. Si lavora d’immaginazione, o quantomeno lo faccio io. Si crea un territorio a metà strada tra realtà ed immaginazione, dove i fatti realmente accaduti si confondono con quelli che avremmo desiderato accadessero davvero. Musicalmente sono nato dopo il 1977. L’ho sempre pensato. E in effetti la maggioranza dei miei ascolti di una vita si sono concentrati in quel periodo. Il punk, la new-wave e tutto quello che è venuto dopo. Quella è la mia musica, quello è il mio mondo di riferimento. Per me sono arrivati prima i Joy Division e gli Smiths che non Dylan e Neil Young, per dire.
In realtà i confini non sono così definiti. A pensarci bene il primissimo concerto a cui ho assistito è stato Frank Zappa, trascinato da una fidanzata che aveva quattro anni più di me e il mito della California (non che centri qualcosa con Zappa, ma insomma ci siamo capiti). Ancor prima di Pino Daniele, che è stato il secondo.
Come tutti gli adolescenti della terra ho frequentato alcune discoteche, una in particolare.
Per arrivarci dovevi abbandonare la gardesana, appena fuori da Lazise. Arrivando da nord giravi a sinistra, una piccola stradina che a un certo punto diventava sterrata, immersa tra i vigneti e gli olivi del garda. L’insegna del Cosmic, modesta e circondata da piccole stelle, faceva bella vista, sopra il tunnel d’ingresso. Era un posto leggendario e vederlo per la prima volta dal vivo ti lasciava con la sorpresa delle sue dimensioni, relativamente ridotte, senza posti a sedere. Me lo immaginavo come il posto più grande e figo dell’universo, a sentire i racconti. Per ritrovarmi infine in aperta campagna e chiedermi se qualcuno non avesse esagerato con gli aggettivi. Invece bastavano poche ore per comprendere che, no, il Cosmic non era un posto come un altro.
Per la musica, intanto. Un insieme di sonorità differenti, dal funk, all’afro, la musica etnica, in particolare africana. A cui si aggiungeva un pizzico di avanguardia elettronica, new wave ed un utilizzo creativo dei livelli di equalizzazione. Era musica che passava di mano in mano su cassette che i DJ vendevano alle serate e che da qualche tempo sono state oggetto di riscoperta, sopratutto all’estero.
Con il solito provincialismo che ci contraddistingue non abbiamo saputo valutare immediatamente un fenomeno che musicalmente invece fosse capitato a Londra o New York sarebbe stato salutato in un altro modo. La galanteria dell’orologio che scorre mette le cose a posto, come al solito. Oppure rimedia un articolo del Guardian, più prosaicamente.
La stagione del Cosmic è stata inevitabilmente breve. Il successo del locale andava di pari passo con l’insofferenza delle amministrazioni e della comunitá locale. L’esperienza Cosmic era un pacchetto di musica alternativa (per davvero), droghe di tutti i tipi e probabilmente l’ultimo rimasticamento della cultura hippy degli anni sessanta.
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Aver vissuto in prima persona quel luogo ha lasciato tracce nel mio DNA musicale, alla faccia del punk, della new wave e di quello che mi piace credere. Me ne sono accorto ascoltando i Tinariwen o, più recentemente, l’album dei Goat. Musica che al Cosmic ci sarebbe stata benissimo in un modo o nell’altro e che in quei luoghi mi ha riportato.
Tutto questo per dire che ad un certo punto sarebbe bene venire a patti con il nostro passato, con il presente e, perchè no, anche con quello che si presume possa essere il futuro.
D’ora in avanti è probabile che i miei amici di Sniffin’Glucose capiranno meglio certi slanci e certe mie uscite per gruppi e dischi lontani dalle nostre orbite usuali: è quello stralcio di vita vissuta con l’innocenza che compete alla giovinezza che torna saltuariamente a galla. Giornate passate senza nessuna preoccupazione di cosa mangiare, dove dormire, come tornare a casa. Con il ritmo della musica del Cosmic nelle orecchie e anche nel cuore. Hai voglia a dire il punk, la new wave e il sapore amaro della vita vera.

Jim Sullivan – Highways

Ho scoperto Jim Sullivan ascoltando la radio. Il programma di Jonathan Clancy, per la precisione. Una scaletta di piccole gemme, di dischi minori, di culti che resistono allo scorrere del tempo. (questo il link della pagina fb della trasmissione, per chi fosse interessato).
Jim Sullivan, dicevamo. Storia incredibile, la sua. Scomparso nel deserto del New Mexico senza lasciare traccia. Caso ancora irrisolto anche per la polizia locale. Si parla di un fatto di cronaca del 1975. Appena qualche hanno prima pubblicava U.F.O. album di debutto semplicemente fantastico. Rock americano con elementi di country e folk arrangiato in maniera sublime. Quello che in seguito si sarebbe evoluto fino a trasformarsi in un genere vero e proprio, “americana”, per l’appunto. Un gioiello di disco che mi ha stregato in maniera definitiva.

Ex Hex – Don’t Wanna Lose

Rock ignorante, suonato come se non ci fosse un domani, con lo spirito di chi ha intenzione solo di divertirsi. A metà strada tra le Runaways e il miglior rock stradaiolo della fine anni settanta. Non una novellina Mary Timony ma una vera e propria veterana della scena: un passato negli Helium e più recentemente nelle Wild Flag di Carrie Brownstein. Qui, come si diceva, viene fuori un attitudine di puro spirito rock’n roll, revivalistico fin che si vuole ma capace comunque di trovare un suo perchè. Musica da suonare a tutto volume in macchina, d’estate possibilmente, con il finestrino abbassato. Senza preoccuparsi del grado di tamarragine che inevitabilmente tenderà a raggiungere i livelli massimi.

Sun Kil Moon – War On Drugs Can Suck My Cock

Eravamo sul palco e ho sentito un classico giro di batteria
Era più di 100 decibel, arrivava dall’altra parte della collina
Si stava facendo piuttosto alto, ho chiesto chi fossero
E un tizio con un k-way mi ha risposto, “Sono i War On Drugs”.
Sembrava rock basilare, alla John Fogerty,
E ho detto “La prossima canzone si chiama ‘I War On Drugs possono succhiarmi il cazzo.’”
Succhiatemi il cazzo, War On Drugs.
Stavamo suonando a Chapel Hill
Per un branco di paesanotti ubriachi e c’era puzza di cibo per maiali.
I microfoni non funzionavano, allo staff non fregava un cazzo,
Il pubblico si stava facendo fuori controllo e gli ho detto di stare zitti, cazzo.
Tutti voi redneck, state zitti, cazzo.
Qualcuno si è offeso e ha scritto una stronzata,
Una sorta di blogger teppistella, puttana, ricca e viziata
E ha postato dei graffiti lasciati da un qualche ritardato
Pensava che il mio vero nome fosse Sun Kil Moon, che testa di cazzo
Ho incontrato i War On Drugs stasera e sono piuttosto gentili
Ma i loro capelli sono lunghi e unti, spero non abbiano i pidocchi.
Li ho ascoltati fare il soundcheck e, assieme ai Byrds,
sono decisamente la band più bianca che abbia mai ascoltato.
La band più bianca che abbia mai ascoltato sono i War On Drugs.
C’è qualcos’altro!
Stasera suoneranno al Fillmore e hanno fatto soldout,
Anche i tamarri sono persone, e questa è la loro grande serata.
Hanno fumato una canna coi loro amici mentre arrivavano in macchina,
Stasera faranno rock ascoltando un po’ di chitarra solista da pubblicità.
Ai tamarri piace ascoltare i War On Drugs
War On Drugs, succhiatemi il cazzo / War On Drugs, rock da pubblicità di birra
Ai War On Drugs piacciono i Fleetwood Mac
Ai War On Drugs piace John Mellencamp
Facciamo un urlo per i War On Drugs
Ai War On Drugs ci sono voluti nove cazzo di anni per fare tre album.
Mark Kozelek è da prendere così, poche storie. La tizia dei Perfect Pussy gli ha scritto una letterina che con qualche buona ragione mette in risalto tutta la sua stronzaggine, dopo aver sentito questo pezzo. Ma non cambia di una virgola l’opinione che abbiamo della sua musica, sinceramente.
Limitiamoci a pochi semplici fatti: i War on Drugs fanno cagare. Benji, il disco di Kozalek firmato Sun Kil Moon è un capolavoro. Kozalek ODIA il cerimoniale dell’indie rock e appena può tira bastonate. Spesso a casaccio mettendo nel mezzo anche chi non lo meriterebbe.
Io ascolto questa canzone, me la rido sotto i baffi e mi viene voglia di aprirmi una birra.
Bella la vita, talvolta.
(Ah, grazie ai ragazzi di Rumore. Qualcuno da quelle parti si è preso la briga di tradurre il brano. Io ho solo copiato.)

Useless Eaters – Out In The Night

Per la serie: l’immancabile angolino di “damaged rock” del lunedì è il turno di Useless Eaters. La band di Seth Sutton sembra aver trovato temporanea dimora a San Francisco. Niente di meglio che cogliere l’occasione e registrare un album per la Castle Face Records. Disco di urgenze primordiali, di garage scassato ed attitudine punk. Una piccola bomba, insomma.

Tomorrows Tulips – Glued To You

Questa è gente che ha il mito dei Television Personalities, nonostante viva in California e pubblichi dischi per la Burger Records. Gente che ha ascoltato troppi dischi dei Velvet Underground. Per dire che questo è un album di fragilità ed insicurezze, in bilico tra melodie pop esagerate, feedback gentile, brevi dissonanze e malinconie assortite. Il genere di disco che sinceramente adoro. Questa Glued To You in particolare sembra una versione edulcorata dei primi Jesus and Mary Chain al confine con una psichedelia appena accennata.

Cesare Lorenzi

Torta di granchio blu*

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Ognuno di noi ha probabilmente il desiderio di poter cancellare qualche episodio della propria vita.
Non mi riferisco a cose particolarmente drammatiche, quelle naturalmente le butteremmo tutti nel cestino.
Ma proprio a quei piccoli avvenimenti che se ricordati provocano un piccolo imbarazzo e un pó di fastidio.
Io ne tengo una bella serie nel comodino, alcuni legati indissolubilmente alla musica.

Scrivere in maniera continuativa per una rivista specializzata per un bel pó di anni ha fatto sí che mi dovessi comunque trascinare dietro un piccolo bagaglio di cantonate e incomprensioni.
Niente di grave, ben inteso. Fatti che non tolgono il sonno, insomma.
Ci sono alcuni dettagli peró che se potessi viaggiare nel tempo non ci penserei un secondo a cambiare.

Con Mark Kozelek ho un conto aperto in questo senso: ne stroncai un disco, quando ancora incideva con la sigla Red House Painters.
A dire il vero fui uno dei primi a parlarne in termini entusiasti quando esordí nel 1992 su 4AD.
Mi capitó di recensirne un paio dei primi album in termini molto positivi e cercai in tutti i modi di spingere perché la band avesse un minimo di visibilitá. (Ah, le famose riunioni mensili di redazione. Dopo il pranzo e la quarta bottiglia di Bonarda acquistavano un altro ritmo, vi assicuro. E difendere Kozelek davanti a Sorge era un’impresa, potete immaginare.)

Ma si diceva della stroncatura…..quello che piú mi indispone ancora oggi é la superficialitá che dimostrai in quell’occasione.
Non era il miglior disco del gruppo va detto (Songs for a blue guitar, per la cronaca), ma Kozelek é uno di quei personaggi con cui superficiali non si dovrebbe essere mai.
Non lo merita in qualsiasi caso.

imgresL’unica cosa che mi consola é che quel disco gli costó proprio il contratto con la 4AD, all’epoca.
Anche Ivo Watts-Russell non ne pensó benissimo evidentemente e decise che di Kozelek ne aveva avuto abbastanza. È probabile che Russell ed io abbiamo lo stesso fantasma che ci perseguita da quel giorno peró, tant’é che lui ha dichiarato in seguito che mandare via i Red House Painters é stata probabilmente una delle peggiori scelte nella storia dell’etichetta.

Dal 1996, data dell’episodio del “licenziamento” 4AD, Kozelek ha comunque continuato a fare musica, tra alti e bassi, utilizzando il proprio nome oppure nascondendosi dietro la sigla di Sun Kil Moon. Anche se va detto non esistono band quando Kozelek é coinvolto, al massimo musicisti che lo accompagnano, questo é certo.

Il nuovo album dei Sun Kil Moon, Benji (Caldo Verde Records), uscito in questi giorni ha generato entusiasmi che non circondavano il lavoro di Kozelek da tantissimi anni.url

Gran disco, in effetti. Che non aggiunge nulla a quanto giá non si sapesse a proposito della band.
Disco prettamente acustico ma arrangiato con gusto anche nei dettagli: l’utilizzo dei cori e delle voci risultano irresistibili in particolare.

Ma un lavoro di Kozelek si fa ricordare per le parole e non per i suoni.
In questo caso ce ne ha regalate di straordinarie: storie di vita reale, spesso drammatiche, raccontate con una disinvoltura che lascerebbe supporre una certa leggerezza.
Stordiscono, invece.
Ti gelano il sangue, in alcuni casi.
Il tono da affabulatore inganna.

In America si sono presi il tempo addirittura di controllare: nomi, luoghi, tutto quello che é citato nel disco.
Si é appurato che non c’é nulla di inventato, non c’é nulla di romanzato, tutta roba vera.
Questo é Kozelek del resto: travolge con un diluvio di parole poderose. Racconta la sua vita, nel dettaglio. Ma ha la straordinaria capacitá, attraverso le sue vicende personali, di mettere in scena la drammatica quotidianitá di tutti noi.
I particolari familiari, le perdite improvvise, la mortalitá e il tempo che passa inevitabile.
Anche per chi giá conosce il lavoro di Mark non si prospetta un ascolto semplice.

Poi il colpo di genio, tipico del personaggio.
In chiusura infila una canzone, Ben’s my friend, capace di cambiare l’intero tono del disco.
Il Ben del titolo non é altro che il Gibbard dei Postal Service.
La canzone é, tra le altre cose, il racconto di un concerto di questi ultimi:

The other night I went and saw the Postal Service
Ben’s my friend but getting there was the worst
At a festival in Spain, he was on a small stage then
And I didn’t know his name
Now he’s singing at the Greek and he’s busting moves
And my legs were hurt and then my feet were too
Calling after settling, said I’ll skip the backstage high five
Thanks for the nice music and all the exercise
And we laughed and it was alright, and we laughed and it was alright
It was alright
Between a middle guy man with a backstage pass
Hanging around like a jackass
Everybody was 20 years younger than me
I drove to my place near Tahoe
Got in my hot tub and thought that’s over
It was quiet and I was listening to the crickets
And Ben still out there, selling lots of tickets
then in a couple of days my meltdown passed
Back to the studio doing 12 hours shifts
Singing a song about one thing or another
Every day behind this tender, long summer

Ne esce una chiusura di disco clamorosa, anche il tono strumentale si fa piú leggero.
L’angoscia e lo sconforto lasciano il posto alla consapevolezza di un uomo di mezza etá che osserva con sguardo disincantato il successo di amici che un tempo gli aprivano le serate come band di supporto.

Ma non c’é rabbia solo amarezza casomai e una buona dose di autoironia nell’esporsi.
Quel finale che richiama una tenera estate, il lavoro in studio di registrazione, il cantare una nuova canzone a proposito di una cosa o di un’altra, ci offre esattamente uno spaccato della nostra esistenza, che nonostante tutto va avanti e talvolta, ma solo talvolta, regala anche un sorriso.

Era il 26 luglio dell’estate scorsa, quando i Postal Service suonavano al Greek Theatre di Berkley, in occasione del tour del decennale di Give Up.
Non finiremo mai di ringraziarli per aver inconsapevolmente messo in moto questo processo creativo.
Una volta tanto una delle solite inutili reunion ha avuto un senso: ne é uscito un album da ricordare ed il sottoscritto si ritrova con un piccolo peso in meno sulla coscienza.

Cesare Lorenzi

* Torta di granchio blu – tratto dal testo della canzone Ben’s my friend (…And we ate at Perry’s and we ordered crab cakes, blue crab cakes, blue crab cakes….)

Mark Kozelek sará in tour in Italia ad aprile: il 4 a Roma, il 5 a Ravenna al Bronson, il 6 a Padova e il 7 a Milano